— Buona sera — disse garbatamente Tomatis.
— Buona sera — rispose seccamente Galosso.
Giungevano l’uno dalla destra, l’altro dalla sinistra, e s’incontravano
proprio davanti all’uscio del Cavallo Grigio. Il segretario entrò il
primo, traversò la cucina senza aprir bocca, e passò nello stanzone.
Il maestro invece si accostò all’oste, che stava strofinando il suo
schioppo nel vano della finestra.
— Ci prepariamo, ci prepariamo — diss’egli. — È domani che si apre la
caccia, eh?
— Domani, domani — rispose Baino.
— E... da che parte contate d’andare?
— Non so ancora. Un’annata cattiva come questa neanche i vecchi se la
ricordano: nè quaglie, nè lepri, niente di niente. E poi... ve l’ho
detto eh, che m’hanno rubato Drapò? Se trovo il ladro!... Ma intanto
sono senza cane... Nel Campaccio però ci son molte tortore, e si
raccolgono tutte sui noci che stanno in fondo, verso il boschetto.
Finirò per andar lì. Monterò sur un gelso, che sia a tiro; mi
nasconderò tra le foglie, e... pan! pan!
Galosso, stufo di star solo, si agitava, sbuffava e batteva il pugno
sulla tavola.
— Vengooo! — gridarono contemporaneamente Tomatis dalla cucina e
l’ostessa dal cortile.
Il maestro entrò nello stanzone, fece un inchino, spiccò un saltetto, e
si mise a sedere di fronte all’amico.
L’ostessa venne più adagio, strascicando le ciabatte e ravviandosi il
fazzoletto sul seno.
— Cosa comandano? Carte o tarocchi?
— Le carte — rispose Tomatis.
— I tarocchi — vociò Galosso.
— Volete i tarocchi? — riprese il maestro. — E va bene. Lucia, portate
pure i tarocchi.
— Niente — replicò il segretario. — Nè una cosa nè l’altra. Lasciate
stare. Non ho voglia di rompermi la testa, stasera. Lasciate stare.
Lucia voltò bruscamente le spalle e se ne andò in cucina. Il segretario
cacciò fuori la pipa come avrebbe cacciato fuori una pistola, e
cominciò a calcarvi dentro il tabacco.
— Ehi! — disse il maestro dopo un poco, ponendo il pollice della destra
sulle labbra con la mano e il gomito sollevati. — Ma questo sì?
— Questo sì — rispose Galosso. — Arrabbio di sete.
E tornò a tempestar sulla tavola.
S’udì un brontolìo aspro e minaccioso, poi l’ostessa rientrò come una
molla scoccata, attenendosi all’uscio; si capì che aveva scansato un
calcio o un pugno mandatole dietro dal dolce marito.
— Se vi coglieva, poveretta voi! — disse benevolmente Tomatis. — Cosa
c’è? Tempo brutto anche di là, no?
— E come! — rispose Lucia. — Questo è il secondo: prima di cena m’ha
già dato un punzone che mi ha fatto perdere il fiato.
— Ma anche voi, vedete, anche voi... Dalla mattina alla sera la voce in
aria, e qualche volta le mani.
— Non è vero. Dunque cosa comandano?
— Birra — rispose Tomatis.
— Vino — grugnì Galosso.
— Come si fa? — disse Lucia. — Su, da bravi, si mettano d’accordo.
— Oh Dio! — esclamò Tomatis. — Non c’è bisogno: birra a me, vino a lui.
Ecco tutto.
— Io non posso soffrirla la birra — borbottò Galosso. — Mi fa nausea
perfino l’odore.
— Non è che questo? Andrò a bere sotto la pergola.
— Vi farete pungere...
— Da chi?
— Dalle vespe.
— Meglio cento vespe che un sol calabrone!
— Ah sì! E chi sarebbe sto calabrone? Io, eh? E voi, sapete cosa siete
voi?
— Chetatevi! Sempre le furie...
— Sapete cosa siete?
— Andiamo, andiamo; non capite che parlo per celia?
— Siete un... un... un...
E chi sa qual epiteto avrebbe inventato l’iracondo Galosso, se proprio
in quel punto non fossero entrati l’oste col lume, e Roberto Duc
seguito dal suo servitore.
Roberto ricambiò con disinvoltura il saluto ossequioso dei presenti,
poi tolse dalle mani di Giuseppe due bottiglie e le posò sulla tavola.
Tomatis e Galosso si chinarono a esaminarle: erano singolarmente grosse
e panciute, coperte di ragnateli e di terriccia.
— Dunque? — disse Roberto, dopo aver fatto cenno al servitore che se ne
andasse. — Cosa vi pare?
— Roba vecchia — mormorò il maestro, — roba veneranda.
— Il turacciolo è sano — osservò l’oste.
— Sanissimo — confermò il segretario. — Ma non si può giudicare senza
assaggiare. Un cavatappi, presto!
— Un momento, un momento! — esclamò Roberto, mettendosi a sedere. — La
provenienza, per bacco! Non volete sapere donde provengono? È una cosa
curiosa. State a sentire. Stamane, uno degli uomini che adesso stanno
riattando la mia cantina, mi venne ad avvisare che in un certo punto il
muro pareva molto leggiero. Andai a vedere. Infatti i colpi di martello
suonavano come su corpo vuoto. Io pensavo: che sarà? Il capomaestro, il
fittaiuolo, i muratori, i contadini, chi diceva una cosa, chi ne diceva
un’altra. Alla fine cadde un mattone, si trovò un vano, e in fondo al
vano queste due vecchiette.
Galosso e Tomatis guardavano intentamente Baino, che lavorava col
cavatappi. Lucia aveva già portato i bicchieri.
— Attenti! — disse Tomatis, tenendo una mano in aria con le dita tese e
allargate, — Adesso vedremo con chi abbiamo da fare...
L’oste mescè bellamente un liquido chiaro e scolorito, che parve anche
privo d’ogni forza e d’ogni aroma.
— Ehm! — fece Galosso, dopo averlo odorato. — Ma sarà poi vino?
— E cosa volete che sia? — disse Baino.
— Cosa volete che sia? — ripetè con maggior forza Tomatis.
— Così a prima vista si direbbe gazosa — susurrò l’ostessa.
— Non dite sciocchezze — bofonchiò Galosso. — La gazosa a quel tempo
non era ancora inventata.
— Di grazia, a che tempo? — domandò il maestro.
— Al tempo... dei tempi.
— Già. Oh già, già. Ma precisate un po’ se potete.
— Potrei, potrei... ma non voglio.
Discutevano così vanamente, puerilmente, combattuti dalla bramosia di
gustare il liquore misterioso e dall’apprensione d’un possibile errore.
Vedendo che nessuno si serviva, Roberto prese un bicchiere, gustò, fece
col capo un atto di consenso e lo vuotò in due sorsi.
— Ebbene, ebbene, ebbene? — chiesero tutti con gran curiosità.
— Poh! non c’è male — rispose Roberto.
— Davvero? — disse Tomatis. — E che vino è?
— Chi lo sa!
Baino assaggiò, meditò, sentenziò:
— Vin di Sardegna.
— Sicilia, Sicilia — mormorò Galosso, annusando più che assaggiando.
— Spagna! Io dico Spagna! — esclamò Tomatis, dopo aver sentito il
sapore. — Oh mi ricordo benissimo! Ne ho bevuto l’anno passato,
quando monsignor Bodrero, per sua bontà, m’invitò a pranzo. Mi ricordo
benissimo: alle frutta egli si voltò a un servitore e gli accennò che
portasse una certa bottiglia, e...
— Era vin di Sicilia — interruppe il segretario.
— O questa è curiosa! Cosa volete sapere voi che non eravate presente?
— Me l’ha detto il sindaco.
— Ma se non c’era neanche lui!
— Sì che c’era.
— No che non c’era!
— Basta, basta! — esclamò Roberto, imponendo silenzio. — Cosa andate a
cercare? Spagna o Sicilia o Sardegna, fatto sta che è bevibile.
— Dunque beviamolo — disse Tomatis, sorbendo adagino adagino.
— L’importante è che non sia veleno — barbugliò Galosso.
A queste parole, Roberto, Tomatis e Baino dettero in una gran risata.
— Heheh! — fece il segretario impermalito. — Non c’è da fidarsi. Alla
fin dei conti questo è un liquido molto... molto stagionato; e scoperto
in una casa antica. In fatto di veleni gli antichi non scherzavano,
ne avevano dei potentissimi. Queste sono cose conosciute, cose che si
leggono nei libri...
— Ma io — gridò il maestro, — non ho mai letto che i veleni
s’imbottigliassero come il vin santo, nè che si tenessero al fresco in
cantina!
— Eh diavolo! — soggiunse Roberto, fingendosi offeso. — E poi non
discendo mica dai Borgia, per quanto io sappia!
Galosso protestò subito calorosamente che non aveva nessuna intenzione
di far ingiuria nè al signor Duc nè alla sua spettabile famiglia. E, a
conferma, buttò giù due bicchieri l’un dietro l’altro.
L’oste e il maestro seguirono coraggiosamente e reiteratamente il suo
esempio.
D’improvviso Tomatis balzò nel mezzo della stanza, alzò prima un
ginocchio, poi l’altro, fino al mento, e tornò al suo posto dandosi una
fregatina di mani.
— Cosa c’è? — chiese Galosso.
— Eh niente, niente.
— Dite su: v’ha già dato alla testa?
— No, ma non vorrei abusare, non vorrei eccedere...
— Oh oh oh! Un bevitore esercitato, un beone...
— Un beone io? Dite un ubbriacone, addirittura! No, no, sto sempre
nei limiti, io. Ed è appunto per questo che... Sentite, supponiamo
che questa roba così buona, invece che a bicchieri si dovesse bere a
bicchierini, a bicchierini da rosolio, per esempio, e capirete che...
— Quante storie! — interruppe Galosso. — Io non mi sono mai sentito
così bene.
— Anch’io, per diana! — gridò l’oste, servendo intorno.
Quando la prima bottiglia fu vuota, Roberto accennò a Baino di sturare
la seconda. E seguitarono a mescere e rimescere senza verun riguardo.
Parlavano tutti insieme; andavano tutti d’accordo nel lodare il buon
liquore; e tutti, chi più chi meno, cominciavano ad avvertire i primi
sintomi dell’ebrietà. Ma era una ebrietà lene e gentile. Il liquido
sottile mordeva e blandiva il palato; bruciava e lusingava la gola;
ungeva, a guisa d’olio finissimo, i perni e le girelle del pensiero;
moveva il meccanismo della parola; diffondeva per tutte le fibre uno
spirito arcano. E l’anima anch’essa godeva come il corpo: partecipando
ai suoi moti, alle sue vibrazioni, ai suoi scatti; si alleggeriva,
si aggrandiva, s’infervorava; e tutto questo era delizioso oltre ogni
dire.
Tomatis, di sua natura assai posato e flemmatico, si ringalluzzì tutto
e acquistò una parlantina viva e simpatica.
Galosso, di maniere così bisbetiche e d’indole tanto burbera che in
paese gli avevano messo il soprannome di Pietro-Muso, si addolcì, si
esilarò, e cominciò anche lui a chiacchierare come una donnicciuola e a
gesticolare come un burattino.
Baino, un omaccio con cui non sempre si poteva discorrere, cianciava,
gestiva, beveva con un garbo molle e riposato, che aveva un non so che
d’infantile.
Roberto, alla cortesia e benignità naturali, aggiungeva quella sera
una longanimità, una pazienza mirabile: dava retta a tutti, sorrideva
di tutto, tollerava modi insolitamente famigliari; e non mostrava
d’accorgersi che mani indiscrete e d’una nettezza un po’ dubbia si
posavano a ogni momento sulle sue, e gli palpavano le braccia, e gli
brancicavano i panni.
— Viva il signor Duc! — esclamava Baino, ex-soldato e patriotta. — E
viva l’Italia!
— Viva il signor Duc e viva il suo vino! — diceva invece Galosso, con
gli occhi scintillanti e la faccia piena di contrazioni gioiose.
— Ecco — così ragionava Tomatis, alzando il bicchiere e opponendolo al
lume: — chi volesse parlare un po’ bene, dovrebbe dire che il signor
Duc ha ritrovato il nettare, cioè il vino scelto, il vino di bottiglia,
lo sciampagna di Giove e degli altri Dei!... Ma più che un vino, io
credo che noi stiamo bevendo un... un... Eh, giurabbacco, aiutatemi
voi! Signor Duc, mi raccomando: lei le sa queste cose. Noi stiamo
bevendo un...?
Roberto si strinse nelle spalle.
Il buon maestro raggrinzò la fronte, torse gli occhi, battè le nocche
sulla tavola, e poi ripigliò trionfante:
— Io credo che noi stiamo bevendo un liquor magico, propriamente
magico; ciò che i pagani chiamavano un filtro... anzi, un elisire...
— L’Elisir di lunga vita — suggerì Baino.
— L’Elisir d’amore — disse Roberto.
— L’Elisir d’amicizia! — esclamò Tomatis, che brillava tutto. — Poichè
noi siamo amici, noi. Viva l’Elisir degli amici! Peccato non averne una
brenta.
— Bravo! — gridarono tutti. — Bravissimo!
— Io spero — disse Baino, commosso — che continuerete a onorarmi, a
onorarmi sempre... di giorno e di notte.
— Ma sempre, ma sempre! — rispose Tomatis, levandosi in piedi. — Questo
d’ora in poi sarà il luogo sacro, il tempio dell’amicizia.
— L’amicizia è una cosa veramente straordinaria — osservò Galosso.
— E divina — aggiunse Tomatis, porgendo la mano al suo intrinseco.
— Dunque siamo intesi? Ci raccoglieremo sempre qui, tutti qui... Che
bella cosa! Che Cavallo Grigio d’Egitto! Questa diventerà l’osteria dei
Quattro amici. Quattro, sempre quattro, cioè tre più uno. Quest’uno è
lei, signor Duc. L’ultimo arrivato. Ehi, ehi! ma non sarà mica il primo
a partire? Non gli verrà mica lo sghiribizzo d’andarsene via? Vorrei
veder questa!
Roberto tentennò mollemente il capo, e fu applaudito come per un bel
discorso.
— Ah no! — seguitava a cantare il maestro. — Lasciarci in asso poi no!
Lei non è degno di stare in città... Voglio dire: la città non è degna
d’averlo. Lei è una brava persona. Ha un cuor tanto fatto... un cuore
di Cesare... di Pompeo il Grande. Un gran cuore e una bella mente.
Sicuro, una mente lucida, osservatrice. Resti con noi. Qui troverà da
studiare e da divertirsi. Lei ha viaggiato... Oh! Creda a me: non fa
niente bisogno di andare fin
Nelle orientali Indie felici,
Poste di Persia ne’ liti amici
come dice un nostro poeta, per... Dov’ero arrivato?... Ah sì! Lei è un
uomo superiore a ogni eccezione; resti con noi, e un bel giorno noi,
tutti d’accordo, le procureremo una bella soddisfazione.
— Scommetto che ha già indovinato — disse Galosso.
— Oibò! — esclamò Tomatis. — Come volete che faccia a indovinare? È
troppo modesto. Santa Caterina da Siena diceva: «_Quando si parla bene
di voi, non si parla di voi_».
— E cosa significa? — chiese Roberto.
— Significa... Ma non gli state tanto a ridosso! Lasciatelo dire.
— Ma cosa volete che io dica? Se non ho ancora capito...
— Faccia un po’ il piacere — ripigliò il segretario. — Com’è possibile
che non si sia accorto... Insomma oramai l’abbiamo tutti in tasca, caro
lei.
— Ma cosa? Ma chi?
— O bella! Il sindaco presente. E appena sarà andato al diavolo...
Lasci fare a noi... Qui in paese tutti ricordano ancora che il suo
signor padre è stato nostro consigliere per quattordici anni...
— Tredici più uno — mormorò il maestro.
— Per quattordici o quindici anni, e quindi...
— Giusto, giustissimo! — interruppe l’oste.
— E noti, signor Roberto, che dopo il consiglio sempre veniva a far
colazione qui. Sedeva a questa tavola, domandava un brodo caldo, due
uova al tegame, vino, frutta e formaggio. Mi pare ancora di vederlo...
Povero signore! Non poteva soffrire le mosche, lui. Quando ne trovava
nel piatto, non diceva verbo, faceva una smorfia e dava tutto al cane.
— Bei tempi quelli! — sospirò Tomatis. — Bei tempi! Patriottismo,
aspirazioni, cose grandi e sublimi. L’indipendenza d’Italia si chiamava
un sogno, eppure s’è avverata. Bei tempi.
— Tempi che non torneranno più — gemette Galosso, con le lagrime agli
occhi, — mai più, mai più...
— Torneranno, torneranno — disse Baino, con la voce alterata anche lui.
— Li faremo tornare noi, noi quattro. Ma bisogna tenersi uniti.
— Viva l’unità! — gridò Tomatis, rianimandosi.
— L’unità è fatta — disse Galosso; — e cosa fatta capo ha. Pensiamo a
noi, pensiamo all’avvenire e... e concludiamo.
Baino diè di piglio alle due bottiglie, le pesò, le scrollò, le depose.
— Vuote — diss’egli. — Farò portare del mio...
— Niente, niente, niente! — gridarono, a una voce, Galosso e Tomatis. —
Concludiamo.
— È fatto — disse Baino. — Siamo uniti.
— Per sempre? — domandò Tomatis.
— Per l’eternità — rispose l’oste.
— Per l’eternità? Cosa diavolo?
— Avete paura di morire?
— Che! Niente paura... Solo vorrei sapere, vorrei essere proprio
sicuro...
— Che c’è un’altra vita? — susurrò Galosso.
— Questo me l’hanno detto e ripetuto quando ero ragazzo; i preti
ne parlano sempre; e i galantuomini ci credono, o fanno come se ci
credessero. No, no, lasciamo andare.
— E dunque? — disse Roberto.
— Vorrei esser sicuro di ritrovarvi...
— Nella valle di Giosafatte, il dì del giudizio? E perchè no? Fisseremo
l’ora e il punto, tutto.
L’oste pigliò il maestro per una manica, lo tirò a sè:
— Sentite, Tomatis, voi siete il più vecchio, voi partirete il primo...
— Gli anni non contano — interruppe Tomatis, liberandosi con una
stratta. — Oggi a me, domani a te, o viceversa. Storie! Ricordatevi
bene: non bisogna mai far pronostici, mai e poi mai!... Or via...
Torniamo da capo. Dunque ecco qui: noi dobbiamo promettere...
— Noi dobbiamo giurare — corresse Galosso.
— Noi dobbiamo giurare di non dividerci più. Ora supponiamo che uno di
noi se ne vada al mondo di là, gli altri, nel termine di...
— Adagio — esclamò Baino. — Prima d’impegnarsi, sarà bene stabilire
esattamente tutte le condizioni.
— Avanti, avanti! — disse Galosso. — Nel termine di quindici giorni, va
bene?
— Diavolo! mi pare un po’ poco! — osservò Roberto, ridendo.
— E la famiglia? E gli affari? — disse Baino, impensierito.
— Un mese? — ripigliò Galosso. — Quaranta giorni?
— Tre mesi — rispose Roberto; — mettiamo tre mesi. State tranquilli,
quello che arriverà prima in paradiso, non si annoierà di certo: tante
cose da vedere, tanta gente da salutare, tanti santi da riverire...
— Bene — disse Tomatis; — ora gioverà il ricapitolare brevemente ciò
che dicemmo sin qui.
— Perchè? — esclamò Galosso. — È una cosa tanto semplice, tanto
naturale...
— Ho detto: brevemente, ricapitolare brevemente. Non volete? Tiriamo
via... Dunque siamo intesi? Se uno di noi muore, gli altri non lo
lascieranno solo lassù, o laggiù, più di tre mesi. È chiaro?
— Come la luce del sole — rispose Roberto.
— Non occorre altro — aggiunse Galosso.
— E birba chi manca! — gridò Baino, stendendo la destra.
Una delle bottiglie, urtata nel collo, cadde sulla tavola, e rotolò
verso l’orlo; Galosso allungò le mani per fermarla e buttò giù anche
l’altra: tutte e due scoppiarono in terra.
— Ecco — disse Roberto: — unite in vita, unite in morte!
Ma Galosso, Tomatis e Baino si guardavano in viso l’un con l’altro,
pallidi e sbalorditi. In quel silenzio mortale, s’udiva russar
l’ostessa, addormentata sur un panchetto in cucina. I minuti volavano.
Alla fine il maestro alzò lentamente il capo, fissò gli occhi sulla
parete di fronte e, senza saper più quel che si dicesse, articolò:
— _Mane, Techel, Phares._