La mattina dopo, Roberto si svegliò assai presto, ma invece di alzarsi,
stette ancora un poco in letto a rimuginare su ciò che gli era successo
la sera innanzi. Che sera strana! Che moltiplicità di sensazioni!
Che matta alternativa di audacie e di timori! No, non si sarebbe
mai creduto così instabile, così leggiero! Se il buon chiattaiuolo
non gli avesse dato il modo di difendersi, chi sa per qual trafila
d’impressioni sarebbe ancora passato prima di giungere a casa! Invece,
appena voltate le spalle alla chiatta, s’era sentito pienamente
rassicurato e rasserenato. Che galantuomo quel Michele Masino! S’era
esibito d’accompagnarlo con tanta spontaneità! Gli aveva offerto così
bonariamente di alloggiarlo nella sua casetta! In contraccambio egli
non l’aveva neppure ringraziato! Era però sempre a tempo. Quel giorno
stesso, riportandogli l’arma, avrebbe cercato di rimediare al mal fatto
con l’offerta d’un dono.
Che dono?... Uno schioppo a due canne nuovo e moderno? Ehm! Michele
pareva così innamorato del suo vecchio archibuso, che forse non
l’avrebbe nemmeno gradito. Un orologio d’argento? Un bel cappello? Dei
panni da inverno?... Ma che cappello! Che panni! Denaro. Sicuro, era
molto più semplice e più opportuno soccorrerlo di denari sì ch’egli
potesse procacciarsi quanto gli mancava.
Ma qui si trovò in un altro imbarazzo: non doveva far le cose con
gretteria, ma non voleva neppure mostrarsi troppo largo ed esagerato
donatore. Vedeva il chiattaiuolo intascare la sommerella, ridendo
sotto i baffi; e, partito lui, dire poi alla figlia: — Poh! quel buon
signore deve avere avuto una bella paura! — E magari si fosse limitato
a far questa osservazione in famiglia, ma chi sa se non l’avrebbe poi
ripetuta ad altre persone, spargendo a suo carico voci punto gloriose.
Bisognava andar cauto, e far sì che il compenso fosse adeguato al
servizio.
Mentre si vestiva, gli venne un pensiero: — Interrogherò destramente il
mio uomo, e mi regolerò secondo le sue risposte.
Scese nel salotto per far colazione.
La posta era arrivata, il giornale era già sulla tavola. Giuseppe entrò
col vassoio, e gli domandò come avesse passata la notte.
— Bene — rispose Roberto, servendosi.
— Son contento, ma n’ero sicuro; infatti così ho risposto a chi mi ha
chiesto di lei.
— Se c’è stato qualcuno a cercare di me, hai fatto male a non
avvertirmi.
— No, non a cercar di lei, ma a domandar sue nuove. Era ancor presto.
E poi, si tratta d’una persona che lei non conosce. Perchè qui è un po’
come a Torino: tutti conosciamo il Re e la Corte, ma essi non conoscono
noi. I contadini e le contadine...
— Ma com’è possibile che una persona che non ho mai visto...
— Non dico questo: l’avrà vista e anche guardata, perchè merita la
pena. E come! L’avrà anche guardata, ma non al Fortino, ch’io sappia.
Quand’essa viene, lei è ancor sempre a letto.
— Ma insomma si può saper chi è?
— Sì signore. È una bella ragazza, fresca come una rosa, bianca e linda
come il bucato. Infatti la chiamano la _Marchesina_. Però è figlia d’un
pover’uomo, che fa il pescatore e traghetta la gente dall’una all’altra
riva di non so più che acqua.
— La Baraschia forse?
— Sarà benissimo.
— E viene qui spesso?
— L’uomo? No signore.
— La ragazza, la ragazza!
— La ragazza sì, di tanto in tanto, a vendere le trote.
— Basta, va pure.
Il servitore ritornò in cucina. Roberto continuò a centellare il suo
caffè e latte con gli occhi sul giornale. — Dunque la figlia di Michele
veniva al Fortino? Be’, questa era una cosa semplice e ovvia, non c’era
da farsene maraviglia... Quella mattina aveva domandato di lui? Sì, ma
come? Incidentalmente, mentre spacciava i suoi pesci? Oppure era venuta
apposta per sapere com’egli avesse compiuta la gita?... E se mai, era
il padre che l’aveva mandata? O non aveva invece ubbidito a un impulso
pietoso e gentile?
Giuseppe poi l’aveva chiamata _bella_. Così per modo di parlare? O
perchè era tale davvero?
Tutto questo avrebbe voluto sapere, ma non parendogli conveniente
richiamare e interrogare il servitore, guardava fissamente in un punto,
e or sorrideva, ora aggrottava le ciglia e increspava la fronte, come
chi agita nella mente diversi pensieri.
Intanto Tadò ustolava a destra; la gatta miagolava a sinistra; le
galline giravano intorno irrequiete, allungando il collo e arruffando
le piume.
Dopo un poco, Roberto s’impazientì, si alzò e, attraversando un altro
salotto, si affacciò all’uscio che metteva in giardino. Le rondini, che
avevano i nidi sotto il terrazzino, andavano e venivano senza posa, e
così vicine ch’egli sentiva nel viso il ventolino delle loro ali.
Si ritrasse subito perchè lo seccavano anche le rondini.
— Sicuro — pensava, risalendo in camera, — compenserò il padre, ma
perchè non offrirei un piccolo pegno di gratitudine anche alla figlia?
Essa si è pur disturbata per venir a veder se ero incolume!
Frugò in una cassettina ove teneva gli spilloni da cravatta, i bottoni
gemelli, gioie e gingilli: vi prese un anellino d’oro, che portava
qualche volta nel mignolo, e lo ripose in una scatoletta, fra un po’
di cotone, dicendo tra sè: — È poco, ma pregherò la _Marchesina_ di
accettare il buon cuore...
L’idea gli parve così bella e gentile, che per metterla più presto a
effetto volle desinar prima del solito.
Quando fu attaccato, montò nel calessino, e non solamente si mise
accanto lo schioppo che doveva riportare, ma nascose sotto il cuscino
la sua rivoltella, per non trovarsi disarmato al ritorno.
Dal Fortino alla chiatta di sant’Antonio la strada scorre facile e
piana in un aperto e benedetto terreno, nel quale i campi e i prati
paiono orti e giardini.
Il vago spettacolo campestre, illuminato da un limpido sole, il profumo
di verdura e di fiori, la quiete solenne componevano a soave mestizia
il cuore di Roberto. Perfino il macchione della Vernea aveva in
quell’ora qualche cosa di lieto e di ameno: pareva più fatto per servir
di momentaneo nido agli amanti, che per dar ricetto ai banditi.
Arrivato alla chiatta, Roberto smontò. Michele uscì tosto dalla
casupola e gli si fece incontro salutando garbatamente, ma senz’ombra
di servilità o d’affettazione.
— Ecco — diss’egli, porgendo a Roberto l’orologio e il portafogli: —
qui c’è quanto mi ha consegnato ieri sera.
Roberto, a sua volta, gli restituì lo schioppo: poi si guardarono in
viso sorridendo, come per confermare la conoscenza.
— Dunque è andata bene? — riprese il chiattaiuolo. — Nessun affronto,
nessun dispiacere...
— Niente! — esclamò Roberto. — Non ho visto un’anima. Del resto ero
pronto. In grazia vostra...
— Stamattina — interruppe Michele, dopo aver appoggiato lo schioppo
a un tronco, — sono passati di qui i carabinieri. Non erano ancora le
sei. Io ero seduto là su quell’arginetto e rassettavo un bertovello. Il
maresciallo mi vede e mi dice: — Notizie? — Rispondo: — Dove volete che
vada a pescarle? Datemene voi, se ne avete. — Ma che le pare? Faccio
il chiattaiuolo, io; non la spia e neanche lo sbirro. I birboni tocca a
loro a scovarli, che Sua Maestà li paga proprio per questo.
Roberto squadrava il chiattaiuolo e diceva tra sè: — Veste pulitamente,
ma nè più nè meno come gli altri campagnuoli: posso, senza soggezione,
offrirgli denaro per comprar reti da pesca, munizione da caccia o che
altro gli sarà più di piacere.
— Ora — — continuò forte, — mi dovete dire se posso far qualche cosa
per voi, qualche cosetta. Parlate pure.
Michele lo considerò un momento e tentennò il capo.
— Scusate — soggiunse Roberto, — ma non avreste per caso un impegno,
un debituccio che vi scomoda pagare? Convengo che la domanda è un poco
indiscreta...
— Dovevo quindici lire allo speziale di Casaletto e gliele ho date ieri
mattina.
— Bene, tanto meglio. Io però non posso dir così. Io ho un obbligo con
voi; un obbligo grosso... Posso quasi dire che vi devo la vita.
A queste parole Michele dette in una gran risata.
— Ci vuol altro! Ci vuol altro! Tiri via, non dica fandonie, per
carità... La ringrazio tanto, ma... Hm! con l’aiuto di Dio mi guadagno
il pane lavorando, e non ho mai chiesto un soldo a nessuno.
Roberto, un po’ sconcertato, volle scusarsi dicendo che non pretendeva
di fargli l’elemosina, nè voleva sapere dei fatti suoi, ma il
chiattaiuolo alzò la voce:
— Finiamola con queste storie! Sì signore, vivo nei boschi come un
orso, ma conosco i miei doveri verso Dio, verso il prossimo e verso me
stesso. Dunque non occorre altro.
Vi fu un silenzio. Roberto teneva la mano in tasca e palpava la
scatoletta destinata alla ragazza.
— E vostra figlia? — diss’egli finalmente. — Che fa di bello vostra
figlia?
— È andata a Riverasco a far le provviste. Qui, come lei vede, non ci
sono botteghe e mangiare bisogna.
— Non avete paura che s’incontri nel _Calabrese_?
Michele pensò un poco, poi contrasse le sopracciglia, dando ai suoi
occhi chiari una molto fiera guardatura.
— Il _Calabrese_ sa che Susanna è mia figlia — diss’egli, — e che con
me non si scherza.
— Dunque a rivederci — mormorò Roberto, rimontando nel legno e
ripigliando le redini.
— A rivederla... Ah, un momento! Scusi tanto, ma lei mi deve ancor
cinque soldi: i soldi del passo che non ha pagato ier sera.