X.

Durante l’estate, la corrente della Baraschia si riduce quasi sempre

così umile e bassa, che i barconi posano sul fondo, il tavolato

congiunge le rive, e la chiatta fa semplicemente da ponte.

La strada vi corre diritta, ma tanto o quanto in pendenza. Roberto

ritenne le redini e guardò attorno: così al barlume, vide là a destra

un poco di rialto, e su quello, circondata da un riparo fatto con

fascine e prunami, una scura casupola, con la scaletta di fuori e tutta

addobbata di pampani.

Il chiattaiuolo si avvicinava lentamente, portando una lanterna. Era

sulla sessantina, alquanto curvo dalle fatiche e dagli anni, ma vegeto,

franco e robusto; aveva gli occhi fortemente incassati, sopracciglia

folte e aggrottate, lunghi mustacchi pendenti: una fisonomia austera,

ma nel tempo stesso piacente e affettuosa.

— Lei vuol passare? — diss’egli.

— Naturalmente — rispose Roberto.

— Hm!...

— Non si può?

— Altro.

— E dunque?

— Passi, ma stia all’erta.

— Cosa c’è?

— Non ha mai sentito nominare il _Calabrese_?

Roberto saltò a terra.

— L’avete visto?

— Mezz’ora fa era lì, proprio dove lei mette i piedi.

— E adesso?

— E adesso... adesso... Chi sa? forse si sarà rintanato nel macchione...

— Che macchione?

— Il macchione della Vernea, che è folto e profondo. La strada di

Casaletto lo rasenta quant’è lungo.

— Ho capito. E allora... Sentiamo: che mi consigliate?

Il chiattaiuolo indugiò un poco a rispondere; intanto il tuono brontolò

fioco, indistinto.

— Un consiglio? — riprese poi. — Hm! Dirò... così subito... Insomma

Venturino è un diavolo scatenato, un vero Satanasso. Quando lo vedo,

penso a quegli altri che ci facevano dannar l’anima laggiù nell’Italia,

al tempo del brigantaggio: Ninco Nanco, Crocco, Caruso... tutta

una maledetta progenie da capestro... Ero nei cavalleggieri, io...

Venturino non mi ha mai dato noia, anzi mi fa l’amico. Mi chiamo

Michele Masino: lui mi chiama Michelino. Ma certi amici è meglio

perderli che trovarli... Stasera mi diceva: — Guarda, Michelino, sono

sprovvisto di tutto, non ho più un soldo; così guai a chi mi dà nelle

unghie! — Precise parole. Perciò, quando ho visto lei, ho detto subito:

— Qui bisogna dir tutto, in buona coscienza: uomo avvisato, mezzo

salvato. E adesso vuol essere accompagnato? Son qua io. Vuol rimanere?

Là c’è il mio tugurio; in questa stagione una notte è presto passata.

Roberto si voltò macchinalmente verso la casupola: l’uscio era aperto;

una donna andava e veniva in una mezza luce sanguigna.

— Vostra moglie? — chiese a Michele.

— Oh! mia moglie! Sarebbe bene che l’avessi! Ma... è morta quattr’anni

fa. Quella è mia figlia che prepara la cena.

Dal luogo dov’era, Roberto non discerneva nè i lineamenti del viso nè

la forma del corpo: la figlia del chiattaiuolo poteva essere attempata,

contraffatta, brutta come la versiera; egli se la figurò invece giovane

e bella; subito, come per incanto, si sentì rinvigorito, rimbaldanzito,

novamente pronto ad affrontare il pericolo.

— Animo! — esclamò sorridendo: — qui ci vuol risoluzione e non perdersi

in tanti dubbi.

— Cosa pensa di fare? — chiese Michele.

— Tirare avanti.

— Solo?

— Solo e inerme... Cioè no! Fatemi il piacere: imprestatemi un

falcetto, un’accetta, un randello...

Michele corrugò la fronte, pensò; poi, appesa la lanterna a un palo, si

avviò verso casa.

Tornò di lì a un momento, maneggiando un lungo schioppo.

— Ecco — diss’egli, — è ancor quello che mi ha lasciato mio padre. Una

buon’arma. Per diana se è buona! Non fa cecca mai, neanche d’inverno.

La canna è di quelle che si chiamavano _Lazarine_; è tutto dire. Adesso

non se ne vedono più. Non l’ho mai voluto imprestare a nessuno... ma

a lei... in questo frangente... Insomma lo tenga, se ne serva a suo

piacere.

— Ve lo riporterò domani...

— A suo comodo.

— Domani, domani... Se però quel demonio non mi prende a tradimento.

— Stia in guardia.

— In ogni caso vi lascio in pegno il mio orologio, il portafogli...

— No in pegno, in custodia.

In quel momento l’ombra femminile comparve sull’uscio. Roberto disse

forte:

— Buona sera! — e risalì speditamente nel legno.

Il cavallino brioso balzò avanti, la ghiaia sgrigliolò sotto le ruote,

il tavolato risonò cupamente; poi una viva folata di tramontana portò

via ogni rumore.

— Attenzione! — mormorò tra i denti Michele, piantandosi in mezzo alla

chiatta.

Il tuono minacciò ancora, da lontano... Il vento agitò di nuovo le

frasche... Un ciottolo si staccò dalla riva, rotolò, diede un tonfo...

Un uccellino, ghermito nel sonno da un rapace notturno, si dolse e

tacque...

Il chiattaiuolo ascoltava senza fiatare, senza batter occhio.

Dopo qualche tempo crollò il capo, fece un gran respirone, e tornò

passo passo verso la casa.

Dalla soglia, al lume d’una lucerna che ardeva sul desco, vide sua

figlia in ginocchio, col capo devotamente chino sul petto.

— Ah! — fec’egli — bene, bene, prega pure... Non so chi sia, ma mi ha

l’aria d’un bravo signore. Non è stato affrontato finora, e, se Dio

vuole, non lo sarà più; oltre il macchione la strada è libera... Adesso

vediamo: cosa mi dai da mangiare?

La falce - Punizione - L'enigma · 第 15 / 46 题