La notizia della ricomparsa del _Calabrese_ (che tutti credevano
rifugiato in Francia da più di un mese) era stata portata al _Cavallo
Grigio_ la sera prima da un barocciaio venuto ad albergare.
L’oste, il segretario, il maestro, avevano poi fatto a gara nel dare a
Roberto le informazioni più curiose e più truci.
Mauro Venturino, nato fuori di legittimo matrimonio, e abbandonato
dai suoi, aveva cominciato a rubare di quando in quando e poco per
volta ai possidenti di Riverasco, di Casaletto, di Bornengo e d’altre
terre vicine, facendosi via via sempre più audace, finchè, colto in
flagrante mentre tentava un furto assai grave, era stato bastonato e
lasciato per morto. Appena guarito, il giorno stesso il cui era uscito
dall’ospedale, aveva trovato il modo di freddare con una coltellata il
suo percussore.
Dopo s’era buttato alla campagna, continuando a infamarsi di ladronecci
e di omicidi. In due anni aveva ucciso quattro persone; fra queste
una bellissima ragazza di Riverasco (sua innamorata d’un tempo),
ch’egli credeva inclinata a tradirlo. Cercato, ricercato, inseguito,
trovava scampo nei boschi, o ricovero presso i contadini, i quali tutti
sapevano come non minacciasse mai invano e sempre pagasse a misura di
carbone.
Baino e Galosso, secondati dal barocciaio e da due oziosi del paese
venuti a bere un bicchiere, avevano poi cominciato ad andar per le
lunghe, a diffondersi intorno a certe minuzie oscene e crudeli, e ciò
forse a malizia, col fine di sbigottire Roberto; però non avevano fatto
altro che noiarlo e spingerlo a ritirarsi un po’ prima del solito.
— Ma come mai ho potuto dimenticar tutto questo! — diceva tra sè, ora
che le cose udite gli tornavano in mente fosche e fastidiose.
Ben presto lo assalì la paura d’aver paura: cessò di far schioccare
la frusta, e prese a guardare intorno se apparisse qualche figura
sospetta, qualche faccia proibita, qualcheduno che rassomigliasse al
ritratto di Venturino fatto da Galosso: un giovinastro membruto, di
colore ulivigno, con occhi vivi, furbi, feroci, barba e capelli crespi
e nerissimi... Un calabrese, anzi un brigante delle Calabrie in tutto e
per tutto.
E che fare quando questo accadesse, quando lo vedesse sbucar da una
siepe o saltar fuori da un fosso, in carne e ossa, armato fino ai
denti?
Che fare, Dio santo?
Frustare il cavallo alla disperata e cercar di fuggire?... Ma, e se
colui trovava il modo di contrastargli, d’impedirgli la fuga?
Cedere senz’altro e consegnare quanto avea nelle tasche?... Ah no!
Questo no! Anche perchè la sua sommissione, per non dire vigliaccheria,
forse non gli avrebbe nemmeno salvata la vita.
Dunque?... Dunque meglio portarsi da uomo, resistere, difendersi,
cercar di respingere l’assassino. Respingerlo e sopraffarlo, perdinci!
Non aveva forse sentito dire più d’una volta che l’aggredito ha sempre
un certo vantaggio sull’aggressore? Quale vantaggio? Non ricordava più,
ma questo non era il momento di raziocinare, di beccarsi il cervello:
bisognava star sull’avviso e prepararsi a battaglia.
Ecco l’uomo: — O la borsa o la vita! — Finger subito di spaurirsi.
Fingere di ubbidire all’intimazione, e lasciarlo venire. Appena a
tiro, giù una frustata sul viso, sugli occhi... poi addosso. Coraggio,
avanti, a corpo a corpo, alla gagliarda! L’uomo è in terra, disarmato,
domato, legato... Sì, anche legato, e perchè no? Con un po’ di
fortuna...
La notizia della cattura si sarebbe sparsa in poche ore. I giornali
avrebbero riferito il fatto, encomiando il suo ardimento. Immaginava
le interpretazioni, le chiacchiere degli amici: la maraviglia e la
contentezza dei veri, l’incredulità e il dispetto dei falsi...
Però che imprudenza avventurarsi solo e inerme in luoghi così
disabitati! Perchè non aveva condotto Giacomo? Perchè non aveva presa
la sua buona rivoltella?
Andava avanti di trotto serrato, sbirciando i tronchi, le macchie, i
cespugli; e alla fine si accorse d’entrare in un bosco.
— Ci siamo! — pensò, con un rimescolamento più vivo e più forte.
L’incontro, o per dir meglio, lo scontro, gli parve in quel momento
così prossimo, così inevitabile, ch’egli si eresse, strinse i denti,
spalancò gli occhi, cercò di tener ferme ed unite tutte le potenze
dell’animo.
Traversò una piantata di pioppi, passò sotto un’oscura volta frondosa,
sboccò in una larga radura; e, quando meno se l’aspettava, si trovò di
contro la chiatta di sant’Antonio, nera ed immobile sull’acqua pallida
e tremula.