Fra occupazioni leggiere, fra semplici svaghi, in uno stato di quiete
e di abituale serenità, Roberto vide finire la prima settimana.
Cominciò non solo ad avvezzarsi a quella vita, ma ad assaporarne i
piaceri. Si levava di buon’ora, faceva colazione nel salotto terreno,
con l’uscio e le finestre spalancate. Entrava l’aria fresca, entrava
il sole vivificante, entrava il cane, entrava la gatta; le galline si
affollavano chiocciando e brontolando sulla soglia, poi sguizzavan
dentro alla spicciolata. Il padrone distribuiva pane inzuppato nel
latte ai quadrupedi, briciole ai volatili; con pochissimo gusto del
buon Giuseppe, a cui toccava far scomparire le traccie dell’invasione.
Data una guardata a quanto si andava facendo per risarcire il
palazzetto e la cascina, Roberto passeggiava lungamente in giardino,
leggendo il giornale, e soffermandosi di quando in quando per odorare
un fiore o per osservare una pianta, una chiocciola, un insetto.
Desinava a mezzogiorno, faceva un sonnellino, un po’ di merenda, poi
vagolava per la campagna fin dopo il tramonto.
Passata così la giornata nella massima pace, la sera andava a veglia al
_Cavallo Grigio_. Vi trovava infallibilmente Galosso e Tomatis, i quali
stavano insieme più che potevano, come amici confidentissimi, ma non
facevano altro che bisticciarsi.
Il comico ripetersi dei loro contrasti, l’arguzia saporita di certi
ragionamenti, la novità stessa del gergo paesano, divertivano molto il
giovane signore, a cui spesso pareva d’assistere a una commediola o ad
una farsa del buon tempo antico.
Verso la fine della seconda settimana, Roberto mandò Giuseppe in
città, con l’ordine di portargli lo schioppo e gli attrezzi venatori,
l’occorrente per dipingere all’acquerello, un ottimo violino, che non
aveva toccato da anni, e alcune altre cose lasciate nella fretta della
partenza e per l’incertezza dell’avvenire.
Desiderando anche di ampliare le sue cognizioni corografiche, comprò
un buon cavallino alla fiera di Bornengo; fece rimettere a nuovo un
calessino, che aveva appartenuto a suo padre, e cominciò ad andare a
diporto per i villaggi e per le cittadelle circonvicine.
Un giorno, fatto attaccare subito dopo il sonnello pomeridiano,
trottò allegramente fino a Riverasco, e vi arrivò così accaldato e
così impolverato, che decise di non tornare al Fortino per la strada
maestra, ma per un’altra meno battuta e assai più ombrosa, che egli
credeva di conoscere. Aveva passata la Baraschia sul ponte nuovo,
l’avrebbe ripassata sulla chiatta di sant’Antonio, oppure anche a
guado.
Ma l’uomo propone e Dio dispone: egli non s’era forse allontanato un
mezzo miglio dalla antica cittaduccia, quando si vide impigliato in
una rete di straducole tutte strette, dubbie e intricate così che non
trovava più la via di uscirne.
Alla fine, dopo una quantità di giri e di rigiri, potè sgusciar fuori
da quel laberinto; ma il sole era scomparso, e dopo l’afa e l’ardore
insopportabile della giornata, s’ammontavano per aria nuvoloni densi e
cenerognoli, che s’infuocavano e si spegnevano ad ogni momento. Sotto
quel cielo, la campagna deserta aveva un non so che di lugubre e di
sinistro.
Roberto non sentiva un alito all’intorno; per rinfrancarsi, per
scacciare certe fantasie che cominciavano a molestarlo, dava ogni poco
una forte frustata al cavallo. A un tratto si ricordò, si riscosse:
— Perdio! Mauro Venturino, detto il _Calabrese_, si aggirava per
l’appunto in quei luoghi...