VII.

Roberto tornava bel bello verso casa. Appena uscito di Casaletto, aveva

provato un certo ribrezzo a inoltrarsi nella strada fosca e tortuosa;

ma ben presto i suoi occhi s’erano assuefatti all’oscurità. Ci vide

meglio e si rassicurò; un calpestìo, che si sentì dietro le spalle, lo

rallegrò. I passi erano piccoli e presti: voltandosi non discerneva che

un’ombra. Un fanciullo, forse? Amava meglio immaginare una fanciulla,

anzi una bella fanciulla, alla cui difesa si sarebbe slanciato in caso

di pericolo. Che pericolo?

Fantasticò un poco, poi rise di sè. Che balordaggini! Che

romanticherie! Come in certe cose era rimasto ragazzo! Cacciò da sè

cotesti vani pensieri, alzò gli occhi verso tramontana, verso Torino,

e si maravigliò quasi di non scorgere nessun chiarore, nessun riflesso

dei lumi sparsi a centinaia per le strade e per le piazze. — Ecco —

disse tra sè: — non vedo più nulla, non so più nulla, sono come in

capo al mondo, agli ultimi confini della terra!... A quest’ora Dompè e

Di Pagno sono già al Club; Pradis è al caffè di Parigi che finisce di

desinare; e Lorenzati?... Con Domitilla, naturalmente. Non li invidio.

Cosa avranno detto di me, della mia partenza improvvisa? Niente forse.

Crederanno di vedermi tornar domani, o doman l’altro. Invece... Adagio

un po’: oggi è martedì, sono io certo di rimanere fino a sabato?...

Per il momento era pago di aver saputo fare un atto energico, pronto,

di cui non si credeva più capace, tanto si sentiva svogliato e

infiacchito. Prima di arrivare a casa si confermò ancora nel proposito

di resistere gagliardamente alla noia, che prima o poi l’avrebbe

assalito; e di prolungare quanto poteva la sua dimora in campagna.

Come fu in camera, l’idea di spogliarsi e d’entrare nel gran letto a

padiglione (che gli pareva aver qualche cosa d’un catafalco) destò in

lui un nuovo senso di freddo e d’avversione: ma fece uno sforzo sopra

sè stesso, si vinse, si coricò.

Tornò la luce. L’aura mattutina agitava leggermente le cime degli

alberi, susurrava fra il fogliame. Le passere saltellavano sui rami,

svolazzavano sul tetto, s’inseguivano in giro, si posavano in terra per

azzuffarsi o per accoppiarsi. Un bel maschio ardente e sbadato, andò a

cacciarsi dentro una persiana, e, non potendo riscappare sul momento,

prese a frullare e a stridire alla disperata. Roberto, svegliato di

colpo, alzò il capo dal guanciale e si mirò dattorno: sul palco v’era

come una sfumatura di giallo, sul pavimento una sfumatura d’azzurro;

s’indovinava il cielo sereno, il sole possente. Si rammentò che la

sera prima aveva fatto dire al capo maestro di Casaletto che venisse di

buon’ora; si vestì in fretta, e discese.

L’uomo aspettava in cortile, discorrendo con Rocco. Stabilirono subito

di restaurar bene il palazzetto; non penarono molto a convenire

nel prezzo e nelle altre condizioni del lavoro; ma discutendo i

miglioramenti che si potevano fare al resto del fabbricato, non

trovarono più la via d’intendersi. La mattinata passò senza che Roberto

se ne accorgesse: egli sentì suonar mezzogiorno quando credeva fossero

appena le dieci.

Dopo desinare, entrò nel vecchio studio di suo padre: un’assai bella

stanza circondata torno torno di scaffali, alti fin quasi al palco e

pieni di libri; ne prese uno a caso: era _Le Progrès_ di Edmond About.

Non lo conosceva. Andò a distendersi sopra una poltrona a sdraio,

ricoperta di tela d’America, ampia e comoda come un letto; aprì il

libro al capitolo nono: _Les villes et les campagnes_, dov’era un

pezzetto di carta, un segno posto forse del babbo; lesse attentamente

una dozzina di pagine, ne saltò altre venti, trovò le parole:

«_Désirez-vous vivre longtemps? Vivez à la campagne. Vous plaît-il vous

marier pour vous? La campagne! Avoir des enfants sains et robustes? La

campagne! Suivre sans distraction dans les livres, les revues et les

journaux, le mouvement de l’esprit humain? La campagne!_»

Chiuse gli occhi per meditare... e non li riaprì che dopo un’ora buona.

Si sentiva bisogno di aria e di moto; prese il cappello, il bastone e

uscì.

— Vorrei andare un po’ a spasso — disse a Giacomo, che incontrò nel

cortile. — Quanto c’è di qui alla Baraschia?

— Vuol andare al ponte nuovo, alla chiatta di sant’Antonio, o alla

palancola lunga?

— Dove si sia.

— Il ponte è lontano; di qui al ponte ci saranno tre miglia. La chiatta

e la palancola invece... Eh sì, faccia conto, che tanto all’una come

all’altra, poco più poco meno, ci sarà... ci sarà...

— Non importa; domando così per curiosità.

— Vengo a mostrarle la strada...

— No, no, voglio vedere se so ritrovarla. Non dirmi niente.

Il giovinotto girò l’occhio intorno, poi fece un fischio.

Un grosso cane, che stava accucciato a piè del pagliaio, balzò fuori e

si scosse; aveva un testone arruffato e barbuto; gli occhi nascosti tra

il pelo lungo, ruvido, misto di bruno e di grigio.

Giacomo gli andò incontro e lo afferrò per il collare.

— Prenda almeno Tadò per compagnia — diss’egli, con l’accento d’un

padre che chiede un impiego per il suo figliuolo. — È una buona bestia.

— Ma è brutto assai.

— Brutto sì, e anche testardo. Accidenti! se è testardo! Ma se vedesse

come si ficca nei pruni, come si butta nell’acqua, e come sente la

passata della lepre! Adesso non si può, la caccia è proibita, ma quando

sarà aperta... Ah! quando sarà aperta...

— È vero — pensò Roberto, — potrò anche andare a caccia... Se mi

fermerò...

— Dunque non vuole il mio cane?

— Sì, sì. Come si chiama? Cadeau?

— Tadò, signore. Su, Tadò, va col signore.

Il cane ubbidì al gesto imperioso del contadino, seguì Roberto adagio

adagio, quasi sospettosamente, fino alla strada; là si fermò, levò il

muso, fiutò l’aria, e scappò indietro verso il pagliaio.

Giacomo lo sgridò, lo minacciò, finse di volerlo pigliare a sassate.

— No, no! — diceva Roberto. — Povera bestia! lascialo stare, lascialo

stare...

— Vede! — esclamò Giacomo, alla fine, — adesso ha capito. Se lo dico!

Non gli manca che la parola. Su, Tadò, va col signore.

Tadò rimase ancora un momento a guatare il giovane, con una zampa

sospesa e dimenando timidamente la coda, poi si mosse, raggiunse

Roberto, e gli si mise alle calcagna.

— Povero Tadò — diceva rincamminandosi il nuovo padrone, — abbi

pazienza; la pace, la felicità non sono cose di questo mondo. Ma

noi faremo conoscenza, diventeremo amici. Per cominciare, stasera ti

farò servire una zuppa coi fiocchi; nessun cane dei dintorni potrà

vantarsi d’aver assaggiata l’eguale. Insomma t’invito a cena, ecco. Sei

contento?

Tadò si fermava ancora ogni tanto e girava la testa verso il Fortino;

dopo un poco cominciò a trotterellare, a balzellare; alla fine lasciò

la strada e prese a scorrere un campo di stoppie.

Invece di richiamarlo, Roberto lo seguì; si sentiva nelle membra un

vigore, una pieghevolezza veramente giovanili; andava franco, saltando

i fossi senza considerar la larghezza, passando tra i rovi senza badare

alle spine, contento quando si presentava l’opportunità di mettere

alla prova la sua forza o la sua destrezza. Era in una di quelle

ore, anzi di quelle giornate felici, in cui la vita è insolitamente

facile e lieta, lo spirito aperto alle impressioni più pure, l’occhio

acuto, l’orecchio fine; una di quelle giornate in cui pare che una

mano onnipotente vada ravvivando intorno tutti i colori, svegliando

tutte le armonie, rianimando gli esseri, abbellendo le cose, spargendo

abbondantemente la gioia e la pace.

— Ecco — pensava: — l’altro ieri avevo dentro un disgusto, una molestia

che nessuna cosa bastava a calmare; oggi mi par di rinascere! Perchè

non potrei tirar avanti così, godendo giorno per giorno quel po’ di

bene che mi è dato godere, senza rodermi l’anima, senza pascermi più

oltre d’illusioni e di sogni?

Cammina, cammina, si trovò finalmente dove la campagna cominciava

a imboschirsi; e il terreno diventando arido, disuguale, sabbioso,

mostrava non lontano il torrente che egli voleva rivedere.

Seguendo un sentieruolo, che serpeggiava tra alte macchie spinose,

giunse sul greto e vide, in mezzo a un largo letto di ghiaia e di rena,

scorrer rapida e limpida l’onda della Baraschia.

Egli andò a sedere sur un isolotto, una piccola oasi vestita d’un’erba

fine, fitta, morbida come il velluto; e di là alzò gli occhi verso

l’occidente, al sole che già già toccava le cime degli alberi ond’era

coperta la riva opposta.

Sì, quelli erano realmente i luoghi che aveva amato nella sua infanzia

e nella sua adolescenza, al tempo delle gioie più sane e più pure.

Egli li aveva abbandonati per vivere laggiù nella gran città, triste

e caliginosa d’inverno, afosa e puzzolente d’estate, uggiosa in ogni

tempo per il frastuono assordante dei tranvai e delle carrozze, per

l’andirivieni affollato, per il contatto quotidiano e inevitabile con

ogni sorta di gente.

Tadò, accovacciato in una positura da sfinge, guardava fissamente il

padrone, movendo appena appena la coda.

— To’! — fece Roberto, chiamandolo e cominciando ad accarezzarlo. — Sei

brutto, sai, proprio brutto... ma simpatico. In città ti avrei forse a

schifo, qui ti voglio bene. Ti voglio bene come a tutto ciò che mi sta

intorno. Ho buttata via la mia boria di cittadino; mai ai miei giorni

non mi sono sentito così semplice e buono... E le zanzare lo sanno:

guarda come mi succhiano, guarda come accorrono da tutte le parti! Che

importa a loro che io appartenga al Club, alla Società delle corse,

al Circolo degli artisti? Ch’io abbia gusti aristocratici e viva dei

miei redditi? Non vedono in me che una creatura mortale, destinata

a provveder loro la cena. Non vedono che questo, e hanno ragione.

In realtà che cosa conto io nell’universo mondo? Nulla più di quella

povera talpa che dianzi tu hai stritolata coi denti. Parlo sempre a te,

animal quadrupede, perchè m’hai tutta l’aria d’intendere. Un giorno me

n’andrò anch’io... Ehi! ehi! Adesso basta! Giù... cuccia giù!

Respinse il cane, che si andava facendo indiscreto, si mise supino, e

continuò a pensare alla morte, ma senza alcun raccapriccio.

— Me ne andrò anch’io... Verrà un giorno in cui, o repentinamente

o gradatamente, gli spiriti vitali mi abbandoneranno; il mio corpo

sarà subito preda delle forze chimiche che avrà intorno; queste,

senza il mio permesso, anzi senza ch’io c’entri più per nulla, me lo

trasformeranno adagino adagino in gas acido carbonico, in azoto, in

ammoniaca, in chi sa quante altre sostanze solide, liquide o aeriformi.

Questa roba, salvo il vero, si diffonderà nell’aria, per comodo di chi

vorrà respirarla; o s’infiltrerà nel terreno e nutrirà le radici. Tutto

andrà disperso, nulla andrà perduto. Tutto cambia nel mondo, cambierò

anch’io; finirò come un animale, una pianta, una cosa qualunque; finirò

come il lenzuolo in cui sarò avvolto, come la cassa in cui sarò chiuso.

E così sia... ma il più tardi possibile!

La falce - Punizione - L'enigma · 第 12 / 46 题