IV.

La villa detta il Fortino sorge in mezzo alla pianura, discosta un

miglio da Casaletto e forse tre da Bornengo. Essa può aver preso il suo

nome da un’antica opera di fortificazione campale di cui non è rimasto

vestigio, o semplicemente- dall’aspetto saldo e disadorno del piccolo

palazzo, assai bene elevato sulla casa rustica che lo fiancheggia

a destra, e sugli alberi del giardino affollati a sinistra. Questo

giardino non è molto grande nè molto signorile, ma è quieto ed ombroso;

al di là del muro di cinta si estendono, fin dove arriva lo sguardo, i

campi ed i prati.

Roberto, partito da Torino col treno delle nove e quaranta, arrivò a

Bornengo verso le undici, e continuò il suo viaggetto in calesse. In

quell’ora Rocco stava in un campo, a un tiro di schioppo da casa, e

badava agli opranti che mietevano. A un tratto sente un legno che si

viene avvicinando, si volta a guardar sulla strada, crede di travedere,

poi grida:

— È lui! Il padrone! Il nostro padrone!

E gli corre incontro con l’agilità e la leggerezza d’un bufalo.

— Piano! — diceva Roberto, ridendo. — Son qui. Sta tranquillo. Non

torno mica indietro, sai...

Il fittaiuolo si mise di fianco al calesse, che seguitò più adagio.

— Giuraddiana! Chi poteva immaginare... Son proprio contento... Ma

perchè non dir niente? Perchè non dir niente?

— T’ho fatto un’improvvisata.

— Eh sì, un’improvvisata... un’improvvisata...

E continuò ora a rallegrarsi, ora a rammaricarsi, soffiando come un

mantice, finchè non giunsero al cancello dell’ombroso ed angusto viale,

che conduce con breve tratto al palazzetto. Il cancello era serrato.

— Vede! — esclamò Rocco. — Se m’avesse avvisato, avrebbe trovato

aperto! La chiave è in casa, appiccata al chiodetto. Adesso le

tocca fare il giro per il cortile... che non è spazzato, ch’è pieno

d’ingombri.

— Non ti confondere — rispose il padrone, accennando al vetturino di

tirare avanti e di voltar nel portone. — Non ti confondere; sbarcherò

dove potrò.

Mentre Roberto saltava dal calesse a terra, Giovanna, la moglie

di Rocco, sbucò di casa col riso sulle labbra e strofinandosi

gagliardamente le mani col grembiale. I suoi due figliuoli, Giacomo

e Felice, balzarono fuor della stalla con dipinta sul viso una viva e

sincera premura.

Tutti, giovani e vecchi, corsero al palazzetto, e si diedero con fretta

grandissima a spalancare usci e finestre, a sgombrare, sbrattare,

ripulire.

Intanto Roberto faceva un giro intorno alla vecchia abitazione, che

non aveva più visto da anni. La prima impressione, entrando in cortile,

era stata sgradevole; la seconda fu dolorosa. I muri erano largamente

anneriti dall’umido, chiazzati d’un verde viscido e cupo, pieni da cima

a fondo di scrostature e di crepe. La cinta pareva avesse sofferto un

assalto, e che in questo si fossero rimessi in uso gli antichissimi

arieti, tante erano le spaccature e le breccie, tanto minacciava rovina

in ogni sua parte.

Roberto voltò le spalle e s’inoltrò nel giardino. Peggio che peggio!

Nei viali non si vedeva più che qualche rimasuglio di ghiaia; le

panchine erano tutte sconquassate e muscose; i vasi dei fiori sbreccati

od infranti. Mancavano parecchi degli alberi più annosi; altri si

mostravano ridotti a poveri tronchi inclinati, spogli di ramoscelli e

di foglie, invasi dalla borraccina, consunti dal tempo, dall’umido, da

migliaia d’insetti. Ben presto, se nessuno pensava ad abbatterli e a

farne suo pro, avrebbero finito col distendersi in terra e infracidire,

trasformandosi a poco a poco in una semplice gibbosità del terreno,

destinata a rifondersi nell’immenso crogiuolo.

— Ohimè! — diceva Roberto tra sè, — invecchiano e muoiono anche le

cose. Quella è una stamberga, non più una casa; questo è un prunaio,

non più un giardino. Bisogna riparare, bisogna ripiantare... Ho

fatto bene a venire, ma avrò poi la pazienza di rimanere finchè sarà

necessario?

Mentre tornava a passo lento verso il cortile, sentì arrivarsi

all’orecchio un’onda di suono confuso, indistinto, ma che pure aveva

un non so che di festoso. Guardò l’orologio. — Mezzo giorno! Già

così tardi? La mattina era passata in un attimo. E gli pareva anche

d’avere appetito. Un bel caso! A Torino andava sempre a tavola così

malvolentieri!

Giovanna usciva dal palazzetto, cacciando fuori un mucchio di pattume.

— Guardi — diss’ella, agitando la granata, — si direbbe che non abbiamo

spazzato da un anno! Eppure creda che tutte le settimane...

Il padrone la chetò con un gesto.

— Senti, Giovanna, io vorrei mangiare un boccone. M’immagino che a

Casaletto ci sarà un albergo, un’osteria...

— Sì, signore; c’è il _Cavallo Grigio_. Ma l’avverto che oggi non

troverà carne.

— Be’, non importa; troverò uova, burro, formaggio...

— Se si contenta... senza correre fin là...

— Brava! Dammi tu qualche cosa.

— Resti servito.

La falce - Punizione - L'enigma · 第 9 / 46 题