La villa detta il Fortino sorge in mezzo alla pianura, discosta un
miglio da Casaletto e forse tre da Bornengo. Essa può aver preso il suo
nome da un’antica opera di fortificazione campale di cui non è rimasto
vestigio, o semplicemente- dall’aspetto saldo e disadorno del piccolo
palazzo, assai bene elevato sulla casa rustica che lo fiancheggia
a destra, e sugli alberi del giardino affollati a sinistra. Questo
giardino non è molto grande nè molto signorile, ma è quieto ed ombroso;
al di là del muro di cinta si estendono, fin dove arriva lo sguardo, i
campi ed i prati.
Roberto, partito da Torino col treno delle nove e quaranta, arrivò a
Bornengo verso le undici, e continuò il suo viaggetto in calesse. In
quell’ora Rocco stava in un campo, a un tiro di schioppo da casa, e
badava agli opranti che mietevano. A un tratto sente un legno che si
viene avvicinando, si volta a guardar sulla strada, crede di travedere,
poi grida:
— È lui! Il padrone! Il nostro padrone!
E gli corre incontro con l’agilità e la leggerezza d’un bufalo.
— Piano! — diceva Roberto, ridendo. — Son qui. Sta tranquillo. Non
torno mica indietro, sai...
Il fittaiuolo si mise di fianco al calesse, che seguitò più adagio.
— Giuraddiana! Chi poteva immaginare... Son proprio contento... Ma
perchè non dir niente? Perchè non dir niente?
— T’ho fatto un’improvvisata.
— Eh sì, un’improvvisata... un’improvvisata...
E continuò ora a rallegrarsi, ora a rammaricarsi, soffiando come un
mantice, finchè non giunsero al cancello dell’ombroso ed angusto viale,
che conduce con breve tratto al palazzetto. Il cancello era serrato.
— Vede! — esclamò Rocco. — Se m’avesse avvisato, avrebbe trovato
aperto! La chiave è in casa, appiccata al chiodetto. Adesso le
tocca fare il giro per il cortile... che non è spazzato, ch’è pieno
d’ingombri.
— Non ti confondere — rispose il padrone, accennando al vetturino di
tirare avanti e di voltar nel portone. — Non ti confondere; sbarcherò
dove potrò.
Mentre Roberto saltava dal calesse a terra, Giovanna, la moglie
di Rocco, sbucò di casa col riso sulle labbra e strofinandosi
gagliardamente le mani col grembiale. I suoi due figliuoli, Giacomo
e Felice, balzarono fuor della stalla con dipinta sul viso una viva e
sincera premura.
Tutti, giovani e vecchi, corsero al palazzetto, e si diedero con fretta
grandissima a spalancare usci e finestre, a sgombrare, sbrattare,
ripulire.
Intanto Roberto faceva un giro intorno alla vecchia abitazione, che
non aveva più visto da anni. La prima impressione, entrando in cortile,
era stata sgradevole; la seconda fu dolorosa. I muri erano largamente
anneriti dall’umido, chiazzati d’un verde viscido e cupo, pieni da cima
a fondo di scrostature e di crepe. La cinta pareva avesse sofferto un
assalto, e che in questo si fossero rimessi in uso gli antichissimi
arieti, tante erano le spaccature e le breccie, tanto minacciava rovina
in ogni sua parte.
Roberto voltò le spalle e s’inoltrò nel giardino. Peggio che peggio!
Nei viali non si vedeva più che qualche rimasuglio di ghiaia; le
panchine erano tutte sconquassate e muscose; i vasi dei fiori sbreccati
od infranti. Mancavano parecchi degli alberi più annosi; altri si
mostravano ridotti a poveri tronchi inclinati, spogli di ramoscelli e
di foglie, invasi dalla borraccina, consunti dal tempo, dall’umido, da
migliaia d’insetti. Ben presto, se nessuno pensava ad abbatterli e a
farne suo pro, avrebbero finito col distendersi in terra e infracidire,
trasformandosi a poco a poco in una semplice gibbosità del terreno,
destinata a rifondersi nell’immenso crogiuolo.
— Ohimè! — diceva Roberto tra sè, — invecchiano e muoiono anche le
cose. Quella è una stamberga, non più una casa; questo è un prunaio,
non più un giardino. Bisogna riparare, bisogna ripiantare... Ho
fatto bene a venire, ma avrò poi la pazienza di rimanere finchè sarà
necessario?
Mentre tornava a passo lento verso il cortile, sentì arrivarsi
all’orecchio un’onda di suono confuso, indistinto, ma che pure aveva
un non so che di festoso. Guardò l’orologio. — Mezzo giorno! Già
così tardi? La mattina era passata in un attimo. E gli pareva anche
d’avere appetito. Un bel caso! A Torino andava sempre a tavola così
malvolentieri!
Giovanna usciva dal palazzetto, cacciando fuori un mucchio di pattume.
— Guardi — diss’ella, agitando la granata, — si direbbe che non abbiamo
spazzato da un anno! Eppure creda che tutte le settimane...
Il padrone la chetò con un gesto.
— Senti, Giovanna, io vorrei mangiare un boccone. M’immagino che a
Casaletto ci sarà un albergo, un’osteria...
— Sì, signore; c’è il _Cavallo Grigio_. Ma l’avverto che oggi non
troverà carne.
— Be’, non importa; troverò uova, burro, formaggio...
— Se si contenta... senza correre fin là...
— Brava! Dammi tu qualche cosa.
— Resti servito.