Come fu stufo di passeggiare, si rivestì e uscì di casa. Era l’ora in
cui soleva andare al Club, ove s’ingegnava di uccidere quanto più tempo
poteva, scorrendo i giornali o chiacchierando cogli amici. Quel giorno
non aveva voglia di veder nessuno, ma di star sopra sè, raccolto nei
suoi pensieri.
Si avviò a lenti passi verso il Valentino. Continuava a riandare i vari
casi della sua vita e pigliava materia a umiliarsi; di tanto in tanto
scoteva la testa, e, come per giustificarsi, diceva tra sè: — La mia
sola colpa è d’aver fatto troppi disegni che non miravano a un fine
determinato, di non essermi prefisso uno scopo chiaro e preciso. Santo
Dio! non è dato a tutti di salvare la patria, di scoprire l’America,
di innamorare una regina... Era destinato ch’io vivessi mondanamente
e anche un po’ scioperatamente. Più ci penso e più mi persuado che
i fatalisti hanno ragione. Infatti io ho sempre creduto a una forza
ignota e irresistibile che agisce sugli uomini e sugli avvenimenti...
Una voce aspra e misteriosa lo smentiva sull’atto: — Che! tu non hai
mai creduto a niente. Pensare, per te è sempre stata la più inutile e
la più ingrata delle fatiche. Bada però che d’ora in poi non sarà più
così...
Giunto al Valentino, entrò nel parco, vagò per i viali, poi si lasciò
andar seduto sopra una panca, sulla riva del Po. La giornata era
bellissima, la scena grandiosa e ridente. Egli prima rimase come
incantato, poi si sentì come avvolto in una nebbia di reminiscenze
confuse. Non gli pareva più di essere nè a Torino nè in Italia, bensì
in qualche luogo lontano. Ma dove? Sulle rive del Reno? No. Le colline
che aveva davanti gli rammentavano, con le loro curve armoniose e
gentili, con il loro verde variato e pomposo, un assai lungo soggiorno
ch’egli aveva fatto in un piccolo villaggio del Bosforo; e cominciò a
frugar nei ripostigli della memoria per ritrovarne il nome. Vanamente
però; intanto continuava a girar lo sguardo sulla magnifica veduta,
fermandolo ora sur un punto, or sur un altro.
Come la vista doveva spaziare da quella cima che signoreggiava
alteramente su tutte le altre! Come doveva esser dolce mettersi pian
pianino per quella stradicciuola appena visibile, che voltava sul
declivio e spariva in una valletta riposta! Che quiete, che pace, in
quella minuscola villa, tutta bianca di sole, eretta sul fianco d’un
ameno ed erboso pendìo! Chi sa che vita placida e riposata conducevano
coloro che l’abitavano! Ci sono pure quaggiù anime buone che sanno
accontentarsi del poco e del semplice. Mirando le molli e fresche forme
d’un bosco, che rivestiva da solo tutto un poggio, Roberto sentiva
un’intensa bramosia d’immergersi in quella morbidezza verde, come in
una dolce acqua tranquilla. Non poteva più staccar l’occhio dal grande
spettacolo, e non si saziava di goderne, quasi fosse la prima volta
che vi faceva attenzione; comprendeva alla fine che le bellezze create
dalla natura non possono, ad un animo nato a sentirle, divenir mai per
abitudine indifferenti.
Intanto il sol cadente lo feriva alle spalle, lo inondava di luce,
ma invece di abbattere per troppo calore le membra, pareva che vi
infondesse novello vigore. Davanti a lui, le ville grandiose di vetusto
aspetto e di storiche ricordanze, le eleganti casine apparecchiate
all’ozio e al riposo dei cittadini, le umili casupole, le pendici
coperte di viti, e i campi e i giardini e i boschetti, tutto si veniva
velando d’un pulviscolo d’oro, fra il quale i vetri avevano lampi e
bagliori.
Al basso, le acque del fiume qua riflettevano l’azzurro limpido dei
cielo, là si tingevano di smeraldo e di porpora, o si rompevano in
larghe, lucidissime squame d’argento. La vaghezza del luogo e dell’ora
vinceva veramente ogni aspettativa, superava ogni eloquenza di
descrizione.
Scomparso il sole, Roberto si alzò e tornò verso casa. Ora si sentiva
addosso un’irrequietezza acuta e molesta. Andava cercando col pensiero
qualche cosa importante per applicarvelo subito, e non la trovava; più
nulla stimolava i suoi desideri, più nulla lo allettava con lusinghe
e speranze di piacer vivo. L’idea di ritrovarsi con gli amici, con
le amiche lo seccava, lo infastidiva. Tutto gli appariva moralmente e
materialmente cambiato. Da quando? Perchè? Che importava! La cosa stava
così; era inutile stillarsi il cervello per saperne di più. Tutto gli
appariva cambiato: la strada, la casa, la porta, le scale che conosceva
da anni, avevano preso un nuovo aspetto, l’aspetto straniero e sbiadito
di ciò che si sta per lasciare.
Rientrato in casa, sedette alla scrivania e si ammucchiò dinanzi tutto
il denaro di cui poteva disporre. Ahimè! vide subito che c’era poco da
stare allegro.
L’idea di dare semplicemente una scappata a Parigi o a Berlino non lo
invogliava; avrebbe voluto andar più lontano di quel che non fosse mai
andato, e per maggior tempo. E allora?... A un tratto gli tornarono
in mente le parole di Rocco: — Perchè non viene mai a trovarci? — Vi
rispose con una spallucciata. Ma le parole tornarono ancora, e non già
con quell’accento di rustica preghiera con cui erano state proferite,
ma con un suono persuasivo e gentile, che induceva una certa speranza
di pace.
Roberto fantasticò assai la sera e la notte. La mattina dopo si levò di
buon’ora; dispose le cose sue in modo da poter prolungare l’assenza a
piacimento; prese con sè Giuseppe, cameriere, cocchiere e all’occasione
anche cuoco, e partì per il Fortino.