Roberto mangiò gustosamente, in una stanza pulita ed ariosa, dov’era
un grande armadio, un focolare all’antica, e dove gli utensili di rame,
disposti con bell’ordine, tappezzavano una intera parete. Dall’uscio e
dalle finestre aperte entravano frequenti folate d’aria calda ma pura.
Non s’udiva altro che il rumore dei piatti messi o levati dalla donna,
e quello che faceva una gatta, la quale allattava i suoi miccini in una
cesta presso all’armadio.
Quando si fu rifocillato, diede un’occhiata alla stalla, al granaio,
al fienile, e prese nota delle riparazioni più urgenti. Alla fine entrò
nel palazzetto e visitò bel bello tutte le stanze. Trovò presso a poco
quello che si aspettava: i parati pendevano a brandelli rasente ai
muri, le imposte non combaciavano, gli usci non andavano più a modo,
mancavano alcune suppellettili quasi necessarie, v’era copia d’altre
inutili od ingombranti. Egli decise di occupare una stanza assai
grande, la sola ancor fornita di tutto l’occorrente, e nella quale il
puzzo di muffa e di rinserrato pareva men grave che nelle altre.
Quella era stata la camera da sposi di suo padre e di sua madre; egli
pure vi aveva dormito, prima in una culla, poi in un lettino posto
accanto al gran letto matrimoniale. Ed ecco che gli tornò alla memoria
l’età innocente passata coi suoi, le dolcezze di studi graditi, i
lavori geniali, i colloqui amorevoli: tante stelle splendenti in un bel
cielo puro e sereno.
Poi era rimasto solo del tutto, libero di sè, esposto ai mille
pericoli che sogliono circondare la gioventù nelle città. E allora...
Ma no! non voleva pensar più al passato; non voleva nè commuoversi nè
rattristarsi.
Chiuse l’uscio e si affacciò al terrazzino. Aveva sotto il piccolo
giardino cupo, selvatico, e già pieno d’ombra; sopra un bell’azzurro
glorioso e infinito; davanti l’ampiezza ubertosa ed irrigua del piano,
non limitata che dalla catena delle Alpi.
Quante volte non si era trovato in quel luogo, a quell’ora, in
compagnia del babbo e della mamma!
Chiuse gli occhi per immaginare liberamente, fortemente; sperando quasi
di ravvivare la sensazione della loro presenza. Fu invano. Non sentì
risuscitare nulla intorno a sè, ma gli entrò in cuore una tenerezza
così soave, così ricreatrice, ch’egli disse quasi a voce alta:
— Dio! come sono contento d’essere venuto!