_Invito fatto da Papa CLEMENTE VII a Monsignor DI VALDIMONTE per la
conquista del Regno: suoi progressi, li quali ebbero inutile successo.
Prigionia di Papa CLEMENTE e sua liberazione._
Appena si vide Re Francesco libero in Francia, che posta in
dimenticanza la solennità de' Capitoli stipulati in Madrid, la fede
data e la religione dei giuramenti, il vincolo del nuovo parentado,
e quel ch'è più, il pegno di due figliuoli, fu tutto rivolto a
muover nuove e più implacabili guerre al suo emolo Carlo. Coloriva
l'inosservanza con dire, ch'egli e prima quando fu condotto prigione
nella Rocca di Pizzichitone, e poi in Ispagna nella Fortezza di Madrid,
si era molte volte protestato contra Cesare, (perchè vedeva la iniquità
delle dimande sue) che se stretto dalla necessità cedesse ad inique
condizioni, o quali non fosse in potestà sua d'osservare, che non solo
non le osserverebbe, anzi riputandosi ingiuriato da lui per averlo
astretto a promesse inoneste ed impossibili, se ne vendicherebbe,
se mai ne avesse l'occasione. Nè aveva mancato di dire molte volte
quello che per loro stessi potevano sapere, e che credeva anch'essere
comune agli altri Regni, cioè, che in potestà del Re di Francia non
era obbligarsi senza consentimento degli Stati generali del Reame
ad alienare cos'alcuna appartenente alla Corona: non permettere le
leggi cristiane che un prigione di guerra stesse in carcere perpetua;
per essere pena conveniente agli uomini di mal affare, e non trovata
per supplicio di chi fosse battuto dalla acerbità della fortuna:
sapersi per ciascuno essere di nessuno valore l'obbligazioni fatte
violentemente in prigione: ed essendo invalida la capitolazione, non
restare nemmeno obbligata la sua fede accessoria e confermatrice di
quella; procedere i giuramenti in contrario fatti a Rems, quando con
tanta cerimonia e con l'olio celeste si consacrano i Re di Francia,
per li quali s'obbligano di non alienare il patrimonio della Corona;
e perciò non essere meno libero che pronto a moderare la insolenza di
Cesare. Questi medesimi sentimenti e desiderj mostravano d'avere la
madre e la sorella del Re e tutti i principali della sua Corte.
Ma tutte queste deliberazioni non avrebbero avuto verun successo, se
insieme alle medesime non avessero dato calore i Vineziani, e più
il Pontefice Clemente, i quali considerando non meno la potenza di
Cesare, che la sua ambizione fomentata dal Consiglio di Spagna, che
lo persuadeva ad impadronirsi d'Italia, temevano non finalmente gli
riuscisse di mettere in servitù la Chiesa, Italia e tutti gli altri
Principi. Sopravvennero altri dispiaceri al Papa per cagione de'
Ministri di Cesare. I Capitani imperiali alloggiando nel Piacentino
e nel Parmegiano facevano infiniti danni; e querelandosene il
Pontefice, rispondevano, che per non essere pagati, vi erano venuti di
propria autorità. Commoveanlo eziandio le cose forse più leggieri, ma
interpetrate, come si fa nelle sospizioni e nelle querele, nella parte
peggiore; perchè non tanto in Ispagna che in Napoli, s'erano pubblicate
ordinazioni in pregiudizio della Corte Romana: Cesare avea fatti
pubblicare in Ispagna alcuni editti prammatici contra l'autorità della
Sede Appostolica, per virtù de' quali, essendo proibito a' sudditi
suoi trattare cause beneficiali di quelli Regni nella Corte Romana,
ebbe ardire un Notajo Spagnuolo, entrato nella Ruota di Roma il dì
destinato all'udienza, d'intimare in nome di Cesare a due Napoletani,
che desistessero dal litigare in quello Auditorio[330].
(Dall'aver Cesare in tutti i Regni della Monarchia di Spagna tolta
ogni autorità a' Tribunali di Roma, Tuano nel lib. primo _Hist. sui
temporis_, savissimamente avvertì, che ciò non ostante potea ben in
quelli conservarsi intiera l'Ecclesiastica disciplina, come fu già
nei tempi antichi: _Caesar_, ei dice, _ut injuriam sibi a Clemente
illatam ulcisceretur, nominis Pontificii auctoritatem per omnem
Hispaniam abolet; exemplo ad Hispanis ipsis Posteritati relicto,
posse Ecclesiasticam disciplinam citra nominis Pontificii auctoritatem
conservari_. Fra le altre querimonie che si leggono nel lungo Breve
scritto da _Clemente_ a _Cesare_ a' 2 giugno di quest'istesso anno 1526
rapportato da _Lunig_[331], si leggono le querele, che sopra ciò ne
fece con _Carlo V_, ma questo savio Imperadore nella risposta che gli
diede rintuzzò la querimonia, pag. 1005, con queste savissime parole:
_Minusque potuit V. S. de nostra voluntate dubitare ex Pragmaticis in
Hispania editis, quae prout a nostris etiam Consiliariis accepimus
(quibus in his quae juris sunt, merito credere debemus) conformari
videntur, et antiquis Regnorum nostrorum Privilegiis, moribus et
consuetudinibus_. E per ciò, che riguardava il Regno di Napoli,
gli soggiunse: _itidem facturi de his, quae ad Regnum Neapolitanum
pertinent, pro quibus nec ab Investitura; nec a Privilegiis Regni
quovis modo recedere intendimus, nec illis derogare_).
Deliberò pertanto Papa Clemente, stimolato anche da tutti i suoi
Ministri, non solo di confederarsi col Re di Francia e con gli altri
contra Cesare, ma di accelerarne anche la esecuzione. Assolvè per tanto
il Re da' giuramenti prestati in Ispagna per osservazione delle cose
convenute nella capitolazione di Madrid, e strinse finalmente la lega
con quel Re ed i Principi italiani, a cui diedero il nome di _Lega
Sanctissima_. Fu quella conchiusa nel 17 di maggio dell'anno 1526 in
Cugnach tra gli uomini del Consiglio Proccuratori del Re di Francia
da una parte, e gli Agenti del Pontefice e de' Vineziani dall'altra.
Furono in questa confederazione stabiliti molti capitoli, che possono
leggersi nell'Istoria del Guicciardino[332]; ma per ciò che riguarda il
Regno di Napoli, fu convenuto:
Che indebolito in Lombardia l'esercito Cesareo, si assaltasse
potentemente per terra e per mare il Reame di Napoli: del quale, quando
s'acquistasse, avesse ad essere investito Re chi paresse al Pontefice.
In un capitolo separato però s'aggiunse, che non potesse il Papa
disporne senza consenso de' Collegati, riservatigli nondimeno i censi
antichi, che soleva avere la Sede Appostolica, ed uno Stato per chi
paresse a lui, d'entrata di 40 mila ducati.
Che, acciocchè il Re di Francia avesse certezza, che la vittoria
che s'ottenesse in Italia, e l'acquisto del Reame di Napoli fosse
per facilitare la liberazione de' figliuoli, che in tal caso volendo
Cesare infra quattro mesi dopo la perdita di quel Reame entrare nella
confederazione, gli fosse restituito; ma non accettando questa facoltà,
avesse il Re di Francia in perpetuo sopra il Reame di Napoli annuo
Censo.
Intanto Cesare avea mandato in Francia il nostro Vicerè Launoja, perchè
con effetto ratificasse la capitolazione fatta a Madrid; ma il Re
scusandosi di non esser in sua potestà di lasciargli la Borgogna, ma
contentarsi, in vece di quella, che se gli pagassero due milioni di
scudi, rispose, ch'era per osservargli tutte le altre promesse. Questa
risposta concitò sdegno grandissimo in Cesare, il quale deliberato
di non alterare il capitolo della restituzione della Borgogna, ma più
tosto concordarsi col Pontefice alla reintegrazione di Francesco Sforza
nello Stato di Milano, destinò D. Ugo di Moncada al Pontefice Clemente,
con commessione di dargli tutte le soddisfazioni. Ed avendosi sposata
nel principio di Marzo di quest'anno 1526 nella città di Siviglia D.
Isabella figliuola del Re di Portogallo, li danari, ch'ebbe di dote,
gli destinò per pagare l'esercito di Lombardia, di cui per la morte del
Marchese di Pescara avea fatto Capitan Generale il Duca Borbone ribelle
del Re di Francia, sollecitandolo, che tosto passasse in Italia[333].
Ma giunto che fu D. Ugo a Roma, avendo proposto al Papa le condizioni
della confederazione, gli fu risposto non essere più in potestà sua di
accettarla, mostrandogli la necessità che l'avea indotto a confederarsi
col Re di Francia e co' Vineziani per la sicurezza sua e d'Italia,
avendo Cesare tardato molto a risolversi.
Le cose di Lombardia perciò erano piene di sconvolgimenti e timori,
e que' della lega per divertire la guerra di Lombardia, avean fatti
grandi apparecchi per assaltare il Regno di Napoli per mare e per
terra: onde mosso da questi timori il nostro Vicerè Launoja, se ne
venne in Napoli; e poichè gli Spagnuoli temevano assai, che il Regno
non si perdesse, giunto che fu, diede il Vicerè molti ordini per la
fortificazione di molti Castelli per lo Regno, e particolarmente diede
pensiero a Giovan Battista Pignatello, che allora si trovava Vicerè
delle province d'Otranto e di Bari, che fortificasse tutti quelli
ch'erano alla marina di Puglia nell'Adriatico ed invigilasse sopra i
Vineziani confederati col Papa e Francia[334].
E dall'altra parte D. Ugo di Moncada istigava i Colonnesi, per levare
il Papa dalla lega contra l'Imperadore, affinchè questi, avendo l'armi
in mano, con gli altri Capitani imperiali destinati per la difesa del
Regno di Napoli, assalissero all'improvviso il Palazzo del Vaticano,
come fecero, saccheggiandolo con molta empietà: onde il Papa, vedendosi
in così stretto partito, se ne fuggi dal Palazzo di S. Pietro per lo
corridojo al Castello di S. Angelo, dove si salvò; e costretto in tal
guisa, mandò per ostaggio due Cardinali suoi parenti a D. Ugo, perchè
entrasse nel Castello a trattar seco l'accordo, che dimandava. Fu il dì
seguente 21 di settembre quello conchiuso; onde i Colonnesi partirono
da Roma, e D. Ugo se ne venne a Napoli[335]. Ma non così tosto si vide
libero il Papa, disposto a non osservar accordo veruno, che gli era
stato estorto con tanta perfidia e violenza, che privò Pompeo Colonna
del Cardinalato e chiamò Monsignor di Valdimonte da Francia, perchè
pretendendo egli essere erede della Casa d'Angiò, suscitasse nel Regno
di Napoli la fazione Angioina contra all'Imperadore.
Il Vicerè Launoja incontanente, sentendo l'invito fatto dal Papa
a Valdimonte, volle prevenirlo, e ragunato un competente esercito
determinò assaltare lo Stato Ecclesiastico; onde a' 20 di decembre
di quest'istesso anno 1526 si pose col campo a Frosinone, dove fu
combattuto con le genti Papali, che gagliardamente si opposero. Da
poi condusse il campo imperiale a Cesano ed a Cepperano, travagliando
queste ed altre Terre dello Stato della Chiesa.
Il Papa all'incontro mandò Renzo da Ceri in Apruzzo con seimila fanti,
il quale occupò l'Aquila ed altri luoghi di quel contorno.
Venne il nuovo anno 1527 pieno d'atrocissimi e già per più secoli
non uditi accidenti, mutazione di Stati e di Religione, prigionie di
Pontefici, saccheggiamenti spaventosissimi di Città, carestia grande di
vettovaglie, peste quasi per tutta Italia, ed in Napoli grandissima.
Nel principio di quest'anno giunse il Valdimonte, chiamato da Clemente,
con un'armata di 24 Galee, ed avendo ottenuto dal Pontefice titolo di
suo Luogotenente cominciò a travagliare le marine del Regno, facendosi
chiamare _Re di Napoli_.
(Valdimonte si facea chiamare Re di Napoli, perchè pretendeva, come si
è detto, nella sua linea essere trasfuse le ragioni di _Renato d'Angiò_
ultimo Re Angioino, discacciato dagli Aragonesi per _Violanta_ sua
figliuola maritata con _Ferry Conte di Vaudemont_, dal qual matrimonio
nacque _Renato II_ Duca di Lorena; onde questa famiglia fra le sue arme
inquarta anche quelle di Sicilia e di Gerusalemme, e fra titoli ritiene
ancor quello di Duca di Calabria, siccome è manifesto dal Trattato
istorico di _Baleicourt su l'orig. et Genealog. della casa di Lorena
pag._ 206 secondo l'edizione di Berlino dell'anno 1711).
Valdimonte saccheggiò al primo di marzo Mola di Gaeta, ed a' 4 avendo
posto la sua gente a terra sotto Pozzuoli, tentò sorprenderlo, ma gli
riuscì vano il disegno. Venuto poi a vista di Napoli, prese Castel a
Mare, indi la Torre del Greco, e scorrendo i suoi soldati per terra
sino alla Porta del Mercato di Napoli, fu tanta la paura de' Cittadini,
che con fretta la chiusero.
Prese anche Sorrento e gli altri luoghi d'intorno, ed ebbe ardire la
sua armata accostarsi tanto alla città di Napoli, che dalle Castella le
furono tirati alcuni colpi di artiglieria. Prese anche Salerno, rubando
i vasi d'argento, che stavano al Sepolcro dell'Appostolo Matteo. E se
l'avviso dell'accordo fatto col Papa non l'avesse intepidito, avrebbe
fatto maggiori progressi.
Il Pontefice, ancorchè avesse rifiutato l'accordo, che por Cesare
Ferramosca con umili lettere dell'Imperadore, rapportate dal
Summonte[336], gli fu nuovamente proposto, mostrando sempre durezza,
e tanto più, quando vide giunto Valdemonte; nulladimanco all'avviso
che il Duca Borbone calava con potente esercito verso Roma, e che
l'amplissime promesse dei Franzesi riuscivano ogni dì più scarse
d'effetti, piegò finalmente il capo, e diede al Ferramosca certezza
d'ultimarlo; di che costui avvisatone il Launoja, questi a' 25 marzo si
portò immantenente in Roma, dove finalmente fu quello conchiuso, con
condizioni di sospendere l'armi per otto mesi, di pagare all'esercito
Imperiale 60 mila ducati, e restituire il Pontefice le Terre occupate
nel Regno; ed all'incontro fu convenuto (ciò che più al Papa premeva)
che dovesse in persona andar Launoja alla volta di Borbone, e
ritenerlo, affinchè non passasse più avanti, siccome avea prima mandato
Cesare Ferramosca ad incontrarlo per quest'istesso fine.
Partì con effetto il Vicerè ai 3 d'aprile da Roma; ed andò incontro
a Borbone; ma nè l'andata del Ferramosca, nè la sua punto giovò per
distogliere quel Capitano di lasciare il suo cammino: scusandosi non
essere in potestà sua comandar all'esercito, che si fermasse, poichè
essendo creditore di molte paghe, non avea altro modo di pagarsi che
col sacco di Roma, nè potea recarsi a' suoi soldati nuova più spiacente
di questa; e volendosi opporre con fortezza il Vicerè, fu fama che
passasse pericolo nella vita: cotanto stavano sdegnati i soldati,
la maggior parte de' quali venuti di Germania appestati per le nuove
eresie, che colà Martin Lutero avea sparse, in discredito e vilipendio
della Corte di Roma, correvano famelici ed allettati dal guadagno del
sacco promesso di Roma, vedevano di mal animo chi voleva distoglierli
da quella preda.
Intanto il Papa confidatosi nell'autorità del Launoja avea licenziato
tutte le genti di guerra, che teneva assoldate; onde quando men sel
pensava, Borbone seguitando il suo cammino, e devastando lo Stato
Ecclesiastico, fu veduto a' 5 di maggio alle mura di Roma. Il nostro
Vicerè non volendo esser partecipe di tanto male, quanto designava
fare Borbone, non volle seguitare il suo esercito, che andava alla
volta di Roma, ma incamminandosi insieme col Marchese del Vasto per
altra strada alla volta di Napoli, quando giunse ad Aversa s'ammalò,
ed in pochi giorni nel mese di maggio di quest'anno, quivi trapassò.
Vi fu opinione, che fosse stata proccurata la sua morte con veleno,
per vendetta della morte del Marchese di Pescara, e perchè a lui dovea
succedere nella carica di Vicerè D. Ugo di Moncada[337]. Non leggiamo
di lui alcuna _Prammatica_, perchè quasi sempre essendo lontano da
Napoli, attese agli esercizj di Marte. Fu il suo cadavere portato in
Napoli, ove giace sepolto nella Chiesa di Monte Oliveto; e governando
intanto il Regno il Collateral Consiglio, fu in suo luogo nella fine di
quest'anno 1527 rifatto per Vicerè, D. _Ugo di Moncada_ Spagnuolo.
Non vi fu rapacità ed ingordigia maggiore di quella, che entrato
il Borbone in Roma per saccheggiarla, non si praticasse: tutto era
disordine e confusione; ed ancorchè Borbone nel primo assalto rimanesse
morto d'un colpo d'archibugio, ciò diede al suo esercito spinta
maggiore d'incrudelire contra quella Città. Entrarono dopo picciolo
contrasto i soldati nel Borgo. Il Papa si ritirò in Castel S. Angelo,
dove fu assediato, ed i soldati non trovando più ostacolo entrarono
per Porta Sisto in Roma. Non vi fu crudeltà, irreverenza, avarizia
e libidine, che non fosse esercitata. Posero il tutto a sacco, nè
si può immaginare quanta rapacità, quanto fosse stato il vilipendio
delle Chiese, gli obbrobrj fatti a' Cardinali, ed agli altri Prelati,
e quanta la libidine usata contra l'onore delle donne. L'esercito
della lega, non trovando modo di poter soccorrere al Papa per le
difficoltà proposte dal Duca d'Urbino, conchiuse essere impossibile
allora soccorrere il Castello; onde il Pontefice, abbandonato d'ogni
speranza, si accordò come potè il meglio con gl'Imperiali, di pagare
all'esercito 400 mila ducati: di restar egli prigione in Castello con
tutti i Cardinali, che vi erano in numero di tredici, insino a tanto
che fossero pagati i primi 150 mila ducati: poi andassero a Napoli,
o a Gaeta per aspettare quello che di loro determinasse Cesare: che
restasse in potestà di Cesare il Castello di S. Angelo, mentre a lui
piacerà di ritenerlo con l'altre Rocche: ed altre capitolazioni, che
possono leggersi presso il Guicciardino[338].
Come fu fatto quest'accordo, entrò nel Castello il Capitan Alarcone
con tre compagnie di fanti spagnuoli ed altre tante tedesche, il
quale deputato alla guardia del Castello e del Pontefice, lo guardava
con grandissima diligenza, ridotto in abitazioni anguste, e con
picciolissima libertà.
Pervenuto in Francia ed in Inghilterra la novella d'un così orribil
fatto, e della prigionia del Pontefice, si mossero quei due Re più
fieri che mai contra l'Imperadore, non solo per la pietà cristiana
che professavano, e per la divozione alla Sede Appostolica; ma molto
più per l'odio privato implacabile, che portavano a Cesare: Francesco
I per cagioni assai note, ed Errico VIII Re d'Inghilterra, perchè
avendogli prestate grosse somme di denari, quando glie le dimandava,
era pasciuto di parole, e menata in lungo la restituzione. Si strinsero
perciò fra di loro, con deliberazion ferma d'unire tutte le loro forze,
e mandare potenti eserciti in Italia; non pure per liberar il Papa
dall'oppressione in che stava con toglierlo di mano dagli Spagnuoli,
ma invadere con potente esercito il Regno di Napoli, e toglierlo
dall'ubbidienza dell'Imperadore. Facilitava l'impresa l'unione de'
Vineziani, e de' Svizzeri, i quali mossi ancor essi a pietà del Papa
e di Roma, sollecitavano il pigliar l'armi, acciò che tutti insieme
aggiunti potessero liberare il Papa, e riacquistar il Regno di Napoli.
Sperava ancora il Re di Francia, che vedutosi Cesare astretto in
cotal guisa, ed esausto per le paghe de' suoi eserciti, che contra
tanti dovea mantenere, facilmente si sarebbe indotto, pagandogli una
buona taglia, a restituirgli i due suoi figliuoli, ch'erano rimasi per
ostaggi in Ispagna.
Fu per ciò immantenente risoluto il passaggio degli Svizzeri in Italia,
assoldata nuova gente in Francia, contribuendo il Re d'Inghilterra
con denari, ed altri con gente; tanto che fu unito un fioritissimo
esercito con prestezza mirabile, e fu dato il supremo comando di quello
al famoso Odetto di Fois Monsignor _Lautrech_, un de' Capitani più
insigni, che avesse allora la Francia, il qual si mosse da Francia
per Italia per liberar prima il Papa, e poi passare alla conquista del
Regno.
Dall'altra parte, giunto che fu in Ispagna l'avviso del sacco di
Roma, e della prigionia del Papa fu cosa maravigliosa, quanto da
Cesare e dagli Spagnuoli s'affettasse il dolore e la mestizia.
Giunse il tempo, quando per la natività del Principe D. Filippo
figliuol primogenito dell'Imperadore, la Spagna era al maggior colmo
di gioja e d'allegrezza, e la Corte in feste e in tornei; e pure
l'Imperadore fece tosto cessar le feste, vestissi di lutto in segno
del dolore che mostrava averne, e tutta la sua Corte parimente si
vide con abiti lugubri: si fecero processioni lunghe, e numerose,
pregando N. S. per la liberazione del Papa. I Frati, i Preti nelle
loro Chiese con pubbliche preci assordavano il Cielo, implorando il
Divino ajuto per la libertà del loro Sommo Sacerdote, come se non
in mano di Cesare in Roma, ma dell'Imperadore de' Turchi sotto duro
carcere in Costantinopoli e' si stasse. E nel medesimo tempo Papa
Clemente sofferiva la stretta custodia del Capitan Alarcone, il quale
lo guardava, ridotto in abitazioni anguste, con severità e alterigia
spagnuola; e l'Imperadore con la solita tardità degli spagnuoli stava
deliberando, se dovea ratificar l'accordo fatto nel Castel di S.
Angelo, ovvero imporre più dure condizioni alla sua liberazione: a
tanti Principi che di ciò lo ricercavano per mezzo de' loro Oratori,
dava egli benignissime parole, ma incerta e varia risoluzione.
Avrebbe egli desiderato, che la persona del Pontefice fosse condotta
in Ispagna, giudicando sua gran riputazione, se d'Italia in due anni
fossero stati condotti in Ispagna due così gran prigioni, un Re di
Francia ed un Pontefice Romano.
(Il _Varchi Istor. Fior. lib._ 5 _A._ 1521 pag. 119 rapporta ancora
che questa tardanza ed irresoluzione di Cesare nasceva, perchè secondo
credevano li più prudenti, (sono le sue parole) _che l'intendimento
suo fosse di volere il Papato a quell'antica simplicità e povertà
ritornare, quando i Pontefici senza intromettersi nelle temporali
cose, solo alle spirituali vacavano. La quale deliberazione era, per
l'infinite abusioni e pessimi portamenti di Pontefici passati, lodata
grandemente, e desiderata da molti, e già si diceva infino a plebei
uomini, che non istando bene il Pastorale e la Spada, il Papa dover
tornare in S. Giovanni Laterano a cantar la Messa_.)
Nulladimanco avendo inteso i tanti apparati di guerra, non meno de'
Svizzeri e Vineziani e Franzesi, che del Re d'Inghilterra, il quale
sopra gli altri ardentissimamente desiderava la liberazione del Papa,
per non irritare tanto l'animo di questo Re, e perchè tutti li Regni
di Spagna, e principalmente i Prelati ed i Signori detestavano molto,
che dall'Imperador Romano, protettore ed avvocato della Chiesa, fosse
con tanta ignominia di tutta la Cristianità tenuto in carcere colui,
che rappresentava la persona di Cristo in terra; avendo poi, dopo aver
tardato più d'un mese a far deliberazione alcuna, intesa l'andata di
Lautrech in Italia, e la prontezza del Re d'Inghilterra alla guerra;
si risolse finalmente di mandar commessione al Vicerè di Napoli per la
liberazione del Pontefice e restituzione di tutte le Terre e Fortezze
occupategli. Mandò per tanto in Italia il Generale di S. Francesco,
e Veri di Migliau con commessione sopra questo negozio al Vicerè
Launoja, il quale trovandosi morto quando arrivò il Generale, fu
necessario trattare il negozio con D. Ugo di Moncada, al quale anche si
distendeva il mandato di Cesare; ed avendo il Generale comunicato con
D. Ugo, andò a Roma insieme con Migliau. Conteneva questo negozio due
articoli principali, l'uno, che il Pontefice soddisfacesse all'esercito
creditore in somma grossissima di danari; l'altro, la sicurtà di
Cesare, che il Pontefice liberato non s'unisse co' suoi nemici, ed
in questo si proponevano dure condizioni di statichi, e di sicurtà di
Terre.
Trattossi per queste difficoltà la cosa lungamente, ed il Pontefice
per facilitarla, continuamente sollecitava Lautrech (ma occultamente)
a farsi innanzi: l'assicurava, che qualunque cosa ch'ei forzato
promettesse agli Imperiali, uscito di carcere, e condotto in luogo
sicuro, non l'osserverebbe. Finalmente venne nuova commessione di
Cesare, il quale sollecitava, che il Pontefice si liberasse con più
soddisfazione sua, che fosse possibile, soggiungendo bastargli, che
liberato non aderisse più a' Collegati, che a lui. Si credette che
da Cesare, e da' suoi si facilitasse la liberazione del Papa per lo
timore, che avevano della venuta di Lautrech, e per condurre per ciò
quanto più presto si potesse il loro esercito alla difesa del Reame
di Napoli: ma come che ciò era impossibile farsi, senza assicurar i
soldati degli stipendj decorsi, i quali ricusavano ammettere ogni
compensazione, che loro si opponeva, per le tante prede, e tanti
guadagni fatti nel sacco di Roma: per ciò si badò unicamente a
provvedere a questi pagamenti, e si pensò meno all'assicurarsi per lo
tempo futuro del Pontefice. Fu conchiusa dunque all'ultimo d'ottobre,
dopo sette mesi della prigionia del Papa, la concordia in Roma col
Generale, e con Serenon in nome di Don Ugo, che poi ratificò, la quale
conteneva questi Capitoli.
Che il Papa non contrariasse a Cesare nelle cose di Milano e di
Napoli: gli concedesse la Crociata in Ispagna, ed una decima delle
entrate ecclesiastiche in tutti li suoi Regni: rimanessero per
sicurtà dell'osservanza in mano di Cesare, Ostia, e Civitavecchia:
consegnassegli Civita Castellana, la Rocca di Forlì; e per Istatichi
Ippolito ed Alessandro suoi nipoti, ed insino a tanto, che costoro
venissero da Parma, dove allora trovavansi, i Cardinali Pifano,
Trivulzio e Gaddi, che furono condotti dagl'Imperiali nel Regno di
Napoli.
(Il _Varchi_[339] aggiunge, che furono condotti nel Castel Nuovo, dove
per più tempo furono guardati).
Pagasse subilo il Papa a' Tedeschi ducati settantasettemila, con
questo che lo lasciassero libero con tutti i Cardinali, con potersene
uscire da Roma e dal Castello: chiamandosi libero ogni qual volta fosse
condotto salvo in Orvieto, Spoleto, o Perugia, e fra quindici dì dopo
l'uscita di Roma pagasse altrettanti denari a' Tedeschi; ed il resto
poi (che ascendeva col primi a ducati più di trecentocinquantamila)
pagasse infra tre mesi a' Tedeschi e Spagnuoli secondo le rate loro.
Fra queste condizioni le più dure furono quelle dello sborso di tanto
denaro, che portò discordie grandissime ed inuditi scandali. Per
soddisfare i primi 150 mila ducati, secondo l'accordo prima fatto
nel principio della prigionia, bisognò al Pontefice con grandissima
difficultà ricavarli parte in danari, parte con partiti fatti con
Mercatanti genovesi sopra le decime del nostro Regno di Napoli, e sopra
la vendita di Benevento: ma appena soddisfatti i soldati di questa
somma, dimandarono per il resto de' denari promessi altre sicurtà ed
altro assegnamento di quello erasi loro fatto sopra varie imposizioni
per lo Stato Ecclesiastico: cose tutte impossibili ad eseguirsi da
un Papa incarcerato; e pure dopo molte minacce fatte agli Statichi,
e di tenerli incatenati con grandissima acerbità, li condussero
ignominiosamente in Campo di Fiore, dove rizzarono le forche, come se
incontanente volessero prendere di loro quel supplicio. Ora, che in
esecuzione di questa nuova concordia, per uscir di prigione doveano
pagar somme sì immense, bisognò a Clemente venire a que' estremi
rimedj, a' quali non avea voluto prima ricorrere. Creò per danari
alcuni Cardinali, con esporre all'incanto quella dignità, della quale
si videro decorate persone la maggior parte indegne di tanto onore.
Per il resto concedette nel nostro Reame di Napoli le Decime sopra i
beni delle Chiese ed Ecclesiastici, e la facoltà d'alienare i beni
Ecclesiastici; convertendosi per concessione del Vicario di Cristo
(così sono profondi li giudicj Divini) in uso ed in sostentazione
d'eretici quel ch'era dedicato al Culto di Dio: si pose mano agli
Spogli delle Chiese vacanti ed incamerazioni, e furono inventati altri
mezzi per cavar denari.
(Il _Varchi_ narra[340] che pubblicamente, e poco meno, che messi
all'incanto, furono a prezzo venduti sette Cappelli di Cardinali).
Con questi modi avendo stabilito ed assicurato di pagare a' tempi
promessi, dette anche per istatichi, per la sicurtà de' soldati, li
Cardinali Cesis ed Orsino, che furono condotti dal Cardinal Colonna
a Grottaferrata; ed il Papa temendo non la mala volontà, che sapeva
avere contra lui D. Ugo nostro Vicerè, sturbasse ogni cosa, affrettò
l'uscita, e la notte degli 8 di dicembre di quest'anno 1527, senza
aspettar il nuovo giorno statuito alla sua uscita, segretamente ed In
abito di Mercatante uscì dal Castello, e portossi frettolosamente in
Orvieto, nella quale Città entrò di notte, non accompagnato da alcuno
de' Cardinali. Esempio certamente, come scrive il Guicciardino[341],
molto considerabile, e forse non mai, da poi che la Chiesa fu grande,
accaduto. Un Pontefice caduto di tanta potenza e riverenza, essere
custodito prigione, perduta Roma e tutto lo Stato, e ridotto in
potestà d'altri. Il medesimo nello spazio di pochi mesi restituito
alla libertà, rilasciatogli lo Stato occupato, ed in brevissimo tempo
già ritornato alla pristina grandezza. Tanta era appresso a' Principi
Cristiani l'autorità del Pontificato, ed il rispetto che da tutti gli
era portato.