CAPITOLO IV.

_Spedizione di LAUTRECH sopra il Regno di Napoli, sue conquiste, sua

morte e disfacimento del suo esercito, onde l'impresa riuscì senza

successo. Rigori praticati dal PRINCIPE D'ORANGES contra i Baroni

incolpati d'aver aderito a' Franzesi._

L'anno 1528[342] fu pur troppo infelice al Regno di Napoli, perchè

combattuto da tre Divini flagelli, di guerra, di fame e di peste, poco

mancò, che non vedesse l'ultima sua desolazione. La peste, che sin dal

mese di Settembre del passato anno cominciò a farsi sentire in Napoli,

vie più crescendo riempiva d'orrore il Regno.

Dall'altra parte, dopo la liberazione del Pontefice, rotto ogni

trattato di pace, avendo gli Ambasciadori del Re di Francia e

d'Inghilterra intimata a Cesare la guerra, accelerossi la venuta di

Lautrech alla conquista del Regno, ed essendosi già congiunta l'armata

Franzese guidata dall'Ammiraglio Andrea Doria con quella de' Vineziani

per l'impresa di Sardegna, per facilitare la guerra di Napoli, essendo

sbattuta da venti, vennero a scorrere le riviere del Regno, per dar

maggior calore all'impresa di Lautrech, il quale non aspettando la

Primavera, il dì 9 di gennajo partì di Bologna, dove avea svernato

colle sue genti, e per la via di Romagna e della Marca arrivò sul

fiume Tronto (confine tra lo Stato Ecclesiastico ed il Regno) il decimo

dì di febbrajo, dove trovò ogni cosa sprovveduta, onde gli fu facile

d'impadronirsi di buona parte dell'Apruzzo e della Città dell'Aquila,

dove fatta la rassegna delle sue truppe, le ritrovò ch'erano 30 mila

persone a piedi e cinquemila a cavallo[343].

Avrebbe fatto il simigliante in brevissimo tempo in tutto il Regno,

perchè, o fosse per l'affezione al nome de' Franzesi, o per l'odio

a quello de' Spagnuoli, tutte le Terre dell'uno e l'altro Apruzzo

anticipavano a rendersi vinticinque o trenta miglia innanzi alla

venuta dell'esercito. Ma l'esercito imperiale uscito di Roma ritardò

il fortunato suo corso, e gli fece abbandonare il cammino dritto,

che avea preso verso Napoli, non si fidando per li monti condurre le

artiglierie, il cui trasporto per ogni picciola opposizione dei nemici

poteva essere impedito; e perciò Lautrech fu costretto di pigliare il

cammino più lungo di Puglia a canto alla marina.

Intanto l'esercito imperiale comandato dal Principe d'Oranges, che

in luogo del Duca Borbone era stato dall'Imperadore creato Capitan

Generale, s'incamminò alla volta del Regno per opporsi a' nemici. Il

Principe d'Oranges comandava i Tedeschi, il Marchese del Vasto, che di

mala voglia ubbidiva al Principe, comandava l'infanteria spagnuola,

e D. Ferrante Gonzaga la Cavalleria. In Puglia presso Troja venuti

gli eserciti a fronte, non si diede battaglia, ma si trattennero

alquanti dì in semplici scaramucce e scorrerie. Ma poco da poi, a' 22

marzo, Lautrech incamminatosi alla volta di Melfi, prese per assalto

quella Città, facendovi prigione il Principe Sergianni Caracciolo,

che valorosamente la difendeva, e gli Spagnuoli si ritirarono alla

Tripalda. Presa Melfi, si rese Ascoli, Barletta, Venosa e tutte l'altre

Terre convicine. Trani e Monopoli, nel medesimo tempo si resero ai

Vineziani; poichè secondo l'ultime convenzioni fatte col Re di Francia,

s'acquistavano ad essi tutti que' Porti del Regno, che possedevano

innanzi alla rotta ricevuta dal Re Luigi nella Chiaradadda.

I Capitani imperiali giunti alla Tripalda si abboccarono col Vicerè

D. Ugo, col Principe di Salerno e Fabrizio Marramaldo, che ivi erano

accorsi con tremila fanti Italiani e diece pezzi d'artiglieria; e

tutti di comun accordo conchiusero di ritirarsi in Napoli ed a Gaeta

alla difesa di quelle Città, come fecero, abbandonando tutto il Paese

circostante. Allora Lautrech s'incamminò col suo esercito verso Napoli,

e nel passaggio arrenderonsi a lui Capua, Nola, Acerra, Aversa e tutte

le Terre circostanti, alloggiando quattro dì nell'Acerra, donde spedì

Simone Tebaldi romano con 150 Cavalli leggieri e 500 Corsi disertati

dal Campo imperiale per non essere pagati, all'impresa di Calabria.

E già Filippino Doria, con otto Galee d'Andrea Doria e due Navi, era

venuto alla spiaggia di Napoli, e fatto con l'artiglierie disloggiare

gl'Imperiali dalla Maddalena. Ma le sue Galee non bastavano a tenere

totalmente assediato il Porto di Napoli; perciò Lautrech sollecitava

le Galee de' Vineziani, che venissero ad unirsi con le Genovesi, e

quelle dopo essersi lentamente rimesse in ordine a Corfu, erano venute

nel Porto di Trani: ma esse (quantunque già si fossero arrendute

loro le città di Trani e di Monopoli) preponendo i comodi proprj agli

alieni (benchè dalla vittoria di Napoli dependessero tutte le cose)

ritardavano per pigliare prima Poligano, Otranto e Brindisi; a' 19 di

aprile il Provveditore degli Stradiotti Andrea Civrano, che militava

per li Vineziani, ruppe presso la Vetrana il Vicerè della Provincia

d'Otranto, il quale a gran fatica si salvò a Gallipoli col Duca di S.

Pietro in Galatina; e Lecce Metropoli di quella Provincia e S. Pietro

in Galatina con tutte le altre Terre circostanti si resero[344].

Intanto per sì fortunati successi delle armi della Lega, vedendosi

già Lautrech avvicinato alle mura di Napoli, fu dibattuto da' Capitani

Imperiali il modo della difesa; il Marchese del Vasto era di parere,

unito l'esercito in Napoli, che s'alloggiasse fuori delle mura,

parendogli viltà d'animo lo inserrarsi dentro; ma prevalse il parer

contrario del Vicerè Moncada, del Principe d'Oranges, di D. Ferrante

Gonzaga, dell'Alarcone e di tutti gli altri Capitani di ritirarsi

dentro. In Napoli eran rimasi pochissimi abitatori, perchè tutti quelli

che aveano o facoltà o qualità, s'erano ritirati, chi ad Ischia, chi

a Capri e chi all'altre Isole vicine. I Baroni che vi eran rimasi,

erano di sospetta fede, perchè sebbene all'avviso della venuta di

Lautrech, s'erano molti Baroni e li più potenti e ricchi offerti al

Vicerè Moncada di spendere il sangue e la roba in servizio di Cesare;

nulladimeno per aver egli composta la maggior parte di quelli in denaro

contante, in vece del servizio personale, e data loro licenza di potere

alzare in caso di necessità le bandiere di Francia, senza che fosse

loro imputato a fellonia o ribellione (oltre di molti altri che vi

erano dentro della fazione Angioina) fu riputato savio consiglio, a

fine di tener la Città sicura di qualche rivoluzione, che l'esercito

si ritirasse dentro le mura della Città. Il popolo, alcuni per timore,

altri per l'odio del nome spagnuolo, avea parimente bisogno di coraggio

e di freno. Ed in fatti fu tale il suo timore, quando vide l'esercito

Franzese alla vista della Città, che non si vedea altro per le strade,

che processioni, e non s'udivano che pubbliche preci, e dimandar

pietade; tanto che il Marchese del Vasto fu costretto ricorrere al

Vicerè Moncada, perchè quelle si proibissero, come fu fatto, con

incoraggir il popolo, che stasse di buon animo, e che le orazioni si

facessero privatamente nelle Chiese e ne' Monasteri[345].

Ma tutte queste insinuazioni niente giovarono, quando il primo sabato

di maggio, che in quell'anno fu alli 2 di quel mese, non si vide

secondo il solito liquefarsi il sangue alla vista del Capo di S.

Gennaro lor Protettore[345a]. Allora sì che s'ebbero per perduti e la

Città nell'ultima costernazione. Ma come più innanzi diremo, fur vani

gl'infausti pronostici, e seguirono effetti tutti contrari.

Il famoso Lautrech, il penultimo di d'aprile, alloggiò il suo esercito

tra Poggio Reale ed il Monte di San Martino, distendendosi le sue genti

insino a mezzo miglio, ed egli si mise più innanzi di Poggio Reale

in una collina nella Vigna del Duca di Montalto, la quale d'allora

in poi mutò nome, e sin oggi vien quel luogo appellato _Lotrecco_. Il

celebre Pietro Navarra, Cantabro, che prima militando sotto l'insegna

di Cesare, per mala soddisfazione portossi da poi al servigio di

Francia, alloggiò in quelle colline, che sono all'incontro la Porta di

S. Gennaro, e si distendono per fino al Monte di S. Martino.

Il Principe d'Oranges, dall'altra parte, fece subito fortificare il

Monte di S. Martino, acciò che non fosse occupato da' Franzesi, i quali

s'erano accampati negli altri vicini colli; ed allora fu, che fece

abbattere la Torre del Sannazaro a Mergellina, luogo destinato da lui

per le Muse: onde questo Poeta pieno di sdegno andossene in Roma, dove

morì senza veder più Napoli; nè mancò per l'indignazione conceputa, ne'

suoi versi covertamente malmenare così il Principe, come gli Spagnuoli,

a' quali e per l'amore de' Re d'Aragona di Napoli suoi benefattori, e

per l'odio conceputo al nome loro, avea notabile avversione. E narrasi,

che trovandosi in Roma gravemente infermo e fuor d'ogni speranza di sua

salute, intesa prima di morire la morte del Principe, si rallegrasse

non poco, dicendo che Marte avea voluto già far vendetta delle Muse, da

costui oltraggiate.

Non mancava in oltre provveder Napoli di frumento e d'ogni altra

munizione così di bocca, come di guerra, per far valida difesa: e

si cominciò ancora ad arrolare molta gente del popolo napoletano

adatta all'armi per servirsene ne' bisogni: ma non altrimenti, che

de' servi accadde in Roma, avvenne in Napoli dei suoi Cittadini. Il

Senato Romano, che per togliere la confusione che vi era nella Città

ripiena di tanti servi, avea deliberato, perchè si distinguessero da

liberi Cittadini Romani, di contrassegnargli negli abiti con una nota

distinta, quando vidde che per l'eccessivo lor numero, con notarsi

con quel marco i servi, come dice Seneca, avrebbero saputa quanto era

grande la lor forza, s'astenne di farlo. Così gli Spagnuoli fecero

in Napoli in questa occasione; poichè avvedendosi, che con arrolarne

tanti, il popolo Napoletano avrebbe ben conosciuta la forza che teneva

nella sua moltitudine, i Capitani spagnuoli dissuasero al Principe

d'Oranges, ed al Vicerè Moncada, che non si seguitasse il rollo

cominciato, e così levaron mano, e s'astennero di proseguirlo[346].

Intanto, mentre si consumava il tempo in varie e spesse scaramucce

dalle genti dell'uno e l'altro esercito, Lautrech non volle tentar

l'espugnazione di Napoli, così per la moltitudine e valore de'

defensori, come perchè sperava, che a' nemici dovessero mancar denari

e vettovaglie, e prolungando l'assedio, siccome avea ridotto a sua

divozione la maggior parte del Regno e molti Baroni, che si diedero

al partito del Re di Francia; così credeva fermamente, e n'avea data

certezza al suo Re, che Napoli fra breve avrebbe dovuto rendersi.

Confermollo in questa speranza la sconfitta, che alquanti dì da poi

diede Filippino Doria all'armata imperiale nel Golfo di Salerno.

Erano entrati in speranza il Principe d'Oranges, ed il Vicerè Moncada

di rompere l'armata di Filippino, e sollecitavano l'impresa prima

che sopraggiungessero nuovi ajuti; perchè Andrea Doria con le Galee,

ch'erano a Genova non si movea; dell'armata preparata a Marsiglia non

s'intendeva cos'alcuna, e l'armata vineziana, li quale intenta più

all'interesse proprio, che al beneficio comune, anzi più tosto agli

interessi minori ed accessorj, che agli interessi principali, attendeva

alla spedizione di Brindisi e di Otranto, delle quali città, Otranto

avea convenuto di arrendersi, se fra sedici dì non era soccorso, ed in

Brindisi, benchè per accordo avesse ammesso i Vineziani, si tenevano

ancora le Fortezze in nome di Cesare.

Ma prima d'avviarsi all'impresa, bisognò comporre una grave contesa

insorta tra il Vicerè di Moncada, ed il Principe d'Oranges intorno al

comando dell'armata. Furono questi due Capitani in continue gare: il

Principe d'Oranges come Capitan Generale, sustituito da Cesare in luogo

del Duca Borbone, pretendeva l'assoluto comando sopra tutti: il Vicerè

come Capitan Generale del Regno, ove la guerra si faceva, pretendeva

all'incontro non ubbidirlo; e questa divisione separò gli eserciti,

con grave danno di Cesare, in due fazioni, chi seguitava la parte

del Vicerè, chi quella del Generale Oranges. Nel comandare l'armata

navale sursero vie più fiere le competenze; il Principe, come Generale

dell'esercito, voleva a se arrogarsi il comando; D. Ugo ostinatamente

repugnava, poichè, oltre il carico di Vicerè, si trovava egli allora

anche G. Ammiraglio del Regno, a cui s'apparteneva il pensiero, e

comando delle cose del mare. Non volendo l'un cedere all'altro, per

non ritardare l'espedizione, fu risoluto che si desse il comando di

quella impresa al Marchese del Vasto, ed al Gobbo Giustiniano nelle

cose marittime veterano e famoso Capitano. D. Ugo per mostrar il suo

valore e zelo, vi volle andare da semplice soldato, ed il suo esempio

mosse Ascanio e Camillo Colonna, Cesare Ferramosca, il Principe di

Salerno ed altri ad andarvi. Non vi erano nel Porto di Napoli che sei

Galee e due Vascelli, ed il maggior fondamento non si faceva in sul

numero, ma nella virtù de' combattenti, perchè empirono i loro legni

di mille archibugieri spagnuoli de' più valorosi; e per ispaventare

i nemici di lontano col prospetto di maggiore numero di legni,

v'aggiunsero molte barche di Pescatori. Partirono il primo dì di giugno

da Posilippo, e s'incamminarono alla volta di Capri: dove arrivati

allo spuntar del 'giorno, videro i naviganti uscir da una spelonca

un Romito spagnuolo assai noto, chiamato _Consalvo Barretto_, il

quale essendo prima soldato, lasciata la milizia, erasi in quel luogo

ritirato a menar vita solitaria. Costui vedendo le Galee imperiali,

gridando ad alta voce, fece sì che D. Ugo con grandissimo pregiudizio

di quell'impresa perdesse tempo ad udirlo. Egli assicurava l'armata,

dandogli più benedizioni, che andasse pur felice a valorosamente

combattere, perchè secondo l'apparizioni, che egli avea avute la notte,

dovea ella rovinare i vascelli nemici, ammazzar molta gente, e per

questa battaglia liberare il Regno di Napoli dall'oppressione in che

si trovava[347]. I creduli soldati ricevendo come oracolo di felice

augurio le parole del Romito, con festa e giubilo e suoni di trombe,

promettendosi certa vittoria, andarono ad affrontar i nemici nel Golfo

di Salerno vicino al Capo d'Orso. Ma azzuffatisi insieme le due armate,

ben tosto s'avvidero quanto fossero sciagurati e vani gl'infelici

pronostichi di quel fanatico. Tutti al contrario seguirono gli effetti.

Fu l'armata imperiale interamente disfatta dal Doria: i soldati,

ch'erano su le Navi, quasi tutti morti, ed i feriti fatti prigioni.

D. Ugo valorosamente combattendo fu prima ferito nel braccio, e mentre

confortava i suoi, da' sassi e da' fuochi gittati dalle Galee nemiche,

restò miseramente morto, e poi crudelmente fu gittato in mare; e questo

medesimo avvenne al Ferramosca. Il Marchese del Vasto, Ascanio Colonna,

amendue feriti, il Principe di Salerno, il Santa Croce, Camillo

Colonna, il Gobbo, Serenon, Annibale di Gennaro e molti altri Capitani

e Gentiluomini restarono tutti prigioni: i quali tosto furon mandati da

Filippino con tre Galee ad Andrea Doria prigionieri a Genova.

Ecco l'infelice successo di questa spedizione: ecco ancora

l'infelicissimo fine del nostro Vicerè Moncada, il quale in tempi

così turbolenti non potè godere del governo del Regno, che per soli

sei mesi; perciò di lui non ci restano leggi, nè ebbe spazio fra noi

lasciarci altra memoria. I Napoletani a' 8 giugno gli fecero solenni

esequie; ed il Guicciardino, che parimente narra il suo cadavere

essere stato buttato a mare, rende ancora non verisimile quel che

alcuni scrissero, che fosse stato portato ad Amalfi, e poi condotto

in Valenza, dove gli fu eretto un superbo tumulo, con iscrizione ed

elogio. Che che ne sia, prese in suo luogo il carico di nuovo Vicerè

Filiberto di Chalon _Principe d'Oranges_.

A tanta prosperità delle armi Franzesi s'aggiunse l'arrivo dell'armata

vineziana di ventidue Galee, la quale, dopo essersi impadronita di

quelle Piazze nell'Adriaco, passando il Faro di Messina, giunse al

Golfo di Napoli a' 10 di questo mese, era costeggiando di continuo il

nostro mare, e tutta intesa ad impedire i viveri alla Città assediata;

ma era tanta l'avidità ed avarizia degli arditi marinari, che non

perciò mancavano di venire ogni giorno nuovi rinfreschi da Sorrento,

Capri, Procida, Ischia ed altri luoghi, mettendosi i marinari a mille

rischi per la speranza di grossi guadagni.

Questi fortunati successi diedero speranza grande ai Franzesi di

terminar fra poco tempo tutta l'impresa. Cominciò Lautrech con

l'artiglieria a battere la Città da quelle colline, dove stava

accampato Pietro Navarra. Fece ancor levar l'acqua del formale,

ch'entrava dentro la Città dalla banda di Poggio Reale; ma siccome

per l'abbondanza de' pozzi sorgenti, che vi sono dentro, non le recò

molto danno, così per altra via riuscì ciò dannosissimo non meno a

Napoli, che al suo esercito; poichè l'acqua allagando e stagnando in

que' contorni, cagionando mal aria, fece augumentar la peste e le

infermità che correvano sino al suo Campo. Si vide perciò la Città

miseramente afflitta da crudel peste, dall'artiglieria, che tirava

alle sue mura e da grande carestia di farina, carni e vino, essendo

obbligati gli assediati di nutrirsi di grano cotto. A tutti questi mali

s'aggiungevano i disagi, che l'apportavano gl'istessi soldati spagnuoli

e tedeschi, li quali usando insolenze grandissime, rubavano, sforzavano

donne, ammazzavano e maltrattavano, alle quali cose i Napoletani non

usi, per non avere avuto da molto tempo guerra in casa propria, mal

volentieri comportavano simili strazi.

Ma, mentre le cose erano in tale estremità, la fortuna, che sino a

questo punto erasi mostrata cotanto propizia a' Franzesi, si vide

tosto mutata ai lor danni, ed a favorire le parti di Cesare. Andrea

Doria mal soddisfatto del Re di Francia, a persuasione del Marchese

del Vasto suo prigioniere, lasciati gli stipendi di quel Re, andò a

servir Cesare; per la qual cosa Filippino Doria con tutte le Galee

partì da Napoli il quarto dì di luglio. Quello, che poi accelerò più

la ruina de' Franzesi, furono le infermità cagionate in gran parte nel

loro esercito, dall'aver tagliati gli acquidotti di Poggio Reale per

torre a Napoli la facoltà del macinare, perchè l'acqua sparsa per lo

piano, non avendo esito corrompè l'aria; onde i Franzesi intemperanti,

ed impazienti del caldo s'ammalarono. Si aggiunse ancora la peste

penetrata nel Campo per alcuni infetti mandati studiosamente da Napoli

nell'esercito. Così cominciarono le cose de' Franzesi a declinar

tanto, ch'eran divenuti da assedianti, assediati; ed al contrario

in Napoli cresceva ogni dì la comodità e la speranza. Ma si videro

nell'ultima declinazione, quando infermatosi ancora Lautrech, per

l'infezion dell'aria e per dispiacere di veder quasi tutta la sua

gente perduta, a' 15 agosto trapassò di questa vita, in su l'autorità

e virtù del quale si riposavano tutte le cose. Fu sepolto nell'istessa

Vigna del Duca di Montalto, dove stava accampato, e rimasero esposte

le sue gloriose ossa all'ignominia ed avarizia degli Spagnuoli; di che

avertito da poi Consalvo Duca di Sessa nipote del G. Capitano con alto

magnanimo e pietoso, fecele trasferire in Napoli, e seppellire nella

sua Cappella nella Chiesa di S. Maria la Nuova, dove fece loro ergere

un superbo tumulo di marmo, ed ancor oggi vi si legge pietoso elogio.

Il simile fece questo Signore alle ossa del famoso Pietro Navarro, il

quale poco da poi della disfatta dei Franzesi, fatto prigione, essendo

morto nelle carceri di Castel Nuovo, gli fece parimente nell'istessa

Cappella ergere pari tumulo con iscrizione che ancor ivi si vede[348].

La morte di sì insigne Capitano, restando il comando dell'esercito al

Marchese di Saluzzo non pari a tanto peso, multiplicò i disordini; e

sopraggiunto nel medesimo tempo Andrea Doria, come soldato di Cesare

con dodici Galee a Gaeta, i Franzesi rimasi quasi senza gente e senza

governo, non potendo più sostenersi, si levarono dall'assedio per

ritirarsi in Aversa; ma presentita dagli Imperiali la loro levata,

furono rotti nel cammino, dove fu preso Pietro Navarra e molti altri

Capitani di condizione; e salvatosi il Marchese di Saluzzo in Aversa

con una parte dell'esercito, non potendosi difendere, mandò fuori il

Conte Guido Rangone a capitolare col Principe d'Oranges, il quale ne'

principj di settembre accordò al Conte queste Capitolazioni.

Che lasciasse il Marchese Aversa con la Fortezza, artiglierie e

monizione, ed egli e gli altri Capitani, fuor che il Conte, in premio

di questa concordia, restassero prigioni. Che facesse il Marchese ogni

opera, perchè i Franzesi ed i Vineziani restituissero tutte le Piazze

del Regno. Che i soldati e quelli che per l'accordo rimanevano liberi,

lasciassero le bandiere, l'arme, i cavalli e le robe, concedendo però

a quelli di più qualità ronzini e muli per potersene andare; e che i

soldati Italiani non servissero per sei mesi contra Cesare.

Così rimase tutta la gente rotta e tutti i Capitani o morti, o presi

nella fuga, o nell'accordo restati prigioni. In pochi dì si resero

Capua, Nola e tutti gli altri luoghi di Terra di Lavoro. L'armata

vineziana si divise dalla Franzese; quella s'avviò verso Levante

e questa verso Ponente. Rimasero solo alcune reliquie di guerra in

Apruzzo e nella Puglia; poichè in Calabria d'alcuni pochi luoghi,

che si tenevano per li Franzesi, non se ne teneva conto. Il Principe

d'Oranges gli discacciò poi interamente da quelle Province, e le Piazze

ed i Porti, che i Vineziani tenevano occupati nell'Adriatico furono,

nella pace universale, che si conchiuse da poi, restituite.

Ma se bene le cose di Napoli si fossero, cessata ancora la peste,

vedute in qualche pace e tranquillità; nulladimanco il rigore del

Principe d'Oranges, che volle usare co' Baroni, conturbò non poco la

quiete del Regno, e fu cagione dell'abbassamento e della desolazione

d'alcune famiglie, siccome dell'ingrandimento d'alcune altre. Il suo

predecessore D. Ugo avendo, come si disse, composti molti Baroni e

data loro licenza in caso di necessità, di poter alzare le bandiere

Franzesi, e d'aprir le porte delle lor Terre al nemico, diede la

spinta a molti di farlo; ma il Principe d'Oranges, ora che il Regno

era libero e ritornato interamente sotto l'ubbidienza di Cesare, non

ammettendo a' Baroni quella scusa, e dicendo che il Moncada non avea

potestà di rimettere la fedeltà dovuta dal vassallo al suo Sovrano,

si mise a gastigarli come ribelli, ad alcuni togliendo la vita, a

moltissimi confiscando le robe, e ad altri, per semplice sospetto

d'aver aderito a Franzesi, componevagli in somme considerabili, con

connivenza ancora di Cesare, il quale avea sempre bisogno di denari per

nutrir la guerra, che si manteneva a spese, ora del Papa, ora d'altri,

ora con contribuzioni, tasse e donativi, che si proccuravano a questo

fine. Si serviva il Principe del ministerio segreto di Girolamo Morone

genovese, Commessario destinato a queste esecuzioni, il quale con molta

efficacia ed esattezza adempiva l'uffizio suo. Fece in prima tagliar

il capo ad Errigo Pandone Duca di Bojano ed al Conte di Morone[349].

Il medesimo avrebbe fatto del Principe di Melfi, del Duca di Somma,

di Vicenzo Caraffa Marchese di Montesarchio, di Errigo Ursino Conte di

Nola, del Conte di Castro, del Conte di Conversano, di Pietro Stendardo

e di Bernardino Filinghiero, se gli avesse avuti nelle mani: de' quali

il Marchese di Montesarchio, il Conte di Nola e Bernardino Filinghiero

morirono di malattia, prima che i Franzesi uscissero dal Regno, e gli

altri se n'andarono in Francia. Tutti questi però furono spogliati de'

loro Stati.

Il Marchese di Quarata ed altri Baroni volendosi valere della licenza

data loro da D. Ugo Moncada, fu ad essi di giovamento per far loro

scampare la vita, ma non già per con far loro perdere la roba, la qual

si credette, che l'avrebbero certamente salvata, se fosse stato vivo

D. Ugo. Nel numero di questi Baroni furono il Duca d'Ariano, il Conte

di Montuoro, il Barone di Solofra, l'uno e l'altro di Casa Zurlo, il

Barone di Lettere e Gragnano di Casa Miroballo, ii Duca di Gravina e

Roberto Bonifacio ultimamente fatto Marchese d'Oira; delli quali, gli

ultimi due ricuperarono da poi a maggior parte delli loro Stati e si

composero in denari, come ancora il Duca d'Atri, che ricuperò il suo.

Si richiamarono questi a Cesare, che non l'ammise alla reintegrazione

de' loro Stati, se non col pagamento d'una somma considerabile di

denaro, non avendo potuto in conto alcuno, evitar quest'ammenda.

Scrissero con tal occasione i primi Giureconsulti, che fiorirono in

Italia a favor de' Baroni, e Decio ne compilò più consiglj; pruovando

non potersi venire a somiglianti partiti, che apportavano pregiudicio

alla loro innocenza; ma fu in darno gettata ogni lor fatica, perchè

Cesare avea bisogno di denari per pagare le truppe, e con tal modo

sostener la guerra. Parimente avendo l'Aquila tumultuato, ridotta dal

Principe d'Oranges all'ubbidienza, la condannò in ducati 100 mila, che

per pagarli bisognò vendere sino gli argenti delle Chiese, ed impegnare

a due Mercatanti tedeschi, che pagarono anticipatamente il denaro, la

raccolta del Zaffarano, oltre d'averla spogliata della giurisdizione

che teneva sopra molti Casali, che l'Oranges donò ad alcuni Capitani

del suo esercito.

Dappoichè il Principe ebbe confiscate tutte quelle Terre a' loro

antichi Baroni, le divise a' Capitani dell'Imperio. Si tenne per se

Ascoli, la quale da poi fu d'Antonio di Leva. Melfi con la maggior

parte dello Stato del Principe di Melfi fu data ad Andrea Doria. Al

Marchese del Vasto fu dato Montesarchio ed Airola, Lettere, Gragnano ed

Angri. A D. Ferrante Gonzaga, Ariano. Ad Ascanio Colonna lo Stato del

Duca d'Atri, confiscato per la ribellione del Conte di Conversano; ma

gli Apruzzesi vassalli del Duca, non volendo dar ubbidienza ad Ascanio,

fu occasione che si vedesse meglio la causa del vecchio Duca d'Atri, e

ritrovandosi la persona sua fuori d'ogni sospetto di fellonia, gli fu

restituito con darsi ad Ascanio l'equivalente sopra altre Terre.

Le Terre della Valle Siciliana, ch'erano possedute da Camillo Pardi

Orpino, furono date a D. Ferrante d'Alarcone, e dopoi anche il

Contado di Rende del Duca di Somma. All'Ammiraglio Cardona, Somma.

A D. Filippo di Launoja Principe di Sulmona, figliuolo del Vicerè D.

Carlo, gli fu dato Venafro già del Duca di Bojano Pandone. A Fabrizio

Maramaldo, Ottajano. A Monsignor Beuri Fiamengo, Quarata, che era stata

del Marchese Lanzilao d'Aquino. Al Segretario Gattinara, Castro. A

Girolamo Colle, Monteaperto. A Girolamo Morone esecutore indefesso de'

rigori del Vicerè, in premio della sua severità, la Città di Bojano.

E ad altre persone, altre Terre, che la memoria dell'uomo non si può

ricordare. Alcuni di questi pretesi felloni ottennero, che le lor cause

si fossero vedute per giustizia, siccome ottenne Michele Coscia Barone

di Procida, e quella trattatasi in Napoli a' 4 maggio del seguente anno

1529 riportò sentenza conforme a quella del Marchese di Quarata, cioè,

che perdesse la roba, ma non la vita; onde Procida fu confiscata, e fu

data al Marchese del Vasto[350].

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 7 · 第 39 / 51 题