_Morte di MASSIMILIANO Cesare, ed elezione nella persona di CARLO
suo nipote in Imperadore. Discordie indi seguite tra lui, e 'l Re di
Francia, che poi proruppero in aperte e sanguinose guerre._
Mentre le cose d'Italia e del Regno si stavano in quiete, Massimiliano
in questo medesimo anno 1517, desideroso di stabilire la successione
dell'Imperio romano, dopo la sua morte, in uno de' nipoti, trattava
con gli Elettori di farne eleggere uno in Re de' Romani. E benchè
Cesare avesse prima desiderato, che questa dignità fosse conferita a
Ferdinando suo nipote secondogenito, parendogli conveniente, che poichè
al fratello maggiore erano venuti tanti Stati e tanta grandezza, si
sostentasse l'altro con questo grado, giudicando, che per mantenere più
illustre la Casa sua, e per tutti i casi sinistri, che nella persona
del maggiore potessero succedere, essere meglio avervi due persone
grandi, che una sola, nondimeno stimolato in contrario da molti de'
suoi e dal Cardinal Sedunense e da tutti quelli, i quali temevano
ed odiavano la potenza de' Franzesi, rifiutato il primo consiglio,
voltò l'animo a far opera, che a questa dignità fosse assunto il
Re di Spagna: dimostrandogli questi tali, essere molto più utile
all'esaltazione della Casa d'Austria, accumulare tutta la potenza in un
solo, che dividendola in più parti, fargli meno potenti a conseguire
i disegni loro: essere tanti e tali i fondamenti della grandezza di
Carlo, che aggiungendosegli la dignità imperiale, si poteva sperare,
che avesse a ridurre l'Italia tutta, e gran parte della Cristianità
in una Monarchia, cosa non solo appartenente alla grandezza dei suoi
discendenti, ma ancora alla quiete de' sudditi, e per rispetto delle
cose degl'Infedeli, a beneficio di tutta la Repubblica cristiana: ed
essere ufficio e debito suo pensare all'augumento ed all'esaltazione
della dignità imperiale, stata tant'anni nella persona sua e nella
famiglia d'Austria, la quale non si poteva sperare aversi a sollevare,
nè ritornare al pristino splendore, se non trasferendosi nella persona
di Carlo, e congiugnendosi alla sua potenza: vedersi per gli esempi
degli antichi Imperadori, Cesare Augusto e molti dei suoi successori,
che mancando di figliuoli e di persone della medesima stirpe, gelosi
che non s'ispegnesse o diminuisse la dignità riseduta nella persona
loro, aver cercato successori remoti di congiunzione, o non attenenti
eziandio in parte alcuna, per mezzo delle adozioni; ed esser fresco
l'esempio del Re Cattolico, il quale amando come figliuolo Ferdinando,
allevato continuamente appresso a lui, nè avendo, non che altro, mai
veduto Carlo, anzi provatolo nella sua ultima età poco ubbidiente
a' precetti suoi; nondimeno senza aver compassione della povertà
di quello, non gli avea fatta parte alcuna di tanti suoi Stati, nè
di quelli eziandio che per essere acquistati da lui proprio, era in
facoltà sua di disporne; anzi aver lasciato tutto a colui, che quasi
non si conosceva, se non per uno strano.
A questa istanza di Cesare si opponeva con ogni arte ed industria
il Re di Francia, essendogli molestissimo, che a tanti Regni e
Stati del Re di Spagna s'aggiugnesse ancora la dignità imperiale, la
quale, ripigliando vigore da tanta potenza, diventerebbe formidabile
a ciascuno; però cercava di disturbarla occultamente appresso agli
Elettori ed al Pontefice; ed ai Vineziani aveva mandato Ambasciadore,
perchè si unissero seco a fare l'opposizione, ammonendo e il Pontefice
e loro del pericolo porterebbono di tanta grandezza. Ma gli Elettori
erano in gran parte tirati nella sentenza di Cesare, e già quasi
assicurati de' denari, che per questa elezione si promettevano loro
dal Re di Spagna, il quale aveva mandato per questo in Alemagna
ducentomila ducati. Nè si credeva, che il Pontefice, ancorchè gli
fosse molestissimo, ricusasse di concedere, che per mano de' Legati
appostolici Massimiliano ricevesse in Germania in suo nome la Corona
dell'Imperio; poichè l'andare ad incoronarsi a Roma, sebbene con
maggiore autorità della Sede appostolica, era riputato più presto
cerimonia, che substanzialità[315].
(Intanto fu ciò proposto, perchè sembrava cosa nuova, che non essendo
stato ancora _Massimiliano_ coronato dal Pontefice, si potesse venire
alla elezione del Re de' Romani, siccome narra _Gerardo a Roo_[316],
il quale parlando di _Massimiliano_ scrisse: _Is aetate jam provectum
se considerans, sive mortem haud procul abesse animo praesagiens, cum
Septemviris Imperii Electoribus, qui praeter Bohemiae Regem, Augustam
omnes venerant, de Carolo Nepote, in Romanorum Regem eligendo, agere
coepit; cumque novi exempli res esset, Caesare nondum a Pontefice
coronato, Regem eligi, in Concilio propositum fuit, eo inducendum esse
Leonem, uti Coronam, et alia Imperatoriae Dignitatis insignia, per
Legatum conferenda, in Germaniam mittat_).
Con suddetti pensieri e con suddette azioni si consumò l'anno 1518, non
essendo ancora fatta la deliberazione dagli Elettori, la quale diventò
più dubbia e più difficile per la morte di Massimiliano succeduta a
Lintz nel primi giorni dell'anno 1519.
Morto Massimiliano, cominciarono ad aspirare all'Imperio apertamente il
Re di Francia ed il Re di Spagna, la quale controversia, benchè fosse
di cosa sì importante, e tra Principi di tanta grandezza, nondimeno
fu esercitata tra loro destramente, non procedendo nè a contumelie di
parole, nè a minacce d'armi, ma ingegnandosi ciascuno con l'autorità e
mezzi suoi, tirare a se gli animi degli Elettori: anzi il Re di Francia
molto laudabilmente parlando sopra questa elezione con gli Ambasciadori
del Re di Spagna, diceva essere commendabile, che ciascuno di loro
cercasse onestamente di ornarsi dello splendore di tanta dignità, la
quale in diversi tempi era stata nelle Case degli antecessori loro; ma
non per questo dover l'uno di loro ripigliarlo dall'altro per ingiuria,
nè diminuirsi per questo la benivolenza e congiunzione già stabilita.
Pareva al Re di Spagna appartenersegli l'Imperio debitamente, per
essere continuato molti anni nella Casa d'Austria, nè essere stato
costume degli Elettori privarne i discendenti del morto senza evidente
cagione della inabilità loro. Non essere alcuno in Germania di tanta
autorità o potenza, che potesse competere seco in questa elezione; nè
gli pareva giusto o verisimile, che gli Elettori avessero a trasferire
in un Principe forestiero tanta dignità continuata già molti secoli
nella Nazione germanica; e quando alcuno, corrotto con denari o per
altra cagione, fosse d'intenzione diversa, sperava, o di spaventarlo
con le armi preparate in tempo opportuno e che gli altri Elettori se
gli opporrebbero, o almeno, che tutti gli altri Principi e l'altre
Terre franche di Germania non comporterebbono tanta infamia ed
ignominia di tutti, e massimamente trattandosi di trasferirla la nella
persona di un Re di Francia, con accrescere la potenza di un Re nemico
alla loro Nazione, e donde si poteva tenere per certo, che quella
dignità non ritornerebbe mai più in Germania. Stimava facile ottenere
la perfezione di quello che era già stato trattato con l'avolo, essendo
già convenuto de' premj e de' donativi con ciascuno degli Elettori.
Dall'altra parte non era minore, nè la cupidità, nè la speranza del Re
di Francia, fondata principalmente su la credenza dell'acquistare con
grandissima somma di denari li voti degli Elettori, alcuni de' quali
mostrandogli la facilità della cosa, lo incitavano a farne impresa:
la quale speranza nudriva con ragioni più presto apparenti che vere,
perchè sapeva, che ordinariamente a' Principi di Germania era molesto,
che gli Imperadori fossero molto potenti per il sospetto, che non
volessero in tutto, o in qualche parte riconoscere le giurisdizioni
ed autorità imperiali occupate da molti, e però si persuadeva, che
in modo alcuno non fossero per consentire alla elezione del Re di
Spagna. Eragli noto ancora essere molestissimo a molte Case illustri
in Germania, che pretendevano essere capaci di quella dignità, che
l'Imperio fosse continuato tanti anni in una casa medesima, e che
quello, che oggi all'una, domani all'altra dovevano dare per elezione,
fosse cominciato quasi per successione a perpetuarsi in una stirpe
medesima; e potersi chiamare successione quella elezione, che non
permette discostarsi da' più prossimi della stirpe degl'Imperadori
morti; così da Alberto d'Austria essere passato l'Imperio in Federico
suo fratello, da Federico in Massimiliano suo figliuolo, ed ora
trattarsi di trasferirlo da Massimiliano nella persona di Carlo suo
nipote. Però, oltre questo, sperava il Re di Francia nel favore del
Pontefice; così per la congiunzione e benivolenza, che gli pareva aver
contratta seco, come perchè non credeva, che a lui potesse piacere, che
Carlo Principe di tanta potenza, e che contiguo col Regno di Napoli
allo Stato della Chiesa, avea per l'aderenze de' Baroni Ghibellini
aperto il passo insino alle porte di Roma, conseguisse anche la Corona
dell'Imperio; non considerando, che questa ragione verissima contro
Carlo, militava ancora contro lui; nondimeno non conoscendo in se
quello, che facilmente considerava in altri, ricorse al Pontefice,
supplicandolo volesse dargli favore, perchè di se e dei Regni suoi si
potrebbe valere, come di proprio figliuolo.
Premeva grandissimamente al Pontefice la causa di questa elezione,
essendogli molestissimo per la sicurezza della Sede Appostolica
qualunque de' due Re fosse assunto all'Imperio. Nè essendo tale
l'autorità sua appresso agli Elettori, che sperasse con quella poter
giovare molto, giudicò essere necessario adoperare in cosa di tanto
momento la prudenza e le arti. Persuadevasi, che il Re di Francia,
ingannato facilmente da qualcuno degli Elettori non fosse per avere
parte alcuna in questa elezione, nè avere, benchè in uomini venali, a
poter tanto le corruttele, che avessero disonestamente a trasferire
l'Imperio dalla Nazione germanica nel Re di Francia. Parevagli che
al Re di Spagna per essere della medesima nazione per le pratiche
cominciate da Massimiliano, e per molti altri rispetti, fosse molto
facile conseguire l'intento suo, se non gli si faceva opposizione
molto potente; la quale giudicava non potere farsi in altro modo, se
non che il Re di Francia si disponesse a voltare in uno degli Elettori
que' medesimi favori e denari che usava per eleggere se. Parevagli
impossibile indurre il Re a questo, mentre che era nel fervore delle
speranze vane; però sperava, che quanto più ardentemente, e con più
speranza s'ingolfasse in questa pratica, tanto più facilmente, quando
cominciasse ad accorgersi riuscirgli vani i pensieri suoi e trovandosi
irritato e su la gara, aversi a precipitare a favorire l'elezione di
un terzo, con non minore ardore: e quindi poter similmente accadere,
favorendosi gagliardamente ne' principj le cose del Re di Francia,
che l'altro Re veduto difficultarsi il desiderio suo, e dubitando,
che il Re avversario non vi avesse qualche parte, si precipitasse
medesimamente ad un terzo. Per queste cagioni, non solo dimostrò
al Re di Francia di avere sommo desiderio, che in lui pervenisse
l'Imperio, ma lo confortò con molte ragioni a procedere vivamente in
questa impresa, promettendogli amplissimamente di favorirlo con tutta
l'autorità del Pontificato.
(Se dee prestarsi fede a _Goldasto_, Papa _Lione_ mandò un suo Legato
nel congresso degli Elettori, dimandando, _ut Regem Neapolitanum cujus
Regni proprietas ad Ecclesiam Romanam spectat, nullo pacto in Romanorum
Regem eligant, obstante sibi defectu inhabilitatis et ineligibilitatis,
ex Constitutione Clementis Quarti_. E che gli Elettori poco di ciò
curando, gli rispondessero, ch'essi non dovean aver altro riguardo,
che d'elegger colui, che riputassero il più savio ed il più degno.
_Goldasto, Tomo uno Constit. Imp. p. 429_ rapporta non men la dimanda
del Legato, che la risposta degli Elettori).
Mentre le suddette cose si trattavano con tante sollecitudini e
sospetti, non intermisero però l'uno e l'altro Re gli atti della
congiunzione ed amicizia: poichè nel medesimo tempo convennero in nome
loro a Monpelieri il Gran Maestro di Francia e Monsignor di Ceures (in
ciascuno de' quali consisteva quasi tutto il consiglio e l'animo del
suo Re) per trattare sopra lo stabilimento del matrimonio della seconda
figliuola del Re di Francia col Re di Spagna, e molto più per risolvere
le cose del Reame di Navarra; la restituzione del quale all'antico Re
promessa nella concordia fatta a Nojon, benchè molto sollecitata dal Re
di Francia, era differita dal Re di Spagna con varie scuse; ma la morte
del Gran Maestro succeduta innanzi parlassero insieme, interruppe la
speranza di questo congresso.
Ma dall'altra parte con grandissima contenzione si proseguiva dall'uno
e l'altro Re l'impresa dell'Imperio. Il Re di Francia s'ingannava ogni
giorno, indotto dalle promesse grandi del Marchese di Brandeburg, uno
degli Elettori, il quale avendo ricevuto da lui offerte grandissime
di denari, e forse qualche somma presente, si era non solo obbligato
con occulte Capitolazioni a dargli il voto suo, ma promesso che
l'Arcivescovo di Magonza suo fratello farebbe il medesimo. Si lusingava
ancora del voto del Re di Boemia: per lo voto del quale, discordando
i sei Elettori, che tre ne sono Prelati e tre Principi, si decide la
controversia. Dall'altro canto si scorgeva grande la inchinazione de'
Popoli di Germania, perchè la dignità Imperiale non si rimovesse da
quella Nazione, anzi insino agli Svizzeri, mossi dall'amor della Patria
comune Germania, avevano supplicato il Pontefice, che non favorisse in
questa elezione alcuno, che non fosse di Lingua Tedesca.
Convenuti per tanto gli Elettori, secondo l'uso antico a Francfort,
mentre stavano in varie dispute per venire al tempo debito, secondo
gli ordini loro, all'elezione, avvicinossi a Francfort un esercito
messo in campagna per ordine del Re di Spagna (il quale fu più pronto
co' danari a raccorre gente, che a dargli agli Elettori) sotto nome
di proibire chi proccurasse di violentare la elezione; onde con
ciò accrescendo l'animo agli Elettori, che favorivano la causa sua,
tirò nella sentenza degli altri quelli ch'erano dubbj, e spaventò
il Brandeburghese inclinato al Re di Francia; in modo che venendosi
all'atto dell'elezione, fu il vigesimo ottavo giorno di giugno di
quest'anno 1519 eletto Imperadore Carlo d'Austria Re di Spagna dai voti
concordi di quattro Elettori, dall'Arcivescovo di Magonza e quello di
Colonia e dal Conte Palatino e dal Duca di Sassonia; ma l'Arcivescovo
di Treveri elesse il Marchese di Brandeburgo, il quale concorse
anch'egli alla elezione di se stesso. Nè dubitossi, che se per la
equalità de' voti l'elezione fosse pervenuta alla gratificazione del
VII Elettore, che sarebbe succeduto il medesimo, perchè Lodovico Re di
Boemia, il qual'era anche Re d'Ungheria avea promesso a Carlo il suo
voto.
Afflisse questa elezione molto l'animo del Re di Francia e del
Pontefice e di quelli che in Italia dipendevano da lui, vedendo
congiunta tanta potenza in un Principe solo, giovane, ed al quale
si sentiva per molti vaticinj essere promesso grandissimo Imperio e
stupenda felicità; e se bene non fosse copioso di danari, quanto era il
Re di Francia, nondimeno era tenuto di grandissima importanza il potere
empiere gli eserciti suoi di fanteria tedesca e spagnuola, milizia di
molta stimazione e valore.
Il Pontefice Lione nascondeva con recondite simulazioni, ed arti
il suo discontento, e non era ancora in se medesimo risoluto a qual
partito dovesse appigliarsi: pure per fuggir l'occasione di scoprire
l'animo suo mal affetto a Carlo, di sua libera volontà, dispensò a
poter accettare la elezione fattagli dello Imperio non ostante, che
fosse contra il tenore della investitura del Regno di Napoli, con la
quale (fatta secondo la forma delle antiche investiture) gli veniva
ciò espressamente proibito, spedendogli per ciò Bolla, per la quale fu
abilitato ad essere Imperadore, non ostante li patti suddetti, che si
legge presso il Chioccarelli[317].
Nel nuovo anno 1520 passò Cesare per mare di Spagna in Fiandra, e di
Fiandra in Germania, dove nel mese d'ottobre ricevè in Aquisgrana,
città nobile per l'antica residenza, e per lo sepolcro di Carlo M. con
grandissimo concorso la prima Corona (quella medesima, secondo ch'è
fama, con la quale fu incoronato Carlo M.) datagli, secondo il costume
antico, con l'autorità de' Principi di Germania.
Ma questa sua felicità era turbata dagli accidenti nati di nuovo
in Ispagna, perchè a' popoli di quei Regni era stata molesta la
promozione sua all'Imperio, conoscendo, che con grandissima incomodità
e detrimento di tutti sarebbe per varie cagioni necessitato a stare
non picciola parte del tempo fuori di Spagna: ma molto più gli aveva
mossi l'odio grande, che avevano conceputo contra l'avarizia di
coloro, che lo governavano, massimamente contra Ceures e gli altri
Fiaminghi, in modo che concitati tutti i Popoli contra il nome loro,
avevano alla partita di Cesare tumultuato quei di Vagliadolid, ed
appena uscito di Spagna, sollevati tutti, non contra il Re, ma contra
i cattivi Governatori: e comunicati insieme i consigli, non prestando
più ubbidienza agli Uffiziali regj, avevano fatto congregazione della
maggior parte de' Popoli, li quali data forma al Governo, si reggevano
in nome della _Santa Giunta_ (così chiamavano il Consiglio universale
de' Popoli), contra li quali essendosi levati in armi i Capitani
e Ministri regj, ridotte le cose in manifesta guerra, erano tanto
moltiplicati i disordini, che Cesare piccolissima autorità vi riteneva.
Donde in Italia e fuori cresceva la speranza di coloro, che avrebbero
desiderato diminuita tanta grandezza.
Nella fine di quest'anno istesso, forse tremila fanti spagnuoli, stati
più mesi in Sicilia, non volendo ritornare in Ispagna, secondo il
comandamento avuto da Cesare, disprezzata l'autorità de' Capitani,
passarono a Reggio di Calabria, e procedendo (con fare per tutto
gravissimi danni) verso lo Stato della Chiesa, misero in grave terrore
il Papa; massimamente ricusando l'offerte fatte dal Vicerè di Napoli,
e da lui di soldarne una parte, ed agli altri far donazione di denari;
ma questo movimento si risolvè più presto che gli uomini non credevano,
perchè passato il Tronto per entrare nella Marca Anconitana, nella
quale il Pontefice aveva mandate molte genti, ed andati a Campo a Ripa
Transona, avendovi dato un assalto gagliardo, perduti molti di loro,
furono costretti a ritirarsi; laonde diminuiti molto d'animo e di
riputazione, accettarono cupidamente da' Ministri di Cesare condizioni
molto minori di quelle, le quali avevano disprezzate.
Intanto vie più crescevano tra Cesare e 'l Re di Francia le male
inclinazioni, e Papa Lione, ancor che ostentasse in apparenza
neutralita, avendo per sospetta la troppa felicità di Carlo,
segretamente trattava col Re di Francia del modo di cacciarlo dal
Reame di Napoli, e fra di loro s'erano accordati d'assaltare con
l'armi, congiunti insieme, il Regno, con condizione, che Gaeta e
tutto quello che si contiene tra 'l fiume del Garigliano ed i confini
dello Stato ecclesiastico, s'acquistasse per la Chiesa: il resto del
Regno fosse del secondogenito del Re di Francia, il quale per essere
d'età minore avesse ad essere, insino ch'egli fosse d'età maggiore,
governato insieme col Reame da un Legato appostolico, che risiedesse a
Napoli[318].
In questo medesimo tempo invitato il Re dall'occasione de' tumulti
di Spagna, e confortato (secondo che poi querelandosi affermava)
dal Pontefice, mandò un esercito sotto Asparoth, fratello di Oderico
Lautrech in Navarra per ricuperar quel Regno al Re antico, siccome gli
riuscì felicemente. E non restava altro per l'impresa di Napoli, che
l'esecuzione della capitolazione fatta a Roma tra 'l Pontefice e lui;
della quale venendogli ricercata la ratifica cominciò a star sospeso,
essendogli messo sospetto da molti, che attesa la duplicità del
Pontefice, e l'odio che, assunto al Pontificato, gli avea continuamente
dimostrato, era da dubitare di qualche fraude, dicendo non esser
verisimile, che il Pontefice desiderasse, che in lui, o ne' figliuoli
pervenisse il Reame di Napoli, perchè avendo quel Regno e il Ducato di
Milano, temerebbe troppo la sua potenza: per certo tanta benevolenza
scopertasi così di subito non essere senza misterio. Avvertisse bene
alle cose sue ed agl'inganni, e che credendo acquistare il Regno di
Napoli, non perdesse lo Stato di Milano: perchè mandando l'esercito a
Napoli, sarebbe in potestà del Pontefice, che aveva seimila Svizzeri,
intendendosi co' Capitani dell'Imperadore, disfarlo, e disfatto quello,
che difesa rimanere a Milano? Queste ragioni commossero il Re in modo,
che stando dubbio del ratificare, e forse aspettando risposta d'altre
pratiche, non avvisava a Roma cos'alcuna, lasciando sospesi il Papa e
gli Ambasciadori suoi.
Ma il Pontefice, o perchè veramente governandosi con le simulazioni
consuete, avesse l'animo alieno dal Re; o perchè come vide passati
tutti i termini del rispondere, sospettando di quel ch'era, e temendo,
che il Re non iscoprisse a Cesare le sue pratiche, concitato ancora
dal desiderio ardente, che avea di ricuperare Parma e Piacenza, e di
fare qualche cosa memorabile: sdegnato oltre questo dalla insolenza di
Lautrech e del Vescovo di Tarba suo ministro, li quali non ammettendo
nello Stato di Milano alcuno comandamento, o provisioni ecclesiastiche,
le dispregiavano con superbissime ed insolentissime parole; deliberò di
congiugnersi con Cesare contra il Re di Francia.
Dall'altra parte l'Imperadore irritato dalla guerra di Navarra, e
stimolato da molti fuorusciti di Milano, e commosso ancora da alcuni
del suo Consiglio, desiderosi d'abbassare la grandezza di Ceures,
che aveva sempre dissuaso il separarsi dal Re di Francia; si risolvè
a confederarsi col Pontefice contra il Re, ed in effetto fu senza
saputa di Ceures, il quale opportunamente morì quasi ne' medesimi
giorni, tra il Pontefice e l'Imperadore fatta confederazione a difesa
comune, eziandio della Casa de' Medici e de' Fiorentini, con aggiunta
di rompere la guerra nello Stato di Milano, il quale acquistandosi,
restasse alla Chiesa Parma e Piacenza, per tenerle con quelle ragioni,
con le quali le avea tenute per innanzi; e che atteso che Francesco
Sforza, il quale era esule a Trento, pretendeva ragione nello Stato di
Milano per l'investitura paterna e per la rinunzia del fratello, che
acquistandosi ne fosse messo in possessione, ed obbligati i Collegati
a mantenervelo e difendervelo: che il Ducato di Milano non consumasse
altri Sali, che quelli di Cervia: che fosse permesso al Papa non solo
di procedere contra i sudditi e feudatari suoi; ma obbligato eziandio
Cesare (acquistato che fosse lo Stato di Milano) ad aiutarlo contra
loro, e nominatamente all'acquisto di Ferrara: fu accresciuto il censo
del Reame di Napoli, e promessa al Cardinal de' Medici una pensione di
diecimila ducati su l'Arcivescovado di Toledo vacato nuovamente, ed uno
Stato nel Reame di Napoli d'entrata di diecimila ducati per Alessandro
de' Medici figliuol naturale di Lorenzo, già Duca d'Urbino.
Conchiusa occultissimamente questa confederazione fra 'l Papa e
l'Imperadore contra il Re di Francia, furono tutti rivolti i loro
pensieri alla guerra di Milano, la quale per essere stata cotanto
bene scritta dal Guicciardino, dal Giovio, e da altri Scrittori
contemporanei, e per non essere del mio istituto, volontieri tralascio.
In brieve, gli Imperiali, e Francesco Sforza avendone cacciati i
Franzesi comandati dal famoso Capitano Lautrech, acquistarono quel
Ducato; del quale successo il Pontefice Lione ebbe tanta contentezza,
che Michiel S. di Montagna[319] scrive, che all'avviso della presa di
Milano, da lui estremamente desiderata, entrò in tale eccesso di gioia,
che ne fu preso dalla febbre, e se ne morì. Il Guicciardino[320] narra,
che morisse di morte inaspettata il primo di dicembre di quest'anno
1521, poichè dopo d'aver avuta la nuova dell'acquisto di Milano,
e ricevutone incredibile piacere, fu sorpreso la notte medesima da
piccola febbre, e ancorchè da' Medici fosse riputato di piccolo momento
il principio della sua infermità, morì fra pochissimi giorni, non senza
sospetto grande di veleno, datogli, secondo si dubitava, da Bernabò
Malespina suo cameriere, deputato a dargli da bere: il quale se bene
fosse incarcerato per questa sospezione, non ne fu poi ricercata più
cosa alcuna: perchè il Cardinal de' Medici, come fu giunto a Roma, lo
fece liberare, per non avere occasione di contrarre maggior inimicizia
col Re di Francia, per opera di chi si mormorava, ma con autore e
conghietture incerte, Bernabò avergli dato il veleno.
Fu agli 9 di gennajo del nuovo anno 1522 in suo luogo rifatto Adriano
Cardinal di Tortosa di nazion fiamengo, ch'era stato in puerizia di
Cesare maestro suo, e per opera sua promosso da Lione al Cardinalato,
il quale avuta la novella dell'elezione, non mutando il nome, che
prima avea, si fece denominare _Adriano VI_. Il suo Pontificato fu
molto breve, e durò poco più d'un anno e mezzo, essendosene morto ai
14 settembre del seguente anno 1523. Ed in suo luogo dopo due mesi
fu eletto il Cardinal Giulio de' Medici, che fece chiamarsi _Clemente
VII_.
Grandi furono gli avvenimenti sotto il suo Pontificato: Re Francesco
tornò in Italia per ricuperar lo Stato di Milano, assedia Pavia,
commette fatto d'arme nel Parco, e vi vien fatto infelicemente
prigione. Furono proposte molte condizioni per la sua liberazione,
ed intanto fu menato prigione in Ispagna, ove vi stette fin che fu
conchiuso con dure condizioni l'accordo fra lui e Cesare della sua
liberazione.
(_Carlo di Launoja_, senza saputa del _Borbone_ e del _Marchese di
Pescara_, dando a sentire di voler portare il Re Francesco a Napoli in
più forte e più sicura prigione, lo condusse in Ispagna: di che que'
mostrandosene aspramente offesi lo querelarono all'Imperadore, ed il
_Pescara_, siccome narra il _Varchi_, mandò al _Launoja_ un cartello,
sfidandolo come traditore, ed offrendosi di voler ciò provargli
colle arme in mano a corpo a corpo combattendo. Da questa mala
soddisfazione del Marchese nacque l'imputazione, che gli fu addossata
d'aver dato orecchio all'offerte del Papa di volerlo investire del
Regno di Napoli. Il _Varchi_ nella sua _Istoria Fiorentina_ stampata
ultimamente colla data di Colonia nel 1721 _lib. 2 pag. 12_ narra le
più minute circostanze di questo fatto, scrivendo, che il _Pescara_
avesse risposto all'offerta fattagli dal _Morone_, che ogni volta che
gli fosse mostrato, che senza pregiudizio dell'onor suo ciò far si
potesse, egli non ricuserebbe di porvi mano: e da Roma gli fu tosto
levato ogni scrupolo, poichè ivi non _mancarono_ (dice il _Varchi_) _de
Dottori, anzi Cardinali stessi_ (_e questi furono Cesis e l'Accolto_)
_i quali scrissero al Pescara, facendogli certa fede ed indubitata
testimonianza, ch'egli secondo la disposizione e ordinamenti delle
leggi così civili, come canoniche, non solo poteva ciò fare senza
mettervi scrupolo alcuno di punto dell'onor suo; ma eziandio che dovea
farlo per obbedire al sommo Pontefice_. Il Marchese che unicamente per
iscorgere i consiglj e fini de' nemici avea dato orecchio a questo
trattato, fingendo esser dubbio d'accettar l'invito, diede d'ogni
cosa relazione all'Imperadore _Carlo V_, il quale nella risposta,
che nel 1526 fece a _Clemente VII_, dichiarò essere stato fin dal
principio informato dal medesimo di tutto, e che non poteva avere
alcun sospetto della fedeltà ed onore del _Pescara_; rinfacciando al
Papa questi indegnissimi modi e perverse machinazioni. Merita esser
letta questa savia e gravissima risposta di Cesare; la qual finisce con
un'appellazione che interpose, di tutti i papali atti e futuri gravami
e minacce, al futuro general Concilio, che dovea tosto convocarsi da
tutte le province cristiane. Fu quella impressa da _Goldasto_ nel tomo
uno _Const. Imp._ e si legge _alla pag. 419_, ed ultimamente _Lunig_
nel III tomo del suo _Codice Diplomatico d'Italia_, che in quest'anno
1732 ha dato alla luce, non ha mancato alla _pagina_ 1962 _et seqq_. di
trascriverla tutta intera, insieme col Breve lunghissimo di _Clemente_,
al quale si risponde).
Nella capitolazione fra il Re Francesco, e l'Imperadore, che fu
stipulata in Madrid li 14 di gennajo dell'anno 1526, fra l'altre cose
fu convenuto, che rinunziasse il Re Cristianissimo, e cedesse a Cesare
tutte le ragioni del Regno di Napoli, eziandio quelle che gli fossero
pervenute per le investiture della Chiesa, e 'l medesimo facesse delle
ragioni dello Stato di Milano[321].
Non meno i Giureconsulti che gl'Istorici[322] scrissero, che in
vigor di questo accordo fossero estinte tutte le ragioni, che mai
i Re di Francia potessero rappresentare sopra il Reame di Napoli, e
che nell'avvenire non avrebbero più pretesto d'invaderlo, e che per
ciò ogni guerra che si fosse mossa, sarebbe stata irragionevole ed
ingiusta, ed in fine, che si sarebbero terminate tutte le contese sopra
il Regno di Napoli.
Ma non furono vani i presagi, che gli uomini prudenti sin d'allora
fecero di questa simulata e sforzata convenzione: appena si vide
il Re Francesco posto in libertà, che riputando di niun valore le
obbligazioni fatte violentemente in prigione, nulla curando de'
propri figliuoli dati in ostaggio in potere di Cesare, non solo non
le osservò, ma riputandosi ingiuriato da lui, per averlo astretto
a promesse indegne ed impossibili, proccurò vendicarsene: a questo
fine, avanti che segnasse la pace, nel medesimo giorno, fecene lunga
protesta, che si legge presso _Lionard_ nella sua Raccolta[323], ove
dichiarava per pura violenza, trovandosi prigione e gravemente infermo,
essere stato costretto a segnarla. Perciò avendo rivolti i suoi
pensieri per unire tutte le sue forze, tornò più irato che mai a fargli
nuova guerra, e a portare le sue armi di nuovo in Italia, con impegno
non solo di ricuperare il perduto Stato di Milano, ma invadere anche
il Regno di Napoli, promettendosene per mezzo di _Lautrech_ suo famoso
Capitano la reduzione, come più innanzi narreremo.