_Splendore della Casa Reale di FERDINANDO, il quale, pacato il Regno,
lo riordina con nuove leggi ed istituti: favorisce li Letterati e le
lettere; e v'introduce nuove arti._
Ferdinando, calcando le medesime pedate del Re Alfonso suo padre, ora
che si vide il Regno tutto placido e tranquillo, non trascurò in questi
anni di felicità e di pace, di ordinarlo, di arricchirlo di nuove
arti, di fornirlo di provide leggi ed istituti, e d'uomini letterati ed
illustri in ogni sorte di scienze, e sopra tutto di Professori di legge
civile e canonica; onde avvenne, che nel suo Regno, oltre lo splendore
della sua casa Regale, cotanto presso di noi fiorissero i Giureconsulti
e le lettere. E certamente Napoli videsi a questi tempi in quella
floridezza che fu nel regno di Carlo II d'Angiò, per li tanti Reali,
che adornavano il suo Palazzo. Ebbe Ferdinando non meno che Carlo,
molti figliuoli, che illustrarono la sua Casa reale. Dalla Regina
_Isabella_ di Chiaramonte, oltre _Alfonso_ Duca di Calabria, destinato
suo successore nel Regno, ebbe _Federico_ Principe tanto buono e savio,
che il padre lo fece Principe di Squillace, indi Principe di Taranto
e poi Principe d'Altamura. Ebbe _Francesco_, che lo creò Duca di S.
Angelo al Gargano. Ebbe _Giovanni_, che da Sisto IV fu fatto Cardinale,
ed era nomato il Cardinal d'Aragona[19]; ma questi due premorirono al
padre. Ebbe ancora _Eleonora_, e _Beatrice_ sue figliuole, che maritò
una col Duca di Ferrara e l'altra col Re d'Ungheria.
Il Re Ferdinando rimaso vedovo della Regina Isabella nel 1477 si casò
la seconda volta con _Giovanna_ sua cugina figliuola del Re Giovanni
d'Aragona suo zio, dalla quale ebbe una sola figliuola che chiamò col
nome della madre pur Giovanna. Oltre di questi ebbe D. Errico e D.
Cesare suoi figliuoli naturali, ed oltre alle femmine che maritò co
primi Signori e Baroni del Regno.
A tanti Regali di Napoli s'aggiungeva ancora la famiglia del Duca
di Calabria, il quale casato, come si è detto, con Ippolita Sforza
figliola del Duca di Milano, avrà con lei procreati tre figliuoli,
_Ferdinando_ primogenito, che poi gli successe nel Regno, Pietro
ed _Isabella_; ma Pietro premorì non meno al padre, che all'avo, e
Isabella fu data in moglie a Giovanni Galeazzo figliuolo di Galeazzo
Duca di Milano, il quale morto il padre fu sotto il baliato e tutela
di Lodovico suo zio: quegli, che, come si dirà, pose in Italia tanti
incendj, e fu cagione di tante rivoluzioni e disordini. La Casa regale
di Napoli non avea in questi tempi da invidiare qualunque Corte de'
maggiori Principi d'Europa; e narra Camillo Tutini, deplorando la sua
infelicità nel supplemento della varietà della fortuna di Tristano
Caracciolo, che un giorno in un festino celebrato in Napoli comparvero
più di cinquanta persone di questa famiglia, tal che non si credea che
si potesse estinguer mai; ed era sostenuta colla maggior splendidezza e
magnificenza, così nelle congiunture delle celebrità, che si facevano
per tante nozze ed incoronazioni, come per riguardo di tante Corti,
che questi Reali tenevano e per tanti Ufficiali maggiori e minori della
Casa e dell'ostello regale, li quali con molto fasto, mentre fu Napoli
Sede Regia, si mantennero.
Non solo fu mantenuto il fasto e lo splendore della Casa regale,
ma Ferdinando volle anche ristabilire nel Regno gli Ufficiali della
Corona, i di cui uficj esercitati per la maggior parte da que' ribelli
Baroni, che egli avea spenti, eran per le precedute rivoluzioni e
disordini, rimasi vacanti. Per la morte del Principe di Taranto,
dovendosi provvedere l'uficio di Gran Contestabile, egli n'investì
Francesco del Balzo Duca di Andria. Vacando ancora per la ruina del
Principe di Rossano il G. Ammirante, lo diede a Roberto Sanseverino
Principe di Salerno. Per la ribellione di Ruggiero Acclocciamuro
fece G. Giustiziere Antonio Piccolomini Duca d'Amalfi e Conte di
Celano. Elesse per G. Protonotario Onorato Gaetano Conte di Fondi:
per G. Camerario Girolamo Sanseverino Principe di Bisignano: per G.
Cancelliere Giacomo Caracciolo Conte di Brienza e per G. Siniscalco D.
Pietro di Guevara Marchese del Vasto. Questi Ufficiali durante il Regno
degli Aragonesi erano nell'antico loro splendore e preminenza; anzi si
videro ora più rilucere, quanto che Ferdinando non avea altri Stati e
perciò proccurava ingrandire le loro prerogative per porre in maggior
lustro il suo unico Regno.
Ancorchè questo Principe fosse stato terribile coi suoi Baroni per le
precedute ribellioni, e s'avesse perciò acquistato nome di crudele
e d'inumano; nientedimeno non tralasciava per acquistar benevolenza
presso i suoi aderenti di innalzarli con onori e dignità. Accrebbe per
ciò il numero de' Titoli e di Conti sopra ogni altro, creandone molti,
come nel 1467 fece con Matteo di Capua, che lo creò Conte di Falena,
con Scipione Pandone, facendolo Conte di Venafro, con D. Ferrante
Guevara, che lo creò Conte di Belcastro e con tanti altri; ond'è che
accrebbe il numero de' Titoli nel Regno assai più, che non fece il Re
Alfonso, siccome si vede chiaro dal catalogo, che ne tessè il Summonte,
numeroso assai più degli altri, così ne' tempi d'Alfonso, come degli
altri Re angioini suoi predecessori.
Egli ancora, come si disse, fra gli altri Ordini di Cavalleria istituì
nel Regno un nuovo Ordine, chiamato dell'_Armellino_ di cui soleva
molti ornare. L'istituì per le gare ch'ebbe col Principe di Rossano,
il quale, come s'è detto essendosi dato alla parte del Duca Giovanni
d'Angiò, non potendo colla forza vincere il nemico, rivoltossi
agl'inganni, ed a' tradimenti, perchè nell'istesso tempo che, per via
di nuove parentele col Re, erasi con lui pacificato e mostrava aver
lasciato il partito di Giovanni, ordinò contro al Re nuovi trattati col
Duca: di che accortosi Ferdinando lo fece pigliare, e mandato prigione
a Capua, lo fece poi condurre a Napoli. Molti consigliavano il Re, che
lo facesse morire; ma non vi consentì Ferdinando, dicendo, che non
era giusto tingersi le mani nel sangue di un suo cognato, ancorchè
traditore. Volendo poscia dichiarar questo suo generoso pensiero di
clemenza, figurò un armellino, il qual pregia tanto il candor della
sua politezza, che più tosto da' cacciatori si fa prendere, che
imbrattarsi di fango, che coloro sogliono spargere intorno alla sua
tana per pigliarlo. Si portava per ciò dal Re una collana ornata di
gemme e d'oro coll'Armellino pendente, cui motto: _Malo mori, quam
foedari_. Per opporsi al Duca Giovanni ed alla sua Compagnia de'
Cavalieri detta de' _Crescenti_, istituì perciò egli quest'altra
detta dell'_Armellino_, ornando di questa collana molti, facendogli
Cavalieri; ed il Pigna[20] rapporta che fra gli altri, fece di questa
Compagnia Ercole da Este Duca di Ferrara suo genero, al quale per
Giovan Antonio Caraffa Cavalier napoletano mandò una di queste collane.
Oltre d'aver Ferdinando in tante maniere illustrato il Regno, come
Principe provido ed amante dell'abbondanza e delle ricchezze de'
suoi sudditi, egli facilitò i traffichi a' mercatanti, ed agevolò
il commercio in tutte le parti non meno d'Occidente che d'Oriente;
ma sopra tutto (di che Napoli deve confessar molto obbligo a questo
Principe, e porre per una delle cagioni della sua grandezza, ed
accrescimento de' suoi cittadini e delle ricchezze) fu l'avervi
introdotte ed accresciute molte arti, e particolarmente l'arte di
lavorar seta e tessere drappi e broccati d'oro.
Erasi quest'arte cominciata già ad introdursi in molte città d'Italia,
ond'egli dopo la morte della Regina Isabella sua moglie nel 1456 pensò
introdurla anche in Napoli, e fattosi da diversi luoghi chiamare più
periti di quella, finalmente scelse Marino di Cataponte veneziano di
quest'arte sperimentato maestro, il quale ricevuti dal Re in prestanza
mille scudi per servirsene per lavorare, fece qui tessere drappi di
seta e d'oro: e per maggiormente accrescerla fece franco ed immune
d'ogni dogana e gabella tutto ciò che serviva per questo lavoro,
concedendo che la seta, oro filato e la grana, ed ogni altra cosa
bisognevole per servizio di quest'arte tanto per tingere quanto per
tessere e far broccati e tele d'oro fosse esente da ogni pagamento[21].
Di vantaggio stabilì, che i lavoratori di quelli dovessero esser
trattati e reputati in tutto come Napoletani: che nelle loro cause
tanto civili, quanto criminali non possano essere riconosciuti da
niuno Tribunale o Ufficiale, eccetto che da' loro Consoli: che tutti
quelli di qualunque nazione si fossero, che in Napoli venissero ad
esercitar quest'arte siano guidati ed assicurati e franchi e liberi
da ogni commesso delitto, nè da altri potessero essere riconosciuti se
non da' loro Consoli: che tutti coloro, che vorranno fare esercitare,
o eserciteranno quest'arte, siano mercatanti, maestri, scolari o
ajutanti, si debbano far scrivere nella matricola, o sia libro della
lor arte, nel quale scritti che saranno, debbano godere di tutti
i privilegi e capitoli conceduti o che si concederanno dal Re e
suoi successori nel Regno: che in ogni anno nel dì di S. Giorgio,
assembrati, dovessero eleggere tre Consoli per lo reggimento e governo
di quella, i quali ogni Sabato dovessero tener ragione con amministrar
loro giustizia. Molti altri privilegi furono da Ferdinando conceduti a
quest'arte ed a Marino Cataponte. Altri ancora ne concedè a Francesco
di Nerone fiorentino, al quale promise pagargli ducati trecento l'anno
di provisione, acciò assistesse e la esercitasse in Napoli. Altri
a Pietro de Conversi genovese, ed altri a Girolamo di Goriante pur
fiorentino[22]. Li successori Re parimente nobilitarono quest'arte con
nuove altre prerogative, tanto che si eresse perciò in Napoli un nuovo
Tribunale, che si chiama della nobil arte della seta. Lo compongono
i Consoli, il Giudice, ovvero loro Assessore e l'Avvocato fiscale
di Vicaria vi puol anche intervenire[23]. Da' suoi decreti non dassi
appellazione, se non al S. C. dove il Giudice fa le relazioni stando
in piedi e con capo scoverto, nè se gli dà titolo di Magnifico, come
rapporta il Tassoni nel suo universale magazzino.
Non è da tralasciare ciò che ponderò il Summonte[24] nella sua istoria
di Napoli scritta, come ogni un sa, sono più che cento anni, che
per quest'arte fu cotanto accresciuta Napoli e nobilitato il Regno,
che concorrendo da tutte le parti molti a professarla, ed i naturali
dandosi a quella, si vide la città accresciuta d'abitatori, e vivere la
metà degli abitanti col guadagno d'essa, venendovi non pure dalle città
e Terre convicine del Regno, ma anche intere famiglie da diverse parti
d'Europa, tanto che a' suoi tempi, e' dice, che avea preso tanta forza,
che per ciò la città si vide ampliata ed ingrandita forse un terzo più,
che non era.
Così scrive quest'Autore quando i lussi e le pompe non erano arrivate
a quella grandezza ed estremità, che abbiam veduto a' tempi nostri
dopo un secolo e più ch'e' scrisse. Ora le cose sono ridotte al sommo
e non vi è picciola donnicciuola, o vil contadino o artigiano, che non
vestano di seta, quando ai tempi di questi Re d'Aragona, come ce n'è
buon testimonio il Consigliere Matteo d'Afflitto, gli abiti serici non
erano, che di Signore e Gentildonne[25].
Non pure quest'arte introdusse Ferdinando fra noi, ma pochi anni
appresso, nel 1480, v'introdusse l'arte della lana e quasi gl'istessi
privilegi concedè a' suoi Consoli. Volle che i professori si
scrivessero nella matricola e che non fossero riconosciuti se non da'
Consoli[26]. Surse per ciò un altro Tribunale, detto dell'arte della
lana, che si compone di Consoli e loro Giudice ovvero Assessore; ed
ove, sempre che voglia, può intervenire l'Avvocato fiscale di Vicaria.
Parimente da' suoi decreti non s'appella, che nel S. C. ove si fanno
le relazioni, e tiene molta conformità col Tribunale della nobil arte
della seta.
Parimente negli anni 1458 e 1474 innalzò Ferdinando l'arte degli Orafi,
istituendo il lor Consolato, a cui diede la facoltà d'aver cura de'
difetti, che si commettessero nell'arte[27] e prescrisse il modo e la
norma per evitar le frodi; ed ugual vigilanza praticò in tutte le altre
arti, perchè maggiormente fiorissero, e le fraudi si togliessero.