_I Principi di Taranto e di Rossano con altri Baroni, dopo l'invito
fatto al Re GIOVANNI d'Aragona, che fu rifiutato, chiamano all'impresa
del Regno GIOVANNI d'Angiò figliuolo di Renato: sua spedizione, sue
conquiste, sue perdite e fuga._
Ma non durò guari nel Regno questa tranquillità poichè, se bene
alcuni Baroni, che non più a dentro penetrarono l'animo ulcerato di
Ferdinando, credevano che il suo Regno dovess'essere tutto placido e
benevolo; nulladimanco molti altri, che sapevano la natura sua maligna
e coperta, giudicavano questa clemenzia e liberalità, che fosse tutta
finta e simulata, e tra questi, i primi erano i Principi di Taranto
e di Rossano parenti del Re, i quali per la grandezza loro stavano
sospetti, e dubitavano, che 'l Re, ch'avea veduto vivere suo padre
tanto splendidamente con l'entrate di tanti Regni, vedendosi rimaso
solo con questo Regno, sempre avria pensato d'arricchirsi con le
ricchezze loro e per questo non osavano di venire a visitare il Re;
anzi il sospetto crebbe tanto nel Principe di Taranto, che ogni dì
pensava a qualche nuovo modo d'assicurarsi; e per estenuare le forze
del Re, ed accrescere la potenza sua con nuovi amici e parenti, cercò
al Re, che volesse rimettere nello Stato il Marchese di Cotrone, a
cui avea promesso di dare per nuora una figliuola: e cercò ancora di
far ricoverare lo Stato a Giosia Acquaviva Duca d'Atri e di Teramo,
padre di Giulio Antonio Conte di Conversano ch'era suo genero. Il
Re, ancorchè la dimanda fosse arrogante, pure colla speranza, che
tanto il Principe, quanto il Duca ed il Marchese con questo beneficio
mutarebbono proposito, ne gli compiacque e mandò due Commessarj,
l'uno in Apruzzo, l'altro in Calabria a dar la possessione di quelli
Stati, che si tenevano ancora per lo Fisco, al Duca ed al Marchese, e
rimandò gli Ambasciadori del Principe, che allora dimorava in Lecce,
molto ben regalati, ed il Principe con grandissima dissimulazione
mandò a ringraziare il Re, e da allora cominciarono ad andare dall'uno
all'altro spesse visite e lettere. Ma il Principe, che conosceva aver
offeso il Re, avendolo stretto a porre l'armi in mano a' suoi capitali
nemici, quanto più erano amorevoli le lettere del Re, tanto più entrava
in sospetto, perchè sapeva la sua natura avara, crudele e vendicativa,
ed attissima a simulare tutto il contrario di quello, che avea in
cuore. E per questo cominciò a disponersi di voler venire più tosto a
guerra scoperta, non fidandosi di stare più sicuro delle insidie del
Re, se non toglieva le pratiche de' servidori di Ferdinando in casa
sua, per le quali temeva di qualche trattato di ferro, o di veleno.
Determinossi per tanto, essendo d'accordo col Marchese di Cotrone, col
Principe di Rossano e col Duca Giosia, di mandar segretamente al Re
Giovanni d'Aragona a sollecitarlo, che venisse a pigliarsi quel Regno,
che gli spettava per legittima successione dopo la morte di Re Alfonso
suo fratello. La gran ventura di Ferrante fu, che Giovanni si trovava
allora in grandissima guerra in tutti i suoi Regni, e massimamente
in Catalogna, ed in Navarra, perchè non potevano i Catalani ed i
Navaresi soffrire, che 'l Re istigato dalla moglie, che era figliuola
dell'Ammirante di Castiglia, trattasse così male e tenesse per nemico
il suo figlio primogenito, Principe tanto ben amato da tutti, e
mostrasse di volere i Regni per l'Infante D. Ferrante figliuolo della
seconda moglie; poichè se fosse stato sbrigato da quelle guerre,
avria certamente in brevissimo tempo cacciato Re Ferrante da questo
Regno: onde il Re Giovanni rispose a questi Baroni, che desiderava,
che per allora osservassero la fede a D. Ferrante suo nipote, ch'egli
non curava di lasciare le ragioni, che ci aveva, purchè questo Regno
stesse sotto la bandiera d'Aragona. Dall'altra parte il Re Ferrante,
avendo qualche indizio di questa pratica, mandò subito in Ispagna Turco
Cicinello Cavaliere prudentissimo, ed il famoso Antonio d'Alessandro
pur Cavaliere e Dottore eccelentissimo, che avessero a pregare il Re
Giovanni, che non volesse mancare del favor suo al Re suo nipote, e
che potea dire, che fosse più suo questo, che i Regni della Corona
d'Aragona. Questi non ebbero molta fatica a divertire quel Re dal
pensiero di volere il Regno di Napoli, perchè se ben forse quel vecchio
ne aveva volontà, gli mancavano le forze. Ma ebbero fatica in saldare
un altra piaga, perchè pochi dì innanzi la Regina Maria, che fu moglie
del Re Alfonso morì in Catalogna, e lasciò erede Re Giovanni delle doti
sue, ch'erano quattrocentomila ducati, e il Re Giovanni dicea, che
doveano cavarsi dal Regno di Napoli e dal tesoro ch'avea lasciato Re
Alfonso; ed ebbero questi due Cavalieri fatto assai, quando accordarono
di darglieli in diece anni, dicendo ch'era tanto quanto togliere il
Regno, volendo così grossa somma di danari a questo tempo, che si
sospettava certa e pericolosa guerra.
Il Principe di Taranto vedendo riuscir vano il suo disegno, tentò un
altra impresa, nella quale, oltre i riferiti Baroni, volle avervi anche
per compagno il Principe di Rossano, che odiava il Re mortalmente,
perchè s'era sparsa fama che il Re avea commesso incesto colla
Principessa di Rossano sua sorella carnalmente, e moglie del Principe
onde mandò a richiederlo per mezzo di Marco della Ratta, che poichè non
era successo l'invito fatto al Re d'Aragona, che pigliasse l'impresa
del Regno, mandassero ad invitare Giovanni d'Angiò _Duca di Calabria_,
che ancora si trovava in Genova.
Era questo Principe venuto in Genova prima di morire Alfonso, quando
per la pertinacia sua di non voler restituire a Genovesi le loro
navi predate, gli costrinse disperati (poichè non trovarono nelle
Potenze d'Italia alcuno ajuto) a darsi a Carlo VII Re di Francia il
quale mandò a governargli Giovanni figliuolo del Re Renato, che,
come si disse, s'intitolava _Duca di Calabria_ per le ragioni di
suo padre; deliberarono per tanto unitamente di mandare il medesimo
Marco della Ratta a chiamarlo. Avea costui per moglie una figliuola
di Giovanni Cossa, il quale, come fu detto nel precedente libro, si
partì da Napoli col Re Renato, e da quel tempo era stato sempre in
Francia con grandissima fama di lealtà e di valore; e per questo il
Re Renato l'avea dato, come maestro, al Duca Giovanni suo figliuolo;
e fu cosa leggiera ad ottenere, che il Duca venisse a quest'impresa
non meno per volontà sua, che per consiglio e conforto di Giovanni
Cossa, che desiderava dopo un esilio di diciannove anni ritornare alla
Patria; onde nell'istesso tempo che mandò a Marsiglia al Re Renato
per l'apparato della guerra, fece ponere in ordine galee e navi in
Genova, e dall'altro canto il Principe di Taranto, che come Gran
Contestabile del Regno avea cura di tutte le genti d'armi, pose Capi
tutti dipendenti da lui, e cominciò a dar loro denari per ponersi bene
in ordine, e tuttavia dalla Marca e da Romagna faceva venire nuovi
soldati, ed accresceva il numero, e già pareva che in Puglia ed in
Apruzzo le cose scoppiassero in manifesta guerra, e dall'altra parte
nella Calabria per opra del Marchese di Cotrone le cose si trovavano
ancor disposte a prorompere in tumulti e disordini. E mentre Re
Ferrante era tutto inteso a reprimere questi moti, ecco che s'ebbe
l'avviso, che il Duca Giovanni con ventidue galee e quattro navi
grosse era sorto nella marina di Sessa tra la foce del Garigliano e del
Vulturno; onde per tutte le parti si vide in un baleno arder tutto il
Regno d'intestina e crudel guerra.
Tutta questa guerra, che seguì ne' primi anni del Re Ferrante, fu
scritta da Gioviano Pontano, celebre letterato di que' tempi e scrittor
contemporaneo, poichè fu secondo Segretario del Re Ferrante istesso.
Michele Riccio, pur egli autor coetaneo, parimente trattonne, ancorchè
ristrettamente Angelo di Costanzo[10] poi più a minuto e con maggior
esattezza ce la dipinse, protestando, che se egli s'allargava in molte
cose, che il Pontano non scrisse, o non espresse, era per relazione
di Francesco Puderico, quegli, che insieme col Sannazaro gli diedero
la spinta, e l'infiammarono a scrivere la sua istoria, che morì
nonagenario, e di alcuni altri Cavalieri vecchi, che furono prossimi a
quel tempo. Antonio Zurita, che seguì per la maggior parte il Fontano,
il Summonte ed altri, anche ampiamente ne scrissero; onde essendosi
questa guerra cotanto divulgata da questi Autori, nè essendo ciò del
mio istituto, volentieri mi rimetto all'istorie loro.
In breve fu ricevuto il Duca Giovanni dal Principe di Rossano; e
spinse la sua armata fino al Porto di Napoli, ed invase gran parte
di Terra di Lavoro. Passò poi in Capitanata, e trovò Baroni e Popoli
tutti inclinati a seguire la sua parte. Lucera subito aperse le porte,
e Luigi Minutolo rese il castello: il simile fece Troja, Foggia,
Sansevero, e Manfredonia e tutte le castella del Monte Gargano: ed
Ercole da Este, ch'era stato Governadore di quella provincia per
lo Re, vedendo tutte le Terre della sua giurisdizione ribellate,
passò a servire il Duca. Vennero anche a giurargli omaggio Giovanni
Caracciolo Duca di Melfi, Giacomo Caracciolo suo fratello Conte
d'Avellino, Giorgio della Magna Conte di Bucino, Carlo di Sangro
Signore di Torre Maggiore, Marino Caracciolo Signore di Santo Buono,
li quali aveano in Capitanata e nel Contado di Molise molti e buoni
castelli; e l'Aquila a persuasione di Pietro Lallo Camporesco alzò le
bandiere d'Angiò. Il Principe di Taranto, che si trovava a Bari uscì
fino a Bitonto ad incontrare il Duca e lo condusse in Bari, dove fu
ricevuto con apparato regale. Il Principe di Rossano tentò insidie e
tradimenti per assassinare il Re; ma fu il suo esercito rotto presso
Sarno. Tutto Principato, Basilicata e Calabria fin a Cosenza alzò le
bandiere angioine, e l resto di Calabria l'avea fatto già ribellare il
Marchese di Cotrone; e chi legge l'istoria di questa guerra scritta dal
Fontano, può giudicare in che opinione di perversa natura stasse il Re
Ferrante appresso i Baroni ed i Popoli, che non solo tutti quelli che
con grandissima fede e costanza aveano seguita la parte di Re Alfonso
suo padre, o i figliuoli d'essi cospirarono a cacciarlo dal Regno, ma
gli stessi suoi Catalani, cominciando da Papa Calisto III che fu suo
precettore.
Le cose di Ferdinando si ridussero in tanta declinazione, che fu
fama, la quale il Fontano tiene per vera, che la Regina Isabella di
Chiaramonte sua moglie, vedendo le cose del marito disperate, si fosse
partita da Napoli con la scorta d'un suo confessore in abito di Frate
di S. Francesco, e fosse andata a trovare il Principe di Taranto suo
zio e buttatasegli a' piedi l'avesse pregato, che poi che l'avea fatta
Regina, l'avesse ancora fatta morire Regina, e che il Principe l'avesse
risposto, che stesse di buon animo, che così farebbe.
Il Duca di Milano, che era entrato in questa guerra in ajuto del
Re Ferrante e che correva la medesima fortuna che il Re, per la
pretensione del Duca di Orleans sopra lo Stato di Milano, sentendo
le cose di Ferdinando in tale stato, pensò se per via di pace e di
riconciliazione potesse salvargli il Regno, e mandò Roberto Sanseverino
Conte di Cajazza, ch'era figliuolo di sua sorella, in soccorso del
Re con istruzione di consigliarlo, che proccurasse di riconciliarsi
i Baroni, e ricovrare a poco a poco il Regno; e perchè sapeva, che il
Re per la natura sua crudele e vendicativa era noto a' Baroni, che non
osservava mai patti, nè giuramenti, per saziarsi del sangue di coloro,
che l'aveano offeso; mandò una proccura in persona di Roberto, che
sotto la fede di leal Principe potesse assicurare in nome suo quelli
Baroni, che volessero accordarsi col Re[11]. Questa venuta del Conte
di Cajazza sollevò molto le cose del Re, perch'essendo parente del
Conte di Marsico e di Sanseverino trattò con lui, che avesse da tornare
alla fede del Re, siccome venne ad accordarsi accettando volontieri
l'onorati partiti che gli fece il Re, fra' quali fu la concessione
della città di Salerno con titolo di Principe; di poter battere moneta;
che i beni de' suoi Vassalli devoluti per fellonia, fossero del Fisco
del Principe, e non del Fisco regale, ed altri onoratissimi patti
rapportati dal Costanzo. Il Conte di Marsico, che da questo tempo
innanzi fu chiamato Principe di Salerno, mandò subito al Pontefice
Pio per l'assoluzione del giuramento, che avea fatto in mano del Duca
Giovanni, quando lo creò suo Cavaliere, rimandando al medesimo l'ordine
della luna crescente, del quale l'avea ornato Cavaliere e molti altri
seguirono quest'esempio; ed il Chioccarello[12] rapporta la Bolla
di Pio II fatta a' 5 Gennajo dell'anno 1460 colla quale assolve dal
giuramento tutti coloro, che aveano dal Duca Giovanni preso l'ordine
della luna crescente e disfece questa Confrateria, ch'era chiamata de'
_Crescenti_.
L'accordo del Principe di Salerno col Re fu gran cagione della salute
di Ferdinando, perchè non solo gli diede per le Terre sue il passo,
e gli aperse la via di Calabria; ma andò insieme con Ruberto Orsino
a ricuperarla; e perchè di passo in passo, da Sanseverino fino in
Calabria erano Terre sue, o del Conte di Capaccio, o del Corte di
Lauria, o di altri seguaci di casa sua, quanto camminò fino a Cosenza,
ridusse a divozione del Re. Fu presa Cosenza e saccheggiata: Scigliano,
Martorano e Nicastro si resero: Bisignano fu preso a forza, ed in breve
quasi tutta quella provincia tornò alla fede del Re.
Il Pontefice Pio mandò Antonio Piccolomini suo Nipote in ajuto del
Re con mille cavalli e cinquecento fanti, che gli ricuperò Terra di
Lavoro. Nel medesimo tempo il Duca di Milano mandò nuovo soccorso,
col quale nell'Apruzzo ridusse molte Terre alla sua ubbidienza. Il Re
passò in Puglia per dare il guasto al paese di Lucera, ove era il Duca
Giovanni con buon numero di gente, aspettando il Principe di Taranto.
Si resero a lui Sansevero, Dragonara e molte altre Terre del Monte
Gargano: e finalmente prese S. Angelo, dove trovò ridutte tutte le
ricchezze della Puglia. Fu saccheggiato con ogni spezie di avarizia
e di crudeltà, ed il Re sceso alla Chiesa sotterranea di quel famoso
Santuario, trovò gran quantità d'argento e di oro, non solo di quello,
ch'era stato donato per la gran devozione al Santuario, ma di quello,
ch'era stato portato ivi in guardia da Sacerdoti delle Terre convicine.
Il Re fattolo annotare se lo prese, promettendo dopo la vittoria
restituire ogni cosa, e di quell'argento fece subito battere quella
moneta, che si chiamava li _Coronati di S. Angelo_; che gli giovò molto
in questa guerra.
(Questa moneta pur trovasi impressa dal _Vergara Tab. XXIII n. 4_,
nella quale da una parte è l'immagine di _Ferdinando_ e dall'altra
quella dell'Arcangelo Michele, col motto IVSTA TVENDA: per iscusarsi,
che la necessità di difendere lo Stato l'obbligò a valersi degli
Argenti di quel Santuario).
Sopraggiunse ancora in questo stato di cose al Re Ferdinando un altro
improviso ajuto, poichè venne da Albania a soccorrerlo con un buon
numero di navi, con settecento cavalli e mille fanti veterani Giorgio
Castrioto cognominato _Scanderbecch_, uomo in quelli tempi famosissimo
per le cose da lui adoperate contra Turchi. Costui, ricordevole, che
pochi anni avanti, quando il Turco venne ad assaltarlo in Albania, dove
e' signoreggiava, Re Alfonso gli avea mandato soccorso; avendo inteso,
che Re Ferdinando stava oppresso da tanta guerra, volle venire a questo
modo a soccorrerlo, e la venuta sua fu di tanta efficacia che fece
diffidar i suoi nemici d'attaccarlo.
Il Cardinal Rovarella Legato appostolico, che stava in Benevento, fece
pratica di tirare dalla parte del Re Orso Orsino; e poco da poi il
Marchese di Cotrone si riconciliò col Re, ed il simile fece il Conte di
Nicatro.
Alfonso Duca di Calabria primogenito del Re, che non avea più che
quattordici anni, fu mandato dal padre sotto la cura di Lucca
Sanseverino ad interamente sottomettere la Calabria, il quale
mostrandosi dalla sua puerizia quello, che avea da essere nell'età
perfetta, con somma diligenza ed audacia perfezionò l'impresa.
Dall'altro canto il Re debellò i suoi nemici in Capitanata, prese Troja
e ridusse quella provincia interamente alla sua fede; onde gli altri
Baroni, vedendo posta in tanta grandezza la casa del Re, ed in tanta
declinazione la parte Angioina, venivano a trovarlo e rendersegli, come
fece Giovanni Caracciolo Duca di Melfi.
Il Principe di Taranto vedendo finalmente, che non restava altro di
fare al Re, che venire ad espugnarlo, deliberò di mandare a domandargli
pace[13]: Ferdinando non la ricusò, e mandò Antonello di Petruccio
suo Segretario col Cardinal Rovarella Legato del Papa a trattare
le condizioni con gli Ambasciadori del Principe, fra le quali fu
convenuto, che il Principe avesse da cacciare da Puglia e da tutte
le Terre sue il Duca Giovanni. Il Principe si ritirò in Altamura,
dove poco da poi morì, non senza sospetto, che il Re l'avesse fatto
strangolare.
Solo rimaneva da ridurre Terra di Lavoro di là dal Vulturno e
l'Apruzzo, ove il Duca Giovanni s'era fortificato ed il Principe di
Rossano. Fu pertanto guerreggiato a Sora, dove le genti del Papa,
ancorchè sollecitate da Ferdinando per l'assalto, non si vollero
movere; con iscoprire la cagione, dicendo, che il Papa non gli avea
mandati a dare ajuto al Re, perchè più non bisognava, essendo tanto
estenuato lo stato del Duca d'Angiò, ma solamente perchè pretendeva,
che 'l Ducato di Sora, il Contado d'Arpino e quello di Celano, essendo
stati un tempo della Chiesa romana, dovessero a quella restituirsi. Il
Re per non intrigarsi a nuove contese, prese espediente di dare in nome
di dote il Contado di Celano ad Antonio Piccolomini nipote del Papa,
e suo genero, con condizione, che riconoscesse per supremo Signore il
Re; e morto poi Papa Pio, con la medesima condizione diede il Ducato
di Sora ad Antonio della Rovere nipote di Papa Sisto. Finalmente il
Principe di Rossano mandò pure a trattare la pace, e per mezzo del
Cardinal Rovarella fu conchiusa, con condizione per maggior sicurtà,
che si dovesse fermare con nuovo vincolo di parentado, cioè, che il Re
desse a Giovan Battista Marzano figliuolo del Principe, Beatrice sua
figliuola, che poi fu Regina d'Ungheria, la quale fu subito mandata
a Sessa ad Elionora Principessa di Marzano come pegno di sicurtà e di
certa pace. Ma non passò guari, che il Principe fu fatto incarcerare
dal Re, il quale avendo mandato a pigliar subito il possesso di tutto
il suo Stato, fece venire in Napoli la Principessa, e li figli insieme
con la figliuola sua, ch'avea promessa per moglie al figliuol del
Principe.
Il Duca Giovanni vedendosi tolti i suoi partigiani, s'accordò col Re
d'andarsene dove gli parea, e gli fu data sicurtà, e se n'andò in
Ischia; ed il Re, dopo avere interamente ridotta tutta la Puglia,
l'Aquila e tutto l'Apruzzo a sua divozione, non gli restava altro,
che l'impresa d'Ischia, ove erasi ritirato il Duca d'Angiò, che veniva
guardata da otto galee, le quali ogni dì infestavano anche Napoli; nè
potendo il Re venirne a capo, fu necessitato mandare in Catalogna al
Re Giovanni d'Aragona suo zio, per far venire Galzerano Richisens, con
una quantità di galee di Catalani per finire in tutto queste reliquie
di guerra; onde il Duca vedendo tutti i partigiani suoi, o morti o
prigionieri o in estrema necessità, deliberò partirsi dal Regno, ed
imbarcato con due galee, se n'andò in Provenza: dopo la di cui partita
essendo venuta l'armata de' Catalani, fu dal Toreglia, che comandava
l'Isola, proposto trattato per mezzo di Lupo Ximenes d'Urrea Vicerè
di Sicilia, di renderla; ma perchè il Re Alfonso avea fatta Ischia
colonia de' Catalani, dubitando il Re Ferdinando, che costoro non
alzassero le bandiere del Re d'Aragona suo zio, e lo facessero pensare
all'impresa del Regno, si contentò fare larghissimi patti al Toreglia,
con liberar Carlo suo fratello, che poc'anzi avea fatto prigione, e
dargli cinquantamila ducati, e restituirgli due galee, che avea prese:
ciò che fu subito eseguito, e Ferdinando rimase padrone dell'isola.
Scrive Giovanni Pontano, che nel partir il Duca Giovanni dal Regno,
lasciò ne' Popoli, e massimamente appresso la Nobiltà un grandissimo
desiderio di se, perch'era di gentilissimi costumi, di fede e di lealtà
singolare, e di grandissima continenza e fermezza, ottimo Cristiano,
liberalissimo, gratissimo, ed amatore di giustizia, e sopra la natura
de' Franzesi grave, severo e circospetto. Per tante virtù di questo
Principe si mossero molti Cavalieri del Regno a seguire la fortuna
sua, ed andare con lui in Francia, tra' quali furono il Conte Nicola
di Campobasso, Giacomo Galeotto, e Roffallo del Giudice: e questi due
salirono in tanta riputazione di guerra, che 'l Galeotto fu generale
del Re di Francia alla battaglia di S. Albino, dov'ebbe una gran
vittoria[14]; e Roffallo nella guerra del Contado di Rossiglione
Generale del medesimo Re in quella frontiera contra 'l Re d'Aragona,
dove fece molte onorate fazioni; ed il Re gli diede titolo di Conte
Castrense.
Ma il Duca Giovanni, come fu giunto in Provenza, non stette in ozio,
perchè fu chiamato da' Catalani, ch'erano ribellati al Re Giovanni
d'Aragona, il che aggiunse felicità alla felicità del Re Ferdinando I,
perchè s'assicurò in un tempo di due emoli, del Duca Giovanni e del Re
Renato suo padre e del Re d'Aragona, che si tenea per certo, che se non
avesse avuto quel fastidio del Duca Giovanni, avria cominciato a dare
al Re Ferdinando quella molestia, che diede poi al Re Federico il Re
Ferdinando il Cattolico, che a lui successe. Il Contado di Barzellona
erasi ribellato contro Re Giovanni, ed avea chiamato Re Raniero per
Signore, nato da una sorella del Re Martino d'Aragona, il quale avea
le medesime ragioni sopra quello Stato, e sopra i Regni d'Aragona e di
Valenzia, che avea avuto il padre del Re Alfonso e di esso Re Giovanni,
ch'era nato dall'altra sorella. Il nostro Re Ferdinando avvisato di
ciò, mandò alcune compagnie di uomini d'arme in Catalogna in soccorso
del zio, ed il Duca Giovanni da poi che partì dall'impresa del Regno,
arrivato in Francia, subito andò a quella impresa, come Vicario
del padre, e signoreggiò fino all'anno 1470, nel qual anno morì in
Barzellona, e perchè non finissero qui di travagliare i Franzesi questo
Regno, trasfuse le sue ragioni, nella maniera che diremo più innanzi,
a Luigi ed a Carlo Re di Francia.