Quanto gli ultimi anni del Regno d'Alfonso furono tutti placidi e
sereni, altrettanto quelli di Ferdinando suo figliuolo furono pieni
di turbolenze e di confusioni. Si rinnovarono le antiche calamità,
e si vide il Regno di bel nuovo ora con rivoluzioni interne tutto
sconvolto, ora da esterni nemici combattuto ed invaso. Carlo Principe
di Viana fece pratiche co' Napoletani perchè lo gridassero Re. Il Papa
lo pretendeva devoluto alla sua Sede. I Baroni congiurati invitano alla
conquista del Regno il Re Giovanni, come acquistato con le forze della
Corona di Aragona, e non senza gran sua fatica. Rifiutato da costui
l'invito, ricorrono a Giovanni d'Angiò figliuolo di Renato, che per le
paterne ragioni lo pretendeva, e _Duca di Calabria_ si facea perciò
chiamare; e riusciti anche vani questi loro sforzi, congiurano di
nuovo, ed il Pontefice Innocenzio VIII lor s'unisce, e gli move guerra.
Tante procelle, tanti fastidiosi e potenti nemici ebbe a superar
Ferdinando per mantenersi nella possessione del Regno.
Appena morto il Re Alfonso, il Principe di Viana, come si è detto, era
venuto in Napoli a questo fine, per mezzo di molti Baroni catalani e
siciliani, ch'erano stati intimi del Re Alfonso, tentò far pratiche
co' Napoletani perchè lo gridassero Re. Come figliuolo del Re Giovanni
pretendeva, che egli fosse il legittimo successore del Regno, e che
Re Alfonso non poteva lasciarlo a Ferdinando suo figliuol bastardo,
per essere stato acquistato con le forze della Corona di Aragona.
Era ancora entrato in qualche speranza per l'alienazione del Papa da
Ferdinando, e per l'avversione ed odio d'alcuni Baroni, che portavano
al medesimo: ed all'incontro per l'affezione, che il Principe s'avea
guadagnato co' medesimi per la sua umanità e mansuetudine. Ma la città
di Napoli, e molti Baroni, ricordevoli del giuramento, e delle promesse
fatte ad Alfonso gridarono subito: _Viva Re Ferrante Signor nostro_; il
quale cavalcando per la città, e per li Seggi ricevè le acclamazioni
di tutto il Popolo. Quando il Principe vide questo, si risolvè tosto
di abbandonar l'impresa, e salito in una nave, che stava in ancora nel
Porto, partì per passar in Sicilia, e con lui s'imbarcarono tutti quei
Catalani, che dal Re Alfonso non aveano avuti Stati nel Regno.
Ma quantunque Ferdinando s'avesse tolto davanti quest'ostacolo,
non era però sicuro dall'insidie di Papa Calisto; egli ancorchè
proccurasse per via di messi e di lettere piene di sommessione e di
rispetto renderselo amico, con tutto ciò trovò sempre nel Papa somma
ostinazione. Avea Calisto fatta deliberazione di non confermare nella
successione il nuovo Re, e di dichiarare il Regno esser devoluto alla
sua Sede. Diceva, che il Re non poteva darlo a D. Ferrante, che non
gli era figlio, nè legittimo, nè naturale: che s'era fatto gran torto
al Re Giovanni suo fratello, levando dall'eredità il Regno di Napoli,
che come conquistato con la forza della Corona d'Aragona, e non senza
gran fatica del Re Giovanni, non dovea smembrarsi dagli altri Regni
d'Aragona e di Sicilia. Tutte queste cose erano indrizzate al fine,
ch'egli teneva, togliendo il Regno a Ferdinando, ed investendone altri,
di far grande in questo Regno Pier Luigi Borgia suo nipote, da lui già
fatto Duca di Spoleto[1]. Ma Ferdinando con l'avviso di tutte queste
cose non si perdè mai d'animo, ed attese ad insignorirsi del Regno, e
chiamò a Parlamento generale i Baroni e' Popoli, i quali essendo subito
in gran parte comparsi, gli giurarono omaggio senza dimostrazione di
mal animo. In questo Parlamento si trovarono ancora due Ambasciadori
del Duca di Milano, i quali in pubblico e in privato persuasero a'
Baroni d'osservar la fede, e godersi quella pace, ch'aveano in tempo
d'Alfonso goduta sedici anni continui, per la quale il Regno era venuto
in tanta ricchezza, e dissero pubblicamente che l'animo del Duca di
Milano era di porre lo Stato e la vita in pericolo, per favorire
le cose del Re. Con questo i Sindici delle Terre e i Baroni se ne
tornarono a casa con speranza di quiete.
Ma dall'altra parte Papa Calisto, a' 12 luglio di questo medesimo anno
1458, diede fuori una Bolla, colla quale rivocando la Bolla di Papa
Eugenio dichiarava il Duca di Calabria affatto inabile a succedere
al Regno, dicendo, che quella fu sorrettiziamente impetrata, perchè
il Duca era supposto, e non figliuol vero del Re Alfonso; e perciò
dichiarava il Regno devoluto alla Chiesa romana: assolveva dal
giuramento quelli, che avevano giurato a Ferdinando, ed ordinava a
tutti i Prelati, persone ecclesiastiche, Baroni, città e Popoli del
Regno, che sotto pena di scomunica e d'interdetto non l'ubbidissero,
non lo tenessero per Re, nè gli dassero il giuramento di fedeltà,
ed in caso si trovassero averglielo dato, da quello gli assolveva; e
fece affiggere Cartoni per diversi luoghi del Regno, dove tutto ciò
si conteneva[2]. Narra Angelo di Costanzo[3], che questa Bolla non
solo nel Regno, ma per tutta Italia diede gran maraviglia, vedendosi
(come se il Papato trasformasse gli uomini) che Calisto, il quale era
stato tanto tempo tra gl'intimi servidori e Consiglieri d'Alfonso,
e col favor di lui era stato fatto Cardinale e poi Papa, usasse ora
tanta ingratitudine a Ferdinando suo figliuolo. Altri cominciavano
a dubitare, che potesse esser vero quel che il Papa diceva, che
Ferdinando non fosse figlio vero d'Alfonso, ma supposto; poichè niun
meglio di lui, che fu suo intrinseco famigliare, poteva saperlo, e che
per ciò fosse mosso da buon zelo di voler far pervenire il Regno in
mano di Re Giovanni. In effetto questi Cartoni, dice questo Scrittore,
furono gran cagione di confermare nell'opinione quelli Baroni, che
si volevano ribellare, e d'invitarvi altri, che ancora non ci avevano
pensato; e che senza dubbio, se non fosse opportunamente successa la
morte di Papa Calisto, Re Ferrante avanti che fosse coronato avrebbe
perduto il Regno.
Non tralasciava intanto il Re opporsi a' disegni di Calisto: in
presenza del suo Nunzio lo ricusò come a lui sospetto; appellò dalla
dichiarazione d'esser devoluto il Regno alla Chiesa[4], e gli scrisse
in risposta della Bolla ch'egli era Re per la grazia d'Iddio N. S., per
beneficio del Re Alfonso suo padre, per acclamazione e consentimento
de' Baroni e delle città del Regno che lo riconoscevano per tale; e
che se mal vi si fosse ricercato altro, pure egli avea lo concessioni
di due Papi suoi predecessori, Eugenio e Niccolò; e ch'egli possedendo
il Regno con tanti giusti titoli non si sarebbe sgomentato per le
sue minacce e per li suoi irragionevoli fulmini. Scrisse ancora con
molto ossequio al collegio de' Cardinali, pregandogli ch'essendo di
tanta prudenza, dovessero proccurare la quiete d'Italia e di placar il
Pontefice, e ridurlo in buona via: che pensassero che era pur troppo
vergognoso ad un Principe d'animo vigoroso lasciar un Regno, se non
unito colla vita. S'interposero alcuni Cardinali per la pace, ma riuscì
vana ogni loro opera. Il Duca di Milano mandò ancor egli a pregarlo,
con fargli ancor sentire, che facendo altramente si vedea obbligato
di prender la difesa del Re, non solo per ragione della parentela,
ma anche per le condizioni della lega ch'era tra loro. Calisto però
sempre implacabile ed ostinato, rifiutò ogni mezzo ed intercessore,
tanto che il Re Ferdinando co' suoi partigiani deliberarono di mandar
Ambasciadori al Papa in nome del Regno, perchè interponessero alla
dichiarazione fatta un'altra consimile appellazione come quella del
Re. A costoro Ferdinando aggiunse i suoi, li quali portatisi in Roma
furono ricevuti come Ambasciadori del Re e del Regno. Trovarono il
Papa infermo, onde non furono ammessi alla sua udienza; ma non patendo
l'affare molta dilazione, ciascheduno degli Ambasciadori in nome di
chi gl'inviò, fece ciò che gli conveniva. Ricusarono per pubblici atti
la persona di Calisto, come sospetto al Re ed al Regno; appellarono
nuovamente dalla dichiarazione fatta da lui; e dichiararono in nome
del Regno, che così come tenevano il Re Ferrante per loro Re e Signore,
così pregavano il Papa, che come legittimo Re, secondo il costume de'
loro maggiori, gli dasse l'investitura del Regno.
Mentre queste cose si facevano, il Papa tuttavia andava peggiorando,
onde il Re determinò non moversi punto infin che vedesse l'esito della
sua infermità: ma la lunga età, i tanti dispiaceri sofferti, e più la
malinconia nella quale erasi posto, per aver inteso che il Re Giovanni
non voleva che Ferdinando si turbasse nella possessione del Regno, gli
fecero finir la vita a' 6 d'agosto di quest'anno 1458, dopo tre anni
e quattro mesi di Pontificato. Così i suoi vasti pensieri e la sua
albagia di voler innalzare tanto Pier Luigi suo nipote finirono colla
sua morte.
Il Re pien di contento insinuò tosto a' suoi Ambasciadori, ed a que'
del Regno ed all'Arcivescovo di Benevento, che si trovavano in Roma, ed
agli altri che vi mandò poi, che facessero ogni opera che l'elezione
del nuovo Pontefice sortisse in persona di sua affezione, come cosa
tanto importante al suo Stato; ed entrati i Cardinali in Conclave,
crearono a' 27 dello stesso mese d'agosto Enea Silvio Piccolomini
Sanese, che fu chiamato _Pio II_, uomo letterato, siccome mostrano le
sue opere che ci lasciò: ancorchè la condizione del Pontificato gli
fece mutar poi sentimenti, poichè in altra guisa scrisse quando fu
privato Segretario dell'Imperador Federico III, d'altra maniera fece
essendo Papa. Con tutto ciò fu egli amator di pace ed affezionato del
Re Alfonso, perchè essendo Segretario dell'Imperador Federico III, e
con lui venuto in Napoli, partecipò de' favori e della munificenza di
quello. Il Re intesa la creazione mandò subito Francesco del Balzo Duca
d'Andria a rallegrarsi, ed a dargli ubbidienza, il quale trovò il Papa
tanto benigno, che ottenne quel che volle: fu poi spedito _Antonio
d'Alessandro_, quel nostro celebre e rinomato Giureconsulto per
domandargli l'investitura; ma il Papa in questa congiuntura non volle
trascurare gl'interessi della sua Sede: gli fu accordata ma con molti
patti cioè, che si pagassero i censi non pagati; si dasse volentieri
al Papa aiuto sempre che ne facesse istanza; restituisse alla Chiesa
Benevento e Terracina; ed alcuni altri patti furono accordati in
nome del Papa da Bernardo Vescovo di Spoleto ed in nome del Re
da Antonio d'Alessandro. Fu da Pio II a' 2 novembre di quest'anno
1458 spedita Bolla, colla quale confermò li Capitoli accordati da'
suddetti Cardinali destinati dal Papa e dal Re circa l'investitura
del Regno, del suo censo e coronazione, e circa la restituzione di
Benevento e Terracina. Fu poi a' 10 dello stesso mese istromentata la
Bolla dell'investitura del Regno di Napoli al Re Ferdinando, che fu
consultata in maggior parte e dettata da Antonio d'Alessandro. Se ne
spedirono poi due altre[5] a' 2 decembre: nella prima il Pontefice
avvisava Ferdinando, che gli mandava il Cardinal Latino Legato
apostolico a coronarlo del Regno di Napoli, al quale il Re dovesse dare
il solito giuramento di ligio omaggio; nella seconda rivoca la Bolla
di Calisto III, per la quale s'era dichiarato il Regno devoluto, e
dice le ragioni onde si movea a rivocarla. Spedì ancora un'altra Bolla
di commessione al Cardinal Latino per la detta coronazione, il quale
partito di Roma venne in Puglia, e Ferdinando in sue mani diede il
giuramento e fu coronato.
(Le convenzioni stabilite tra 'l Papa ed il Re; la Bolla colla quale si
rivoca quella di Papa Calisto; il Breve di _Pio_ al Cardinal Latino,
per la coronazione di _Ferdinando_; e la Bolla dell'investitura colla
formola del giuramento di fedeltà, si leggono pure presso _Lunig_[6]).
Il Zurita vuole, che il Re si coronasse in Bari; ma il Costanzo e gli
altri più accurati Scrittori[7], narrano che la coronazione si fece
in Barletta a' 4 febbraio del nuovo anno 1459, in presenza di quasi
tutti i Baroni con solennità e grandi apparati. Il P. Beatillo[8] per
mostrarsi costante nella favolosa coronazione di ferro, che credette
per antico uso farsi in Bari, dice che in Bari nella chiesa di S.
Niccolò fu coronato colla corona di ferro, poi in Barletta con quella
d'oro; ma siccome da noi fu altrove detto, questa coronazione di ferro
in Bari è tutta sognata e favolosa.
Furono coniate nuove monete da Ferdinando in memoria di questa
celebrità, che si chiamarono per ciò _coronati_.
(Fra le monete del Regno di Napoli, impresse dal _Vergara_ in Roma
l'anno 1715 nella _tavola XXIII_ si vedono anche impressi questi
coronati di _Ferdinando_, in uno de' quali n. 3 da una parte mirasi
la croce di Gerusalemme (che il _Summonte tom. 3 lib. 5 cap. 2_ la
suppone Arme della provincia di Calabria) ed intorno FERDINANDUS D.
G. R. SICILI. IER. VNG. e dall'altra ha l'immagine del Re sedente
collo scettro ed il mondo nelle mani, alla destra il Cardinale ed
alla sinistra un Vescovo che l'incoronano, coll'iscrizione intorno
CORONATUS: Q. LEGITIME: CERTAVI).
Ferdinando non s'intitolava, come suo padre, _Re dell'una e l'altra
Sicilia_, ma e nelle monete e nei diplomi, usava questo titolo:
_Ferdinandus Dei gratia Rex Siciliae, Hierusalem, et Ungariae_:
poichè i Regni di Gerusalemme e di Ungaria s'appartenevano alla
Corona di Napoli. Nel dì di questa coronazione si mostrò con tutti
molto splendido e liberale; poichè non fu persona di qualche merito,
che non se ne tornasse a casa ben soddisfatta; co' Baroni e nobili
trattò amichevolmente, donando loro titoli, ufficj e dignità, e fece
Cavalieri quasi tutti i Sindici delle terre del Regno. Ornò ancora
Cavalieri molti vassalli di Baroni; il che come notò il Costanzo e si
conobbe poi, lo fece per astuzia, per tenere spie ed aver notizia per
mezzo di essi della vita ed azioni de' Baroni. Concesse a' popoli del
Regno nuovi beneficj, sgravandogli di molte gabelle. Agli Spagnuoli
che vollero appresso di se rimanere, promise la sua buona grazia e
familiarità: a coloro che vollero ritornare in Ispagna, accompagnati
con molti doni, onoratissimamente diede licenza. Fu riconoscente de'
favori del Papa, poichè nel 1461 sposò Maria sua figliuola naturale ad
Antonio Piccolomini nipote di Pio, dandogli in dote il Ducato d'Amalfi
con il Contado di Celano, e l'ufficio di Gran Giustiziere, vacato per
morte di Raimondo Orsini[9]; onde pareva, che con questa amicizia del
Papa, colla parentela del Duca di Milano, e con aversi resi con queste
rimunerazioni benevoli molti Baroni e' popoli, gli animi di molti, che
stavano sollevati, si quietassero.