Narrano le cronache della prima guerra santa che, furono fatte canzoni
ridicole sul cappellano della corte di Riccardo duca di Normandia e le
due nipoti di questo, Berengaria regina e la figlia d’Isacco, che avea
condotte seco in Oriente.
«Guglielmo duca del Poitù celebrò le deplorabili sue avventure in
Asia co’ versi ispirati dal genio dell’allegro sapere.» — Dopo la
presa di Tolemaida, cantaronsi nell’esercito cristiano versi satirici
composti da Riccardo contro il duca di Borgogna, il quale avendo pure
la poetica vena, rispose con una canzone vituperando le donne reali che
accompagnavano il normanno[67].
L’orso atterato da Goffredo nei boschi della Cilicia, e il cinghiale
combattuto nelle montagne di Giudea dal Cuor di Leone, formarono
oggetto di popolari canzoni, come la morte di Alberone, i funerali di
Ruggieri d’Antiochia, e la presa di Tolemaida. — Così nelle aggressioni
portate dai cavalieri della croce e nel brigantaggio esercitato sulle
caravane del Cairo[68], come nelle miserie dello assedio d’Antiochia,
i guerrieri e le Amazzoni _dalle gambe d’oro_, scioglievano canzoni
nutrite dagli allegri banchetti che la bianca carne del camello loro
imbandiva.
Le cronache arabe di que’ tempi ci fanno quasi echeggiare i canti
lascivi delle donne musulmane addestrate alla danza e ricreanti i
sultani e gli emiri, passando ai principi crociati, i quali poscia
traeanle a cantare e danzare anche nelle loro corti europee[69].
Tanto poteano il capriccio ed il lusso; comecchè dell’arabo commercio
non fosse già satolla l’Europa, la quale mentre riversavasi fra i
musulmani, era invasa alla sua volta da questi.
Dall’8.º al 12.º secolo i Saraceni erano in Sicilia, nell’Italia
meridionale, nelle sue isole, nel Piemonte e Savoja, nella Svizzera,
quà e là per la Francia; e la Spagna era divenuta araba provincia[70].
Ma verità storica vuol che si accenni, che meglio de’ cristiani in
Oriente, gli Arabi giovarono in Europa. Da quello splendido abbassida
Aron-Rascid, che fu contemporaneo ed amico di Carlo Magno, rifiorirono
nelle Spagne la poesia, la musica, l’archittetura, il disegno, le
storie e le scienze tutte che in Europa poteano dirsi perdute, finchè
gli ultimi suoi successori fecero nel Cid (1090) rinascere le virtù
dell’eroismo, e l’onore cavalleresco che influì tanto sugl’animi degli
Spagnuoli.
E specialmente nel terzo periodo dell’araba coltura, troviam fra gli
studj prediletta la musica; nuove cantiche ispiratrici dissuggellano
la filosofia recondita del Corano; e perfino la poesia ebraica del
medio evo concorre in Ispagna, e avvigorisce collo studio dell’araba
sapienza, mentre di certa sua oriental vaghezza si riconforta[71].
Nella terza crociata in cui i Latini e i Musulmani rimasero per tanto
tempo a fronte gli uni degli altri, i guerrieri cristiani fecero
spesso mostra davanti ai loro nemici delle pompe, delle solennità e
delle feste militari d’Europa e rallegrate sempre coi canti. — Nella
crociata di Federigo II, il sultano d’Egitto e l’Imperator d’Alemagna
gareggiavano di scienza e di poesia e scambievolmente cantavano i
proprj versi.
«Ne già cadde mai in disuso la costumanza di cantare nelle crociate ove
trovavansi i Francesi.»
Il re di Navarra, che ne’ suoi versi aveva predicata la spedizione di
cui era capo, fu seguitato in Palestina da grande numero di cavalieri,
trovatori com’esso. Alcune delle canzoni composte nella crociata ci
furono tramandate. Vi è in generale un sentimento di tristezza e di
malinconia, onde è fatto manifesto che quei canti erano meglio atti
a consolare che a divertire i pellegrini. Alcuni compagni di Tebaldo
reputato fra i migliori trovatori, che cantò i suoi profani amori con
la regina Bianca, e le lamentazioni di Gerusalemme, caduti in mano de’
Musulmani alla battaglia di Gaza, cantavano nelle prigioni del Cairo,
la Francia: _Il bel paese ch’era lor sì caro_.
Le memorie poetiche della patria li ajutavano a sopportare i loro mali,
e alleviavano il peso della schiavitù[72].
I trovatori ci lasciarono la commovente memoria di Raolo di Coucy
e dell’infelice consorte di Fayel[73]; gli amori romantici di Sveno
colla figlia del Borgogna, celebrati poi dal cantor di Goffredo; e le
ambizioni e le superstizioni e i delitti dei cavalieri della croce, ben
più veritieri e fedeli degli austeri monaci che nelle loro storie di
que’ tempi s’occuparono soltanto a mostrare il valore e la devozione
dei pellegrini.
Le cronache di tutti i popoli ivi convenuti riportano canti delle varie
crociate, che servivano di eccitamento, di lode, di legame fra genti
tanto diverse di costumi e di favella, e che per questo solo linguaggio
poteano comunicare.
E se pei canti degli _eserciti del Signore_ serbaronsi i documenti
migliori alla storia, che dalla loro tradizione ebbe luce sulle
confuse glorie ed infamie di quelle imprese, da quella confusione
medesima rinvenne estensione e potenza quella espression generale delle
passioni, quella tradizione fedele delle memorie; e la virtù prima del
canto trovò in quelle imprese il pratico suo sviluppo.
Di qui propriamente può riconoscersi il canto comune linguaggio; e di
qui il suo concetto diventa universale: con religione più meditata e
con maggior cognizione se ne apprezza il suo culto.
Ma nello straordinario convegno delle nazioni dove ogni popolo diede i
trovatori delle sue speciali espressioni; là ove la legge universale,
per la più facile intelligenza, tutto associa ed assimila; ove
confondonsi le acque alla lor confluenza, e perdono forse le speciali
loro virtù, un avvenimento prodigioso ci si appresenta: il bel fiume
delle itale melodie non si perde e confonde; portando seco nuovi
tributi procede distinto, demarcato sempre e potente da diffondere le
sue ricchezze ad altrui fecondamento.
Però un movimento così straordinario, una esaltazione sì grande di
sentimenti, segna un’epoca nuova anche per la manifestazione più fedele
di quanto l’animo sente; e a questo punto della storia del canto, io
riconosco una demarcazione simile a quella che notasi dalla innocenza
allo sviluppo, nel terzo periodo della vita; veggo la natura che
si conforma ad una stagione diversa, trovo una nuova maniera nella
espressione del suo linguaggio, che lo sento rivestito d’una aria meno
semplice, meno rozza, meno uniforme; e di qui fisso l’epoca romantica
anche pel canto.
Altri, segnando l’epoca romantica della letteratura sullo scorcio del
passato secolo, quando nella poesia, nelle novelle, e nelle opere della
immaginazione si appalesa l’impronta d’una insolita tenerezza, d’un
languore o abbattimento estravagante, segnar vorrebbero il passaggio
medesimo anche alla musica, che comparisce melanconica e voluttuosa,
e, al loro dire, melodiosamente lamentevole come la ispirazione
dell’epoca[74]. Ma io senza punto fermarmi in questo luogo a discutere
sugli argomenti della pretesa demarcazione letteraria, nè tampoco
occuparmi della trasformazione della musica in generale nell’epoca
assegnata, io non ammetto, in questa l’età romantica del canto, che da
ben più remote origini io rilevo, e che trovo palese quando la libertà
più s’opponeva al sistema ed al classicismo; per cui fermando ai tempi
mediani le prime forme romantiche del canto, vorrei segnare per questo
nel nostro secolo un nuovo periodo — la età sua romanzesca —.
Infatti ben’altra cosa sono le maraviglie di quest’epoca recente, e le
licenziose vaghezze dell’evo medio.
Nella mia epoca romantica del canto, quand’esso all’influenza di
circostanze straordinarie, e all’impressione di stravaganti concetti,
si veste novellamente di forme strane e diverse, veggo il canto
semplice e primitivo separarsi da quello, e rifuggire quasi dalla
profana riforma.
E quivi subito riscontro due scuole: una per l’antico costume,
conservata nei templi e nei monasteri; l’altra pei novatori e per
l’esercizio de’ nuovi _trovati_, errante nelle sale, nelle arene, pei
carubi[75] e pei _teatri_.
Torno quindi a rammentare la scuola del teologo di Cologna, colla
immobilità del suo canto misurato, gareggiante colle nascenti scuole
mondane del canto libero e capriccioso. E all’età medesima del 1050,
quella più tetra ancora di Odoardo Confessore nella Abbazia del
Westminster. Quella di Pietro Cantore e dottore a Parigi sul finire del
duodecimo secolo.
Da quest’epoca di transizione sento l’êco monotona, eppure anch’essa
romantica, del salmodiare fermo e grave che Francesco da Assisi
prescrisse ai discepoli; la famosa _notazione_ sulle parole del _Dies
irae_ del padre Celano (1300); quella sullo _Stabat_ del p. Todi. E
coll’êco de’ freddi chiostri franciscani, quella profumata del Casella
fiorentino, maestro dell’amoroso canto — _che nella mente mi ragiona_ —
per cui Dante nel 1300 sentivasi ancora dolcemente commosso[76].
E commiste alle canzoni del prediletto amico, intendo le ispirazioni
che venire doveano all’animo del divino poeta dalle stanze del
Portinari (1274), ove Beatrice e i cavalieri galanti sposavano al liuto
le cantate del Calendimaggio.
Nè solo lungo le rive dell’Arno ed i versanti delle circostanti colline
toscane, mi risuonano dai fioriti prati e dai riaperti veroni dei
palagi le _Maggiolate_[77] espresse dagli _abitatori delle apriche
piagge_, dai principi e dalle dame; ma dai campi e dalle regie di tutta
l’Italia, e dalle contrade di tante altre nazioni, che ab antico col
rinascere della natura usarono salutarne le bellezze e invitare gli
amanti agli amorosi ritrovi[78].
Tale è una delle più splendide feste che ancor si celebra nell’India
sacra a Venere Sivaitica. In Russia le ragazze procedono cantando _alla
Selva_, staccando ramoscelli di _beriosa_ (Maibaum).
In Svezia e Germania, l’usanza popolare degli antichi _maggi_, o
canzoni per tal circostanza, si lega ovunque col calendimaggio e colle
antiche _fiorali_ italiane.
Mentre, da quest’epoca, trovo le bolle de’ Pontefici che istituiscono
presso le cattedre metropolitane i _Cori de’ sacri cantori_, che con
fissati stipendj e con norme quasi uniformi suppliscono alle indebolite
voci del popolo; scorgo i principi non accontentarsi più dei buffoni e
de’ menestrelli, e circondare le loro mense di istruite compagnie che
traducono col canto i leggendarj racconti e l’ebbrezze delle passioni.
Le ballate svegliano dal letargo le desiose donzelle; la furtiva
romanza fra la verdura del giardino le riadormenta nei loro sogni
dorati.
Le litanie riuniscono e rallegrano le processioni dei pellegrini nei
lontani deserti; e da quelle _proposte_ e _risposte_ traggono origine
forse le figurazioni del canto, probabilmente per questo, da Eximeno
attribuite ai bassitempi, che poscia più accelerate s’addimandarono
_fughe_, già note ai compositori del cinquecento, e che Berardi e
Zarlino fanno della loro epoca.
L’Alighieri infatti, il quale colla frase dell’Aretino «dilettossi di
musica e di suoni» onorò un Belacqua che al suo tempo avea rivestiti
canti e concertate note in tali forme da maravigliar l’animo del
divino poeta avezzo a fissarsi nelle più sublimi cose; onde nel suo
Convitto ebbe a dire: «la musica trae a sè li spiriti umani, che
sono principalmente vapori del cuore, sicchè quasi cessano da ogni
operazione; si è l’anima intera quanto l’ode, e la virtù di tutti quasi
corre allo spirito sensibile che riceve il suono[79].»
Nel secolo decimoquarto, dopo le musicate canzoni e lunghe di molte
stanze in cui Dante volle _riserbato il volgare altissimo e il tragico
stile_, messer Boccaccio certaldese e Giovanni fiorentino, sul finire
di ciascuna giornata dei loro novellieri, volgeano a cantare nelle
brigate gentili le loro ballate di volgare più facile e famigliare
(1313-1375). Giullari e cortigiani ricorrevano al Petrarca per aver
cose sue da cantare nelle sale e nelle piazze d’Italia (1304-1374).
Jacopo da Bologna e Giov. fiorentino musicarono il medesimo suo
madrigale «_Non a ’l suo amante più Diana piacque_», e Ser Lorenzo
(forse Masini) quello «_Come in sul fonte fu preso Narciso_».
Francesco Sacchetti componeva ballate, ed egli medesimo dava a loro il
suono (1355-1400).
Un Jacopo toscano, l’architettore forse del tempio d’Assisi[80], era
stato maestro per cantare a un Gherardello, ricordato dal Villani con
altri cantori di quel tempo che in Firenze eransi resi celebri, quali
Lorenzo Masini, Don Paolo tenorista, e Fra Andrea maestro in S.ta Maria
del Fiore.
I medesimi sunnominati scrittori Filippo Villani e F. Sacchetti
fanno menzione di Fra Carmelito, di Gian toscano, del Cicogna, dello
Scapuccia, del benedettino Donato da Cascia, musicisti; e di un
Giovanni da Cascia che dopo aver poste le note alle messe pel duomo
di Firenze, passò alla corte di Mastin della Scala in Verona, per far
_mandriali e suoni_, in gara con altro compositore bolognese, forse
quel ser Jacopo medesimo che fu compagno e continuatore dei lavori di
Arnolfo, o un fra Bartolomeo benedettino nominato in quel tempo.
Perocchè allora la musica con l’aritmetica, la geometria e l’astronomia
faceva parie del quadrivio scientifico in cui s’informavano gli uomini
d’ingegno e di studio. Come tale rifuggiva dal frastuono delle ferrate
mazze, delle lotte di parte, onde per quelle specialmente de’ Guelfi e
Ghibellini, trovò un primo e curato asilo appo i Francescani, i quali
d’altronde con siffatto mezzo meglio attiravano il popolo ai templi.
Ma sopratutti i chiesastici, modulatore di dolcissimi canti fu Landini
Francesco, nuovo Omero toscano. Nato in Firenze nel 1325, acciecò da
fanciullo pel vajuolo, e come disse il Villani, cantò per alleggerire
l’orrore della sua perpetua notte. Giovanni da Prato lo encomia
siccome _musico teorico pratico_; e Coluccio Salutati segretario della
repubblica, dice del Landini: «_Glorioso nome alla città nostra e lume
alla chiesa fiorentina proviene da questo cieco_». Lo si ricorda dai
cronacisti siccome la delizia delle brigate eleganti di Villa Paradiso,
dove accompagnava i suoi canti colla _Sirena delle Sirene_ (_limbuto o
mezzo canone_) strumento di sua invenzione. Egli medesimo poi dettò in
esametri la sua apologia con fare dantesco. Era zio del riputato messer
Cristoforo poi commentatore di Dante. Ammirato dai Signori di Cipro e
d’Austria. Fu coronato d’allòro in Venezia intorno al 1362, dov’erano
convenuti illustri principi; e moriva nel 1397.
In quel tempo famigerati cantori erano pure Filippotto da Caserta e un
Antonello suo concittadino e seguace.
A Padova brillava in rinomanza il Marchetto proverbiale maestro de’
musici; ed ivi pure, un Dattalo e un fra Bartolino.
A Brescia sorgeva Ottolino; a Lodi fiorì un Gafori fino al 1450; a
Genova un fra Giovanni; Matteo e Nicolò Proposto a Perugia; e Vincenzo
da Imola e Corrado eremitano da Pistoja, lasciarono memoria dei loro
canti in Italia.
A Roma, alla corte pontificia, trattenevasi un Zaccaria quale _maestro
cantore del papa_, e quivi specialmente e in altre chiese d’Italia
si riscontrano nel secolo decimoquarto alcuni altri cantori che
appariscono di origine straniera, quali, un fra Egidio, Egardo, Arrigo,
Brenon, Sclesses Jacopino, nominati dai cronacisti fiorentini.
A Venezia, parimenti da quell’epoca, mercè i proprj e gli avveniticci
cantori ordinatisi nel coro della maggior basilica, per ducale decreto,
si può dir fondata la Cappella Marciana, le cui memorie ascendono
appunto al 1318. Datano da que’ tempi anche i libri corali che si
conservano negli archivj famosi.
Mistro Zucchetto primo organista ducale, e fattore di curiosi canti,
comincia la serie de’ Veneti illustri e de’ forastieri famosi nelle
cantorie Marciane concorsi.
Successe a lui mistro Francesco da Pesaro nel 1336, sedendo sul trono
ducale Francesco Celsi, che Petrarca nelle sue _Senili_ appella _vir
vere celsus_, avendone di presenza sperimentata la magnificenza nelle
feste solenni date da quel Doge pel ricupero a Venezia del regno di
Candia, feste che specialmente ispirarono i canti del suddetto Omero
toscano.
Que’ mistri organisti, fra quali furono Bernardo Murer (1445),
Bortolo de Vielmis (1459), indi Annibale padovano, dovevano aver
cura specialmente degli _otto putti veneti diaconi_ che col decreto
senatorio de’ Pregadi 18 giugno 1403 erano stati ammessi in San Marco,
col dono di _un ducato il mese per allettarli a imparare e cantar
bene_, e mutaronsi in maestri nel 1500, con quel Pietro De Fossis — _de
populo_ — che Pier Contarini nella sua _Argo vulgare_ indicò grecamente
il Chorodidascalus ed insieme il Phonascus della Cappella — _ben
istrutto dal cantor Apollo e che le Muse chiamano per compagno ai canti
suoi_ — primo stipendiato a 50 ducati annui come cantore, ed altri 20
come maestro! Epoca famosa a Venezia, in cui viveva Nicolò Vicentino,
che istituì il maggior de’ maestri della Marciana Cappella, Adriano di
Dionigi Willaert nato in Brugges nel 1480.
Par che Venezia, la quale alle terre fiamminghe era specialmente legata
pei traffici, per cui vi mandava annualmente la così detta _Armata di
Fiandra_, vi trasmettesse il musicale suo genio. Willaert vi discese,
e di suo costante studio onorò la bella ispiratrice. Malato il Fossis
nel 1525, lo supplì per due anni Pietro Lupato cantore, cui successe
stabilmente il Willaert. Sua mercè nel 1530 s’instituì in S. Marco
la scrizione dei libri del Canto fermo, nobilmente eseguita da prete
Ambrogio da Cremona a tal uopo stipendiato; e s’aumentò la cantoria
di 4 voci, due soprani, un tenore e un basso; s’introdusse il _Coro
Spezzato_ ossia la division dei cantori in due o più cori ciascuno a
4 o più voci che alternavansi e riunivansi assieme; e s’arricchì la
Cappella di composizioni cantabili d’alto pregio e di nuovo trovato. La
_Susanna_, cantata a 5 voci composta da Willaert, fu segnata come primo
tipo di que’ Oratorj che per oltre due secoli furono poi in Venezia
delizia delle sue Chiese, rarità d’Italia, perchè da quest’epoca, come
vedremo, anche a Firenze ed a Roma diffusa.
Non pertanto fin da quell’epoca tali composizioni passavano oltrecchè
nelle Fiandre anche in Germania, ove ristampavansi, come fan fede i
lessici e cataloghi di Lipsia, Norimberga, ed Augusta. Depredatori
ed incendj a noi non lasciarono di quel maestro che le Villereccie
canzoni (_villotte a 4 voci_) fra quali la _Canzon di Ruzzante_
scritta da Andrea Calmo poeta di quel tempo, e i Madrigali a 5 voci
dedicati alla dama Lucrezia Chiericato che egli avea ammaestrata nelle
grazie del canto[81]. Willaert ebbe a prediletto suo cantore un prete
Francesco da Treviso, ed allievi assistenti fino alla morte, che fu al
7 dicembre 1562, il suo compatriota e successore Cipriano Rorè; Giacomo
Buus, pur questi interinalmente maestro, quando per ordine del Doge
Pietro Lando, 1541, obbligati i Cantori tutti di San Marco a giudicare
giuratamente quale ritenessero più degno a quella carica, — _per
majorem partem cantorum Ecclesiae praedictae cum eorum juramento Jaches
Buus fuit magis commendatus_; — il Merulo e Zarlino, che col procedere
dell’epoche ritroveremo.
Due mesi prima di sua morte gli fu concessa dai Procuratori di S. Marco
la istituzione della così detta _Cappella piccola_, in cui una mano di
cantori meglio periti _disciplinavano li detti Zaghi_, come semenzajo
della Cappella Grande. E primo capo ne fu Baldassar Donati cantore
contralto, con cinque putti soprani (salariati a 10 e 12 ducati l’anno)
de’ quali conservansi i nomi; e furono: Achille e Andrea Zucchelli,
Gaspare Bolognesi, Alberto e Nicolò di Marco Michiel: ma tale scuola
non sopravvisse al maggior maestro[82]. O a meglio dire restò offuscata
dallo splendore della Cappella Grande in quell’epoca, dove, oltre i
grandi sunnominati maestri, cantavano Giuseppe Guammi di Lucca, Gian
Paolo Savi prete organista da Vicenza, i veneziani Paolo Giusto da
Castello, preti Bortolo Moresini, Marcantonio Negri, e Zuane Bassan
o Bressan (maestro de’ cantori del Seminario ducale 1596), Costanzo
Porta, Afola, Ponzio, Gastoldi, Colombani, Leoni, Giulio Martinengo,
e quel famoso contralto prete Zuane Chiozzotto che fu Giovanni Dalla
Croce, il _Salmodista a quintetto_, maestro nel 1590, e predecessore
del Monteverde.
Risalgono al secolo XIV i libri e le memorie della non meno illustre
Cappella di San Petronio in Bologna nella quale fu istituito il coro
per la Bolla di Eugenio IV (4 ottobre 1436) cominciato con 14 cantori
stipendiati e conta già cinque maestri prima dello Spataro, del
Cimatore e del Ferrabosco che vi accrebbero lustro nel 1500, e de’
quali pure avremo a dire.
Prosperando così in Italia la musica e la poesia, la vicina Francia
tentava imitarla, e nasceva un ricambio delle arti più gentili fra le
nazioni. Anche i Fiamminghi chiedeano all’Italia le sue canzoni e le
musicavano, onde alcune se ne conservano nei codici musicali di quel
secolo: ben poche e infelici in confronto della ricchezza ed eleganza
del Canzoniere musicale italiano, pur dinotanti la corrispondenza
allora graziosamente iniziata[83].
Così la Spagna, verso il 1400 s’era volta all’imitazione delle
cose italiane ai riguardi del canto e della poesia, benchè diverse
dall’indole sua nazionale, cui s’attagliavano le idee gonfie, le
metafore pompose, le espressioni sonore; e per la nuov’arte che
riformavasi in Italia, lasciava le sue fervide romanze traenti
all’arabo, le ultime delle quali celebravano le avventure de’ Zegri
e degli Abenceragi o la impresa di Granata, rimaste soltanto alla
negletta ma fedele tradizion popolare.
In Danimarca verso il 1430, Erico XIII, alle nuove musiche
siffattamente s’esalta che smarrisce la ragione, e s’accende fino a
sitire e correre al sangue.
Narransi eguali impressioni succedute alla corte di Enrico III, quando
alle nozze del duca di Joyeuse, cantando Claudino, i cortigiani in
furore, si trasportarono tanto da metter mano alle armi, e non per la
presenza del Re, ma pei cangiati modi di quel musicista ripresero la
prima calma. Effetti non incredibili, qualora si pensi alla potenza di
Davide e di Timoteo sui grandi spiriti di Saule e d’Alessandro: — _Cum
caneret Thimoteus, Alexander perpulsus erat ad arma capescenda_ —, e
alle successive sperienze de’ fisici sul poter della musica.
Son noti gli eccessi degli stessi cantori: L’ultimo de’ Tolomei, padre
a Cleopatra, confuse la regale dignità colle stravaganze da zingaro,
onde _Auleta_ (o flauttista) per la musica, e _Monaulos_ (ossia
pusillo) per le pazzie fu sunnominato.
Nel XIV secolo Guittone Aretino scriveva: _Temporibus nostris inter
omnes homines maxime fatui sunt cantores_. Duecent’anni dopo, quando
col medesimo asserto scusavansi le ebbrezze del Parabosco a Venezia, si
mostrava che que’ tempi non erano ancora mutati.
Son noti i fremiti d’un Petter olandese, che di sua voce rompeva i
vetri, come i sassi l’Orfeo[84]; le bastonate del Lulli, i pugni coi
quali il sapiente Meibomio finì una della sue predilette e studiate
canzoni greche, cantando innanzi a Cristina di Svezia, e fiaccando il
viso a Bourdelot medico e buffone di quella regina.
Veracini, violinista e compositore, essendo a Londra nel 1714, gettossi
da una finestra, però senza morirne.
Tartini suo seguace, evocava gli spiriti, ne’ suoi sogni favellava col
diavolo, se lo rendeva schiavo e de’ suoi canti ispiratore[85].
Il fisico Baglivi coi canti vivaci e prolungati eccita i nervi degli
irritabili Pulliesi impressionati dalle tarantole, e col delirio
danzante li salva da quello della melanconia[86]. Fra Memmo Dionigi
cantore e organista veneziano divenuto cappellano del re d’Inghilterra
lo risanò e confortò coll’arte sua nella pestilenza fatale del 1517.
Similmente Farinelli rimuove il misantropo Filippo V di Spagna
dall’abbandono di sua persona e del regno, e sull’animo del monarca
impera talmente col canto, da essere accusato quale _stregone_
dagl’invidi cortigiani (1750)[87].
Bénazet colle melodie del violoncello che s’avvicina alla voce umana
guariva dalle sincopi; ed alla sua volta ei fu guarito da Kreutzer in
un insulto di tifoidea.
Il Dott. Rocques asserì che, in un ministro del 1.º Napoleone fu
dissipata una specie d’insania cagionata da soverchio affaticamento di
spirito, per forza del canto.
Karsten così deliziando Gustavo III, governava con lui le sorti della
Svezia.
Egli è che questa dolce melodia molce ed acqueta, mentre vibrazioni più
armoniose esagitano più facilmente.
Quanti compositori nell’eccitamento continuo delle sensazioni nervose
non si trasportarono a stravaganze e follie?
Non ha guari, uno dei seguaci di Wagner, abilissimo musicista della
Germania, Eberle, diresse _i Maestri Cantori_ a Berlino e finì pazzo.
(Maggio, 1870.)
Vediamo Gounod compositore e cantante, in dissesti cerebrali ricaduto.
Nei cantanti, alle spirituali più che alle fisiche influenze
accagionasi non di rado l’esaltamento. Fu detto che l’arte, è come
aquila sublime, che solo ai cieli confina, è divinità egoista, che
colle sue emozioni piacevoli o dolorose vuol tutto, sensazioni,
sentimento, percezione, sacrifizj, amore, letizia e pianto, e tutto
esige con un ardore, con un trasporto che attinge i limiti della
stranezza, convertendola talvolta in vera e violenta monomania.
Lo provarono Donizzetti, la Malanotte; e fra tanti ai quali l’arte
divenne passione indomabile da levarli di senno, s’accennano
attualmente il tenore Giovanni Ortolani, il baritono Spellini veneto
(morto al manicomio di Milano, 1871), una Papini, ed altri.
La musica e i canti tolsero a parecchi la mente, ma a tanti la
ricondussero; e ne parlano i morocomj che addottano tuttora i sistemi
di cura melodica; Descouret la classifica: _Incantatio malorum_.
La scienza moderna ritorna necessariamente alle teorie ed alle
sperienze de’ fisici e filosofi antichi, dei quali, in principio di
queste carte, abbiam veduto la considerazione della doppia potenza
musicale sull’animo e sui sensi dell’uomo. Ella è nella _medicina delle
passioni_, come lo prova il prefato autore francese, che colle proprie
osservazioni suggellò quanto altri aveano affermato.
Daniele Bartoli, parlando de’ _Suoni e Tremori_, Roma 1679, Gerbertus
e Wald, nelle loro _Istorie_[88], Bacchius e Bachmann nelle loro
dissertazioni, l’aveano ripetuto.
Zulatti Francesco in Venezia, 1787, avea scritto particolarmente _Sulla
forza della musica nelle passioni e nei costumi_; e Randolini Lorenzo,
_Dell’influsso sugli animi e sulle malattie_, 1821.
Lichtenthal Pietro, in Alemagna, della _Influenza sopra il corpo
umano_, 1811. — Basevi, a Milano, sugli _Effetti nell’uomo_, 1838,
e Ferrario Giuseppe, sull’_Influenza del suono, canto e declamazione
nell’uomo in istato di salute e malattia_, 1841[89].
Abbiamo i vecchi scritti del conte Gaetano Navara sulle supreme
_Significazioni della voce_.
Il bene universale di questo misterioso linguaggio, non esclude dal suo
culto nessuna classe o casta sociale. La sua potenza, pari a quella
dell’arti sorelle, che piegò i principi a raccogliere da terra il
pennello o la sesta de’ grandi artefici, non solo avvicinò regine e
monarchi in nobile amicizia e a scambievole decoro, ma trasse di più le
maggiori grandezze a farsi emule del più genial degli studj.
Nelle antiche regie, come nelle moderne, non v’ha educazion principesca
senza il bel serto del canto; e dove le cure impediscono, o mancano
le doti indispensabili, l’udizione e la protezion de’ virtuosi
suppliscono.
Negli antichi tempi vedemmo i re, i legislatori, i guerrieri mescere
alle alte cure quelle poetiche del canto, o condur seco i cantori,
ispirare le pugne, animare i trionfi, mitigare i lutti, rallegrare i
banchetti.
Nel medio evo paladini e sacerdoti si fan trovatori, e quasi fosse
mistica l’idea della liberazion d’un sepolcro, i genj si danno ivi la
posta alla prima emancipazione universale.
Vedremo in seguito le corti di Francia, Prussia, Austria e Inghilterra
rapite nei piaceri del canto, anche fra i flagelli della politica e
dell’armi. Federico alleato a’ poeti e cantori; il nuovo Alessandro
vinto da Crescentini e dalla Grassini; l’ultimo Imperador de’ Romani
schiavo a Marchesi e a Donizzetti.
_Cantori nomadi — Influenza straniera — Maestri-cantori tedeschi —
Tavolatura — Corporazioni — Trovatori alle Corti — Canto romanzesco._
I genj del canto delle varie Nazioni, affratellatisi nel movimento
religioso e romantico delle crociate, non si tennero più separati fra
loro e lontani.
Dai primi secoli di questa nuov’era troviamo i cantori più abili ed
esperti farsi professionisti; e da una città all’altra, da una in altra
terra, far risuonare le loro voci, comunicare i loro modi e i nuovi
trovati, trasfondere le rispettive ispirazioni.
Non è a dire se i figli dalla terra prediletta al genio del canto si
trasportassero più frequentemente a deliziare popoli meno fecondi.
In tutti i chiostri più antichi della cristianità, in tutte le corti
d’Europa, dagli oscuri tempi gl’itali cantori ebbero plauso.
E di stranieri, oltre i suddetti, fra i più noti e da noi bene accolti,
troviamo le memorie di un Guglielmo di Pietro francese, stipendiato fra
i cantori di san Petronio in Bologna, con Giovanni Mariotti di Firenze,
Bernardo da Reggio, e Tommaso Marinasi tenore, dal 1463 al 1466.
Quivi pure, nell’anno successivo, un Roberto di Inghilterra maestro
effettivo del Coro[90].
Un padre Boemo nella monastica cantoria d’Assisi.
Per la munificenza de’ principi Estensi, trovarono il loro primo
nido in Ferrara i maestri della scuola Fiamminga, che nel secolo XV,
sventuratamente parea soverchiare l’italiana, cominciando sin d’allora
il contrasto alla melodia.
I quattro Jachetti, conosciuti musicisti belgi, vivono alle varie Corti
italiane del secolo XVI. Uno d’essi canta _cum uno sono infesto_ anche
in Bologna[91].
De Fossis, precitato cantore fiammingo, detto anche Fossa, venne eletto
nel 1491 dal Veneto Senato, _Magistrum Capellae et puerorum nostrorum_,
e tenne il posto fino al 1525. Quando Leonardo Loredano doge, ospitò
nel 1502 Anna Candola Aquitana principessa di Francia, sposa a
Uladislao re d’Ungheria e Boemia, lo storico delle suntuose feste
allora tenute, Angelo Gabrieli, rende testimonianza del molto onore che
il Fossis si fece con una _Cantata_ sui versi latini fornitigli da fra
Armonio organista, cantata che la regina volle portare a ricordo ne’
suoi Stati (così Sanuto).
Jachetto Berchem, a Venezia, nel 1561, forma tre libri de’ suoi
_Capricci_, e pone le note per quattro voci ad una quantità di _Stanze_
dell’Ariosto.
Archadelt Giaches, aveva già scritti 56 Madrigali a quattro voci nel
1539, pure a Venezia dove fu maestro, e Giaches De Wert ne compose a
più voci nel 1570.
Meglio di questi, il surricordato fiammingo Adriano Willaert compose a
Venezia fra il 1527 e 1545, benchè risentisse di sua esotica natura,
e trovasse con tanto stento i suoi canti, e tanto vi meditasse da
acquistarsi talvolta la derisione.
Ciprian Rorè e Giacomo Buus suoi compaesani ed allievi non riuscirono
di lui migliori. Superati tutti ben presto dal restauratore Zarlino.
Lassus di Berg, detto l’_Orfeo_, in Baviera dove morì, corse ammirato
in Francia ed Inghilterra, 1550; compose anche a Venezia nel 1576, ma
trova difficile far brillare il suo canto dove vive il Palestrina.
Jacobus De Kerle passa oscuro fra i compositori delle Venezie nel 1562.
I mercanti di Norimberga Hassler e Grüber s’intrattengono a cantare
nella scuola dei Gabrieli.
Giovanni Girolamo Kasperger tedesco, canta nel palazzo Pitti di
Firenze, innanzi alla granduchessa Maria Maddalena d’Austria, 1612,
ch’essa sola lo intende.
L’imperatore Carlo VI, canta appassionatamente i _Canoni_ che da tutte
parti d’Italia gli vengono offerti e sforzandosi d’imitarli ricambia
colle sue composizioni. (Avea Tartini alla sua Corte.)
Un altro Roberto, musicista francese, maestro alla corte di Francia nel
1686, scrive _Moteti a gran coro_, che in Italia non piacciono, e nel
suo paese medesimo diconsi studiati per non dirli seccanti.
I Francesi infatti, come fu sempre lor vezzo, traevano il buono e il
meglio anche dei canti, dalle nazioni vicine più inclini a quest’arte,
e per via d’imitazione più audace che felice e bisognevole quindi
di tutti i soccorsi de la _réclame_, detta altrove cerlatanismo, li
vediamo appunto attorno a quel tempo, benchè tardo, mettersi in luce.
Gombert Nicolas raccoglie i madrigali italiani e belgi, volta le parole
nel suo idioma, altre ne musica egli stesso, e negli anni 1544-45
pubblica ad Anversa _otto libri francesi di canzoni_ a 5 e 6 parti.
M. Josquin avea fatto altrettanto a Venezia; dove trovo nel 1579 altri
Madrigali a cinque voci di Aurelio la Fasya; a quattro voci di Ambrosio
Marien d’Artois, nel 1583; due libri simili nel 1587 di Giovanni
De Macque, altro di Verdelot; e una raccolta di Canzoni italiane e
francesi di Jhan Gerò nel 1629.
Più tardi, 1670, a Parigi una Elisabetta-Claudia Jacquet de la Guerre
ebbe grido di saper condurre con arte la sua voce mirabile nelle
Cantate da essa medesima composte, ad alcune delle quali sopra _Céphale
et Procris_, si diè a Parigi il nome di _Opéra_.
Anche un Adriano Le Roy, nel 1570, freddo autore di cantilene da
accompagnare col Cistro le intitolò _Libro Cantuum_. Ad altre simili,
un Henrico Iuniore dà il nome di _Phantasie_.
Un altro di Parigi, il regio musico De Chancy si studia d’imitare i
canti alemanni (1620).
Il Boëssetto (cantor del giovane Amarilli), riputatissimo allora,
non so se originario francese, ma _prefetto alla musica della regia
camera_, compone traducendo in francese le cantilene spagnole.
Chè, anche i musicisti della Spagna s’aveano fatta rinomanza in
Europa specialmente nell’arte di toccar la Guitarra, mercè la quale
non s’impigliarono granfatto nello stile madrigalesco, ma serbarono
alla semplicità i loro canti e quali convenivansi al modesto
accompagnamento.
Un Lodovico de Briçneo, celebre citaredo spagnolo, pubblicava a
Parigi nel 1626, pel solenne ingresso della Regina, una raccolta di
canzoni distinte coi nomi di _Espagnolete, Saravanda, Romanesche,
Follie, Monache, Passacalli_ o passeggiate; e le _Toccate Nizzarde,
correnti, gagliarde_ ecc., dai quali nomi ben si può rilevare anche nel
famigerato Spagnuolo l’importanza dell’elemento italiano.
Infatti Cristoforo Bianco, o Bianco, avea dato alla luce in Roma
poco tempo prima, e precisamente nel 1614 alcune _Tavole_ a norma di
compor canti accompagnati da liuto, gravicembalo e viola da gamba;
e il Frescobaldi nell’anno seguente e successivi le sue più celebri
_Intavolature_; norme di cui i musicisti contemporanei, fra quali il
francese ab. Merçenne, tosto si valsero e profittarono.
Nè solo del Bianco, ma d’un altro italiano fra i cittaristi famoso nel
tempo stesso che Lodovico Briçneo tanto celebrato, viveva a Parigi,
vien fatta menzione dal suddetto Merçenne, cioè, Pietro Bellardo — _qui
praestantissimorum totius orbis Cytharedorum edet cantilenas_. — Di
solito componeva i suoi canti per cinque parti (_superior, contratenor,
tenor, bassus, pars quinta_, o _superior diminuita_), secondo l’usanza
di più voci, generalmente mantenuta ancora in quel tempo nelle galanti
adunanze, e non più rigorosamente osservata nelle clesiastiche.
La curiosità presso i popoli di ascoltare da soli gli stranieri e
nomadi trovatori e di sperimentare isolatamente i modi e le forme dei
loro canti, avrà forse potuto indurre, e appunto dal principio del
secolo XVI, la interruzione de’ pubblici canti che fino allora non
ammettevasi se non in coro, per sentire nelle feste, nelle drammatiche
rappresentazioni, e più specialmente nelle chiese, le modulazioni d’una
sol voce: _l’a-solo_.
Ma di certo, e negli spettacoli e nei templi, quel medesimo
progrediente sviluppo che, com’ho accennato, introdusse l’aria
mondanamente appassionata del canto anche d’intorno ai freddi
ed immobili leggii dei sacri Salmi, fu quello che scosse anche
la primitiva costumanza e spinse l’antica scienza e l’autorità a
ritemprarsi nel sentimento e nella libertà popolare.
Il canto ecclesiastico che, se propriamente univa tutte le voci
dei sacerdoti e del popolo a favellare in coro all’Eterno, pure non
permettea l’affettuoso slancio d’un solo, o la solitaria preghiera
interprete di mille passioni e commovente tutti gli animi e il
cielo, il canto ecclesiastico modificò fino a rimettere ad una sol
voce la espressione potente de’ mistici suoi concetti; e s’intese la
modulazione di un solo, cosa strana allora anche nelle Chiese.
Nè bastò questo; chè a far più solenne il religioso colloquio,
e a meglio figurare la dolcezza quasi dell’invito e la potenza
dell’adesione, con geniale contrasto, simile alla libera espansione
chiesta dal popolo dei sentimenti suoi e de’ suoi voti, s’unì anche il
suono a que’ canti; e l’accompagnamento dei musicali strumenti cominciò
ad armonizzare colle voci peregrine e coi salmodiali coristi.
Se operavasi lentamente sì grande trasformazione nell’antico e grave
linguaggio dei templi, al di fuori procedeva a passi giganti la
riforma; e la favella degli angeli veniva dagli amori degli uomini e
per essi quasi tutta rapita.
I nuovi filosofi e dottori avevano dovuto riconfermare le sentenze
degli antichi intorno alla potenza e universalità della musica.
Sant’Isidoro aveala riconosciuta _dottrina indispensabile_; Boezio,
_una di quelle scienze senza il cui ajuto era impossibile giungere
al vero_; ed il Salutati, vedendone i miracoli nella sua Firenze,
rinnovava il giudizio di Ermete, testimoniando ne’ suoi scritti intorno
a cose di musica, essere questa «_una scienza enciclopedica occupante
anche il campo della medicina_.»
Con essa trattavansi i patriarcali idilj, le profetiche visioni, sacri
argomenti, affanni amorosi; cantavasi la _Divina Commedia_; l’_Acquisto
di Pisa_ (1400); _Tubalcain e Cecilia_; il _Cainita_ e la _Patrizia
romana_; l’_Officina e il Paradiso_[92]; le _Danze dei Martegalli_
o _Pastorelle di Provenza_, da cui appunto le _Martigalle_, popolari
canzoni passate ben presto alla cavalleria[93].
Dal Madrigale, lo _Strambotto_, canzonetta nazionale giocosa che si
musicava in Italia nel 1400, e che si canta tuttora in Sicilia: e di
quella natura l’italiano _Sonetto_, poesia _a breve suono_ musicata; la
più estesa e più seria _Canzone_; e fra questa e quello la _Ballata_ e
il _Rispetto_, siccome parti di liete danze[94].
Quindi le _caccie_, i _cori_, i _complimenti_, composizioni tutte che
richiedevano necessariamente nuove modulazioni melodiche armonizzanti
col senso delle parole; e per conseguenza sempre più lontane dalle
tradizionali forme, mentre peraltro teneansi legate agli stessi canoni
e alle solite tematiche imitazioni.
Di tali canti madrigaleschi, di tante forme e sovra mille argomenti la
moda avea innondate le corti e le contrade; onde Antonio Squarcialupi
maestro in S.ta Maria del Fiore ne offria un’enorme raccolta a Lorenzo
il Magnifico[95]; il Principe di Venosa, Carlo Gesualdo ne dedicava a
tutte le dame, ed i maestri li riconoscevano _pieni di scienza e di
gusto_; Luca Marenzio, bresciano, famoso madrigalista, ne musicava
anche per Londra ed Anversa; Annibale Guasco, tessendo la _Tela
cangiante_, nome che diede alla sua raccolta, ne scrisse da solo fino
a tremilacentodieci variati; e Fra Capuci oltre a cento, cui diede tema
la vita di San Nicola da Tolentino.
Celebrati madrigalisti col barone d’Astorga, furono Luigi Prenestino,
Pomponio, Nenna, Tommaso Pecci.
Era così venuto il 1500; e veramente la spontaneità poetica e la
bella semplicità popolare dei secoli del Casella e del Landini, erano
tralignate in pedanteria e convenzionalismo, in Italia, e presso le
Nazioni che l’aveano imitata.
Per l’eccessivo amore di novità cadeano i maestri italiani nelle
difficoltà e sottigliezze che dalla novità distoglievano: con simile
studio gli Spagnuoli dimenticavano la loro vera poesia, la _romanza_:
per tutto, le libere espansioni e il brillante colorito cavalleresco,
degeneravano in compassate composizioni da gabinetto; le schiette
ispirazioni popolari cadeano nelle affettazioni e negli artificj della
bottega.
A questa gelida arte s’abbandonarono specialmente i maestri cantori
della Germania (Meistersinger); allorchè quivi i canti dei minnesingeri
e le epopee ammutolivano, «perchè i principi non aveano più orecchie
per udirli, mano per premiarli», e si estendevano invece le maestranze
e invigorivansi i Comuni.
I meistersingeri si accolsero in corporazioni, che in varie città
univansi per coltivare il canto e la poesia con statuti, leggi, insegne
e ch’è più strano, teoriche impreteribili, secondo cui comporre e
cantare. Il loro Codice, detto _Tabulatura_, li incatenava alle regole
del mestiere. Norimberga fu la sede capitale di questa istituzione che
si dilatò coll’arricchire delle città; la chiesa di S.ta Caterina fu il
teatro più famoso delle loro fatiche che non produssero se non frutti
afati[96]. Rozzi sperimenti drammatici furono quelli più celebrati dei
due meistersingeri di Norimberga, Hans Polz di Worms barbiere, e Hans
Rossemblüt colorista.
Sì strane corporazioni musicali ebbero da Carlo IV, stemmi particolari
siccome i principi ed i cavalieri; e così durarono fino al secolo XVII.
«Senza vigore d’invenzione, ponevano mente soltanto alle forme; ma
poichè v’entravano artieri e mercadanti, ed esigevasi per condizione
prima la probità, ne fu ajutata l’educazione d’una classe numerosa
quanto negletta[97].»
E nel popolo si mantennero spiriti cavallereschi e religiosi; onde
la mano della fanciulla era premio alla palestra del canto; e Lutero
stesso che fu buon musicista, adoperò il grave stile e liturgico pel
suo corale religioso.
Rimaneano poi salde nell’infima plebe le antiche tradizioni
lontane dalle ricercatezze dei minnesingeri e dalle pedanterie dei
maestri-cantori; canti appropriati al pastore, al mandriano, al
contadino, al cavatore; ingenue e selvagge ispirazioni, rilevate a
colori robusti e talvolta non disgiunte da efficaci melodie: tali le
_Macabre_, o le _Danze dei Morti_.
Di queste bizzarre cantate arieggianti nella lor tessitura i fantastici
segni di Alberto Durer, da far rabbrividire i fanciulli e da sgomentare
i peccatori, l’eroico popolo Svizzero fece risuonare in que’ tempi le
sue scogliere. Cantò la congrega del Rutli, l’orgoglio domato dei conti
di Toggenburg e di Neufchâtel, la vittoria Sempach, le sconfitte di
Carlo Temerario, l’ossario di Morat.
Walter di Stolzing improvvisatore, riveste col canto quanto la fantasia
gli detta lungo le vie e nelle chiese di Norimberga.
Boner di Berna imita col canto gli orrori sublimi della natura e
l’anelito di libertà; Giovanni Viol pinge la sua miseria; Vet-Weber
di Friburgo canta le guerre e le stragi de’ nemici, e i patrj laghi
tinti del sangue dello straniero, con voce aspra e forte come a quelle
s’addice.
Anche la Spagna lascia le sue leggiere e fugaci romanze per ascoltare
Don Inigo Lopez di Mendoza che interrompe le guerresche prodezze colle
canzoni; Giovanni Mena da Cordova che propone al canto el _Labyrintho_;
e Giovanni de la Encina che esprime sentimenti amorosi e devoti coi
canti artifiziati e violenti detti _letrillas_ e _cantarcillos_.
La Savoja dopo la pace stabilita da Emanuele Filiberto colla Francia,
comincia a mandarvi i suoi _ghirondaj_ che vanno ricordando i casi di
Francesco I, e gli episodi di S. Quintino.
Anselmo di Faydit provenzale vende le nuove commedie cantabili, mentre
il Mussato (Albertino), il Loschi, il Trissino, gettano in vece le basi
della nuova tragedia italiana.
Elisabetta d’Inghilterra amava i mitologici canti, quanto detestava i
precetti del papismo; e le nuove Deità della sua Corte sono le figlie
d’Apollo e del Parnaso.
A Roma, fiera sempre de’ prischi trionfi, i Papi stimolati ardentemente
ad emulare le antiche grandezze, pensavano essi pure a ristabilire que’
magnifici spettacoli che aveano deliziato la Grecia e gl’imperatori.
Mutavano i miti soltanto; e fin dall’anno 1440, si vede rappresentato
sur una pubblica piazza, fra mille decorazioni e meccanismi un’informe
azione lirica, sotto il nome di _Conversion di san Paolo_, con parti
cantabili abbozzate dal musicista Francesco Barberini. Poco dopo,
si fanno strada certe tragedie profane verseggiate da preti, da
cardinali[98] e dai medesimi sommi Pontefici, unite al canto da Angelo
Poliziano.
Clemente IX avea già una sala decorata per tali spettacoli, Leone
X erigeva un teatro provvisorio al Campidoglio per far cantare una
commedia di Plauto[99].
Il cardinal Dalla Rovere impegna Perrin e Cambert a comporre una
_Pastorale in musica_ per divertire la corte Francese.
Il Legato di Bologna chiama alla sua Cappella da quella di Roma (1548)
Domenico Maria Ferrabosco, venuto in fama pei suoi madrigali a 4 voci
(stampati a Venezia presso Antonio Gardano nel 1542) e per decorare le
patrie solennità delle nuove musiche che, dopo Girolamo Cavazzoni, il
Ferrabosco era il secondo dei bolognesi a pubblicar per le stampe[100].
A Venezia, quando ospitava Enrico III di Francia, la sala stessa del
Gran Consiglio venia trasformata in scena per darvi uno spettacolo
attraente e nuovo di tal fatta, una tragedia di Cornelio Frangipane
accomodata di cori e canti dall’organista della chiesa ducal di S.
Marco, Claudio Merulo.
Alla corte di Sicilia, Guerin da Toledo vicerè, spiega un lusso
inaudito per far cantare l’_Aminta_ del Tasso, ed altra _Pastorale_ di
Transillo, componimenti accompagnati da intermedj e cori, musicati dal
gesuita Marotta.
I Duchi di Ferrara sfoggiano nella rappresentazione dell’_Aretusa_,
1550. E la principessa Anna d’Este stringe intimità con Girolamo
Parabosco, compositore organista di Venezia, protetto del doge
Francesco Dandolo, socio a Pietro Aretino, ricciuto e biondo amico di
Venere e di Bacco.
Gli Scaligeri attirano con premj a Verona i migliori _giulatri,
burlassi_ e _canterini_.
I Gonzaga pompeggiano a lungo nella patria di Virgilio e del Viadana; e
fece epoca in Mantova la _Psiche_ musicata da Alessandro Leardini per
le Nozze del Duca Carlo II con Isabella Clara d’Austria; l’_Arianna_
del Monteverde negli sponsali del duca Francesco, 1640.
I Farnesi fanno salire perfino le acque del Parma allo splendido loro
teatro di corte, il _Farnesio_, nuovamente eretto nel 1618 per rendere
più spettacolose e variate colle naumachie le azioni fantastico-liriche
che vi celebravano. Per le musiche, il duca Ranuccio vi avea chiamato
quel succitato Claudio che era nato a Correggio da Antonio Merlotti
nel 1538, e s’era mutato il nome in Merulo, organista a Venezia, poi
a Brescia, e maestro alla ducal cappella Parmense fino al 4 maggio
1604, nel qual giorno fu portato alla tomba dai quattro suoi distinti
cantori Cristoforo Borra, Antonio Bertinelli, Andrea Salati, Alessandro
Volpino[101]. Il _Farnesio_ fu indicato siccome il primo teatro eretto
in Italia, dopo l’obblio degli antichi. Ma non è vero: chè, nelle
cronache Vicentine trovasi essere stato eretto un teatro pel carnovale
del 1539, nel cortile del palazzo Da Porto, dal Serlio, il quale lasciò
scritto: «In Vicenza città molto ricca e pomposissima fra le altre
d’Italia io feci un theatro et una scena di legname, per avventura,
anzi senza dubbio la maggiore che a nostri tempi si sia fatta, dove per
li maravigliosi intermedj che vi accadevano, come carrette, elefanti
et diverse moresche, io volsi che davanti alla scena pendente vi fosse
un suolo piano, la larghezza del quale fu piedi 12 et in lunghezza
piedi 60, dove io trovai tal cosa ben comoda e di grande aspetto.»
Lucrezio Beccanuvolo bolognese in un migliajo di versi conservò i nomi
di più che 200 dame intervenute alla prima rappresentazione, di cui
s’ignora il soggetto. Sembra però che vi agissero e cantassero anche
gl’_Istrioni_ chiamati da Milano, dove secondo le cronache milanesi
di quel tempo, tali compagnie nomadi buffo-mimo-cantanti concorrevano
e d’onde recavansi a variare le feste d’altre signorie. — Primo segno
forse del centro artistico in quella piazza dappoi stabilito. —
Inoltre gli Accademici di Vicenza, mutato il nome di _Costanti_
in quello di _Olimpici_, per _sublimare il merito della Vicentina
letteratura e perfezionare il gusto delle Arti imitatrici della
Natura_, ed oltre ai geniali loro esercizj rappresentare scenici
spettacoli e musicali, fin dal 1555, aveano dato il carico al perito
socio Andrea Palladio di erigere nella gran sala del pubblico Palazzo
un teatro in legno, nel quale fu splendidamente rappresentata la
_Sofonisba_, la prima tragedia regolare italiana, del chiaro co.
Giangiorgio Trissino, autore del primo poema epico italiano — _L’Italia
liberata dai Goti_. — Alle quali nobili prove ispirato, concepì il
Palladio la grandiosa idea d’architettare quel famoso unico _Teatro
Olimpico_, che dovea riparare la perdita dell’antico Berga, e che
cominciato nel maggio 1580, nel breve corso di quattro anni da Silla
Palladio suo figlio ebbe compimento. A inaugurazione di tanto maestoso
monumento di greco-romano stile, e a ristaurazione completa dell’arte
antica, fu dato in quel nuovo pulpito l’_Edipo_ di Sofocle, tradotto
dal cav. Orsato Giustiniani con _Cori_ e musiche magnificamente
eseguite, onde tanti illustri scrittori quella prima rappresentazione
del 1584 fecero vieppiù memoranda[102]. Una Cronaca di quel tempo
peraltro devesi anche citare, che notò fra gli altri appunti: «il
subbietto antico dell’Edipo non dilettò molto gli uditori avezzi ai
costumi dei tempi più freschi. Il gestire delle persone del coro, il
canto uniforme non lasciava intender parola, e non pur versi; ma prosa
parevano in lor bocca le parole...»
Avremo a dire dell’_Edipo_ riprodotto coi cori del Pacini, per ottanta
voci, nel 1847, che fu la quart’ultima rappresentazione in quel teatro,
le cui simili forme non si videro che disseppellite a Pompei.
Nell’Olimpico anche il famoso Cieco d’Adria Luigi Groto, l’Omero
veneto, si produsse colle sue Orazioni e co’ suoi Canti; e a
somiglianza della Accademia di Vicenza, fondò quella degli _Illustrati_
d’Adria, per le medesime nobili esercitazioni, 1565, in quei rinnovati
arcadici tempi in cui musiche e lettere sortivano dai ritiri de’
religiosi cenobj, e brillarono già fra gli _Ortolani_ di Roma,
gl’_Intronati_ di Siena, i _Pellegrini_ di Firenze, gli _Affidati_ di
Pavia, gl’_Illustrati_ di Casale, gli _Elevati_ di Padova, gli _Eterei_
di Venezia, i _Filareti_ di Ferrara, gl’_Invaghiti_ di Mantova, gli
_Addormentati_ di Anversa, nuove contemporane Accademie[103].
I Medici, de’ quali il medesimo Lorenzo avea composto i _Canti
Carnevaleschi_ di gran voga in Italia, affidano poi al Caccini,
l’allegria de’ nuziali di Ferdinando e Cristina di Lorena, e quel
riputato compositore che col Peri rese più celebri anche le nozze
di Maria de’ Medici con Enrico IV per la _Euridice_, appaga ancora
una volta i gusti corrotti de’ spettacoli madrigaleschi musicando
il _Combattimento d’Apolline col Serpente_; volgendo però in mente
d’indirizzare a più nobile fine e più naturale, il bel linguaggio dei
canti.
Chè tutti erano concepiti allora in quello stile, grazioso talvolta,
ma sempre privo di passione, indifferente a qualunque espressione,
gravato dagli artificj, come le scene apparecchiate a riceverlo, e
le mascherate figure che lo interpretavano. Le voci così impiegate,
sprovviste d’ogni arte, spogliate dal sentimento, unite sempre agli
scarsi e imperfetti strumenti che mai eseguivano parte diversa, non
serviano che di corredo e di pompa allo spettacolo.
In generale, come nel 4.º e 5.º secolo dopo il mille, non v’era stata
festa cavalleresca senza il lusso de’ trovatori, in appresso non v’ebbe
adunanza elegante senza lo sfoggio de’ canzonieri e madrigalisti.
Allora il Provenzano menava per Francia la Servantese sulle avventure
di Folchetto fabbro, conte di Narbonna, e abate di san Bruno —
_Trovator di lai maestro_ — anch’esso. Sulla qual novella, per _trovare
il suono e il motto_, che volea dire nel nostro linguaggio moderno,
improvvisare la musica e la poesia, non era chi vincesse un Arnaldo
Vitale lombardo, che sfidò cantando nella tenzone d’amore tutti i
trovatori, come correva abilmente la lancia co’ primi giostratori del
suo tempo.
Quell’Arnaldo Vitale che cantando s’era «guadagnato a Tolosa il premio
della violetta di fino oro, aggiudicatogli dai sette mantenitori _della
gaja scienza_;» al quale, il cardinal Giovanni Visconti cedeva il suo
grosso anello gemmato; e che ci vien ricordato dal Grossi qual gentile
scudiere e buon poeta, — un di que’ pochi in mezzo a tanta ciurmaglia
di trovatori, menestrelli e giullari di cui brulica tutta Europa —
«scioperata genìa che girando di paese in paese con un liuto o con una
mandóla in collo, se la scialava a tutte le corti bandite, a tutte le
feste, per tutti i palazzi e i castelli, eccitando e tenendo in onore
la pazza prodigalità dei signori e dei principi. In secoli nei quali
le comunicazioni tra paese e paese, tra provincia e provincia, erano
scarse, lente e malagevoli essi portavano attorno le novelle degli
avvenimenti pubblici e dei casi privati, pettegoleggiavano dappertutto,
sfringuellavano d’ogni cosa, novellavan d’armi, di maneggi e d’amori,
cantavano le glorie, o rivelavano le turpitudini dei grandi: spesso
ne mettevano in cielo i delitti, o ne trascinavano le virtù pel
fango, secondo che dava loro l’umore, o secondo che piacesse a chi li
pagava...»
Allora il Tremacoldo prete e giullare, cantava al Conte del Balzo, le
indennità del Menestrello; e la principessa di Rezzonico dal castello
in cui venia «confinata a morir d’inedia dalla brutale gelosia del
marito» diceasi, apprendesse ai lontani abitatori quella canzon
lamentevole che correva a quei tempi attorno il lago di Como.
I canti che aumentavano la magnificenza de’ banchetti di Galeazzo
Visconti sulla piazza dell’Aringo in occasione delle nozze della figlia
Violante con Lionello d’Inghilterra, dove Petrarca sedeva, dettando le
sue _ballate_, sono descritti dai lombardi cronisti.
I giullari e le cantatrici colme dei doni che comparivano all’ultimo
bere dei commensali di Marco Visconti, furono pinti maestrevolmente da
Tommaso Grossi, collega illustre che m’onora.
Quindi gli apparati e le feste di Poggio a Cajano e di Firenze, nelle
nozze del magnifico Medici con donna Elionora di Toledo, ci furono
tramandate, fra gli altri, da Pierfrancesco Giambullari[104], da
cui abbiamo una splendida testimonianza de’ canti e delle liriche
rappresentazioni del 1539, situazione dell’arte, che appunto in
Toscana, precedeva la famosa riforma colla creazione del dramma lirico.
Per farci un’idea adunque del punto culminante dell’epoca madrigalesca,
e della fase pomposa che precedeva la creazione del dramma lirico, nato
come Venere nuda dalla gonfia marea dell’Oceano, poche righe basteranno
di quelle ampolose descrizioni.
Era Apollo, che finito il suntuoso convito Mediceo, compariva davanti
alle mense: «vestito di taffettà chermisi coperto di tocca d’oro,
con una cintura quasi di arco celeste, ed avea uno antico manto del
medesimo drappo, aggruppato in su la spalla sinistra. Uno arco alle
spalle e turcasso al fianco, calzato di raso chermisi, con ingegnosa
accappiatura antica di fiocchi d’oro in due teste di leone, coronato di
verde lauro, sopra lunghissima chioma d’oro.
Questo con lira nella sinistra e archetto nella destra, venne in mezzo
a un coro di Muse così vestite:
La prima in biondissimo drappo, succinta con verde ramo di oliva e
con assai gruppi e svolazzi aveva i crispi capelli sparsi di fiori
di timo con alcune api d’intorno, e suvvi un cappello del medesimo
drappo, ma in disusata foggia antica, ornato di cristalli e berilli
e ghirlande d’agnocasto con un camaleonte per cimiero. Dal collo le
pendeva un vezzo di perle con un cornuto scarafaggio in sul petto,
dove l’attraversava la pelle d’una pantera. Ed erano i suoi calzaretti
all’antica, coperti di pelle di gatta con un granchio sopra ogni piede.
Teneva nella destra mano un trombone e nell’altra taninera, per dire
come i pittori, dove nel campo azzurro si leggeva di lettere d’oro
_Thalia_, e nel colmo le appariva una palla rossa come in tutte le
altre. Vestiva la seconda in drappo verdegiallo, succinta di due serpi
avvolte, ed aveva pelle di jena ad armacollo; e i suoi lunghi capegli
sparsi di fiori di majorana pendevano sotto uno alato cappello ricco
di agate e di topazj inghirlandato di pimpinella con un cimiero di
papagallo. Pendevanle al collo più vetri in minuti lavori verdegialli,
ed avea calzaretti all’antica fatti di pelli di scimie con le teste di
quelle sotto le ginocchia. Con la destra tenea una dolzaina e con la
sinistra la taninera con molte foglie di corniolo; ed un calderugio, ed
un rosignuolo accompagnavano il suo dorato nome _Euterpe_ nello azzurro
campo di quella.
La terza, più lascivetta e da molti odori accompagnata, con splendido
drappo con assai svolazzi di tocche e candida pelle di caprone,
succinta col famoso cesto di Venere, e crini d’oro sparsi di fiori di
mortella — e pelli di conigli in sul nudo — e rondini e cutrettole — e
fiori di melagrano e rose damaschine — _Erato_...»
Ma non starò a trascrivere le varie foggie dei vestimenti di
_Melpomene, Clio, Terpsicore, Polymnia, Urania_, e della candida
_Calliope_: ripeterò che: «Giunta questa bella compagnia nell’alta
presenzia di quei signori, Apollo, soavemente sonando cantò le stanze
composte dal nostro Giov. Battista Gelli = _Dal quarto ciel, dove col
mio dorato — carro girando, al mondo io do la luce_. — » e quel che
segue, a fine.
«Le Muse allora soavissimamente cantando dissero la Canzone a nove»
(che non riporto).
«Finito il soave cantare delle Muse, comparse la bella _Flora_ con
cinque Ninfe d’intorno e due Fiumi per sua compagnia, con lunga
comitiva alle spalle...» Ommetto il vestiario di ciascuna ninfa
e dell’_Arno_ e del _Mugnone_, e d’altre figure, per ridire che:
«All’apparire di costoro, l’Apollo di nuovo sonando, ricominciò cantar
nuove stanze... Fermossi — e Flora con le sue Ninfe cantò a coro.
— Finita la canzonetta, e tiratasi alquanto Flora da banda, venne
più avanti _Pisa_ vestita di velluto rosso ecc. ed altri. — E subito
Apollo cantare — e rispondere il Coro..» e così di seguito con altre
allegoriche e mitologiche comparse.
Finirono quei signori ritirandosi nel primo cortile a danzare secondo
l’usanza delle nozze.
La sera seguente dopo una _ricca cena_ in quel medesimo cortile
«si vide a poco a poco dalla parte di levante apparire nel cielo
della scena un’_Aurora_ — vestita ecc. — che con un pettine d’avorio
pettinando i suoi lunghi capei d’oro cantava...»
Era il soave suo canto accompagnato da un gravecembalo a duoi registri,
sottovi organo, flauto, arpe e voci di uccegli, e con un violone, che
con incredibile dolcezza dilettava gli orecchi e gli animi di chi li
udiva.
Le parole e la invenzione, ed abbigliamenti di questo e di tutti gli
altri intermedii della commedia, che luogo per luogo si diranno, furono
del nostro Giovanni Battista Strozzi.
Dopo le spalle dell’Aurora, si vede a poco a poco surgere un sole
nel cielo della prospettiva il quale soavemente camminando ne fece
atto per atto conoscere l’ora del finto giorno, e così poi si nascose
ultimamente circa alla fine del quinto atto, poco prima che la _Notte_
comparisce... vestita ecc. dolcemente cantando in su quattro tromboni:
_Vienten’ almo riposo_ ecc.
Fu così dolce questo canto, che per non lasciar gli spettatori
addormentati, vennero subito in sulla scena venti Baccanti, che dieci
ve n’erano donne, e Satiri gli altri. E di tutti questi, otto sonavano,
otto cantavano, e due da ciascuna parte facevano l’ebbro. I satiri
tutti erano ignudi, co’ fianchi e coscie pelose: ma le donne vestivano
corto... e gli strumenti dei suonatori furono questi: Uno otro da vino
che vestiva un tamburo, e una cannella da botte in luogo di bacchetta
da suonarlo, ed uno stinco umano secco, dentrovi il zufolo che lo
accompagna. Una testa di cervo, dentrovi un ribecchino. Un corno di
capra dentrovi una cornetta. Uno stinco di grù co ’l piè dentrovi una
storta. Un gambo di vite, dentrovi una tromba torta. Un cerchio da
botte con giunchi dentrovi una arpe. Un becco di cecero, dentrovi una
cornetta dritta. Una barba e rami di sambuco, dentrovi una storta. La
composizione del nostro Antonio Landi.
Tutte queste musiche, intendo che di già sono stampate in Venezia. Nè
è bastato loro stampar quelle che vi hanno anche mescolate le stanze,
come elle nacquero, non riviste, non corrette e non intere e con poca
satisfazione di chi le fece... Di Firenze, il 12 di agosto 1539.»
Ora con _quei Signori_ s’avranno addormentati anche i lettori che feci
assistere ad una rappresentazione di quel secolo, con l’orchestra e
i madriali allora usati, verrò non cogli sconci satiri a destarli, ma
con una eletta società pur dessa di Fiorentini, meno magnifici e più
civili.
Ma prima ricorderò che, il gusto mitologico, il cantar madrialesco
della Toscana corte, durò ben più a lungo in quella d’Inghilterra e
di Vienna, dove ancora per le nozze delle sacre cesaree e reali maestà
di Leopoldo e Margherita, Francesco Sbarra _consigliero e compositore_
facea cantare il _Pomo d’Oro_ da tutti i Dei dell’Olimpo e dell’Averno,
da tutte le Potenze e Regni, con cori e balli di _Spiritelli in aria,
di Cavalieri in terra, Sirene e Tritoni in mare_, l’anno di grazia
1667.
In Francia invece attorno questo tempo soltanto fu introdotto quel
cantare dal cardinal Mazarino, il quale, sia che da vero dilettante
ch’egli era cercasse divertirsi, o, secondo altre versioni, da uomo di
Stato intendesse a formare il gusto musicale della nazione e addolcire
i gridi della opposizione, invitava nel 1645 una compagnia d’italiani,
i quali a Petit-Bourbon eseguirono davanti al re, alla regina e alla
corte una di quelle rappresentazioni, e precisamente dello Strozzi,
intitolata _la Finta Pazza_ accolta con entusiasmo.
Per figurarsi poi la esecuzione e l’effetto di quei canti, trasportati
dalla spontaneità di natura all’artificio dei madrigalisti, nel
colmo d’un’epoca in cui, come la durezza delle linee, così il gonfio
delle espressioni dovea spezzarsi ormai e ricondursi alla purezza e
semplicità primitive, può giovare adesso il riprodurre poche parole,
allora fra le più belle, che risuonavano in elogio d’una cantatrice
distinta e de’ suoi modi pregiati nel canto che non può riprodursi alla
nostra udizione come le espressioni che del contemporaneo scrittore ci
rimangono. È questi il celebre Cieco d’Adria, pure del canto perito;
era dessa la illustre Alessandra Lardi sua concittadina, nella cui
morte avvenuta il 24 aprile 1568, l’oratore ricordò la rarità di
quell’arte con lei perduta, nel modo seguente:
«Ora che aggiungerò del soave suono formato da quelle sue medesime
mani, che tenevano più scienze che dita e del soavissimo canto
temperato in quella sua dotta bocca, che aprendosi mostrava, che
s’aprisser le porte d’un ciel terreno. Allora niun più dubbiava che
i Camaleonti si pascessero d’aura, e alcuni popoli Indiani d’odore;
poichè ciascuno che udiva il suono vitale e il canto sostanzioso,
non si curava, nè si ricordava d’altra vivanda, e sarebbe così
dimorato più giorni, se il silenzio ed il riposo non l’avessero
privo di quel diletto. E niuno dubbiava più che Anfione ed Orfeo al
concento delle loro accordate cetre tirassero le fiere domesticate, le
piante innamorate, e le pietre rammorbidite, che lasciavano guidarsi
all’impeto della natura; posciachè i cuori umani, che potevan far
resistenza, erano dall’angelica melodia e dolce forza adescati. Niuno
si maravigliava più, che la cera vergine spirasse l’odore di tutte
l’erbe, quando nel costei canto si discerneva il canto delle Ninfe
della terra, delle Sirene del mare, degli uccelli dell’aria, e degli
augelli del cielo. Col canto di costei piegato, e ripiegato, torto, e
ritorto, tritato, e cincischiato, perdevano la rondine, l’usignolo e
il cardello; anzi vi perdevano le Muse. Nel di lei canto si chiudevano
gli sciami dell’api che portavano fiori e mele agli orecchi, cera
che abbrugia i cori. Nel canto di lei le nostre crome e semicrome
erano minime e semiminime, all’altre più minute conveniva ritrovar
nuovo nome. E quando ella sospirava per la misura delle note, altri
sospiravano per lo desiderio di lei. Quando posava per la ragione
del canto, travagliavano gli altri per lo desìo della cantatrice, e
quando frangeva la sua voce, si frangevano i cori altrui. Gli accenti
minuiti e ondeggiati della voce dolcemente tremante, con quel tremor
destavano un ghiaccio dilettoso per l’ossa di chi l’udiva; e da quel
ghiaccio (cosa mirabile a dirsi e a udirsi) sorgeva un più dilettoso
fuoco. Mai più, se non allora, non ebbi invidia al Petrarca, che seppe
compor parole, e ad Adriano, che seppe accoppiarvi note degne di essere
pronunciate e cantate da sì eccellente maestra... Io giurerei che il
Sole s’affrettava ad udirla, perchè una volta ricordami, che sonando
e cantando la rara giovane, il Sole lontanissimo dalle finestre della
camera, addolcito da cotal musica in un punto vi spuntò dentro con i
raggi suoi, se il desiderio dell’ascoltarla non mi cangiò la lunga ora
in breve momento. Dicono questi Savj della natura che la nostra umanità
senza pericolo della vita non potrebbe udir gli otto tuoni degli otto
Cieli, ma nè anco si poteva udire il tuono di costei commisto di tutti
questi senza periglio mortale. Avvenga che chi l’udiva scordandosi
di respirare, nè ricordandosi i suoi polsi di battere, correva
rischio di morte. Se fosse costei discesa in Inferno, come Orfeo....
L’ascoltarla non pure era dilettevole ai sensi, ma giovevole all’anima.
Conciossiachè chi l’ascoltava si risolveva di cominciare a produr
opere meritevoli, e a divenir Santo, per trovarsi in Paradiso, dove
giudicava, che dovessero essere musiche tali; e che la nobil donzella
partendo da questo secolo dovesse andare ad augmentarle. I ciechi
avevano invidia ai sordi, che potevano mirare la costei bellezza, ed
i sordi avevano invidia ai ciechi che potevano ascoltare la costei
divina armonia, e gli uni e gli altri, più per questa perdita, che
per altra, avevano del proprio difetto compassione a sè stessi.
Quantunque il luogo, dove l’unica Alessandra sonava e cantava, fosse
talora debole a sostener la frequenza degli uditori, non però v’era
pericolo che cadesse: perciocchè quei, che l’udivano, rapiti dal soave
dell’armonia con l’animo; e da l’animo rapito a gran forza il corpo,
standosi per gli orecchi avvinti e sospesi alla non mai più sentita
dolcezza, non toccavano il pavimento... E ben appariva (come dice
Platone) che gl’uomini fossero organizzati di musica; poichè in quella
si risolvevano. Che se tal fosse stato il canto delle Sirene, non
avrebbe voluto Ulisse appannarsi l’orecchie di pece: ma questo canto
non addormentava, anzi, destava gli addormentati, accendeva i pigri,
infiammava i freddi, innamorava i ritrosi, inteneriva gl’indurati,
riteneva i vagabondi, cibava i digiuni, umiliava i superbi, disperava
gl’invidiosi, allettava i barbari, allegrava i mesti, addolciva gli
sdegnati, spensierava i travagliati, consolava gli afflitti, ricreava
gli stanchi, risanava gl’infermi, e risuscitava i mezzi morti. L’aria,
che non seppe mai più ciò che fosse invidia, allor l’imparò, mentre
le sue parti che avevano ventura d’esser formate da lei in voce, od
in suono, erano dall’altre sommamente invidiate. Ma poichè il suono
della mia lingua non sa lodar pienamente il suono della sua voce, nè
trovar paragone che rappresenti il suo velocissimo motto, se non quel
della biscia, la cui lingua sola, è sì velocemente vibrata che sembra
tre; conchiuderò, che se Creso, s’Enea, se Priamo, se Portia, se
Paolo Emilio, se Danae, se Lucrezia, se Filotete, e se Ugolino avesse
udito la costei voce maritata col suono, avrebbe obliato la perdita
de’ tesori della patria, del regno, del marito, de’ figliuoli, della
libertà, della castità, della sanità e della vita, ed Eraclito avrebbe
cangiato il pianto in riso, e Democrito il riso in maraviglia: laonde
se il Petrarca non seppe in quale sfera de’ pianeti dovesse albergar la
sua Laura, nè io tampoco sò in qual ordine d’Angeli abbia preso albergo
la nostra Alessandra[105].»
Come le parole e le azioni di sopra accennate, simiglianti i modi tutti
e le espressioni di quel tempo.
_Creazione del Dramma lirico in Italia — Compositori riformisti di
Firenze, di Venezia, di Roma — Canzonieri — Accademici._
Mentre adunque i Gelli, i Landi, e gli Strozzi e successori facevano
cantare le loro Muse ed i Satiri colle cornette e coi ribecchini, e
gli Adriani servivano di esercizio alla trisulca lingua delle belle;
mentre gli Artusi, i Marenzi, i Gesualdo ed i più abili contrappuntisti
fiorentini s’ingegnavano a combinare l’intralciamento di parti e si
perdevano nelle sottigliezze dello stile madrigalesco, una riunione
di dilettanti, poeti, donne, musicisti, fanciulli, meno sapienti che
dall’estro rapiti, Giovanni Bardi conte Del Vernio, Jacopo Corsi,
Vincenzo Galilei, Ottavio Rinuccini, Jacopo Peri, Giulio Caccini e sua
figlia, Laura Guidiccioni, Emilio del Cavaliere, composero e cantarono
per divertirsi, rinnovarono gli accompagnamenti di Tepandro, e con
nuova forma d’arte crearono in Firenze, nel 1590, il dramma lirico.
Tale avvenimento, che trovasi rinnovato sempre nella storia delle arti,
viene a conferma che, le Accademie, le Scuole istituite per conservare
la tradizione e trasmettere i processi conosciuti del mestiere, sono
proprie a dispensare bensì con saggezza la somma delle idee che furono
ad esse comunicate, ma sono impotenti a rinnovarne la sorgente: per
la stessa maniera che le facoltà riflesse dallo spirito di cui sono il
prodotto e l’imagine, non da questo ma dal sentimento traggono la vita.
Simile alle rivoluzioni operate nelle religioni delle arti, veggiamo
quella del Cristianesimo: e quando il mondo soccombeva sotto alla
scienza dei dottori e li eccessi della volontà, una religione novella è
venuta a rianimarlo con qualche parola d’amore.
Il peso delle dottrine sul sentimento fa il triste effetto della pietra
sovrapposta alla semente. L’esagerato ossequio di quello porta l’abuso
della scienza, quindi il vaneggiamento, il delirio.
Ed è per questo che i dottrinarj del canto, o lo vorrebbero fisso ad
un calcolo, o accademicamente fornito, e per essi quello spontaneo
del sentimento è troppo facile e licenzioso; nella naturale bellezza
veggono lo scandalo, e ricorrono a convenute vesti per ricoprirla;
scambiano la semplicità per miseria, la calma per impotenza.
E forse, in vero, siamo arrivati ad una di quelle epoche critiche in
cui l’arte spossata dai raffinamenti del mestiere e delle scuole non
potrà ritemprarsi che nell’istinto superiore degli ignoranti.
Scriveva adunque il maestro dei fiorentini riformatori del canto,
Giulio Caccini, nella prefazione delle sue _Nuove Musiche_:
«Io veramente nei tempi che fioriva in Firenze la virtuosissima
_camerata_ dell’Ill. Sig. Giovanni Bardi dei conti di Vernio, ove
concorreva non solo gran parte della nobiltà, ma ancora i primi
musici e poeti e filosofi della città, posso dire d’avere appreso
più dai loro dotti ragionari che in più di trent’anni non ho fatto
nel contrappunto, imperocchè questi intendentissimi gentiluomini mi
hanno sempre confortato a non pregiare quella sorte di musica, che
non lasciando bene intendersi le parole, guasta il concetto ed il
verso... laonde dato principio in quei tempi a questi canti per una
voce sola, composi i madrigali: _Perfidissimo volto, dovrò dunque
morire_, ecc., i quali madrigali mi mossero a trasferirmi a Roma, ove
fatti udire detti madrigali mi mossero a continuare la incominciata
impresa... Ritornato io a Firenze e considerato che altresì in quei
tempi si usavano per i musici alcune canzonette, per lo più di parole
vili, mi venne anco pensiero comporre qualche canzonetta a uso d’aria.
Queste arie state non sono poi disgrate eziandio a tutta l’Italia,
servendosi ora di esso stile ciascuno che ha voluto comporre per una
voce sola, e particolarmente qui in Firenze, ove stando io già sono 37
anni agli stipendj di questi Serenissimi Principi,... i miei amici mi
assicurarono di non aver mai inteso fino allora della musica capace di
commuoverli a tal punto....»
E il Doni nel suo _Compendio_ pubblicato nel 1635 disse:
«Molto diverso è il canto d’una voce sola che si accompagna col suono
d’un altro strumento ritornato, si può dire, di morte a vita in questo
secolo, per opera massimamente di Giulio Caccini. A queste melodie
si suole aggiungere l’accompagnamento della parte istrumentale,
comunemente nel grave, e consiste per lo più in note lunghe...»
E lo scolare di Caccini e suo compagno di riforma Jacopo Peri scrisse:
«Benchè dal sig. Emilio del Cavaliere, prima che da ogni altro,
ch’io sappia, con meravigliosa invenzione ci fosse fatto udire la
nostra musica sulle scene, piacque nondimeno al sig. Jacopo Corsi ed
Ottavio Rinuccini (fin l’anno 1594) ch’io adoperandola in altra guisa,
_mettessi sotto le note_ la favola di _Dafne_, per fare una semplice
pruova di quello che potesse il canto dell’età nostra, onde veduto
che si trattava di poesia drammatica,.... stimai gli antichi Greci e
Romani (i quali secondo l’opinione di molti cantavano sulle scene le
tragedie intere) usassero un’armonia, che avanzando quella del parlare
ordinario, scendesse tanto dalla melodia del cantare, che pigliasse
forma di cosa mezzana. E perciò tralasciata qualunque altra maniera
di canto udita fin qui mi diedi tutto a ricercare l’imitazione che si
debbe a questi poemi. — Conobbi parimente nel nostro parlare alcune
voci intonarsi in guisa, che vi si può fondare armonia, e nel corso
della favella passarsi per altre note che non s’intuonano, finchè
si ritorni ad altra capace di nuova consonanza; ed avuto riguardo a
quei moti ed a quegli accenti, che nel dolerci, nel rallegrarci, e in
somiglianti cose ci servono, feci muovere il basso al tempo di quegli,
or più, or meno, secondo gli affetti, e lo tenni fermo tra le false e
tra le buone proporzioni, finchè scorrendo per varie note la voce di
chi ragiona, arrivasse a quello che nel parlare ordinario intonandosi
apre la via a nuovo concento, ecc.»
— Questa apparentemente cotanto semplice innovazione, divenne la fonte
di una nuova arte. Finalmente gli strumenti furono richiamati dal
loro esiglio, ed i musici cominciarono a capire la naturale missione
degli stessi, quella cioè di servire d’accompagnamento al canto. —
Così si esprime il prof. De Castrone-Marchesi discutendo _sull’Origine
dell’Opera_; e fa osservare come fatto rimarchevole che «questa
trasformazione sembra essersi fatta senza esitazione alcuna, e di già
nei primi madrigali ad una voce di Caccini composti per, come egli
stesso afferma ben prima dalla fine del secolo 16, la _tonalità_, la
fine delle _cadenze_, e le modulazioni non differiscono punto dalle
composizioni le più moderne. Che, se i gentiluomini dell’eletto circolo
del conte Vernio proponendosi di rintracciare la tragedia cantata dai
Greci non la ritrovarono, pure, tal che gli alchimisti nel cercare la
_pietra filosofale_ scoprirono la chimica, così anche correndo dietro
alle chimeriche traccie della tragedia greca fu trovata e creata
l’opera seria moderna. E, qualunque si fossero o saranno mai state
le modificazioni apportate da altri popoli dell’Europa a quest’arte
divina, la gloria dell’invenzione della idea e della forma è italiana,
è nostra gloria. —
E l’opera di Jacopo Peri, _Euridice_, è la più antica che fosse
pervenuta sino a noi.»
Il cui genere di canto, se il Peri non potè affermare essere quello
appunto usato dai Greci e dai Romani nelle loro tragedie, fu da lui
ritenuto «il solo che possa fornirci la nostra musica, poichè il più
adattato alla nostra lingua.»
Nullostante il dubbio d’uno dei medesimi creatori di questa prima forma
di musica vocale pel dramma lirico, l’erudito Baini pure asserisce
che quella specie di _recitativo obbligato_ introdotto dai fiorentini
cantori, corrispondeva perfettamente a quel recitativo identico al
ritmo ed alle modulazioni della declamazione adoperato dai Greci e
conosciuto col nome di _melopea_.
In quanto al merito che ai Fiorentini vien fatto dell’invenzione di
siffatti recitativi, dovrò ricordare che in quell’epoca istessa,
ed anche qualche anno prima della metà di quel secolo, a Venezia
erasi già trovato questo modo di canto pel genere buffo, della qual
musica Giovanni Croce fu iniziatore. Anzi il veneziano Croce (detto
Chiozzotto) vien ritenuto primo anche a comporre certi piccoli drammi
d’azione facilissima, cui egli dava pure il nome di _Cantate_.
La raccolta delle quali composizioni a quattro, a cinque, a sei e a
sette voci, piacque a lui intitolare _Triaca Musicale_ (Venezia 1596),
quasi a gara di quel farmaco onde Venezia andava famosa.
E in pari tempo il Viadana nelle sue proponeva simili recitativi;
imitati anche da Lelio Bertani madrigalista a più voci, fiorito in
Brescia e in Venezia nel 1584-85.
Lo Zarlino per le feste della vittoria di Lepanto e della visita di
Enrico III a Venezia, avea già fatto cantar sulle scene suoi nuovissimi
drammi.
Dai quali fatti, anzichè togliere il merito della invenzione a’
fiorentini per farli de’ nuovi metodi veneziani soltanto abili
imitatori, a mio avviso, ammirerei in vece anche in quel tempo, e
sull’Arno, e sul Mincio, e sulle Lagune, quella corrente d’idee affini
che intorno a un nuovo studio spesso vien fatto di riscontrare, che
rende dubbio bensì il pronunziare sul vero inventore, ma non scema, nè
da una, nè dall’altra parte, il valor della scoperta.
Spandessi inoltre in quegli anni dalle rive del Brenta certe canzoni,
o _maggiolate_, o _villotte_, che venivano altrove raccolte o imitate.
Di questi canti a ritmo marcato e con rispetti, rinnovati dai veneti
contadini ad ogni ritorno della bella stagione in cui essi pure
solennizzavano le _Fiorite_ (festa che ancora pochi anni or sono
costumavasi a Padova, Treviso, Vicenza), di questi canti, un Filippo
Azzajolo, maestro cantore nel 1557 alla cappella Petroniana in Bologna,
pubblicava un primo libro di _Villotte alla Padovana con alcune
Napolitane a quattro voci, intitolate Villotte del Fiore_, coi tipi
del Gardano in Venezia presso al quale rinomato ed esclusivo stampator
musicale di quel tempo produceva nel 1569 altro libro di _Villotte
del Fiore alla Padovana e altre Napoletane e Bergamasche a 4 voci e
un Dialogo a 8 voci_. E in questo libro, sia per dare maggior colore
d’originalità a quella raccolta, ossia pel pudore di non appropriarsene
la invenzione, non appose il proprio nome che peraltro nel contesto
appalesa, dando luogo anche ad altri concenti de’ bolognesi compositori
contemporanei quali Ghirando da Panico, Gian Francesco Calderino[106],
Paolo Casanova, Alfonso Ganassi, Bortolo Pifaro, Don Gian Tommaso
Lambertini, Ghinolfo Dattari.
Altro libro di _Villanesche Canzoni_ a più voci avea composto a Venezia
nel 1553, Donato Baldassare; in seguito a quelli che, Lanfranco
Giovanni Maria a Brescia, sotto il nome di _Scintille_ nel 1533, e
Portinaro Francesco a Venezia, col titolo di _Primi Frutti_ nel 1548,
avevano pubblicati.
Frutti parimenti delle modulazioni d’altri autori veneti riscontransi
subito in una raccolta speciale == _Modulationes diversorum Auctorum
quae sub titulo Fructus vagantur, cum quinque vocibus — Venetiis
1549_. == Nel 1550, pure a Venezia, il libro di Cambio Perissone, a
cinque voci, nel 1555 quelli di Mottetti a pari, concerto di Porta
Costantinus, di Corvus Novocomensis[107], di Fiesco Giulio, e di
Manara Francesco compositore fecondo fino al 1580, e gareggiante per
tutto il suo tempo coi non meno celebri autori delle _Ariose_, delle
_Fiamme_ e dei _Madrigali delle Muse_, Cipriano Annibale, e Cipriano
De Rorè; cogli autori _Delle Giustiniane_, altro canzoniere di veneti
compositori 1578; e d’altri _Floridi Autori d’Italia_, sotto il
cui titolo fu fatta a Venezia un’altra raccolta nel 1586, e quella
dei _Lieti Amanti_, quasi a compimento della _Spoglia Amorosa_, nel
precedente anno 1585 formata coi saggi dei diversi veneziani cantori.
L’_Accademia della Fama_, degna veramente di tal nome, era stata già
fondata nel 1558 a Venezia, dal senatore Federico Badoaro, essendo
maestro Zarlino, e rinomati cantori Bernardino Minoritano e Baldassare
Donati, che poi gli furono avversarj, e processati siccome fautori
d’una rivolta nella cantoria di san Marco, benchè il secondo, vent’anni
dopo riuscisse a succedere nella cattedra del combattuto maestro.
Mentre costanti di lui amici radunavansi in quella Società, Girolamo
Roselli perugino, Antonio Govinano da Gave, Francesco Dalla Viola
maestro della Cappella di Ferrara, Maria Tintoretto, Andrea Gabrieli,
e Tiziano. Ed ivi ripeteansi i versetti della famosa messa scritta
dallo Zarlino per la inaugurazione del tempio Palladiano del Redentore,
votato dalla Repubblica a liberazion della peste, monumento musicale,
legato a quella pagina della storia e dell’arte. Ivi prima che
s’aprissero teatri, cominciavasi a musicare la favola d’Orfeo.
Altra _Accademia_ s’era formata a Venezia in casa de’ patrizj Veniero
nel 1562, ove Merulo, Guazzo da Casale, il P. Costanzo Porta cremonese,
maestro alla cappella di Padova, e P. Camillo Angleria pur da Cremona,
compositore e metodista, a cantare i Ricercari convenivano.
Altri maestri e madrigalisti veneziani che si distinsero attorno il
1600, furono Luigi Grani, Giovanni Criuli, Vitto Roccetti poi organista
e arciprete sulla padovana, e Taddeo da Venezia frate agostiniano, che
per avere diffuse in Baviera le canzoni del suo istitutore Gabrieli,
detto _Ornamento delle Grazie_, e le proprie sue composizioni, fu
chiamato alla sua volta _l’ornamento della Baviera_. Quivi pure
avea continuata la bella fama de’ veneziani un Agostino Stefani
di Castelfranco trevigiano, che dalla cantoria ducale di Venezia
passò a quelle di Monaco e d’Annover, e poi levò le mani dall’organo
per cingersi la mitra, e Vescovo di Spiga, non abborrì di lasciare
composizioni teatrali del nuovo stile italico anche in quelle regioni,
e morì a Francoforte nel 1728.
Grandi Alessandro, nel tempo istesso da Venezia passava in Germania a
sostenervi la riputazione della scuola veneta, e lasciò le sue opere
nelle raccolte di Schadaüff, Donfrid e Priffe.
Allora gli alemanni, persuasi di tali apostoli, discesero anche alla
fonte, e la scuola di Andrea Gabrieli, nominato da Alberto V di
Baviera, fra i suoi più _floridi virtuosi_, notò fra gli allievi:
Gian Leone Hassler di Norimberga, poi maestro in Augsburg; Giorgio
Grüber poi maestro a Norimberga; Seth Calvisio, autore della _Giusta
cognizione dei tuoni_, sugli esempj de’ veneziani maestri; Enrico
Schütz, sassone, amico e conturbernale di quel maestro a Venezia,
poi nestore degli alemanni compositori che dalle Gabriellane dottrine
infiorì la Germania.
La stampa della musica, che si fa appunto introdotta da un Petrucci
sulla metà del XVI secolo, e che specialmente a Venezia fiorì subito e
divenne prescelta, influì alla diffusione delle nuove composizioni ed
allo studio de’ nuovi accompagnamenti diversi delle note vocali, che
allora dicevansi _alla Cavalieri_, benchè arieggiati similmente dai
suddetti inventori, ed anche da un Francesco Baverini contemporaneo,
che produsse così musicato il quasi dramma cantabile _La Conversion di
san Paolo_.
Ricorderò anche un Vecchi Orazio, inventore delle _Commedie Armoniche_,
a Venezia nel 1581; e le raccolte Ferraresi di quell’epoca. Chè dopo le
suaccennate, e quelle del Josquin maestro a Fossombrone, cominciate a
Venezia fino dal 1504[108], i due libri comparsi a Ferrara, _Il Lauro
secco_, nel 1582, e _Il Lauro verde_, nel 1583, son le raccolte che
meglio dimostrano il veneto stile di quel tempo.
Dal madrigalista ferrarese del 1539 Alfonso Dalla Viola, a Girolamo
Frescobaldi sullo scorcio del secolo, i nuovi modi di canto delle
Venezie vicine eransi introdotti anche in quella scuola, d’onde poi a
Roma.
Il Frescobaldi infatti, nato a Ferrara nel 1588, divenuto organista
di san Pietro Vaticano, fu detto il primo che ideasse pezzi musicali
destinati al clavicembalo, sempre però sul gusto madrigalesco, le
raccolte dei quali, dette _Toccate d’Intavolatura_, edite dal 1615
al 1637, sopravvissero quali memorabili documenti d’arte. Pubblicò
a Venezia poscia nel 1642 i suoi _Capricci_, le _Canzoni francesi_
e i _Recercari_; ma a maggior splendore di Venezia e di Roma era già
sorto Carissimi. Questo Veneziano famoso, maestro dei cantori a quella
pontificia cappella, facea ormai sentire i sacri mottetti di nuova
fattura, i canti semplici e solenni, nella interpretazione de’ quali il
tenore Odoardo Ceccarelli, celebre di quell’epoca, insieme al maestro
medesimo, di cui diremo specialmente a suo luogo, levò fanatismo che
nelle storie della chiesa e dell’arte rimase segnato.
A Venezia non pertanto seguiva la serie de’ più riputati madrigalisti,
collegata a quella chiarissima successione di maestri novatori che
perpetuarono e svilupparono i frutti delle sue riforme, e pei quali
vedremo, nella cappella e nel teatro, ne’ suoi conservatori, e per
le sue strade, procedere di conserva l’emulazione, l’esempio, la
rinomanza.
Dopo il nuovo trovato si composero ancora per lunga pezza i madrigali
ad una e più voci; ma le forme esclusivamente scientifiche sparirono a
poco a poco.
Quelle forme di canto fermo, che fino allora aveano servito a soggetto
o a pretesto pel contrappunto, furono relegate nelle parti secondarie
o intermedie delle nuove _Arie_ che, dal madrigale _a solo_ del
Caccini e dalle canzonette popolari introdotte nell’arte musicale,
presentarono il vero tipo melodico, il modello imitato e sviluppato
dai successori; ed ecco subito le _arie con variazioni_ dei Rossi e del
Landi; quelle _da Capo o Cavatine_ del Cavalli e del Piccini, e a _varj
tempi o Rondò_ usati dal Piccini, Pergolese, Paisiello, e da tutti i
compositori che nell’_Aria_ riconobbero l’Opera ormai trovata.
Nel madrigale sposato alla canzone s’erano uniti finalmente la scienza
de’ maestri e il gusto popolare, che aveano esistito da secoli l’uno
vicino all’altro senza mai venire a contatto.
Quel recitativo ritmico, che pur sentiva della medesima origine
greca il _cantofermo_, che durante due secoli i musici aveano tentato
inutilmente di sottoporre alle leggi armoniche, fu confinato nella
chiesa, e qui pure rimpiazzato dai modi _maggiore_ e _minore_, che da
molti anni regnavano nella musica popolare.
In quanto poi alla istrumentazione, per quella guisa che gli antichi
greci avevano condannato le _Scoglies_, e peritosi aveano accettate
anche le più semplici obbligazioni della lira, e le pastoje meno
tortuose alla bella libertà della voce, i nostri autori dei _recitativi
obbligati_ temevano del proprio ardimento pel quale s’erano presa la
libertà di legare al servizio del canto qualche debole istrumento, o di
farlo procedere con quello benchè di lontano.
Peri, infatti, premette alla sua _Euridice_[109] una dichiarazione
coonestante la parte assegnata ai _soli suoi quattro istromenti_
— il clavicembalo, il chitarrone, una lira e una tiorba — i quali
peraltro _suonavano dietro le quinte_ e si limitavano ad accompagnare
modestamente il canto, uno dopo l’altro, e contemporaneamente
regolandosi sul basso; mentre talvolta a seguire le _Arie_ bastava un
archetto acuto od un zufolo a tre tubi.
Il Carissimi che lo seguì, e che accolse qualche violino
all’accompagnamento delle sue _Cantate_ (prima volta che si vedono
i violini prendere parte a tal uopo in partitura verso il 1620),
il Carissimi ci mostra usare di tale innovazione con la più gran
parsimonia ed assai di rado isolatamente, e pei soli legami o pei
ritornelli.
Landi, quindici anni dopo la introduzione de’ violini, si scusa ancora
della osata licenza d’aver condotto due parti all’unisono, in alcune
battute della sua nuova composizione cantabile, intitolata _Santo
Alessio_.
Tanto temevano di offendere le pure espressioni del sentimento e di
confondere la bella scuola, quei novatori che pure diedero al canto
tanto sviluppo!
_Scuole stabili o Cappelle — Fondazione dei Conservatorj — Primi
Oratorj — Maestri musicisti, loro riforme — abusi — la Nazione dei
Cantanti._
Ma torniamo ai remoti secoli ed ai recinti religiosi, ove specialmente
con altre scienze conservato essendosi il canto tradizionale ed
ivi questo più regolarmente esercitandosi, era ragione di dare ai
regolatori preposti il nome d’insegnanti, ed ai luoghi stessi il nome
di scuole. Perocchè ivi non si tacesse più che tramandare dall’uno
all’altro cantore e dall’uno all’altro coro quelle classiche forme
e quelle adottate frasi, di cui furono i Corali i primi codici; le
quali norme vennero in acconcio per le successive trasmissioni, e non
impropriamente i conoscitori di quelle si qualificarono maestri.
Non s’ebbe però mai l’ardimento di pretendere che quelle custodie e
que’ luoghi d’esercitamento le vere scuole del canto costituissero, nè
con questo nome si osò tampoco indicarle; onde que’ primi istituti con
proprio vocabolo, _Conservatorj_, anzichè scuole, appellaronsi; nel
significato della quale espressione è pienamente dimostrato l’ufficio
di quelle scuole, e la importanza di quelli insegnamenti; e in quella
parola è confessato — in quest’aule, in queste cappelle, non si crea,
ma si riproduce; non si inspira, ma si conduce: quivi è l’arte segnata;
libero il genio del canto d’inspirarsi e creare ovunque e secondo la
sua natura infinita.
E con pari convenienza il primo metodista di canto, il sunnominato
Francon di Cologna, nel suo trattato del 1055, fece un’_arte_ del
_canto mensurabile_, e con questa espressione venne ad escludere il
canto che non è misurabile e che non può essere definito.
Sembrerebbero i nostri tempi quelli che si attentano a disconfessare
la libertà di quel genio, la natura immensurabile, eterna, del profumo
delle anime, del linguaggio degli angeli, e si vorrebbe circoscrivere
il canto nelle convenzioni del presente, e perfino nelle prescrizioni
dell’avvenire!!..
Le Scuole adunque che adottarono prime il sistema di legare alle voci
del canto le note della musica, e che, non più per vaghezza, ma per
calcolo sposarono anche il canto agli strumenti, furono naturalmente i
più antichi e pratici conservatorj.
Sembra appunto che prima del metodo scritto in Cologna dal teologo di
Liegi si fosse già introdotto quest’usanza nei templi, e quindi fin dal
secolo X. — Ma questo abuso non trovò peraltro facile stabilimento; e
qui pure fu combattuto dai più austeri teologi, vietato da pontefici
rigorosi; scomparve, si riprodusse, fu tolto, fu limitato.
Aelredo abate di Reverby lamenta l’abuso degli istrumenti negli ufficj
divini. Tommaso d’Aquino ammette gli accompagnamenti _in cithara et
psalterio_ a imitazione del Salmista.
A Dante non aggrada il cantar con organi e sistra — _ch’or sì, or no,
s’intendon le parole_ — ed anche nella visione del Purgatorio rinnova
le delizie del nudo canto del suo Casella.
Ma dalla seconda metà del 14.º secolo fino alla prima del 16.º col
progresso dell’armonia, per l’accrescimento del numero delle parti e
per la complicazione del loro processo nella musica religiosa, nacque
il bisogno di rinforzare la sonorità delle voci che doveano risuonare
nei vasti recinti delle chiese con istrumenti che le raddoppiassero e
le rimpiazzassero nei momenti di riposo.
Ippolito Baccusi, monaco veneziano, autore d’ottimi madrigali a
più voci (1579), e maestro di cappella della cattedrale di Verona,
nel 1590, ci apparisce come uno dei primi che operassero tale
riconciliazione fra i due elementi dell’arte musicale. Questo tentativo
d’introdur gl’istrumenti nel canto ecclesiastico, quasi conciliamento
dell’unità dogmatica colla varietà temporale, altro non fu che la
medesima questione della riforma ai riguardi dell’arte. Quindi l’uso
specialissimo di compor musica eseguibile tanto per le voci miste agli
istrumenti, quanto per quelle sole, o separatamente per questi.
Domenico di Nola, maestro della Cappella dell’Annunziata in Napoli,
e Giovanni Croce, fra i più famosi maestri di quel tempo, imitarono
gl’insegnamenti del veneto Baccusi. Così il Vicentino, compositor di
quell’epoca.
E in generale i musicisti tutti delle fraterie erudite e capricciose;
onde in quella illustre d’Assisi, accennata anche pel movimento
musicale de’ più bassi tempi, un Rufino Bartolucci si fè precursore
del Palestrina nella riforma dell’ecclesiastico canto, e diede fama
alla scuola di quel convento, che ebbe vanto poi nel padre Boemo, e col
Borroni conserva la celebrità sino ai giorni nostri.
Nelle nuove congregazioni religiose invece, sentivasi l’influenza di
quella corrente che spingeva i fiorentini dilettanti a semplificare
le forme anche del canto profano; e appunto all’epoca de’ Caccini, e
nella stessa Firenze, Filippo Neri nella Società dell’Oratorio di sua
fondazione, nel tempo medesimo che saviamente pensava di spogliare
i sermoni da ogni pompa di parola e lasciar da parte le sottili
questioni, per educare il popolo al bel costume e all’amore con chiari
e piacevoli ragionamenti e colla forza de’ buoni esempj, riduceva
genialmente a canzone la recita delle orazioni e delle lodi al Signore,
intuonate da garzoncelli d’ogni studio musicale sprovvisti (1560-1590).
Ond’egli può dirsi veramente l’iniziatore degli _Oratorj_, che
introdotti anche a Roma in San Girolamo de’ Fiorentini e S.ta Maria
in Vallicella, colla sanzione de’ papi Pio V, Gregorio XII, e Leone
X, fiorirono poi coll’Animuccia: mentre con più elevate forme nella
ponteficia basilica echeggiavano le armonie, i primi tentativi delle
quali aveano dati i cappellani cantori di papa San Vitaliano.
Ma delle scuole pontificie e delle riforme dei grandi maestri in quel
centro concorsi, non possiamo dire continuatamente; e come a guida che
regolò i clesiastici canti, abbiamo a ricorrere qua e là a seconda de’
tempi e delle influenze.
A Bologna intanto, fin dalla Bolla di Eugenio IV (1436) che istituiva
in quella basilica Petroniana una stabile cantoria (un secolo dopo che
alla basilica Marciana i Principi di Venezia l’avean decretata, 1318),
vediamo procedere la Cappella colle riforme che salirono più che in
ogni altra Scuola d’Italia, fino, mi si conceda il dirlo, agli eccessi
della scienza, per cui i matematici Martini e Mattei imitarono le
nordiche complicazioni.
Iniziato il coro stabile della Cappella con soli quattordici cantori,
retribuiti da lire una a sei il mese, secondo che erano del paese o
forastieri, e preti nella maggior parte, trovò pure quei menzionati
cantori che furono Don Bernardo da Reggio, Don Guglielmo Francese,
Giovanni Mariotti fiorentino, Tommaso de Marinasi, e Don Roberto
d’Inghilterra che fu il primo maestro effettivo nel 1467. Ebbe quindi
rinomato in quell’ufficio lo Spataro morto nel 1540; cui succedeva,
6.º nella serie de’ maestri di cappella conservataci dagli Archivj
di San Petronio, il di lui allievo e coadiutore Don Michele Cimatore,
che se vien questi registrato come abile cantore ed autore anche d’un
_libro di canto_, del quale però non s’ha altra memoria che da que’
giornali della Fabbrica, lasciò d’altra parte nota sicura dell’onta sua
e della sua rimozione dalla cattedra e dal collegio per cagioni che
non si vollero _pro majore honestate exsprimere_[110]. Fu allora che
si chiamò in patria Domenico Maria Ferrabosco, venuto già in rinomanza
a Roma pei suoi madrigali e le sue musiche, ed era cantore ammogliato;
pel primo dei quali meriti, lasciò presto la cappella Petroniana per
un nuovo seggio nel collegio dei cappellani cantori apostolici a Roma,
mentre pel secondo, altrettanto presto ne veniva escluso insieme al
Palestrina, vittima di quella virtù che a Paolo pontefice parve colla
moralità del tempio incompatibile!
Un altro discepolo adunque dello Spataro prendeva il posto del
Ferrabosco in Bologna nel 1551, Nicolò Mantovani; e alla morte di
questo, nel 1558, Gian Francesco Melioli, sotto il cui magistero si
riformò la Cappella, si migliorarono i salarj, aumentando fino a 37 il
numero dei cantori pei bisogni appunto delle ampliate musiche corali.
E al tempo del gran movimento musicale drammatico in Italia, troviamo
accrescere lustro a quella Cappella il maestro Stefano Bettini detto
il Fornasino, nel 1570 ivi installato, che tenne l’ufficio a vita, e
non fu alieno d’introdurre le novità della fiorentina riforma ne’ suoi
cantori.
Anche la Cappella dei Ss. Giorgio e Pietro di Cremona troviam celebrata
in quel tempo per le nuove musiche del nob. Ruggiero Manna, delle cui
bellezze estetiche Giovanni Chiosi ha parlato, 1586.
Da Cremona uscivano i precitati monaci, Porta che passò a reggere la
Cappella di Padova, ed Angleria autore allora d’una nuova _Regola pel
contrappunto_.
Da Cremona, quel Claudio Monteverde, naturalizzato poi Veneziano,
ed eletto maestro della Marciana cappella nel 1613, dove anche suo
figlio Francesco, peritissimo nel canto, esercitava la voce magnifica
di tenore, e dove anche dieci anni dopo la sua morte avvenuta nel
1643[111], gli si fece tanto onore di voltare ai versetti dello _Stabat
Mater_ i canti della sua _Arianna_ musicata 33 anni prima pei duchi
di Mantova, e ripetuta in quella antica e illustre Accademia dei
_Concordi_ a Rovigo, detta allora dagl’inglesi scrittori _Universitas_;
e studiata poi anche due secoli dopo dai contemporanei nostri che
vollero ispirarsi a quelle flebili lamentanze.
Dal cremonese, quel Pier Francesco Calletti-Bruni, detto poi Francesco
Cavalli pel suo mecenate Federico Cavalli capitano e podestà di Crema
per la Repubblica, 1614; discepolo e poi successore del Monteverde alla
veneta Cappella; compagno di Giovanni Rovetta che fanciullo soprano di
san Marco, era divenuto primo basso e vicemaestro, di Battista Grillo
organista, di Natale Monferrato, di Fillago Carlo detto Mentini celebre
tenore accademico da Rovigo; e maestro a Gian Battista Volpe, detto il
Rovettino perchè al Rovetta nipote, che fu lodato compositore.
Seguace il Cavalli dell’orme tracciate dal Monteverde pei canti
teatrali, e invitato specialmente a siffatte composizioni dalle nuove
scene aperte nel suo tempo pel melodramma, fu detto l’istitutore del
teatro italiano.
A Venezia infatti nel 1637 sistemò egli la prima orchestra teatrale, e
scrisse la _Deidamia_, l’_Eritrea_ ed altre opere.
Istituitosi anche a Milano, nel settembre 1652, il Teatro Regio
musicale, Cavalli vi diede l’_Orione_. A Parigi nel 1660, quando
Luigi XIV festeggiò le nozze con l’infanta M. Teresa di Spagna, nel
primo teatro che era stato commesso da quel re all’italiano architetto
Gaspare Vigarini, e costrutto rimpetto il giardino delle Tuilleries,
diede Cavalli il suo nuovo _Xerse_[112]. Nel 1667, in altro nuovo
teatro a Bologna rappresentò il _Muzio Scevola_. Per la corte di
Parma, in occasione della nascita di Odoardo Farnese, 1669, scrisse il
_Coriolano_.
Ebbe ventura di possedere oltre i succitati cantori tre vaghe
interpreti delle sue opere, che si notano siccome le prime celebrità
melodrammatiche, contemporanee e di nascita romane: Anna Benzi, Anna
Valerio, Catterina Pori. Espressamente per la prima compose l’opera
_Zorilla_, per la seconda _La Finta Savia_; _Erismena_ per la terza.
Richiesto poi ed imitato da tutti i migliori maestri dell’epoca, fu
legato in amicizia col famigerato italiano Cesti, che presso la Corte
d’Innsbruck la più splendida fra le Germaniche, dirigeva le musiche
alla Cappella ed al teatro nuovamente fondato da Ferdinando Carlo, ove
il Cavalli diede l’_Alessandro_ nel 1662: e giovò de’ suoi consigli
ed esempi Francesco Gasperini autore del _Pratico al Cembalo_, che fu
maestro di coro alle donzelle nel nosocomio della Pietà in Venezia, Don
Antonio Sertorio, veneziano, cantore e vice maestro della Cappella, ed
educò alla musica l’immortal Marcello.
L’interregno fra i due grandi maestri, tenne, Giovanni Legrenzi
bergamasco, allievo della scuola veneta e specialmente del Rovetta e
d’un Carlo Pallavicino maestro al Conservatorio degli _Incurabili_ in
Venezia. Diresse per qualche tempo la Cappella ducale di Ferrara, poi
s’installò in quella di san Marco presiedendo in pari tempo la scuola
delle _Mendicanti_, e illustrando Venezia d’una speciale _accademia
di canto_ in cui avea trasformata la sua casa. Aveva ad allievi
nobilissimi e celebri compagni cantori: Giuseppe Boniventi, Giovanni
Varischino, Giovanni Sebenico, Andrea Caresana, prete Nicolò Gallia,
Antonio Biffi, Domenico Gabrieli che furono poi in Venezia tutti
maestri (1660-80) — Antonio Zanettini (1676) che passò poi alla corte
ducale di Modena ove morì — Paolo Biego (1686), prete Alvise Tavelli,
Agostino e Antonio Coletti, tutti compositori (1700); Gian Francesco
Brusa poi maestro di coro anche alle donne degli _Incurabili_ (1720)
— Carlo Pollarolo bresciano, che solo in Venezia diede 53 drammi al
teatro, e fu poi a Vienna maestro — Gian Domenico Partenio veneziano
cantore, maestro e qui fondatore della _Congregazione di santa Cecilia_
(1690) — finalmente il veneto Antonio Lotti, che da allievo contralto,
gareggiò poi colla fama dell’istesso maestro.
Se Legrenzi infatti brillava per tanti chiari nomi dati al canto
italiano, per nuove opere, fra quali: l’_Achille_, il _Nino Giusto_,
pegli Oratorj, come: _Sisara_ ed altri, Lotti moltiplicava la scuola,
le composizioni e gli esecutori. Musicò 16 drammi sulle parole di
Apostolo Zeno. Ebbe a cantatrici di fama: Maria Diamante Scarabelli,
Margherita Durastanti, Francesca Vanini-Boschi, Santa Stella, Francesca
Cuzzoni, Vittoria Tesi, Faustina Bardoni maritata al celebre maestro
Hasse che era della bella veneta comitiva. Impiegò specialmente le voci
dei distinti cantori Nicola cav. Grimaldi, Bernardi Francesco detto
Senesino, Matteo Sassani, Giovanni Paita, Antonio Bernacchi, Giuseppe
Boschi, famoso basso, Francesco Guicciardi, Giovanni Buzzoleni.
Nuovi incanti sorgevano, e col Biffi e l’Hasse suddetti, nomavansi un
altro Gasparini, Albinoni, Caldera e tali divenivano in breve altri
scolari del Lotti, quali: Antonio Pollarolo figlio di Carlo[113],
e Giuseppe Seratelli (che gli furono successori alla Cappella),
l’Alberti, il Bassani; Negri e Giovanni Porta rettori dei cori alla
_Pietà_, e in fine Galuppi.
Resero più interessanti le accademie del Legrenzi e del Lotti le
rivalità fra la sposa di questi Santa Stella cantatrice bolognese, che
assieme a Chiara sua sorella era al servizio della corte di Mantova,
con dote ammontante a 60,000 franchi, e la veneziana Faustina Bardoni,
innoltrata pur questa dal maestro Hasse suo marito alle Corti straniere
con elevati stipendj e fino allora inusitati.
_La Pallade Veneta_ del 1688: inoltre, rendendo conto delle scelte
accademie domestiche del maestro Legrenzi, ricorda particolarmente
tre _Sirene_ sorelle francesi che ivi convenivano per cantare in loro
lingua le composizioni di Lulli; e le descrive, una a 17 anni soprano,
altra a 13, contralto, la minore a due lustri vera maraviglia di
basso[114].
Morto il Legrenzi il 26 maggio 1690, Lotti sopravvisse ancora quasi
cinquant’anni (morì il 5 genn. 1739) e vide complicarsi la musica
nell’orchestra. Le prove istrumentali del Pollarolo, ch’era stato
trattato da ebbro, corrotto e corrompitore, vide rinnovate nei nuovi
scrittori Don Pietro Molinari, Dionigio Bigaglia da Murano, Pescetti
Giov. Battista; Aurelj, che nel 1707 scrivea la prima volta pel Teatro
di Piazza a Vicenza, Angelo Cortona e Alessandro Maccari della Cappella
Marciana, e quel Baldassare Galuppi, isolano buranello, che più
fortunato a sviscerare il tesoro dell’orchestra poco dapprima curata,
rivestì e i chiesastici e i comici canti, criticato pei primi, e
salutato padre dell’opera buffa, sulle cui orme vennero poscia Piccini,
Anfossi, Guglielmi, Sacchini, Salieri, Gazzaniga, Paisiello, Cimarosa.
Gian Luca Conforti di Mileto in Calabria, aggregato al Collegio de’
cantori ponteficj nel 4 novembre 1591, arricchire volendo esso pure i
cori già resi monotoni, ma vietandolo le immobili leggi del Vaticano,
estese almeno le forme vocali dei canti religiosi, e vi rinnovò il
trillo, incognito affatto alle voci dei cantori dei due secoli 15.º
e 16.º — Egli il primo introdusse di nuovo il trillo che era già
conosciuto dagli antichi sotto il nome di _vibrissare_ o _vibrare_,
come ne fanno fede Pompeo Festo e Plinio il naturalista[115].
Più tardi, Gaspare Pacchiaroti, nella cappella di S. Antonio di Padova,
aggiunse l’abbellimento dell’_appoggiatura_, e specialmente di quella
ripetuta, o doppia, che anche il Lichtenthal ritiene da lui primo
introdotta nel canto; e dettò le _maniere parziali, onde adornare o
rifiorire le nude o semplici melodie o cantilene_[116].
Il fondatore adunque della Scuola veneziana del canto, nelle cui
celebri illustrazioni siamo tant’oltre proceduti, come i dilettanti
iniziatori di quella fiorentina, nell’epoca medesima di transizione, e
tale anch’esso che potentemente estese le innovazioni introdotte dai
trovatori dei canti religiosi, fu Giovanni Gabrieli di Venezia[117],
autore dell’opera intitolata: _Madrigali a sei voci o instrumenti, da
cantare, ossia da suonare_.
Allora peraltro, sullo scorcio del secolo 16.º, gli istrumenti così
introdotti, serbavano anche nella chiesa quella parte modesta cui
li vedemmo limitati in teatro: servivano al canto. Nonchè usurpare
il primo luogo, altro non facevano che riprodurre la frase scritta
pei cantori, e per quanto era loro possibile cercavano imitare le
inflessioni della voce.
Ma non andò guari purtroppo che i compositori, trovando nei timbri
diversi degli istrumenti e nella estensione delle loro scale, maggiori
risorse che nella voce umana, si diedero a scrivere nuove Messe, di
cui il minor difetto era quello di non essere cantabili. E quando
riflettasi alle stravaganze che per tal modo si successero nei canti
religiosi, si comprenderà il genio di quel Palestrina che venne poi
a restituire alla voce umana cd alla musica religiosa la lor sublime
maestà.
La istrumentazione che usurpava il posto del canto nelle sacre
melodie, non è a dire se venisse di moda e seducesse i compositori che
musicarono il dramma lirico; ond’è che, superate le prime temanze, nel
17.º secolo, l’orchestra moltiplicate avea le sue forze e diversificati
così gli uffici suoi, da aprire alla musica istrumentale un’êra
nuova. Cangiaronsi conseguentemente le tonalità fino allora usate, ed
affidaronsi specialmente alle corde le parti che erano state esclusive
della voce.
L’orchestra del Monteverde e suoi seguaci, che osava appena
allontanarsi dalla voce, e che accompagnava questa umilmente con
accordi combinati e modesti, s’emancipò a poco a poco, si separò dal
corpo melodico, grandeggiò di propria vita; fecondò quindi pel genio
di compositori famosi che non disprezzarono la maravigliosa invenzione
ed a prestigio dell’arte la coltivarono, e per le esercitazioni di
Frescobaldi, Mercela e Viadana, di Cavalli, Carissimi, Scarlatti,
Durante; e successivamente di Majo, Jomelli, Cimarosa, Paisiello,
comparve, alla fine del 18.º secolo, l’orchestra di Mozart.
«Ma, a fronte del genio che creò il _Don Giovanni_, malgrado l’audacia
di Rossini, di Weber, di Mejerbeer, malgrado le speranze de’ novatori,
le esigenze imperiose della voce umana non permetteranno giammai alla
orchestra del dramma lirico di sortire dai limiti del suo compito
secondario d’accompagnamento.»
È in un’altra forma dell’arte che l’orchestra potrà spiegare le
infinite sue risorse — prosegue P. Scudo, in una dissertazione sulla
musica istrumentale (Parigi 1846). —
Quando alla metà del secolo 16.º si stabilì l’usanza, come vedemmo,
di scrivere tale musica che potesse essere cantata e in pari tempo
eseguita dagli istrumenti, si conobbe ben tosto l’impossibilità di
raggiungere completamente il doppio scopo. Si cominciò allora comporre
espressamente sopra motivi di popolari canzoni o d’arie di danza,
piccoli pezzi liberi istrumentali, che si chiamarono, in italiano,
_Ricercari da suonare_, in tedesco, _Partien_, cui poscia sostituironsi
pezzi più lunghi e complicati; e di qui l’origine delle _Sinfonie_,
che vengono abilmente classificate siccome _il risultato della
secolarizzazione dell’arte, per opera specialmente degli Alemanni_.
E questo è il vero campo de’ canti istrumentali, ben diverso dal
linguaggio vivente, e dalla prima espressione dell’intima vita; lingua
novella, che seguendo il movimento maraviglioso de’ tempi, mostra le
forze della fantasia, le sue grazie, vale a dipingere le varietà della
vita, e fa gustare le armonie del mondo esteriore, oltre le quali, ove
scende la voce del canto, non penetra.
Ma per quantunque il potere del canto con le arti raffinate de’
musicisti non abbia potuto, nè possa mai menomare e confondersi, dalla
creazione del nuovo linguaggio, subì tuttavia modificazioni notabili
per quanto concerne alle forme, nè potè sottrarsi, dirò così, a que’
modi che conseguissero meglio il conciliamento.
Di quì le nuove leggi: i metodi e le convenzioni — all’apprendimento
de’ quali formatisi le nuove scuole, che secondo il genio de’ varj
maestri fioriscono, più o meno libere e indipendenti le une dalle
altre, nelle varie città di questa Italia maestra del mondo; come due
secoli innanzi, il bel genio dell’arte pittorica qua e colà sfoggiò i
portenti onde parve che agli italiani, quasi a compenso delle sventure
susseguite alla loro grandezza, concesso fosse le maniere divine di
riprodur la natura.
Dopo il secolo XV, i nemici rejetti da questo eliso d’ispirazione,
rabbiosamente bestemmiato avranno, esser l’Italia il paese de’ pittori,
come dopo il secolo XVII vomitarono l’acre bile riconoscendola a
scherno siccome la nazion dei cantanti!
Stolti! nè s’avvedeano che, alloraquando altri patti erano interdetti,
e colla forza brutale dividevansi i popoli e se ne conculcavano le
libertà, il genio dell’arti, in un campo inaccessibile ai tiranni,
ed a loro dispetto, collegava gl’italiani sublimemente, manifestando
all’universo la loro unità indistruttibile, e simboleggiando i destini
avvenire.
Stolti! e non rabbrividivano a quel coro che dal Ticino al Sebeto
si levava imponente da questo deriso popolo di cantanti; ma
s’intratteneano incantati, come i corsari antichi alle lusinghiere
dolcezze delle sirene; e soffrivano che perfino nei loro côvi e nelle
loro spelonche s’insinuassero i fatali allettamenti, ed innanzi ai
sanguinosi troni stranieri, le italiane voci cantassero ancora le avite
glorie, ne attestassero il genio, ne proclamassero la indipendenza e
il trionfo: ed essi applaudivano; mentre d’intorno a loro ogni altra
voce era muta, un silenzio letale rimproverava costantemente alla loro
nequizia; un applauso alla vantata lor forza non s’intendeva, se quello
non fosse di qualche rettile abbietto e a loro stessi schifoso.
Perfino que’ tapinelli fanciulli tratti specialmente dalle campagne
napolitane, che sotto la sferza d’infami speculatori ramingavano
a ripetere le italiane canzoni fra la plebe e i capricciosi
delle capitali straniere, inconscj apostoli, parevano destinati
provvidenzialmente a tener sempre desta la idea d’una patria italiana,
dove, o la si lasciava dimentica, o la si voleva perduta[118].
Cessar doveano i trionfi dei Dandolo, dei Pisani, dei Morosini; mancar
doveano le mercantili imprese dei Cabotto e dei Polo; al temuto leon
di Venezia sopravvenir doveva il parossismo della febbre, onde le
ali sue ripiegavansi, e nella prostrazione e nel fremito stringea le
zanne nelle sue carni. I rostrati augelli dall’una e dalle due teste,
calaronsi timidi prima, poi temerarj; e postisi ai nobili fianchi,
coll’istinto di loro natura cominciarono l’opera di divoramento.
Ma ecco, il cigno delle lagune aveva sciolto il nuovo suo canto:
affascinati i divoratori vanno a rilento, e dormigliano talvolta sulla
lor preda.
La scuola creata da Giovanni Gabrieli, propagavasi con Claudio
Monteverde, Giovanni Croce, Legrenzi, Lotti, Marcello!
Coll’armonioso contrasto per cui talvolta in natura il riso s’associa
al lamento, o per temprare l’affanno o per schernire all’insulto, il
precipitoso declinar di Venezia è accompagnato da un insolito giulivo
canto che semplice e piano si spande nelle rappresentazioni comiche e
buffe nuovamente trovate dai veneti compositori, che si riflettono nel
lepido verso Goldoniano, che scherzano siccome auretta sovra i fiori
del sepolcro.
La scuola del Tiziano avea sorpreso il mondo colla forza e l’arditezza;
la scuola del Marcello penetra colla melodia e la dolcezza.
All’estremità opposta della penisola, dove fin allora spirato avea
un’aura molle e snervata, destasi un canto serio e robusto, colla
freschezza d’un vento riparatore; e dallo Scarlatti, che si può dire
il fondatore della Scuola napolitana, per una illustre succession di
maestri, quali, Feo, Durante, Porpora, Pergolese, Jomelli, Piccini,
Sacchini, Trajetta, Majo, Gizzi, Cimarosa, Paisiello, fra una mirabile
novità di melodie sorge l’_opera seria_, emulo canto a quello giocoso
che brilla a Venezia; onde par che dalle due superbe città gli amori
mesti e scherzosi volino ad abbracciarsi.
Di mezzo a loro, grave come la ispirazione dei morti, si eleva lo stile
solenne e misterioso della grande Scuola romana di Palestrina: Pittoni,
Pisari, Casali, ne conservano le tradizioni.
Ecco l’unità artistica del canto in Italia; ecco stabilito il primato
delle sue Scuole; ecco rivelate le sorgenti da cui l’onde melodiose
scorreranno ad innaffiare gli animi tutti dell’universo.
L’itala melodia, coi progressi delle nuove scuole conciliata soavemente
all’armoniosa accompagnatura istrumentale, procede signora; il canto
degli schiavi doma insensibilmente la superbia straniera e la costringe
piegarsi ai suoi incanti; il canto italiano è la potenza di Davide che
ammansa il furore de’ Sauli spietati; e per quella potenza la Nazione è
ancora signora e maestra.
E siccome la indipendenza del genio è inconcussa, e contro a lei
vanamente s’attentano i tiranni, ebbesi a vedere, per tutto il tempo
della desolata tristezza d’Italia, quando gli oppressori voleano
perfino che una parte restasse all’altra sconosciuta — prima ancora
che la scienza coll’indipendenza del pensiero sforzasse la imposta
separazione coi fili dei telegrafi e le reti ferroviarie — il canto
italiano tutte le parti della madre terra avea già riunite.
Gli stranieri rinnegavano la tradita nazione; ma riconosceano la
_Nazion de’ Cantori_!
La mistica corrente che innondava i paesi degli stranieri, e questi
immergeva così nell’obblìo dei perfidi giuri, trovava sterili terreni,
anime fredde e ribelli più dei morti suscitati e delle pietre
scosse dal fluido canoro d’Orfeo; ma fra i vinti dalla sua possa
irresistibile, incontrò pure degl’invidi, de’ presontuosi, che con
bizzarri artificj s’arrogarono la bravura di soperchiare il vanto
dell’italiane melodie.
Nelle temerarie prove subito accasciati, mossero allora dubbj sul vero
e sul bello, e avanzarono arruffate teorie, ridicole prove.
Ma per quel fatto che, alla verità giova tutto che a suo prò od a suo
danno si faccia, più svergognati rimasero agl’imbelli conati. Nel primo
entusiasmo sollevato dallo sviluppo della scuola italiana del canto
come alle bellezze d’una vergine che s’infiora nell’età sua prima,
chi potea rinunziare così facilmente all’incanto soave per abbadare
alle meschine soffisticherie, alle sgradite durezze d’una scuola,
che pretendeva eclissare il natural foco dei vulcani col tardo calore
provocato dalle masse di ghiaccio?
Vedrem più tardi, col perfezionamento della nostra scuola salita alla
maestà di matrona, l’esito dei stranieri attentati rubelli almeno
per non dirli ribaldi. Vedremo i nuovi _razionalisti_ della musica
rinneganti la divina ispirazione, ossia quella melodia che è cosa tutta
celeste, ripetere le antiche aberrazioni simboleggiate in quel Mida re
della Frigia, che iniziato nei misteri di Orfeo e di Eumolpo, mentre
pretendea stoltamente di cangiar tutto in oro, ebbe egli medesimo
mutate da Apollo le orecchie in quelle d’asino, per aver trovato
il canto di Pane più bello del canto di questo Dio, ossia per aver
preferite alle celesti le terrene armonie.
Rinnoviamo intanto, anche per l’epoca della grande riforma melodica,
le osservazioni sul carattere istintivo e coerente del canto italiano
anche nelle progressive sue trasformazioni, ed in onta agli altrui
traviamenti. — Passiamo quindi una breve rivista dei profeti, sacerdoti
ed acoliti, di questo culto divino; — e delle leggi nuovamente
ispirate.
_Melodica italiana — suo sviluppo. — Ristauratori del Canto
chiesastico. — Scuole formate di Canto drammatico._
Ecco dunque in Italia nell’epoca della decadenza l’arca conservatrice,
il tipo naturale, la bontà non corrotta; ecco nelle nostre scuole del
passato secolo, dalla aberrazione moderna chiamate povere e spoglie,
ecco il palladio della bell’arte.
L’Italia, vigile e fida Vestale, salvò il sacro foco: la melodia, che
è ispirazione — atto impersonale che in noi si compie e senza di noi
— soffio divino che passa per le anime nostre negli istanti propizj ed
insperati della vita, e che resiste a tutte le seduzioni e gl’incanti
dell’umana scienza: la melodia — intuizione del sentimento, che non può
essere il frutto nè della esperienza, nè della riflessione.