_Origini — Primi Compositori — Elementi del Canto._
L’armonia che dal cielo, dalla terra, dalle onde, traspira — la vasta
ed arcana espressione delle umane e delle divine cose — gli antichi
compresero nella magica parola di _Musica_.
Ermète la definì, conoscenza ed ordine di tutte le cose. Pitagora e
Platone insegnarono essere una musica _l’Universo_.
Ho altrove mostrato[1] e ripetendo qui mi giova premettere che,
Pitagora, il genio della metempsicosi, il filosofo che intendea le
anime formate dalla armonia, colla quale volea farne rivivere le
facoltà, come dalle armonie celesti le credeva in terra nelle singole
anime primieramente raccolte, fece nella Magna Grecia le sublimi
sperienze di ridonar la salute e la vita coll’arte divina che i primi
fisici e savj impiegarono a calmare i dolori, a sperdere i malinconici
filtri, a frenare i deliri, a ricostituire l’ordine, la calma nelle
commosse menti, nelle fibre alterate.
E forse per questo, l’antica Indiana sapienza ritenne la musica di
origine divina, come la parola.
Per questo, ed è mio pensamento, in tanti paesi dell’Indie professano
i popoli sommo culto al loro animale l’elefante, che all’utilità de’
suoi servigi associa l’istinto speciale di farsi meglio pieghevole e
più intelligente alla forza del canto; onde anche in oggi gli Siamesi
addomesticano con questo mezzo quegl’animali, e li solleticano ai più
fecondi loro accoppiamenti.
Di tanto bene, di questo _strumento_ il più perfetto e insinuante alla
espressione delle armonie, a Brama, loro Dio, gl’Indiani attribuirono
la invenzione; nelle sacre carte ne riposero la dottrina; e col
sanscritto, lingua religiosa, trattarono le cose musicali.
L’essenziale di questa divina emanazione riconobbero nella virtù del
canto; e la prima parte della sacra legge musicale è Gana, cioè il
canto.
Per questa divinità, immutabili sono i sistemi dei canti Bramini,
come quei di Confucio, che però non son privi di melodiali dolcezze,
tramandate dalle più remote generazioni con sempre nuovo affetto, e
colle passioni della vita e della parola.
Il Yo-King, antichissimo codice de’ Cinesi che andò perduto, conteneva
i cantici ispirati dalle loro divinità «i vivi sospiri, le lamentevoli
esclamazioni in cui la parola, troppo insufficiente, naturalmente
prorompe, formando suoni in cadenze, canti pieni d’armonia[2].»
Quindi Confucio, che insegnava a suo figlio non poter parlar bene
senza saperne di canto; e i suoi seguaci autori dei famosi libri
diventati la dottrina de’ savi, consacrarono l’accentuazione e la
ritmica della parola, siccome immagine delle delizie celesti, esorcismo
alle influenze malefiche, scandaglio alle inclinazioni de’ popoli,
sollievo alla fatica dei coltivatori, condimento alle mense, calma alle
agitazioni del polso[3], e in pari tempo regola della morale: ond’è che
la musica tien sì gran parte nella coltura Cinese[4].
Per questi antichissimi insegnamenti, anche Platone, nel suo Protagora,
mise il _Mélos_ nel semplice discorso, significando con ciò il _canto
della parola_, e quasi il mele (μἐλι) che discorre da essa; ed asserì
che i suoni della musica, a seconda dei loro gradi e delle loro
vibrazioni portano o le virtù od i vizj contrarj, nè si potrebbero
cangiare senza alterare in un tempo la morale costituzione.
Aristotile, eterno contradditor di Platone, a quei sensi pur non si
oppose; e seco lui si mise d’accordo per la potenza della musica sul
fisico, sull’indole e sui costumi.
Polibio, col suo far giudizioso, provò come ad addolcire le tendenze
degli Arcadi abitatori di tetri climi e gelati, impiegasse la musica:
quelli di Cyneto che tanto bene negligentavano, sorpassavano in
crudeltà tutti i Greci.
Orfeo, col canto non giunse a commuovere i sassi?... Non furono tratte
le anime dall’Averno, e come crede Macrobio, a forza di canti non
furono ricongiunte all’origine delle musicali dolcezze?...
Quest’arcana modificazione della voce umana con cui formansi suoni
variati ed apprezzabili, è una delle prime espressioni del sentimento,
che ci diè la natura.
Egli fu per mezzo dei differenti suoni della voce, che gli uomini
ebbero primamente ad esprimere le differenti loro sensazioni. La natura
lor diede quei suoni per tradurre esteriormente i sentimenti di dolore,
di gioja, di piacere che internamente provavano, come pure i desiderii
e i bisogni da cui erano mossi. La formazione delle parole successe
a questo primo linguaggio. L’uno fu opera dell’istinto, l’altro fu un
seguito delle operazioni dello spirito. Veggiamo infatti gl’infanti,
soddisfando al bisogno di questa speciale ginnastica, esprimere le
diverse situazioni del loro animo con suoni flebili o acuti, tristi
od allegri: e per questo linguaggio que’ piccoli esseri vengono da
tutti compresi, perchè quello appunto è espression di natura; mentre
allorquando giungono que’ fanciulli ad esprimersi colle parole, non
sono intesi più, se non da quelli della medesima lingua, essendo le
parole convenzioni speciali che ciascuna società o ciascun popolo seppe
formarsi.
Sono ben lungi adunque i suoni della parola da quelle leggi di armonia
universale che formano i suoni del canto; e benchè difficilissimo torni
il precisare in che consista una tal differenza, pure convenir bisogna
che, dalle inflessioni della voce parlante non scorre quell’armoniosa
corrente; e le permanenze ne’ suoni che formano la parola, se valgono
alla potenza di questa, non bastano alle manifestazioni sublimi del
canto.
Difficilissimo altresì è assegnare il principio di questa bella forma
di espressione, ossia, definire, come disse il padre Merçenne, _quo
momento Cantilena incipiat_. Imperciocchè qualsivoglia canto essendo
omogeneo e della medesima natura in ogni sua parte, non v’ha suono
a cui la natura della Cantilena non convenga, per modo tale che non
sapresti se questa sia al suono anteriore[5].
Ingegnosamente s’intese provare questa proposizione il dottore
sant’Agostino, al lib. Confess. cap. 29, che vago di penetrare i
più alti misteri, anche alla natura del canto rivolse i suoi studj,
ponendo la tesi che: nessun’altra cosa che il suono potea precedere
a tal linguaggio; come nella eternità, Dio sta innanzi a tutto; nel
tempo, il fiore precede il frutto; per elezione il frutto al fiore;
per origine il suono al canto. Dei quali quattro asserti, ei soggiunge,
mentre i due medj sono chiarissimi, il primo e l’ultimo difficilmente
s’intendono.
Perocchè se il canto è un suono formato, non essendo stati emessi ne’
primordi che suoni informi e senza canto, questi in seguito a migliori
forme esser doveano accomodati, e formati quindi, come de’ legnami
rozzi si fabbrica l’arca[6].
Eppure non è il suono artefice del canto, il quale vien tratto quasi
da quella prima materia per la potenza dell’anima del cantore; onde
giustamente non si può dire che il suono sia prima del canto, mentre
ambidue simultaneamente cominciano; e quello che è suono nel primo
stadio, se _nel secondo momento_ canto si appella, non lascia d’essere
contemporaneo d’origine, siccome parti indivisibili d’un solo tutto.
Secondo le profonde definizioni Agostiniane si avrebbe dunque quasi
una nuova triade, distinta nel suono, nel canto e nello spirito, e
procedente nella medesima natura e sostanza.
Senonchè diversi suoni, _partes cantilenae_, doveano concorrere
alla formazione del canto, come il discorso di molte parole, _plura
Commata_, di certi periodi e frasi, è composto.
Così i due linguaggi procedettero alla loro perfezione; e vennero l’uno
a l’altro scambievolmente in ajuto, senza che mai stabilir si potesse
una rispettiva priorità o dipendenza: che mentre talvolta la parola
ispirò il canto, questo non meno alla parola fu ispiratore.
Bacchio insegna nell’Isagoge, come i Greci definito avessero il canto
una _dolcezza_.
Virgilio addimostra come i Latini lo dicessero un incanto con cui
vincevansi anche le serpi — _cantando rumpitur anguis_ — e ritennero
tale significato in quel nome, le razze che dai latini discesero[7].
Apulejo trova perenne un tale incanto nella natura. Mattutino lo
attribuisce alle rondini; meridiano alle cicale; serotino alle nottole;
vespertino alle ulule; notturno ai gufi; antelucano ai galli; i quali,
egli dice, ci augurano e ci ammaestrano al risveglio; come il gufo al
canto tremolo, l’ulula al lamentevole, la nottola all’avviluppato, le
cicale e le rondini allo strepitoso e all’acuto.
Rodigino seguendo le nozioni degli antichi autori, quali Polluce,
Luciano, Ateneo, nota cinque principali specie di cantilene formate
dagl’uomini primitivi: moderata (Sophronisticen) quale usava il cantore
di Clittenestra; encomiante (Encomiasticen), modo celebrato d’Achille;
lugubre (Threnetricen); danzante o saltatoria (Orchematicen);
inneggiante quale Omero volgeva ad Apollo (Peoniam), a scongiuro de’
mali e quasi medicatrice[8].
Ma se tali distinzioni valsero anticamente a specificare certi canti
più celebri, non a questi soltanto s’attenne quell’innato linguaggio
universalmente concesso.
Una delle migliori definizioni esplicanti la natura e la generalità di
questa umana potenza, è quella dataci dal suaccennato Mercenne alla sua
2.a proposizione.
«Cantus est modulatio seu flexus et transitus vocis a gravi in acutum,
vel ab acuto ad grave per intervalla concinna et harmonica, qui aptus
est ad animae laetitiam, dolorem, aut alium affectum exprimendum, vel
commovendum.»
Io credo inesplicabile altrimenti questo grande e naturale istinto,
che poi divenne l’Arte di esprimere colla voce i sentimenti; quindi
l’interprete della parola.
E più che la parola, fu legame validissimo d’intelligenza fra l’uomo e
quegli esseri che non possedono la parola; in ogni tempo il cacciatore,
che fu il primo a provvedere alimenti, attira ed arresta i volatili
imitando i loro canti; alletta e prende i cervi col canto; e con
questo, modulato nel zuffolo, le renne; oscillato sulla zampogna, gli
orsi; rinforzato nel cavo d’un corno, ammansa il buffalo e l’elefante,
educa il cane, richiama lo sparso sciame delle api; col canto fa
sopportare le fatiche e la fame ai cammelli lungo gl’infuocati deserti
della zona torrida, ai muli sulle dirupate alture della Sierra Morena;
disarma la rabbia dei crotali americani e d’altri rettili formidabili,
mentre alcuni di questi con simile mezzo avvisano l’uomo alla fuga
dai velenosi loro morsi, o gli fanno presentire le convulsioni della
natura; e nei mari Siculi e Corsi i pesci perfino meglio armati di
seghe e di spade, seguono docili e improvvidi le barche sirene che
colla cantilena continua apprestano loro le reti.
Fra gli Oceanici si può dir linguaggio comune e continuo il canto de’
selvaggi e degli animali, forse di quelli più semplici e istrutti:
nè fa maraviglia, se ricordiamo che i colti Latini al _conticinio_ e
_gallicinio_ affidavano la divisione delle ore, e, secondo Tito Livio,
da simile canto, più che altro[9], riconoscevano la salute di Roma.
Miracolosi per la divinazione migliore di questo linguaggio, gli
Asiatici ebbero i loro Ling-lum, i Kovei, i Pin-mu-kia, che trassero la
parola dagli accenti del canto.
Questa voce naturale, comune, indefinita, fu prima ristretta dagli
uomini dei varj paesi all’espressione di certe parole, s’unì a regole
quasi uniformi, e perdette allora una parte della sua forza: che la
parola significando da sola l’interno moto da esprimere, l’inflessione
della voce diviene meno necessaria, e quindi anche in questo la natura
riposa dove l’arte supplisce. E questo canto modificato è l’accento,
più o meno marcato secondo i vari climi, secondo l’indole e le
abitudini degli animali dalla parola.
Trovata questa, quegl’esseri che già possedevano il canto, se ne
servirono per esprimere in maniera più viva il piacere e la gioja. Tali
commozioni dovevansi pingere necessariamente nel canto con maggiore
vivacità delle sensazioni ordinarie; quindi la differenza che passa tra
il canto di comune linguaggio e il canto musicale.
È naturale il credere che il canto degli uccelli, le voci diverse degli
animali, i varii suoni cagionati dai venti, l’agitar delle fronde,
il mormorare delle acque, indirizzassero primamente a regolare i
differenti tuoni della voce umana. I suoni erano nell’uomo; egli intese
cantare; colpito dall’impressione degli esterni rumori, pei sensi e per
l’istinto fu tratto all’imitazione. I concerti di voce furono dunque
i primi. Quelli degl’istrumenti successero poi, e questi furono una
seconda imitazione; chè in tutti gl’istrumenti conosciuti, fu la voce
che si volle imitare.
Le filature, i gorgheggi, le risposte, gl’intervalli, le pause, il solo
ed i cori, s’intesero prima fra il verde de’ boschi e l’azzurro de’
cieli; il garrito, il lamento, il rimbombo si sparsero per le valli; e
mille organi differenti di voci, intuonarono canti più o men melodiosi,
cui le caverne e gli spazj aggiunsero i risuoni, le gradazioni,
le sfumature, il perdersi dell’ultime note. Bene espresse Lucrezio
cantore:
«Ad liquidas avium voces imitarier ore
Ante fuit multo, quam levia carmina cantu
Concelebrare homines possint, aureisque juvare;
Et Zephyri cava per calamorum sibila primum
Agrestis docuere cavas instare cicutas.»
Dell’êco boschereccia è imagine il canoro Parnaso che fa pallidi di
sua ombra gli abitatori; dell’armonioso gorgoglìo delle acque sono
emblemi le cisterne di quel sacro monte in cui bevve la musa[10]; e
le incantatrici Sirene dell’oceano e delle sfere furono sempre quelle
che — _disiando, qual di fuggir, qual di veder lo Sole_, andarono —
_cantando, come donna innamorata_.
L’antichità simboleggiò questa origine del canto in quel Lino,
cui ne attribuì la invenzione, facendolo discendere da Giove padre
dell’Universo, e in più stretta parentela legandolo con Apollo genio
della Poesia, con Urania figlia del Cielo, Nettuno signore del Mare,
Tersicore dea delle Danze, Diana preside ai Boschi, quasichè di tutte
queste divinità vestisse natura, e sortisse le ispirazioni.
E Giove, non sarebbe quel Giubal che nella più remota tradizione
dell’Asia, ritenuta 5307 anni da noi, fu creduto padre e maestro di
quelli che cantarono il Kinor e l’Ugab[11]?
Quel Lino poi, primo maestro, formò al canto Orfeo, il quale ebbe
discepolo Museo, cantore e profeta, che estese la bell’arte da meritare
che per lui forse _Musica_ si addimandasse.
Dal suono che rendevano le canne cresciute sulle rive del Nilo, quando
i venti le cospergeano di arena, Diodoro deduce la prima idea della
musica, che vuol d’origine egizia[12]: come altri ne traggono i primi
sperimenti dai superstiti del diluvio, che dalla confusione degli
elementi e nell’ebbrezza del salvamento, appresero a intuonare inni e
lamenti.
Voci a intervalli e suoni accordanti, dissero Aristoxene e Quintiliano
la musica. Il discorso delle Ore (orologio) e le voci ordinate delle
Stagioni attorno il carro del Sole, furono i primi mitologici emblemi
del regolato linguaggio che si disse il canto della natura.
Infatti i primi scopritori d’ignote terre, intesero nei vergini
abitatori i primitivi accenti naturali, il canto innato e di comune
linguaggio; ed ivi pure quel canto musicale che dalla grande scuola del
creato traeva; per cui colla vaga imitazione dei genj canori dell’aria,
o coi fischi e colle strida ferine, secondo che i selvaggi volevano
esprimere la soddisfazione o il coruccio, que’ primi visitatori furono
accolti. E col canto, le seducenti carolle o le ridde infernali.
S’inganna Rousseau se non li comprende e se li paragona ai mutoli
infelici cui l’organo vocale non risponde, come ai ciechi brillano
invano i colori dell’iride.
Ben s’appone invece quel filosofo allorquando conchiude che, se pur la
parola non avesse cominciato dal canto, è certo, almeno, che si canta
pertutto ove si parla.
E come col dirozzamento de’ popoli, coll’acquisto di cognizioni e
col sociale progresso, ampliavansi i mezzi di esporre i sentimenti
e i pensieri, e modificavasi il canto naturale fino a cangiarsi in
discorso; così, presso ogni popolo col lungo andare del tempo, anche al
canto musicale s’aggiunsero i ritmi, e si ridusse ad arte ciò che prima
era stato dato dalla natura.
Siccome poi tutto ciò che vien da natura imperiosamente s’impone a
chi ne sente l’istinto, così non avvi cosa all’uomo più naturale del
canto stesso musicale; stilla anche questa di refrigerio alla sua
agitazione, mistica provvianda lunghesso il cammino, disfogo alle sue
piene, conciliazione a’ suoi sonni, sollievo costante che l’istinto gli
suggerisce per addolcire le pene, alleviare le noje e gli stenti della
vita.
Ecco dunque i primi figli del dolore e della vendetta che cercano
il sopore ai loro mali nel canto. Henoc e Jubal-cain fanno parlare
la Genesi (Cap. IV) dei loro canti che risuonano in Nod, dalla parte
orientale, lungi dall’Eden. — Labano quindi lamenta in Gallaad, _coi
canti_, il rapimento furtivo delle figliuole (Gen. XXXI). — E da
quelle età remote in poi, il pellegrino lungo la via, il colono nei
campi, il marinaro sul cassero, il pastor fra le greggi, l’artigiano
nell’officina, cantano tutti quasi macchinalmente; e le fatiche sono
interrotte, e la noja è scomparsa.
Il canto consacrato dalla natura per esilarare lo spirito, distrarlo
dalle pene, e compensarci del retaggio di pianto d’una faticata
esistenza, impiegato che fu poi a manifestare la gioja, servì ben
tosto a celebrare le azioni di grazie cui l’uomo sentesi tratto verso
alla Divinità. — La riconoscenza rese omaggio all’Essere supremo
coll’espressione più bella; l’amore quindi usò il linguaggio della
natura per espandere la sua tenerezza; e se ne valse infine alle lodi
de’ suoi eroi, al clamor dei trionfi, all’ebbrezza delle feste, e pur
troppo! all’adulazione dei grandi.
Un grande pensatore vivente, Herbert Spencer, crede che la cadenza
del linguaggio primitivo delle passioni umane, abbia generato la
musica[13]. Darwin, suo compagno, vuol anzi precisare che alla
passione d’amore principalmente devonsi le note ed il ritmo acquistati
dai nostri progenitori per sedurre il sesso opposto; e lo prova,
raccontando le giostre d’amore che fanno alcuni augelletti per via
del canto, fino a morir dalli sforzi di voce, aspettando che la
femmina celata fra le fronde conceda la palma al più abile e costante
gorgheggiatore.
Tratte da diverse sorgenti, mescolaronsi la musica e la poesia; quindi
i sacerdoti dell’una e dell’altra si confusero col nome comun di
_Cantori_.
Lieti gli uomini del loro viatico natural di conforto, nell’armonioso
teatro della natura, non tardarono dunque rivolgere il loro canto al
Creatore: ed ecco Noè innalzare l’_odor soave_ d’allegrezza innanzi
all’Arco di riconciliazione. Mentre il suo contemporaneo Fo-Hi, gran
padre e signore Cinese (ritenuto da alcuni il Noè medesimo), liba egli
pure con acute voci, e donatore a que’ popoli della cetra, ne ingemma i
tocchi di cantabili accenti.
Ecco Giobbe nelle piagnolose cantilene disfogare l’amarezza delle sue
sventure; e con quelle — più che pietoso fare stanco il cielo. —
Ecco Moisè cantore, sulle sponde del mar Rosso, che scioglie il più
famoso Inno di grazie; Giosuè coi cori e colle trombe attorno le
mura di Jerico; Debora profetessa rinfuoca il sentimento nazionale e
religioso coi canti mandati di sotto alla palma del monte di Efraim,
ove rendeva giustizia; i tre fanciulli ebrei sfidano il tiranno col
canto dalla fornace di Babilonia.
Ecco David _il componitore delle soavi canzoni d’Israele_ (Samuel,
2, XXIII), che tripudia nelle feste dell’Arca del patto; Salomone che
sviene d’amore nel Cantico.
Nell’Egitto e nella Grecia i primi canti conosciuti furono versi in
onor degli Dei, modulati dai poeti medesimi.
Adottati ben presto dai Sacerdoti, addivengono rituali; e quindi il
simbolico Osiride risponde e promulga le leggi col canto.
Anfione fabbrica Tebe cantando sulla cetra; e figura così l’armonia
delle parti, e consacra ad Apolline, dio della massima scienza, quel
suolo, onde poi Crissei e Focesi che lo profanarono, nella guerra
indetta dagli Anfizioni furono sterminati.
Secondo altri, è Cadmo venuto di Fenicia e salvato dalla Corte di quel
re, che stabilisce in Tebe il suo regno, ma seco adducendo siccome
sposa, la canora Ermione, od Armonia, colla quale spiega gli oracoli,
sfida i destini, e apprende la bell’arte alla Grecia e all’Illirio.
Musèo si fa cantore e profeta.
Femonea e le Pitonesse seguaci, cantano in Delfo i versi pronunciati
dall’Oracolo. Quindi son versi le _sentenze_ de’ filosofi, i _detti_
dei legislatori che si cantano per le vie della Grecia, affinchè meglio
s’imprimano nelle menti e nei cuori.
A innalzare poi i lamenti di pietà e le lodi ai Superni, s’unisce il
popolo; e alla guida dei poeti e dei sacerdoti meglio s’informa del
canto, originando il concerto ed il coro.
Ma unire in coro le voci fu antica usanza anche degli Egizj, sia per le
deprecazioni, e sia nei tripudj.
I Miti poetici e religiosi se spargono vivi raggi di luce nella
oscurità dove la storia non giunge, non devono peraltro escludere
il sussidio della savia induzione, che procedendo per fatti
incontestabili, è valida altrettanto a illuminare per ignote
regioni; e per questa, più che a tante Deità inventrici, dobbiam
prestar fede all’opera della imitazione nelle discendenze e nelle
migrazioni de’ popoli. È probabile infatti che anche i Greci come
gli Ebrei, derivassero in gran parte le costumanze dal popolo che più
profondamente d’ogni altro si perde ne’ tempi.
È fatto irrecusabile che l’Egitto fu prima culla dell’arti e delle
scienze. Se Diodoro di Sicilia potè assicurare che gli Egizj teneano
la musica come arte frivola e pregiudicevole, ei non ebbe a dir tanto
del canto: ed anche ai riguardi della musica, altri autori non meno di
Diodoro stimabili, affermano anzi che Mosè e Pitagora l’abbiano appresa
da loro.
Erodoto, Platone, san Clemente d’Alessandria, ed altri, vollero che
l’asserzione di Diodoro non si dovesse ammettere senza restrizione,
e che solo intendere si dovesse, come l’antica sapienza certo genere
di musica ritenesse corruttore, o l’abuso dell’arte spregievole.
Limitazioni consimili applicavansi ad ogni disciplina che influenzare
potesse sui costumi, e sui principj caratteristici di quella nazione.
D’altronde, Diodoro medesimo conviene che la indifferenza per la musica
presso gli Egizj non era generale, e che Osiri l’amava moltissimo.
Dalle spiegazioni poi di Strabone, che, ammettendo il divieto a que’
popoli d’usare istrumenti nelle cerimonie di religione, assicura vaga e
bene istrutta la gioventù egiziana de’ vari canti stabiliti, è giusto
inferirne che le leggi sospettose e restrittive non riguardassero che
l’uso de’ musicali strumenti, ben noti agli Egizj, come lo provano le
dipinture antichissime di Palestina e di Ercolano; e che non dovevano
turbare la serenità delle giubilazioni e delle preghiere affidate alle
espressioni delle voci; legge da altre religioni imitata.
Non patirono certamente divieto le coltissime madri egiziane di porgere
il nutrimento di vita ai loro figli insinuando loro nel tempo medesimo
il primo educamento gentile colle melodie della propria voce, come
poscia tutte le madri e nutrici acquetarono i loro bimbi colla dolcezza
del canto.
Quali poi fossero i canti egiziani è supponibile, ma non è constatato:
nè vale per questo congetturare con l’ab. Roussier sul musicale sistema
a loro attribuito.
Fatto è che cantavano nelle feste, ne’ funeri, e ne’ sacrificj. La
storia degli Ebrei, sortiti di Egitto, chiaramente lo conferma; ed
essi medesimi, che da altri non aveano potuto apprenderlo, piamente o
scelleratamente lo mostrano, invitati da Mosè ne’ trionfi, o condannati
se fra canti e balli idolatri li discopre attorno il vitello d’oro al
suo discendere dal Sinai.
Nella gran terra poi dove la poesia ebbe il maggior sviluppo, e a cui
fu dato il merito sommo di averla mirabilmente al canto sposata, Siagro
sarebbe stato il primo a cantare in versi la celebre guerra di Troja.
Quindi Omero, principe della poesia greca non solo, ma una delle più
splendide glorie musicali, perchè compositore, maestro, sonatore e
cantante.
Infiammato il popolo alla voce de’ suoi grandi cantori, meglio che quel
d’Israele, spinto da felice natura, ed educato da tanti filosofi, nel
cui studio fu primo Pitagora, coltivò sovranamente quest’arte.
I guerrieri non potean dirsi completi se non erano valenti anche
nei canti; quindi Tirteo insegnò quelli per cui Sparta e i Dori
infiammavansi prima d’uscire alla lotta.
Il forte Achille cantò sulla nave dei Mirmidoni, e frenò col canto
la giusta sua ira contro Agamennone che Briseide gli avea rapita.
Alcibiade tornò fra i Cantori dall’esilio, mentre accompagnavano il
coro i tonfi de’ rematori.
I Greci che introdussero le feste teatrali, le corse de’ cavalli e de’
carri, ignote agli Egizj[14], perfezionando col loro ingegno anche i
musicali istromenti, poterono renderli compatibili al canto, associarli
alla musica vocale, ed introdurli nelle festive e religiose cerimonie,
non però senza difficoltà e corso di tempo; mentre quegli utensili
sonori di cui gli Egizj ci lasciarono traccie ne’ monumenti (il
pholiux, il timpano, il sistro, la tuba), benchè dovuti alle invenzioni
delle loro Deità, poco gradevoli, come lo dimostra Claudiano, non
potevano essere ammessi almeno da sacerdoti all’accompagnamento dei
riti.
È probabile che per primitiva imitazione soltanto, l’istesso Pitagora
s’abbia acquistata fra i Greci la fama di scopritore di quella corda
con cui misurava gl’intervalli de’ suoni (che anticamente erano soli
quattro, non considerando gli altri che come ripetizioni); e similmente
Tepandro e Timoteo, pei loro miglioramenti introdotti a quell’arnese
musicale: così Telefano di Samo ritenuto inventore del flauto; ed
Erodoro primo autor della tromba, a sussidio de’ greci canti.
Basta accennare che il re africano Jopa, perito nelle scienze della
natura e nell’arte del canto, ben prima di Pitagora accompagnandosi
cogli accordi di quell’istrumento svelava le vie de’ cieli dai lidi
fenicj.
Ma non tardarono anche gli Egizj a valersi dei perfezionamenti greci,
appena giunsero a conoscerli, e col solito ricambio d’arti e di
costumi, il regno dei Tolomei accolse i riformati cantori; onde nella
gran festa di Filadelfo, descritta d’Ateneo, perfino seicento persone
d’ogni nazione formarono un coro, trecento delle quali erano e cantori
e citaristi.
Ivi pure, i re medesimi finirono abbandonandosi ai nuovi canti; e
l’ultimo de’ Tolomei di star fra i cantori era vaghissimo.
Con egual costume fra gli Ebrei, appena Samuele, secondo le sacre
carte, fondò una scuola compendiante in allora la poesia nazionale e
la musica, i re ne addivengono in uno ed allievi e protettori: Saule
infiamma i suoi guerrieri coll’arpa e col canto; Davide regola un coro
di quattromila cantori, tre maestri del Santuario, e duecentottantaotto
pei Leviti, convocando, consigliando, e ordinando che ogni Nazione
lodasse Iddio con suoni e canti (Sal. 93, 97)[15].
Salomone suo figlio e successore, secondo afferma Giosefo, si fa
capo di duecentomila _stole di lino_, o cantori, che impiega nella
dedicazione solenne del suo gran Tempio; massa corale non incredibile,
se si pensa alle condizioni di quel popolo, di que’ canti, di quelle
abitudini, e se in oggi riscontransi gli enormi concerti degli Oratorj
biblici Handeliani che riproducono l’_Israele_ al Cristal-Palazzo di
Londra.
In Grecia dunque, dove primamente vennero tali cori ordinati, troviamo
Esiodo farsi capo d’una intera scuola di cantori: la prima che dalle
storie ci apparisca, e formata in Beozia.
Resta però sempre comune il canto e indipendente nel popolo alla
semplice scuola della passione, al richiamo del riso, all’espressione
della esultanza; e la prosa cadenzata dei mimi diverte anche nel
monodramma.
I poeti vestirono di nuove forme la parola, perchè al canto meglio
s’attagliasse. I Greci infatti non ebbero poesia che non fosse al canto
obbligata. La lirica cantavasi con accompagnamenti istrumentali: onde
fu chiamata _mélica_. Il canto della poesia epica e drammatica era più
sobrio d’inflessioni, ma non era meno per questo un vero canto; e tutti
gli scritti degli antichi intorno alle loro poesie incontrastabilmente
lo provano.
Bene argomentò in proposito M.r De Cahusac, insegnando doversi prendere
nel vero e letterale lor senso le parole con le quali Omero, Esiodo, ed
i classici e più antichi cantori iniziarono i loro poemi. L’uno invita
la sua Musa a cantare i furori d’Achille; l’altro canta le Muse stesse,
perchè le loro opere non erano fatte che per esser cantate.
Così fra poeti ebrei, nel medesimo _Cantico dei Cantici_, attribuito a
Salomone, e che qualche autore pretende altro non sia che l’epitalamio
delle sue nozze colla figlia del re d’Egitto, mentre i teologi lo
dimostrano siccome emblema d’altra mistica unione, il sig. De Cahusac
non vede che un’_Opera_ perfetta e ammirabile; le scene, i recitativi,
i duetti, i cori non vi mancano; ed egli non dubita che non sia stata
rappresentata tale Opera cui propriamente si diè il nome di _Cantico_.
La espressione di questa parola _canto_, nella poesia, non cominciò
diventare _figura_ che più tardi, presso i Latini, i quali serbando
l’effettivo canto alle tragedie e a qualche oda, introdussero per le
altre poetiche composizioni il recitativo.
Vere e naturali canzoni erano quelle di Lino e di Orfeo, e quelle
di Erifano che seguiva le traccie del cacciatore Menalca. Canzoni
quelle che l’antico greco, cui furono nutrici le Muse, insegnò primo
in Beozia, e che il cieco suo rivale sposò alla magica lira. Canzoni,
le gravi monodie di Stesicore, e gli epitalamj di sua invenzione[16].
Canzoni, i melanconici racconti delle greche donne sulle avventure
di Calice morta d’amore per l’insensibile Evalto, e delle figlie
del loro re Pandione sfuggite al seduttore Tereo colle penne de’ più
vaghi uccelli cantori; le istigazioni vendicative e sconcie di Tespi;
gl’inviti bramosi di Sileno e di Bacco; le odi argute e immaginose
d’Anacreonte, e quelle sublimi di Pindaro le poesie appassionate e
ardenti di Saffo, e quelle della giovane Erinna sua discepola e amica
(600 _an. av. Cristo_). Veri cantori tutti i lirici poeti; come i
Coreisciti fra gli antichi Arabi, custodi del santuario nazionale
(Caaba) e delle nazionali tradizioni, dalla cui tribù poi nacque il
cantore e veggente Maometto (571 _dopo Cristo_).
Vero canto l’antico linguaggio quando servir dovea alle più vive o alle
solenni espressioni. — All’aprir dei banchetti, all’accompagnamento
delle danze, all’elogio della virtù, al lamento delle sventure, alla
separazione dai defunti, gli antichi usarono il canto.
E da queste unioni che ci descrissero Dicearco, Plutarco, ed Artemone,
si può riconoscere la formazione dei primi _Cori_.
Lo studio della _Corodia_ divenne quindi parte precipua nelle greche
Scuole, sia per raddolcire i costumi dei giovani; sia per informarli
delle sacre dottrine e delle patrie storie, dai sacerdoti e poeti
descritte nei Canti; sia per l’igienica vista di concorrere anche coi
polmonari esercizj al fisico sviluppo ed equilibrarlo a quello mentale,
secondo il sistema de’ loro Gimnasj[17].
Dalle invocazioni che gli antichi greci innanzi di porsi ai conviti,
uniti insieme e d’una sola voce rivolgevano alla Divinità, traggono
origine, come opina La-Nauze, i primi _cantici sacri_.
Infatti i greci davano questo nome a certi monologhi appassionati
delle loro tragedie, che si cantavano sui modi ippodorici o ippofrigi
(Aristotile)[18].
Nelle feste, i cantori tenevano in mano un ramo di mirto.
L’accompagnamento della lira s’introdusse più tardi; — Tepandro ne fu
l’inventore: — per la qual moda, tanti inesperti a trattarla vennero
esclusi d’infra i cantori; e le canzoni si fecero più difficili
(Plutarco) — e le pose dei cantori più irregolari (Artemone).
Non cantarono che i conoscitori della musica; da ciò, più finita la
esecuzione — l’espressione men naturale — dubbio l’effetto.
La primitiva scuola dei canti fondata da Esiodo, cangiossi in una
scuola musicale e com’è consuetudine alla comparsa d’ogni novità,
e nell’invasione imperiosa della moda, ai modi semplici e primitivi
si diè il bando e la beffa; onde a critica dei concerti sgraditi e a
dispregio degli esecutori imperiti, tutti quelli che all’organo della
voce non accordavano armoniosamente l’oscillazione delle corde, si
dissero _cantori da mirto_.
Precisamente come a nostri giorni, vengono volgarmente distinti dagli
artisti o virtuosi teatrali, i cantanti da camera o da chiesa.
Anche gli Ebrei si trovano coi rami alla mano in atto di cantare: così
adorne le loro fanciulle corrono incontro al giovanetto Davide reduce
dal gigantesco duello in Filistea e in Gerusalemme il popolo canta e
festeggia l’arrivo del profeta colle palme d’olivo.
Nell’Asia usarono sempre, come tuttora dalle Indie alla estrema Russia,
staccar dalle selve i primi rami e in coro, le giovani specialmente,
salutar con essi cantando il rinascere della natura, mistico segno che
ben s’attagliava anche alle credenze cristiane.
La prima Chiesa, men disdegnosa e più fedele alle antiche usanze,
mantenne il verde ramo ai suoi cantori; ond’è che nelle catacombe tanti
depositi trovaronsi fregiati della verde palma, o di quelle intrecciate
di olivo e di mirto; simboli della pace che regna sui sepolcri, della
speranza che vi alleggia d’intorno, e del carattere nei defunti di
cantori; segni, ai quali poi erroneamente o interessatamente si volle
attribuito il significato del martirio, per cui le reliquie demarcate
da una palma si ritennero tutte di martiri[19].
Ma tornando ai greci novatori che dispregiavano i semplici cantori da
mirto, confessarono essi medesimi la difficoltà e la minore naturalezza
dei canti fatti dipendere dallo stento e dai vizj degli strumenti,
chiamando col nome di _tortuose_ (scolies) le canzoni alla lira
obbligate.
Ed anzi Timoteo da Mileto che, dopo trecento anni da che Tepandro avea
introdotta la lira all’accompagnamento de’ versi, osava estendere
i servigi di questo istrumento accrescendolo di quattro corde, fu
condannato.
Perocchè in Grecia, dove riconosceasi la musica propriamente detta,
l’arte, qual è veramente, delle emozioni piuttosto che dei pensieri,
si riteneva anche quella semplice lirica strumentazione legata in
dipendenza alla poesia; così che i poeti erano musici, mentre questi
non eran poeti.
Chi era potente d’ispirazione e di voce per accentare i propri versi
col canto, era il vero poeta cantore. E un tal canto era sobrio,
espressivo, tonante.
Anche un Pryni, che introduceva innovazioni sue in questo modo di
canto, venne biasimato acremente da Aristofane, ligio alle antiche
usanze de’ Greci che si limitavano a pochi suoni.
L’esempio medesimo abbiamo dagli antichi biblici, in quel Giobbe che
lamenta e condanna la confusione de’ strumentali clamori col canto.
Che se questi consideravano la musica come una maniera essenziale
d’accentare la poesia, tennero in primo luogo la virtù del canto per
esprimere quelli accenti che dai pochi suoni della musica potevano
essere imitati.
Ed anche l’accento, credettero da prima i Greci, doversi circonscrivere
nell’intervallo di un solo quarto. Più tardi, i musici cercando la
varietà, estesero i suoni della scala e lasciarono intervalli maggiori,
e ne nacquero le varie usanze; onde anche il canto a seconda dello
stile, dell’indole e della moda, assunse le diverse maniere che,
Frigia, o Dorica, o Lidia, s’addimandarono: finchè passando da una
maniera all’altra, e queste fra loro intrecciandosi, l’accentuazione
musicale prese un’espressione più viva e passionata.
Il canto divenne oggetto di studj e d’osservazioni particolari; e se
per sè stesso non ebbe onoranza divina come nell’India, pervenne a
nobilissimo culto; e Adraste, vissuto ai tempi d’Alessandro, ce lo ha
dimostrato nei tre libri che scrisse intorno alla musica.
Alcuni di quei modi che aveano introdotto tanta varietà ed esagerata
estensione nei canti, furono da Platone rifiutati siccome capaci di
alterare i costumi; ciò che faceva anche Aristotile escludendo i modi i
più elevati; finchè Tolomeo li ridusse a sette soltanto[20].
L’antica filosofia riscontrò nel canto tre indispensabili elementi,
onde lo definirono modificazione dell’umana voce — che forma variati
suoni — e li determina. Quindi gli accenti della voce parlante, la
durata e successione de’ suoni, ovverossia, la _parola_, il _suono_ e
la _misura_.
Platone ripose la _Melodia_ nel semplice discorso ov’egli intende il
canto della parola, la dolcezza dell’accento.
E l’accento, modificazione della voce parlante, fu definito da Sergio,
_quasi canto_; e da Dionigi d’Alicarnasso, _seme d’ogni musica_.
È un fatto che la diversità degli accenti è la vera causa che rende
le lingue più o meno musicali; dal che ne segue che a seconda della
loro mancanza, manca la melodia, e la lingua è più monotona, languida
e scipita; ammenochè, dice Rousseau parlando delle lingue, quella
non cerchi nel rumore e nella forza de’ suoni la vaghezza che non può
trovare nella varietà degli accenti.
Rousseau parlando dell’accento patetico ed oratorio, ch’ei lo dice
_obbjetto il più immediato della musica imitativa teatrale_, nota
come la melodia speciale d’ogni nazione, sia generata dall’accento
della rispettiva lingua. Una semplice differenza d’imaginazione o di
sensibilità, ne cagiona una infinita nell’idioma accentato de’ popoli.
Segue Rousseau: «l’Alemano, per esempio, alza egualmente e fortemente
la voce nella colera, ei grida sempre sul medesimo tuono: l’Italiano,
che mille movimenti diversi agitano rapidamente e successivamente nel
medesimo caso, modifica la sua voce in mille maniere. Lo stesso fondo
di passione regna nella sua anima; ma quale varietà d’espressioni ne’
suoi accenti e nel suo linguaggio! Il musicista che sappia imitarlo,
dovrà a questa sola varietà l’energia e la grazia del suo canto....
E qual sarebbe il rapporto della Musica al discorso, se i tuoni della
voce cantante non imitassero gli accenti della parola?...»
Cosa risponderebbero gli odierni sapienti musicisti, all’antica
sapienza che facea della parola il primo elemento, il _mele_, il _seme_
della musica; dottrina confermata da tanti secoli, fino alla perentoria
stretta domanda del non antico filosofo e musico Ginevrino?..
Cosa risponderebbero coloro, che van tenzonando nell’abbujato aere
della questione, _discorso della musica_ e _musica del discorso_?!...
Qui vi sarebbe da scrivere un libro, non inutile affatto alla storia
del canto, bensì nocivo alla pazienza del lettore, libro che non
iscrivo, ma stringo in due sole e recenti risposte.
Il letterato tedesco Alfonso Karr disconosce ogni rapporto fra la
parola e la musica, ed impreca a quel _barbaro_ che osò la prima volta
porre le parole sotto la musica[21].
Schietta confessione di chi conosce l’indole propria e il proprio
idioma negativi al bel canto. Confessione, che ad altri più felici
d’indole e di lingua suonerebbe bestemmia, ma che trova scusa nel
medesimo esempio premesso dal Ginevrino filosofo, e che giustifica la
predilezione che in generale hanno i tedeschi per la musica strumentale
adatta al lor genio, mentre provano un certo disdegno per la vocale cui
la natura lor si ribella. Confessione confermata dal grande Beethoven
che si trovava arrenato le poche volte ch’ebbe a comporre sulle parole.
Non per diversa cagione, ma per questa medesima difficoltà, anche
i francesi fino ai nostri giorni sostennero non doversi nei drammi
riguardare la musica che quale accessorio: e gravi loro autori, non per
deferenza ai nostri, ma per trovare anche in questi un appoggio, fecero
il gran merito ad Apostolo Zeno «d’essere stato il primo poeta italiano
che abbia insegnato a’ suoi compatrioti questa bella dottrina, dando
a loro nelle sue _opere_ un’imagine delle buone composizioni teatrali
francesi!»
Dissero questo con la loro boria istintiva, invece di dire che lo stile
del Zeno non si presta granfatto alla musica ch’egli teneva com’arte
precipua e indipendente, e che consultava e ammirava ne’ genii de’
predecessori Zarlino e Galileo ed in quello del suo contemporaneo
Marcello.
L’italiano maestro Carlo Sessa, in un recente suo scritto artistico, mi
dà la seconda e più sennata risposta. Egli considera i rapporti _morali
filologici_ e _materiali_ tra la Musica e la Parola[22], risponde
in primo luogo che questa, «senza restringere e limitare il senso
indefinito della musica, le serve di guida e d’indicazione generale e
sommaria all’interpretazione del sentimento musicale.» Chiama eresia
la negazione della parola cantabile, quanto _strano ed orribile che
la musica interpreti la parola_. Egli dice: «l’uomo esprime i suoi
sentimenti sposando la parola al canto. Oh! la bellissima cosa udire
la musica intrecciarsi _spontaneamente_ alla parola, l’una e l’altra
armonizzando ciascuna _juxta naturam suam_.»
Ed ecco il linguaggio di chi conosce questa spontaneità di natura,
questa facilità di connubio; ecco la manifestazione di chi si senta
figlio alla terra dai _dolci accenti_ e delle felici _ispirazioni_.
Nei rapporti filologici, il maestro di Modugno riguarda il canto
un _Discorso modulato_; e mostra quindi che la musica _da apporsi_
alle parole deve secondar sempre l’armonia del discorso parlato,
rispettando le diverse membrature del periodo, corrispondenti alle
diverse inflessioni del pensiero, sicchè una particella della frase del
discorso non venga divelta stranamente dall’altra, onde poi il senso
delle parole ne venga sfigurato.
Finalmente sotto l’aspetto _materiale_, la sillabazione ben
distribuita, facile e naturale, influisce alla grazia ed alla facilità
del canto; l’accento della parola non può contraddire a quello della
frase musicale; e corrisponderanno le note alla parola ai riguardi
perfino dell’atteggiamento della bocca per non impedire quella forma
più naturale e graziosa che meglio d’ogni altra si presta a ben
dispiegare la voce.
Analoghe deduzioni già compendiò Aristoxene nella sua distinzione de’
movimenti della voce umana, la quale con quello _continuo_ è parlante,
e col movimento _diastematico_ o ad intervalli determinati, non è altro
che il canto[23].
Ed anzi Aristide Quintiliano nella decenza e nei movimenti della voce
espressiva fece consistere la _Musica_ che per tal modo ei definì,
aggiungendo essere questa l’arte del bello.
Dalla antica lira dei Greci, trasse i suoi primi accordi la lira de’
Latini e conseguentemente quella degli Italiani. Il purissimo cielo
d’Italia armonizzava con quello della vicina Grecia; il linguaggio era
congiunto colla derivazione più stretta; reciproca la fertilità delle
menti; trasfusa da un popolo all’altro la civiltà.
Se, pel naturale progresso, o per una sensibilità più squisita, o per
le successive invenzioni di regole e modi, la lira italiana giunse a
vibrare corde più melodiche e ad esprimere canti più perfetti di quelli
dei Lini, degli Orfei e dei Musei, i cui successori non superarono
mai le barriere del convenzionalismo e la schiavitù de’ sistemi; non
per questo la nazione meglio d’ogn’altra riuscita nell’arte dei canti
può dimenticare quella di cui risente l’origine; e specialmente ai
riguardi dello storico suo procedimento e sviluppo, deve rivolgere le
osservazioni a quegli insegnamenti ed a quelle tradizioni dalle quali
educato il suo genio ingrandì poscia di proprie forze, acquistandosi
appunto il grado sommo d’onore, il primato invidiato da tutte le altre
nazioni e non vinto.
Il filo storico adunque, e dirò quasi la strada maestra lungo la quale
conoscere le fasi tutte dell’arte del canto, comincia in Grecia e mette
fine in Italia: tutte le altre vie non sono che diramazioni, talvolta
nobili e luminose, sovente viottole oscure e impraticabili. Per cui io
vò tenendomi alla grande strada, accennando peraltro le circostanti.
Sotto duplice aspetto della fisica e della musica esaminarono
gli antichi le teorie de’ suoni, delle cui relative modificazioni
stabilirono il secondo elemento del canto. Ritennero riferibili anche
ai suoni vocali i rapporti delle vibrazioni fra il corpo sonoro e
l’organo uditivo, per mezzo del veicolo indispensabile dell’aria,
e considerandone le modificazioni dal grave all’acuto, dal forte
al debole, dall’aspro al dolce, e le rispettive durate, stabilirono
anche per la voce il _tono_, la _forza_ ed il _timbro_. Quindi coi
sistemi de’ _Monocordi_ e _Tetracordi_ fondarono le regole de’ _Canoni
armonici_ delle divisioni o rapporti degli intervalli, di cui parla
specialmente il libro di Tolomeo.
Dal grado della elevazione della voce (tono), dalla sua intensità
(forza), e dalla qualità o metallo onde rendesi il suono gradito
o spiacevole (timbro), o colorito, trassero gli antichi la loro
_Rytmopea_, che dividevano in tre _modi_ o _tropi_ principali, l’uno
basso e serrato, l’altro elevato e grandioso, e fra i due quello dolce
e tranquillo, riportandosi sempre ai versi o alle parole destinate pel
canto.
Ecco dunque il terzo elemento, il ritmo dei movimenti della voce che i
greci applicavano alla parola per trarne l’armonia nella eloquenza, la
misura e la cadenza nella poesia; e riguardo al canto l’applicarono al
valor delle note, formandone quelle divisioni che s’intesero poi sotto
i nomi di tempo e di battuta.
L’isocronismo naturale delle durate, nelle danze, nelle marcie,
e l’imitazione di quello degli animali e perfino degli elementi,
contribuirono cogli accenti istintivi della prosodia alla formazione
del ritmo.
Siccome le sillabe della lingua greca per la quantità e pel valore
erano ben determinate e sensibili come in vero più che ogni altra
la nostra lingua le imita, e siccome i versi che si cantavano erano
composti d’un certo numero di piedi formati da quelle sillabe, lunghe o
brevi, e combinate, il ritmo del canto seguiva regolarmente l’andata di
que’ piedi e ne era la vera espressione. Dividevasi come quelle, in due
tempi, l’uno battuto, l’altro levato; e contavasi di tre o più maniere
secondo i diversi suoi rapporti. Così il tempo eguale o _dattilico_; il
doppio, _trocaico_ o _jambico_, in cui ciascun tempo era ripetuto; il
sesquialtero o _peonio_, durevole per ciascun tempo in rapporto del 3
a 2; e l’_epitrito_ del 3 a 4. Tali ritmi procedeano più o meno lenti
a seconda del minore o maggior numero delle sillabe o delle note lunghe
o brevi, conservandone però sempre i rapporti, e del movimento che era
invece arbitrario nel poeta secondo l’espressione delle parole e il
carattere delle passioni rappresentate. Da questi due combinati mezzi
nascevano mille altre modificazioni e varianze; cui influivano i piedi
mantenuti di una sola specie nelle poesie _semplici_, o mescolati in
quelle _composte_ o _miste_; l’intralciamento quindi dei versi medesimi
che sempre eguali, mantenevano il ritmo uniforme come negli esametri
e ne’ pentametri, o ineguale nei jambici, coriambici, ecc. Aveano i
silenzj per riempire il vuoto delle sillabe in certi versi mancanti;
avevano infatti l’espressione della misura e dell’armonia de’ versi nel
ritmo. Vossius, nel suo libro de _Poëmatum cantû et viribus Rhythmi_,
attribuisce a questo tutta la forza dell’antica musica, e soggiunge che
l’effetto del ritmo dipende dalle immagini delle cose che rappresenta;
e come la melodia trae il suo carattere dalli accenti della lingua,
così il ritmo si caratterizza dalla parola di cui è immagine e per
la quale agisce, interpretando con essa o per la sua imitazione il
carattere melodico e ritmico d’ogni passione.
Or ecco il canto dimostrato siccome _parola sonora e misurata_ a
seconda degli interni movimenti o delle impressioni eccitate dalle
esterne cose in quegl’esseri meglio capaci d’esprimerle e di spiegarle.
Ecco nella musica vocale un incentivo efficace a studiar la
espressione, a migliorare la parola, a riformare la lingua; a
modificare la voce, regolandola per la misura, educandola alla sonorità
ed alla grazia. E qui nuovo campo d’osservazione ai riguardi della
natura e dell’arte.
_Fisiologia vocale antica — Organismo — Artificio della castrazione._
A queste osservazioni sulle voci concorsero egualmente fisici e
musicisti; notarono le loro diversità, ne cercarono le cause, ne
studiarono gli effetti.
Riscontrate le influenze delle origini, delle arie, de’ climi, fino
dagli antichi tempi celebraronsi alcuni popoli cantori a preferenza
degl’altri; si distinsero le voci virili dalle muliebri, le adulte
dalle adolescenti, attribuendo loro analoghe espressioni, impiegandole
ai differenti canti.
Ecco gli alti o _tenori_, gl’uomini di voce acuta; e sopra loro o
_soprani_, le donne e i fanciulli; di sotto invece, le voci grosse de’
_bassi_.
Facendosi dipendere più che altro dalla natura l’attitudine delle voci
pel canto, sembra che s’abbiano poco curato gli antichi di ricercare
que’ modi che potrebbero facilitare o perfezionare l’uso di quel dono
naturale.
Infatti furono tarde le prime regole a questo fine speciale rivolte; e
ben molte scoperte ancora restano a fare sulla maniera più facile, la
più breve e sicura, d’acquistare quest’arte.
Rimarrà poi sempre superiore alle umane forze la secreta potenza di
produr voce ove in natura non sia, o di ristabilirla perduta, o di
migliorarla, con altri mezzi che non siano un regolato esercizio.
Sembra, anche gli antichi, che pur pretendeano trovare un filtro per
infondere amore, abbiano esperito inutile ogni mezzo della botanica
e della magìa per destare il tesoro della umana voce; come è d’uopo
riconoscere vano ogni spediente a cui ricorrono per credulità o per
abitudine i moderni cantori[24].
S’attennero dessi più saviamente allo studio della natura e alla sua
imitazione.
Ricercarono gli antichi se la voce umana atta fosse ad esprimere tutte
le specie di suoni ed a ripetere le voci animalesche tanto superiori in
numero degli umani linguaggi (Genesi, 57); e convennero assegnandole
i limiti che dal _respiro_, per certi gradi possibili[25], procedono
naturalmente alla _vociferazione_ propriamente detta, ed al _canto_. In
via imitativa ammisero l’espressione d’ogni altro suono e voce, secondo
i gradi di fiatazione combinata colle fisiche condizioni de’ varj
organi gutturali, d’onde nasce eziandio la varietà de’ linguaggi[26],
possibili tutti per altro ad uno stesso individuo.
Discussero se la maggior facilità del moto vocale dal grave all’acuto
si riscontri, o dall’acuto al grave; e contro Aristotile, che volle
dimostrare più atto il canto che comincia dall’acuto quale naturale
principio per cui al grave si discende, altri autori levaronsi e in
senso opposto definirono il problema.
I vizj delle vocali esercitazioni distinsero, e ne suggerirono i
rimedj. Dalle osservazioni di Aristotile, Demostene e Septalio,
Condrochio trasse soltanto le sue teorie.
Sulla forma poi dell’organo emissivo, pur ritenendo più opportuno e
naturale l’atteggiamento orale che fu imitato nella costruzione delle
tube e conservato invariabilmente nelle trombe e in ogni istrumento
da fiato, non prescrissero essi tuttavia come esclusivo quel modo
di apertura della bocca, nè a comodo d’un tale metodo imposero ai
compositori d’evitar certe note sulle parole la cui pronuncia esige
una modificazione della gola e delle labbra. Lasciarono, come alla
ispirazione i suoi slanci, così alla natura i suoi movimenti spontanei
e gli effetti corrispondenti. Chi avrebbe insegnato ai cantori delle
foreste di emettere le loro voci diversamente dal modo che suggeriva a
loro la natura?
Dal naturale movimento s’appalesa la natura stessa del suono.
Ricordo d’aver ammirata una gran tela fiamminga — _Rehersal_ — (M.r
Robert), rappresentante alcuni cappuccini intesi ad un concerto di
gregoriano canto: dalli atteggiamenti di quelle bocche, spontanei in
natura, e bene istudiati dall’artista che li avea riprodotti, leggevasi
a colpo d’occhio quale dovea essere la natura di quelle voci, e parea
quasi di udire i gutturali acuti del falsetto, le moderate legature dei
secondi, le larghe fondamentali de’ bassi.
Le varietà speciali dei timbri che gli antichi distinguevano colle
parole _caprizzare, ululare, cantare_, noi dinotiamo modernamente
classificando le voci di _gola_, di _petto_, di _testa_. Espressioni
al certo non più felici delle antiquate perocchè proprie voci a
quegl’organi non si possano attribuire nè sianvi realmente note di
petto, di gola e di testa.
Usasi chiamar di petto la voce quando esce con aprimento intero di
gola, come alla pronunzia dell’a, libera, aperta, e forma la sua
sonorità nelle cavità pettorali, come il suono delle corde dalle
casse armoniche degli strumenti. Di gola, se emessa con più o meno
ristringimento della laringe e ivi ribattuta, viene quasi in quelle
pareti modificata, e riformata talvolta da produr quell’effetto che
assomiglia alquanto al belato, od ai suoni delle riprensioni di fiato
quali senza vasta dilatazione polmonare artificiosamente si traggono
nella pronunzia del _ke_, e in generale delle consonanti o vocali più
strette e delle parole da queste composte e con più sillabe prolungate.
Di testa, quando i suoni della voce sembrano ripercossi alle pareti
palatine o nasali, e quivi si limitano nella loro oscillazione, come
richiedesi per sostenere la lettera _i_.
Tali suoni detti di gola e di testa, possono riuscir graditi talvolta
quanto quelli che diconsi di petto; ma questi sono sempre più
oscillanti e sicuri, meno difficili e faticosi[27].
Dalla voce emessa colla partecipazione degli organi del petto
principalmente, si costituì la vera ginnastica degl’organi stessi.
Osservarono adunque anche i Greci la influenza della esercitazione
vocale pel vigor polmonare e sanguigno; onde prescrissero la _corodia_
nelle scuole e fra i soldati.
Oggi che tale ginnastica vien rimessa a far parte del sistema
educativo, i nostri autori si riportano specialmente a quelle antiche
leggi che proclamavano il canto di tanta igienica importanza. Accennerò
soltanto che, seguendo Aristotile, _dell’ottima ginnastica del polmone
propugnatore_, il nostro Mantegazza ci prova: «Colui che canta respira
in venti minuti una quantità d’aria maggiore di un altro che, senza
cantare, respira per un’ora nel modo consueto.»
Sulla natura vocale, suoi vizj e rimedj, basati sempre alle
ricerche de’ greci fisiologi, s’aggirarono poi gli antichi dottori,
quali, Fabricio d’Acquapendente (_de loquela animalium_), Rolando
(_Aglossostomographia_), Francesco Patricio (_in discussionibus
peripatet._), Gallieno e Prospero Alpino e tanti altri; ma non più
di essi intesero e progredirono i più recenti seguaci d’Ipocrate ed
accademici Dodart, Perrault Ferrein, Rousseau; gli enciclopedisti; ed
i nostri moderni, che vedremo più avanti argomentare in proposito fra i
metodisti.
Fin da quando Clearco, discepolo d’Aristotile, discorreva intorno
al costume della castrazione, attribuendone l’origine agli asiatici
e specialmente ai Medi[28], aveano i Greci certamente osservato gli
effetti di quella operazione sugli organi vocali e sulle voci di quelli
ch’essi diedero il nome di _eunuchi_.
Se vuoisi che fin d’antico adoprassero questo tormento gli Egizj
per punizione, e i Persi per gelosia; che Mosè non ne soffrisse i
tormentati in fra il popolo del Signore[29]; che Semiramide invece se
ne compiacesse; che i Lidj, al tempo di Pindaro da Corinto, fossero
i più celebri operatori[30]; fatto è che da Grecia venne ai Romani il
costume; e dagli eviratori dei figli dei principi di Corciro, s’ebbe
in Italia i primi _eunuchi_, onde poi si rinfacciò agl’italiani il
crudel vezzo di quella infame operazione per il perfezionamento d’un
vano talento, e per procurare al culto del canto voci più nitide
e acute[31]; come gli arabi Valesiani l’accolsero per fanatismo
religioso[32], e l’usano gli Ottentoti per amore d’agilità.
La patria di Eunomio e di Aristosseno, lirici e cantori rivali che
colla cicala diedero alla Grecia il simbolo della musica, non invano
figurava nelle figlie di re Pandione d’Atene, Progne e Filomela, il
canto e la crudeltà.
E come Grecia accolse dall’Asia i varj culti, fra cui quello di Adone,
celebrato nella Fenicia[33] non è maraviglia se Roma, e più tardi anche
quella dei Papi, ereditava costumi orientali.
Questi cantori castrati, già conosciuti nella antichità, si mostrarono
in Italia specialmente alla fine del dodicesimo secolo. Un canonista
di quel tempo li indica indirettamente: _Olim cantorum ordo non ex
eunuchis, ut hodie fit_... Una bolla del papa Sisto V, indirizzata
al nunzio apostolico in Ispagna, ci appalesa che, da lungo tempo,
i castrati erano ammessi come cantori nelle principali chiese della
Penisola.
Favorì l’impiego di questi esseri neutri del genere umano, la
proibizione canonica data alle donne di cantare in chiesa, e gli
anatemi a quelle che si esponessero ne’ teatri.
Alla improvvida legge ben presto s’appigliarono la superstizione e la
speculazione; e al bel costume e naturale delle sorelle che cantavano a
Dio nelle catacombe, successe l’offerta di voci figlie al delitto ed al
lusso.
Le corti d’Europa ne vagheggiarono il possesso per le loro cappelle,
come fornivano di buffoni le mense, e delle belve più strane i
loro giardini. Al principio del secolo sedicesimo, alla cappella
dell’Elettor di Baviera, dove Orlando Lassus era maestro, cantavano già
sei di que’ evirati. Appunto da quel tempo, anche a quella di Roma,
in cui i _Cori dei sacri cantori_ già da oltre un secolo istituiti
mutavansi in iscuola formale per opera del Palestrina, que’ fanciulli
o _contraltini_ che cantavano le parti di soprano vennero rimpiazzati
la prima volta dai cantori castrati, che pel genere della lor voce
furono chiamati _falsetti_. Più tardi, per nobilitazione e antonomasia
s’indicarono in Italia col nome di _Musici_.
Valse a diffondere allora nella scuola romana la barbara usanza, e
quasi a sancire la tolleranza indegna tanto più perchè ammessa fra le
pietose soglie del tempio, la immonda legge di Paolo IV, che escluse
dai cantori della cappella pontificia tutti gli ammogliati, compreso
il Palestrina medesimo. Fosse il vigor delle voci che si cercasse
sotto all’ipocrito velo della forzata castità; fosse la condizione
meno gravosa dei celibi cantori che alettasse al risparmio gli avari
sacerdoti (perocchè pagavansi al più con uno o due scudi il mese i
coristi, e con tre o quattro i più abili maestri), fatto sta che i
castrati o falsetti concorsero presto a vendicare l’ingiusto sfratto
degli ammogliati.
I primi _falsetti_ intesi alla cappella papale furono quasi tutti
spagnoli; il primo de’ nostri che vi cantava nel 1601 fu un Giovanni
Rossi, l’ultimo di quella prima schiera spagnuola fu un Giovanni de
Sanctos, morto a Roma nel 1625.
La Spagna tanto barbara quanto religiosa, sacrificò facilmente alla
chiesa anche questa nuova specie di martiri; e da que’ costumi, e da
quel governo che pesò per tanti anni sulla nostra patria, derivò la
servile e sozza abitudine inveteratasi nelle provincie napolitane,
della castrazione; per cui parve che fosse privilegio di quel regno il
fornire al mondo quelle vittime della sensualità musicale[34]. Italia
che portava il vanto della musica non potea tenersene priva, e già
verso il 1700, i falsetti cantavano su tutti i suoi teatri e in tutte
le chiese.
Si ricorse alle leggi repressive, si stabilirono anche delle pene e
perfino di morte, contro il crimine della castrazione; ma le usanze
più forti delle leggi, l’avidità e la superstizione inesorate,
addormentarono la vigilanza de’ magistrati, e fecero andare in
dissuetudine anzichè il delitto, la penalità che _contrariava
violentemente_ (come allor si diceva) _i progressi dell’arte_ e
_l’amore del vero e del bello_.
Valeva ogni pretesto a deludere la legge; e in progresso di tempo
divenne esercizio tollerato, e riconosciuto il delitto; vanità e
potenza il suo frutto. Infatti nelle romagne, e specialmente in
Bologna, celebravansi i più abili operatori; e da questa città
invitavansi i chirurgi alle corti straniere acciò le fornissero di
_soprani_[35].
D’altra parte le infelici vittime dedicate alle regie o agli altari,
dalla superstizione, dal piacere e dal lucro, mutando per violenza
natura, assumevano caratteri i più strani, e per meglio dir, le
stranezze di nessun carattere. Fantastici d’umore, puerilmente vani,
capricciosi, insolenti, quegl’esseri malaticci, pel loro ammirabile
talento, e per l’altrui compassione o capriccio diveniano potenti.
Maestri, compositori, dilettanti, principi, donne, li circondavano
d’omaggi, li colmavano di ricchezze e favori.
Dalla storia de’ più celebri _musici_ si potrebbe raccogliere aneddoti
curiosissimi, degradazioni ributtanti, tristi pagine della natura
umana[36].
Ai riguardi di quest’organo vocale così riformato, che si
direbbe meglio di deformata natura, e così nuovamente introdotto
all’interpretazione del linguaggio del canto, s’acquistarono adunque
nuove voci di _soprano_ e di _contralto_; perocchè l’artificio crudele
della mutilazione fissasse il timbro de’ castrati a quella parte della
scala musicale che appartiene alla donna. Nella riuscita all’uno o
all’altro genere, la fittizia voce per altro era sempre soggetta a
tutte le modificazioni del timbro, della sonorità e della eguaglianza,
che possono caratterizzare l’organo naturale di ciascun sesso. V’erano
di belle voci, forti, estese, flessibili; altre ne sortivano aspre,
deboli, sorde.
La operazione con raffinato studio protratta fin presso gli anni
della pubertà, non assicurava di più la riuscita, nè garantiva la
conservazione della purezza d’un organo il più promettente.
Ma l’idolatria del canto non sapea disconfessare l’influenza di cotali
sacrificj, nè staccarsi dall’uso dalla speculativa Grecia trasmesso e
inveterato.
Vedremo in seguito la parte ch’ebbero le voci prodotte da questo
artificio nei destini del canto moderno, e specialmente nel teatrale
italiano.
_Applicazioni del Canto. — Iniziamento artistico._
Procedendo colle osservazioni sul canto della antichità, che in Grecia,
pei nuovi modi tentati al suo perfezionamento, s’introdusse fra le arti
belle ivi tanto onorate, lo vediamo nobilitare estendendosi ad ufficj
più elevati ed alle espressioni più meditate e rigorose.
Spogliossi in parte di quella mollezza propria ai popoli del
mezzogiorno e che traspira tuttora dalle canzoni tutte piene di tuoni
minori, per cui trovasi rassomigliante all’arabo stile il patetico fare
dominante nelle terre d’Iberia e di Magna-Grecia.
Sulla lira la umana voce cominciò in Grecia a trattare gli argomenti
più serj; e dalle nenie, dal vino, e dagli amori, passarono i canti
fino alle rivelazioni della scienza.
Troviamo adunque Aristotile che moralizza cantando intorno alla morte
di Ermia; come Pitagora ridonava la salute cantando.
A mantenere lo spirito di patria e di indipendenza, a celebrare i
martiri e gli eroi, s’adoprano i canti echeggianti specialmente dai
monti, dall’Olimpo, dal Pelio, dalle balze Tessaliche, dal Pindo,
dall’Agrafa, dove aveano prediletta stanza le omeriche muse e dove
tuttora i poveri Klefta, loro discendenti, sciolgono i lamenti e
ingloriano nelle cleftiche canzoni la fedeltà dei padri e il valor che
fu terrore dei Turchi.
Ad estrema onoranza dei loro Re, gli Ateniesi, come insegna
Platone[37], sceglievano una truppa d’uomini e di garzoni, tutti
abbigliati di lunghe vesti bianche, e portanti corone e rami di
cipresso da deporre a profumo sui roghi o da ombreggiare le tombe, i
quali lungo la marcia funebre cantavano versi di lode secondo le virtù
del defunto. Roma poi che adottò specialmente i riti dell’Attica, anche
questo accolse, ed aggiunse il costume dalla Egizia sapienza originato,
che l’_Areta Archimimo_, durante quel coro, imitasse i pregi e i
difetti dell’estinto, a specchio e a lezione de’ posteri.
Per le manifestazioni religiose divenne classico il tetracordo dei
Greci, a cui ricorse dopo tanti secoli anche S. Ambrogio per le riforme
del canto ecclesiastico, già allora diffuso generalmente con forme alla
greca melopea.
Divenne infatti fra i Greci, come era stato fra i Cinesi antichissimi,
che — quante emozioni l’uomo prova nella contemplazione della natura o
nelle sociali relazioni, le virtù che importa insinuargli, i sentimenti
d’amore o di odio che possono germogliargli in cuore, trovavansi
espressi ne’ poetici canti. —
Così fra gli Arabi antichi e gli Abissinj; fra gli Armeni e i popoli
tutti dell’Asia, di cui Grecia raccolse la sapienza, e se ne fece,
dirò così, specchio concentrico e depuratore: chè, da per tutto,
Indi, Cinesi, Egizj, Africani, usato aveano invitare coi più dolci
canti all’amore; cantare esulando e rampicandosi sulla montagna dalle
cui vette vedeasi la patria; e lungo a quelle contrade, la donna
derelitta avea fatto della voce un ululato piangendo l’ingratitudine
e la incostanza; la vergine trascurata avea ripetuto que’ ritornelli
elegiaci di stupenda efficacia gemendo la perdita de’ vezzi suoi,
mentre ogni cosa ad amare si riconcilia; lo scultascio con funereo
strido avea invocata la morte su quella del suo signore; il mandarino
avea insegnato lamentare lo smarrir della luce dal tempio, o
l’invecchiare d’un albero sotto ai cui rami un re popolare s’era
assiso rendendo giustizia; e un coro d’innumerevole popolo avea sempre
echeggiato alle proposte di gioja o di doglianza.
I primi astrologi Asiatici ed Africani, discepoli questi di Atlante,
aveano dato l’esempio di rivelare le maravigliose armonie de’ cieli
col canto. Sappiamo da Virgilio quali altissime cose trattasse in
sulla aurata cetra il crinito Jopa Cartaginese, secondo che gli avea
insegnato il massimo re di Mauritania cui s’attribuiva la potenza
simbolica di sostener cogli omeri il cielo[38].
Figurazione sublime di quella forza che sovviene allo spirito nelle
strette più grandi e quando sembra fuggire lo richiama alla virtù e
all’eroismo. Le storie ne danno poi spiegazione coi fatti: ed ecco il
canto farsi leva al coraggio dei Maccabei tormentati in Antiochia;
degli Ebrei sopra i fiumi e nelle voragini di Babilonia[39]; de’
Profeti sulle rovine di Gerosolima; i trenta Sogdiani tratti a morte
da Alessandro; gl’Iberi crocefissi dai conquistatori, e da Strabone
creduti pazzi perchè cantavano nel supplizio[40], come i martiri della
fede, soleano sfidare i loro carnefici.
Persi ed Indiani più d’ogn’altro popolo, insistevano coi canti attorno
i loro morti per liberarli dal sonno cui non giungono le armoniose
dolcezze. E vediamo ancora ai tempi di Marcellino, nei funeri di
Grumbate, principe reale di Persia, ripetersi le nenie per dieci
giorni col costume patrio del defunto[41]: e dal suaccennato Macrobio,
ministro dell’imperatore Teodosio, sentiamo raccomandare il canto
generalmente usato, e sanzionato da molte religioni, nella persuasione
che le anime ritornino _ad originem dulcedinis musicae_ (_idest ad
Coelum_)[42], le cui porte per nessun altro scongiuro possono aprirsi.
Ignoti e remoti popoli, ricomparsi alla conoscenza degli Europei per
le scoperte di Cristoforo Colombo, e presso i quali si rinvennero
segni non dubbj d’una civiltà antica, quali le tribù dell’_Orenoc_,
manifestarono particolarmente la prerogativa loro nel canto guerresco
e religioso, raffinato ben più che a lingua selvaggia s’addica, e alla
espressione di elevati concetti rivolto.
Come gli Atlantici, gli antichi Galli egualmente dissero _Cantori_, e
coronarono di verde fronda quei savj interpreti della natura e delle
superne cose, che sotto il nome di Bardi veneravano come sacerdoti,
profeti, poeti e musicisti ad un tempo. I Bardi conducevano i
popoli peregrinanti, presiedeano alle nozze, rallietavano i funeri,
infiammavano i guerrieri, imprecavano allo straniero conquistatore
(Cesare). E i Bardi non erano che cantori[43].
Gl’iniziati de’ Druidi e le Sacerdotesse di Herta cantavano rallegrando
le marcie degli antichi Germani, e le voci delle donne e dei soldati
ajutavano l’accordo nelle costruzioni delle opere militari; come più
tardi supplirono a tale ufficio gli strumenti venuti in rinomanza
speciale presso a que’ popoli.
Anche in Persia, attesta Chardin, che per antico costume usansi i
canti ed i suoni nei lavori edificatorj e dove richiedesi l’opera
pronta, concorde e zelante d’una moltitudine di braccia o d’un concorso
d’abitanti. Tuttora fra noi rileviamo l’imagine d’una tal costumanza,
non solo per regolare le marcie e per concertare le masse operaje
di tante nostre industrie; ma nei rozzi canti in cui cercano ancora
la misura e l’accordo gli artieri sudanti nella monotona fatica di
_battipali_.
I cori di un popolo nel folto dei boschi, o nelle aperte alture,
o nelle echeggianti misteriose grotte quali, ci lasciano imaginare
gli aratori di Romolo, i sacerdoti di Numa, o ci descrivono Cesare e
Virgilio, vediam riprodotti nelle spensierate turbe agricole dei nostri
tempi, nelle desolate truppe di schiavi delle colonie, nelle marcie de’
soldati, nelle opere de’ cavatori.
Lo sparuto e melanconico minatore, sepolto nelle più profonde miniere
dell’Ercinia, sulle cui labbra mai si vede spuntare un sorriso,
compresso tanto nel cuore, onde si cercherebbe in lui inutilmente
quella affabilità che distingue i liberi montanari, sempre triste
e taciturno, non depone il conforto della sua pippa che per quello
dell’altra sua prepotente passione, il canto corale.
Dagli argomenti diversi svolti col canto, e dalle differenti caste de’
cantori, assunsero le composizioni relative nomi speciali; quindi le
canzoni bucoliche, le pastorali, le epiolie, o _ymée_ de’ macinatori e
calcatori, le bacchiche o libatorie, linie (_naenia_)[44] o funebri,
epitalamie o di nozze, nunnie o ninna-nanna, _catabaucalesi_ delle
nutrici. Fra i canti sacri (Hymnes) distinguevansi, le jule di Cerere,
le filelie d’Apollo, le upingi di Diana, le erotiche alle deità
dell’amore.
Se i Latini ne abbiano coltivata la scuola, lo sappiamo dai poeti,
dai sacerdoti, dagli imperatori[45], e dal popolo romano vago di
quelle dolcezze; e lo sentiamo tuttora dai galanti Provenzali, dai
patetici Trovatori, dagl’ingegnosi Claustrali, e dal libero Italo
genio che regna nel nuovo soggiorno delle Muse, nella terra deliziosa
specialmente sacrata all’armonia.
_Canto Cristiano — Piano — Fermo — Codificazione rituale — Progresso
libero popolare._
Ma per meglio riconoscere le traccie dell’antico linguaggio è giuoco
forza ricorrere ai luoghi ove più gelosamente se ne conservarono le
tradizioni. La tenacità delle religiose credenze e la immobilità delle
loro dottrine, mantennero più costanti anche le forme e le espressioni;
onde dalle antiche religioni principalmente s’hanno le maniere dei
canti più antichi, portate dai fondatori e conservate dai loro seguaci.
Dall’Egizio antichissimo culto vedemmo più o meno dipendente il ritual
canto degli Ebrei che presso a quelli patirono tant’anni di schiavitù;
e per questo invariato tramite venne ai seguaci del Nazzareno; onde
ben s’appone il Martini dichiarando di origine Giudaica il canto fermo
corale trasmesso dagli Apostoli ai Cristiani.
È ben vero che per nobilitarne meglio la sorgente, il zelante Ignazio
discepolo di Giov. Evang., fatto Vescovo di Antiochia, dichiaratosi
visitatore del Cielo per esservi stato ratto in ispirito, attestò dei
costumi de’ superni canti in cui gli Angeli scioglievano le lodi alla
Triade a modo di coro per proposte e risposte, onde ordinò poi che
nella sua Chiesa gli Inni e i Salmi si cantassero a Cori; e lo imitò
il compagno suo Policarpo cui era affidata la Chiesa di Smirne; ed i
primi scrittori cristiani diffusero la prodigiosa rivelazione d’Ignazio
per modo, che, come narra Simeone Metafraste, il costume di que’
cori fu preso subito in alcune chiese particolari, e quasi da tutta
l’universale.
La cristiana Chiesa stette vasta ed immobile. Senonchè appresso a
lei, il Romano imperio, che s’era esteso e in Egitto e in Grecia e in
Giudea, stava e nella Orientale e nella Latina.
Come Alessandro Severo figliuolo di Mamea teneva fra gli altri suoi
idoli l’imagine del Cristo, senza sentirne il ribrezzo, per cui i primi
imperatori rifuggivano a quei nome e lo perseguitavano con divieti e
supplizj; così la primitiva Chiesa cristiana abituandosi anch’essa a
tante forme pagane, che non contrastavano colla sua essenza ed anzi
rispondevano meglio alla sua comprensione e al suo decoro, andava
accettando le figure e le pratiche che legavano con transazione
opportuna i differenti costumi e servivano al suo consolidamento.
Per questo modo troviamo nelle prime comunità l’enfansi apollineo
delle eleusine e de’ baccanali attorno le sacre mense e le funebri
agapi; e nel mezzo delle adunanze cristiane vediamo le nobili donzelle
e i cavalieri romani introdurre i loro canti fra i religiosi misteri,
accompagnando i versetti evangelici o idealizzando le superne visioni.
Subito dopo il Cristo, il suo colto e simpatico amico Giovanni di
Zebedeo, messo in olio da Domiziano, insegnò ai martiri della fede
a cantar fra i supplizj, e bandito a Patmos, confortare col canto
l’esiglio.
La figura della illustre Cecilia romana basta a significare la presenza
del canto nella chiesa del terzo secolo (225).
Nel quarto, Silvestro, figlio di Ruffino, divenuto Papa (313),
vagheggiando le vestigia dell’arte greca in Italia, raduna i migliori
cantori nel proprio palagio di Laterano che trasforma in tempio di
questo nome, e scuola di melodie.
Nel 330, papa Damaso, d’origine spagnolo[46], basato sulla rivelazione
suddetta di sant’Ignazio, decretò che i Salmi di David si cantassero a
cori disgiunti, dicendo un verso per coro, come usavasi appunto nelle
chiese orientali, rendendola legge universale confermata al Concilio di
Aquileja.
Quindi intorno l’anno 400, un altro nobile romano, il proconsolo
Ambrogio, mutata veste, ed eletto alla sedia pontificale di Milano,
riformò i canti ecclesiastici, e nuovi inni ed antifone e responsorj
di sua invenzione introdusse; e col genio poetico, assieme all’illustre
Agostino, in occasion che questi prendeva il battesimo, compose il bel
cantico, _Te Dio lodiamo_, che inalterato nelle sue note semplici e
solenni la Chiesa conserva[47].
Avremo a discorrere in seguito, trattando dei metodisti, dell’ecletismo
con cui Santo Ambrogio, scegliendo fra le melodie conosciute verso la
metà del 4.º secolo quelle che appartenevano ai modi _meno complicati_
della musica greca, vi pose sotto le parole latine improntate dallo
spirito cristiano.
Questa facile operazione, che sarà stata tentata anche prima di lui,
come dopo fu sovente rinnovata, ebbe pieno successo. Il popolo apprese
così a conoscere i principj della nuova fede cantando inni pietosi
sopra semplici arie che già gli erano famigliari; come s’era assuefatto
a riguardare quali regie della Divinità novella quelle Basiliche
romane, o Corti, dove la giustizia del vecchio mondo aveva resi li
suoi oracoli, nelle quali si raccoglievano ad accentuare le ambrosiane
innodie, che erano veramente un _canto piano_.
Quest’inni in verso ritmico, già derivanti, come l’afferma
Sant’Agostino, dai costumi delle chiese orientali[48], furono peraltro
bentosto alterati e nella melodia e nelle parole.
Influì l’azione dissolvente dei Barbari che invasero l’impero romano,
perchè il popolo perdesse il senso della prosodia latina, e non
sapesse più riconoscere nè i limiti nè il carattere rispettivo delle
quattro scale tonali scelte da Ambrogio. Nel sesto secolo i fedeli
non s’intendevano più sul valore metrico delle parole e sulla natura
degl’inni che cantavano nelle chiese.
Fu per riparare a sì gran disordine, che il papa San Gregorio fece
nuovamente raccogliere le migliori melodie greche, e quelle che erano
state composte dappoi da illustri personaggi, quali, Paolino, Licenzio,
e molti altri: aggiunse quattro nuove scale ai quattro modi primitivi
ritenuti da Ambrogio, affinchè i cantori avessero una più vasta serie
di suoni a percorrere, nè fossero tentati di sorpassare i limiti di
ciascuna tonalità.
Tale compilazione, chiamata anche _Centone_, siccome una riunione
di frammenti melodici, è più conosciuta sotto il nome di _Canto
Gregoriano_, in onore del glorioso pontefice che ne concepì l’idea e la
fece eseguire.
Così Gregorio Magno a Roma, nel 600, continuò la semplificazione della
musica greca, le cui tonalità numerose e complicate, simili ai dialetti
ingegnosi e delicati che variavano la lingua generale di quella nazione
predestinata, non erano accessibili all’orecchia ormai semibarbara del
popolo d’Occidente.
Il cristianesimo operò per la musica come per le verità di un ordine
superiore: si mise alla portata dei semplici di spirito, presentossi
ai poveri ed agli ignoranti, obbedì all’istinto supremo del popolo
che semplifica tutto che tocca, e col sentimento ringiovanì la scienza
impotente dei dotti e dei grandi.
Ambrogio, vicino ancora alla civilizzazione romana, dispose sopra
melodie d’origine orientali e famigliari al popolo versi latini: e
dopo 200 anni, divenuto quasi barbaro dialetto la lingua di Virgilio
e d’Orazio, Gregorio sopra una nuova raccolta di quelle melodie
adattò parole ancora più semplici e piane, sprovviste di ritmo. Per
questo il suo _Antifonario_ è detto _canto fermo_; melopea solenne
che procede lentamente non impiegando che parole e suoni d’un eguale
valore; egregiamente definita da San Bernardo: _Musica plana, qua est,
notularum sub una et aequali mensura simplex et uniformis pronuntiatio,
sine incremento et decremento prolationis_.
Gregorio dunque nella sua codificazione musicale, imitò Ambrogio,
temperando il canto a poche, brevi, e semplici note.
Benedetto di Norcia, che imitando gli eremiti di Oriente, fondò in
Occidente il monachismo, e v’impresse la sua forma caratteristica,
conservando e rinovando quanto potea dirsi civile in quei barbarici
tempi da Montecassino nel 529, segnava ai suoi primi monaci lavoratori,
i rituali dei canto, che modellati poscia alle Gregoriane riforme,
vennero diffusi dai Benedettini nelle primitive abbazie di Nonantola,
Bobbio, Tours, Novalesa, San Gallo, Cluny, Corbia, Fulda, e tant’altre;
e colle lettere e le arti, anche i monacali canti furono portati a
semente di civiltà, da Patrizio in Irlanda, da Agostino in Inghilterra,
da Vilfrido nella Frisia, da Colombano e Bonifacio nell’Elvezia e in
Alemagna[49].
Oltre a questo primitivo esercito del papato, tipo di tutte le
posteriori associazioni religiose, ciascun missionario che partiva
da Roma, alla conversione dei barbari, portava con lui un esemplare
di quei canti consacrati e venerabili che propagava colla parola
dell’Evangelio.
Ma sottoposti a interpretazioni così diverse, e trasmessi con segni
confusi e una _notazione_ molto imperfetta, non tardarono anche questi
a corrompersi. Alla fine del 7.º secolo i cantori novellamente non
s’intesero più sul numero de’ tuoni, sul carattere alle diverse scale
rispettivo.
Ogni paese interpretava in maniera speciale il canto ecclesiastico così
fluttuante ne’ tuoni e indeciso nelle forme. Esecutori ignoranti, dalla
voce rauca e barbara sopracaricavano quelle melodie secolari delle loro
ridicole improvvisazioni. Alterati i tuoni, troncate le parole, le
note cadenti con certi lazzi d’una grossolana vocalizzazione, talchè
l’orribile cacofonia, disse un autor di que’ tempi, rassomigliava al
nitrir di cavallo — _hinnitus equinus_. — E infatti si giunse poi a
trasformare il sacro coro in stallaggio o fiera dell’Asino[50].
La Francia specialmente porse incredibili esempj di tal confusione nel
linguaggio de’ canti; nè valse l’autorità ecclesiastica a frenarli, per
quella guisa che la sua tutela non rattenne le rivolte della eresia.
Volevansi i genj delle ispirazioni come quelli del libero arbitrio.
Peraltro anche quel disordine era fecondo: elaboravasi in esso sotto
l’azione della sbrigliata fantasia gli elementi della musica futura.
Si esercitarono intorno ad esso gli sforzi d’uomini dotti che si
studiarono di richiamare le antiche severe note e renderle accette
col rivestirle d’armonici tentativi, come fece Ubaldo di Sant’Amando;
finchè si venne ai successi di Guido, di Dufay, di Glareanus; alle
perfezioni di Palestrina.
La Chiesa infatti, rispetto alla musica, fece quello realmente che per
tutte le arti belle ha operato, e che consuona a que’ intendimenti che
costituiscono l’oggetto del suo culto esteriore, che con le meraviglie
dell’arte e con la pompa delle cerimonie fa impressione sui sensi
per modo da dilettarli e condurli appropriatamente alla più facile e
spontanea elevazione della mente, alla divinità.
Onde la storia ci appalesa com’ella non rifiutasse i veri e sani
progressi e dell’arti e della musica; e se la immobilità de’ suoi
principj non permettevano di tramutare interamente le espressioni e i
costumi, di abbandonare o lasciare in dimenticanza le prime pratiche
per assumerne di nuove affatto o diversificate essenzialmente,
lasciò peraltro sussistere quanto non potea nuocerle nella sua
vita, ed anzi le recava più forza e splendor maggiore. Per quella
guisa che l’antica quercia non disdegna le fronde giovani e vaghe
che attorno il suo tronco si rinnovellano, non vietò la Chiesa che
accanto alle nude pareti, alle anguste cripte, alle rozze imagini,
le arti colle loro ispirazioni levassero basiliche insigni, aurei
mosaici, dipinture eleganti; e senza ledere l’immobilità di suo
linguaggio, anche le originarie sue cantilene rimanessero alternate
dalle espressioni più vive d’affetto, più colorite di passione; onde
accolse gl’inni Ambrosiani semplici ed ispirati — le lodi sobrie e
pietose di San Tommaso (autore del _Lauda Sion_), dette i muggiti del
Bue d’Acquino[51] — le gravi e meste notazioni del Celano (sul _Dies
irae_) e de’ seguaci suoi Francescani; tollerò perfino ed a lungo, le
arie amorose de’ Trovatori sposate alle religiose parole[52] — quindi
accettò quasi a purificamento e ad onore le cantiche magistrali di
Palestrina e d’Allegri — gl’intralciamenti armoniosi del Bai e del
Janacconi — e infine, la sentimentale _Preghiera del Mosè_ e il lamento
magnifico dello _Stabat_ di Rossini.
Conchiudasi adunque del canto chiesastico, il quale fu prima origine
e conservativo tempio egli stesso del culto universale esteso poi a
tante altre espressioni della umana vita, conchiudasi, che, mentre a
lui non ripugna quello splendore e quell’abbellimento che viene dal
progresso della civiltà e della scienza, dev’esso specialmente, quasi
coll’immutabile natura dei dogmi che nel mistico suo linguaggio rivela,
serbare il fondamento dell’aulica sua scuola; e nel carattere suo
tradizionale e sublime, mostrar più fedelmente d’ogni altro genere di
musica vocale, che _le regioni del vero canto sono superiori a quelle
dell’armonia_.
_Invenzione spontanea — Arte — Filosofia._
Di tal linguaggio in genere, dicemmo che, il canto naturale varia
presso ad ogni popolo, per le influenze de’ caratteri differenti o
dei climi: e ne consegue necessariamente che anche il canto musicale
risentir debba di que’ moventi precipui delle manifestazioni negli
esseri più o meno sensibili o inerti, e negli organi più o meno molli o
robusti.
La convenzione delle lingue subiva gli effetti di queste leggi; e non
è a maravigliare se, il canto di cui fu fatta un’arte tanto tempo dopo
trovati gl’idiomi, e delle parole dei quali si valse anche per le sue
espressioni, dovea sortire maggiore o minor forza o dolcezza, e dovea
rendere piana o scabrosa, costante o interrotta la diversa armonia.
Nè attribuir si potrebbe virtù migliore, o appuntar difetto a questo
o a quel canto, se niuna lingua naturale ad un popolo soggiace a una
critica seria.
Che importa dunque disputare se il canto che risuona sulle nordiche
scogliere, torni strano o gradito alle figlie del sole; se quello è
il linguaggio che esprime gli affetti di que’ forti abitatori, dove i
molli accenti di queste innamorate non sarebbero intesi?...
E a che pretendere d’introdurre fra i danzanti nell’allegria della
vita, i melanconici modi di chi stenta il calore, e non è fatto per la
gajezza?...
Bello è fra questi il mesto canto e il suo mistero; tale è il loro
linguaggio: bello altrove il canto aperto e ispirato. Così al vegliardo
dà pregio maggior la canizie, come il giovane brilla di sua follia.
Che se pur alcuni spirti più lenti, e a cui mancano le voci o la
ispirazione, raddoppiano d’artificio per farsi compresi, e col calcolo
che a loro s’addice, rendono fra di loro più espressivo e gradito
il proprio linguaggio del canto, ben fanno perchè agiscono secondo
natura: ma irragionevolmente s’adopra chi nella abbondanza dei modi,
nell’eloquenza delle espressioni, nella vivacità del suo istinto, per
non parlar la sua lingua, per evirare il suo canto, si rende fra suoi
ed agli altri incompreso.
Or ecco ch’io venni a mostrare che ridotto anche ad arte, e inteso con
un solo nome questo modo eletto e comune di espressione degli umani
affetti, pure, a confonderlo e volerlo tradurre ad unica universale
intelligenza, sforzarsi non vale.
Ogni terra ha il suo fiore, che potrà sembrar bello e divenir noto
dovunque, ma non potrà farsi comune.
Il vero bello dovrà esser tale presso ognun che il comprenda, e in
ogni luogo dove la corruzione non sottentri; ma farlo esclusivo, egli è
attentare al genio speciale d’ogni Nazione.
Divenuto adunque un’arte il canto musicale ogni popolo incivilito ne
accolse comuni le leggi; mentre nella sua essenza e per quanto traeva
dal naturale, non potea per qualunque individuo e per tutte le nazioni
uniformarsi. — Scambiaronsi le forme ed una addivenne l’apparenza;
rimase il carattere primo, l’incancellabile impronta che per quanto
velata, manifesta pur sempre le demarcazioni volute dall’armoniosa
varietà dell’universo.
L’arte del canto — musica vocale — fu definita da Rousseau: la maniera
di condurre la melodia in ogni sorte di composizione musicale. Ciò
vuol dire, per tale condotta potersi meglio esprimere i canti, che
quest’arte peraltro non ha potenza a creare.
Soggiunge infatti che, i canti graditi s’insinuano subito, e si
scolpiscono facilmente nella memoria, — virtù che nel canto costituisce
la bontà vera — e alla quale ben pochi compositori riescono.
Presso ad ogni nazione v’hanno delle cantilene nelle quali la maggior
parte dei compositori ricadono costantemente. — Inventare canti nuovi
non appartiene che all’uomo di genio; trovare bei canti spetta all’uomo
di gusto.
E ragionando dimostra che dov’è più dolce la sorgente del canto,
naturale linguaggio, il genio raro della invenzione più facilmente vi
alieggia. Primato dell’italo canto.
Son pittoresche le balze Scozzesi, e vi risuonano pure canti originali;
ma duri e sconnessi, che tengono agli strilli dei rostrati abitatori di
quelle roccie[53].
Splendono lussureggianti le rive dell’Eufrate e del Bosforo, ed
echeggiano suoni del linguaggio universale; ma precipitosi ed ardenti,
che sembrano ripetere il crepito delle fiamme, il tumulto delle
tempeste.
Lunghesso le nobili contrade Alemanne spira un’aria di serietà e di
fatica; e il linguaggio canoro che accompagna la meditazione e il
lavoro, sorte grave, monotono e meditato.
Ma le passioni non si esprimono per sistemi; nè bastano la melanconia
uniforme e la vorticosa allegrezza alla rivelazione dei sentimenti
molteplici e svariatissimi che agitano la umana natura. Nella
comprensione più vasta, nella espressione più generale, stà la potenza
del genio. E dove la natura lascia meno esclusive e marcate le impronte
de’ suoi caratteri, dove temperatamente partecipa l’azione d’ogni suo
movimento, alle fisiche varietà corrispondono i versatili ingegni,
d’ond’escono le espressioni meno esagerate e più varie; e fra queste,
ecco il canto il più fedele, il più vago e naturale. Non è l’abitudine
o il caso, ma tali condizioni che precipuamente danno il primato agli
italiani.
Lo studio ed il calcolo potranno imitare quelle espressioni, ma sempre
alla distanza che stà fra la natura e l’artificio, e queste così
combinate non saranno mai come quelle, facili, grate, spontanee.
E a buon dritto un tale studio potrà vantarsi filosofico; mentre, se
non è un semplice convenzionalismo, è un errore il dire la _filosofia
del canto_, la _filosofia della musica_, la _filosofia dell’arte_; chè
il canto e la musica, come la bellezza, sono giudicate dai sensi, coi
quali spettano le impressioni e gli effetti, nè con essi ha che fare la
filosofia.
Forse anco quale mistico simbolo da alcuni pensatori profondi sarà
stata impiegata tale espressione, come Giuseppe Mazzini nelle sociali
sue speculazioni, indicò: la _melodia_ rappresentare la individualità
— l’_armonia_, il pensiero sociale[54]. Ma s’inganna chi tiene alla
sapienza per le bellezze del canto; ed inganna chi a quelle ricerche
volesse attribuire l’effetto il più gradito.
La bellezza appaga e non sorprende; e il magistero della bellezza stà
nella natura:
Il bello, come il vero, è universale.
Il bello e il vero canto è da tutti compreso, e tale espressione è il
retaggio di natura: non è il canto del genio, ma il genio del canto.
_Prima Riforma in Gallia e Germania. — Immutabilità caratteristica. —
Scuole conservative._
Il ritmo moderno o acquisito che sostituì quello antico o instintivo,
è oggetto di scienza; e le sue combinazioni sono trovati della ragione:
ma la ragione e la scienza sono ben’altro che il sentimento; e il primo
linguaggio è l’espressione di questo, mentrecchè gli effetti del ritmo,
come quelli della sonorità, sono gli elementi più grossolani della
lingua musicale[55].
Così dicasi della ricercatezza e delle difficoltà di questa magica
favella, che più pronta e meglio commuove, quanto è più semplice e
naturale.
Fu detto infatti di un sovrano esecutore di note, che infiora di mille
artificj le armonie affidate alle corde del clavicembalo, colui che
distilla dalle dita di acciajo il fluido nervoso, come la pila del
Volta diffonde l’elettrico, che trasporta ammagliati ne’ suoi turbini
gli uditori, e li affoga in un diluvio di difficoltà incomparabilmente
superate, fu detto, che abbaglia, stordisce, inebbria, e scuote e
sorprende, e mai non scende a toccar l’animo; solleva buffere e fughe
infernali; suda e batte da disperato, e fà gemere il suo istrumento
che cinge coi ginocchi e colle braccia... ed egli non può cavare una di
quelle semplici voci che vi innondano di lagrime e che sfuggono dalla
bocca d’un fanciullo!...[56].
Grande lezione! che vediamo ripetersi nel vigoroso, rapido, nitido
macchinismo che fa scatturire armoniosi torrenti dall’arco prodigioso
di Sivori.
Sommi artisti, i virtuosi e sedicenti filosofi della musica!.... che
per legge estremale confinano coi mostruosi o coi cerretani.
Eccesso d’arte che vuol tradurre in accordi la parola; abuso d’arte
che pretende mutare in una scienza astratta la espression naturale del
sentimento.
Quando i canti spontanei dei popoli rivolti alle lodi e glorificazioni
della Divinità pervennero ad echeggiare nei templi, l’arte musicale,
nata in quelle aure maestose e tranquille, benchè fosse ancora
fanciulla, intese subito a riformarli, e rivestirli dirò così d’una
veste splendida tanto più, quanto a più elevate espressioni que’ canti
si riferivano.
Non per questo fu tradita la verità del concetto; che, se era stato
alterato il ritmo, quando alla metrica poesia cui era stata applicata
la originaria musica greca aveasi dovuto sostituire la prosa de’ libri
sacri o qualche duro verso de’ preti latini, non s’era smarrita ancora
la primitiva purezza.
Anche dopo le riforme Ambrosiane e Gregoriane, che nel canto-fermo
aveano quasi tolte interamente la misura e le cadenze, troviamo pure
preferito il modo Romano a qualunque altro resto più antico, come
quello che pur progredendo conservava _la bellezza del carattere e la
varietà degli affetti_.
Leggesi nella vita di Carlomagno, che celebrando questo piissimo Re
in Roma la Pasqua, fu presente ad una contesa fra i Romani cantori e
i Gallici di suo seguito, sul modo migliore del loro canto. — Galli
propter securitatem Dom.i Regis Caroli valde exprobrabant cantoribus
romanis, Romani vero propter auctoritatem magnae dotrinae eos stultos,
rusticos et indoctos velut bruta animalia affirmabant, et doctrinam
S. Gregorii praeferebant rusticitati eorum. — Chiese allora Re Carlo
ai suoi, se stimassero miglior acqua e più pura quella derivante dalla
viva sorgente o quella dei rivi che lungi dalla fonte correvano.
Tutti a una voce si pronunziarono per la prima, come veniente da capo
ed origine non corrotta. Rivolgiamoci dunque, conchiuse Carlo, alla
fonte di S. Gregorio, il di cui canto evidentemente voi avete corrotto.
E allora richiese a papa Adriano cantori della sua chiesa per
correggere il canto francese; ed ebbe i due valentissimi Teodoro e
Benedetto istruiti già da Gregorio medesimo, i quali condusse seco e
li inviò uno a Metz, l’altro a Soissons, ordinando a tutti i maestri di
canto delle città di Francia di dare loro a correggere gli Antifonarj e
d’imparare da que’ Romani a cantare.
Egli medesimo iniziandosi anche nei primi erudimenti delle lettere,
perocchè quel grande fosse analfabeta, si esercitò nel modo prescelto
di canto; onde il suo notaro Eginardo ebbe a scrivere: «Carlo emendò
la disciplina del leggere e del salmeggiare, e se ne fece erudito egli
stesso, benchè non leggesse in pubblico, nè cantasse se non sommesso e
in comune.»
Così furono riformati anche in Francia i canti ecclesiastici benchè a
malincuore de’ cantori francesi. E per questo fatto rimase nella città
di Metz la principale scuola di canto; e quanto il magistero romano
superava il Metense nell’arte del cantare, tanto il canto di Metz
sorpassava quello di tutte le altre galliche scuole[57].
Il gran Carlo, apprezzando il genio di quella celebre nazione alla
quale non si poterono mai rapire i resti della sua antica grandezza
ed il prodigioso suo gusto nelle belle Arti, coi cantori ed artisti
menò seco in Francia maestri di grammatica e calcolo e compositori fra
quali Pietro da Pisa, da non confondersi con altro _Pietro_ detto _il
Cantore_ che fu poi dottore all’università e maestro alla cappella di
Parigi, e morì abbate a Long-Pont nel 1197.
Anche quel prete Giorgio che si fà uscito dalla isola di questo nome di
Venezia nell’anno 826, recossi a Carlo in Ingelheim, ove gli fabbricò
il primo Organo _more graecorum_.
Credesi che da quell’isola procedesse anche il famoso frate Guittone
Aretino che prese stanza nel cenobio vicino della _Pomposa_. Certo è
che le cronache del monastero di S. Giorgio in _Alga_ fan fede di un
_monaco valente nel canto e nell’arte musicale_, esistente nel 790; e
le cui dottrine per l’esteso tramite delle fraterie s’erano anche in
Francia inoltrate.
A ragione il grand’uomo riconobbe in quegli antichi antifonarj, ossia
nelle intonazioni de’ Salmi[58], la bellezza melodica e veramente
religiosa che tuttora s’apprezza e si porge ancora allo studio de’
compositori moderni; come gli antichi organisti armonizzarono su
quelle antifone, ed i grandi maestri trovarono i canti soavi da quelle
proposte, meglio che dagli stessi inni, ne’ quali alla purezza del
canto religioso si mescola il fare delle cantilene a ritmo marcato.
Fu nel medio evo che il canto ecclesiastico assunse nuove forme, per
opera de’ nuovi compositori di professione che si arrabattarono a
distruggere coi meditati ritmi le piane cadenze delle antiche salmodie,
e legare i liberi slanci del linguaggio del popolo, che a seconda de’
moti interni espandeasi favellando all’eterno.
Intesero forse anche di escludere da queste sublimi conversazioni
quelle cantilene d’uso comune impiegate a manifestare strane voglie,
amori profani.
Ma se patirono i popoli la corruzione del loro canto religioso per la
potenza e virtù sacerdotale, non imitarono la licenziosa norma nella
espressione delle variate emozioni della vita; non adottarono la
convenzione in luogo della verità, nè mutarono la volgare lor lingua.
Quel nuovo canto da chiesa voluto da Carlo fu trovato peraltro allora
dal popolo troppo monotono e troppo sapiente; ed egli tornò alle sue
frasi native e volgari.
Inventò nuovi canti, e da sè, e da suo modo arricchì la sua lingua;
marcando egli così col suo tatto squisito, e fin da questo, una
separazione dalle cose superne a quelle sue della vita.
Non cangiò dunque in que’ tempi per le altrui innovazioni il naturale
linguaggio, ma dilatossi e si accrebbe.
Le regionali influenze agirono sempre sullo sviluppo di questa lingua,
e v’impressero le tinte più o meno variate e caratteristiche. — Ma
presso tutte le nazioni del mondo s’incontrano quelle poesie e melodie
naturali, figlie dell’istinto e del sentimento, forme incomplete se
vuolsi, ma vivaci per la ispirazione che le ha fatte nascere, e che le
rende care al popolo di cui esprimono le passioni. Infatti le conserva
religiosamente nella memoria; le generazioni se le trasmettono come
altrettante cronache di famiglia; e noi le vediamo perpetuarsi traverso
i secoli più luminosi di civiltà come un’eco lontano della tradizion
nazionale.
A queste sorgenti primitive, in questi varj preludj del sentimento,
l’arte dei dotti è spesso obbligata ricorrere, per rinnovar le sue
forze spossate dal troppo raffinamento.
E sotto alla trama sapiente del bel latino di Tito Livio, si sente
palpitare ancora le vecchie canzoni del Lazio, che lo storico
trasformandole vi ha raccolte.
Non appena la lingua volgare balbettate avea le prime sue voci, che
s’alleò alla musica.
Francon di Cologna, teologo di Liegi, verso il 1055, nel suo Trattato
— _Ars cantus mensurabilis_ — ci ha conservati frammenti di canzoni in
lingua romana del decimo secolo. Nel seguente, quelle canzoni divennero
più numerose; ma nei secoli duodecimo e tredicesimo, in seguito al
movimento che trasse i popoli alle crociate, quelle si moltiplicarono e
si sparsero per tutta l’Europa.
Le si cantano in Alemagna, in Italia, in Inghilterra, alle corti de’
principi, nella officina dell’artigiano, nella capanna del povero.
Essi divengono l’oggetto di ricreamento e della attenzion generale.
Così popolarizzava la Musa Scandinava del IX secolo; e la tradizione
portò sul labbro della bionda fanciulla i fieri accenti normanni, il
_canto di morte_ emesso da Lodbrok quando fu vinto dal sassone Ella;
Lodbrok, che _avea mandato ad Odino l’intero popolo dell’Eltinghia_.
Fulberto canonico della cattedrale di Parigi, intorno al 1100, canta
spensieratamente cogli amici e colla bella nipote Eloisa le canzoni
che Pietro Abelardo filosofo e maestro compone, traducendo gli amori
suoi colla infiammata allieva: e per quelle galeotte e delatrici
canzoni, lo sventurato Abelardo è costretto a trasportare la scuola in
un chiostro, e a sperimentare per la vendetta di Fulberto gli effetti
della evirazione sulla voce, con cui il povero eunuco, nuovo Origéne,
trasse a cantare fra i monaci di Saint-Denis; mentre Eloisa, invasa
sempre di quell’amore che la rese tanto famosa, volgea le canzoni del
fatale maestro e dello sposo perduto, in meste salmodie nell’Abazia
d’Argenteuil[59].
Narra il celebre padre e maestro Sebastiano Fantoni-Castrucci, che
nel 1150 (anno della morte di Bertrando II conte di Forcalquier),
incominciarono a rendersi celebri i poeti provenzali, nominati allora
Troubadori, o Trobadori, perchè, diss’egli, al suono d’un istrumento
che in Provenza chiamavasi _tromba_ cantavano le loro Rime.
Nostradamo inserisce nella sua Istoria un indice copioso di detti
poeti; tra i quali annovera l’imperatore Federico detto Barbarossa,
alto sovrano di Avignone e riferisce questo suo componimento in lingua
e rima provenzale di quel tempo.
Plas mi Cavalier Frances
E la Donna Catalana,
E l’ourar del Ginoes
E la Cour de Kastellana.
Lou cantar Provençalez
E la dansa Trinuysana,
E lou corps Aragones
E la perla Julliana,
Las mans, et cara d’Anglez
E la Donzel de Thuscana.
Un altro storico di Provenza, del 1600, scrisse che Francesco Petrarca
apprese il verseggiare in rima dai provenzali, e che questi furono gli
inventori di tal modo di poetare per canto.
Ma soggiunge il Fantoni-Castrucci: «scusisi in esso l’affetto della
nazione, che talora fà travedere: il vero è, che l’uso delle rime fu
antichissimo e comune ai Greci ed ai Romani, tra quali il volgo non
con altre misure regolava i suoi versi che con la desinenza delle
voci di simil suono. Questo modo appresso perdutosi, rinacque prima
nella Sicilia alcuni secoli avanti al Petrarca, e di là si propagò
nell’Italia (ove precorsero nel rimare al Petrarca, Dante Alighieri,
il B. Jacopone da Todi, ed altri) e più oltre; con la qual voce più
oltre può intendersi indicata la Provenza, che fu in vero delle prime
provincie ove dopo la Sicilia, si poetasse in Rima! Ne testimonia il
medemo Petrarca. Dalla Provenza sì, che si stese nella Francia, ma
non prima del regno del re Lodovico VIII, soprannominato Leone, per
testimonio di Genebrardo (In _Chron._ _ad ann. Christi_ 1227)»[60].
Ma con rispetto al precitato storico mio illustre antenato, non è
proprio dalla tromba, nè dal trombazzare rimate parole d’amore, da gran
tempo usate negli _epitalami_, o di lamento già note alle _praefiche_,
che acquistarono voga i canti dei Siculi, degl’Itali, dei Catalani,
e dei Provenzali, nella età di mezzo, e che del romantico nome furon
distinti.
In quanto all’Italia, la lirica provenzale quivi insinuatasi fra
il XII e il XIII secolo, non venia a formare che una scuola di
servili imitatori, attirati dalla curiosità e dalla vaghezza dei
modi forastieri; mentre l’antica scuola dei poeti d’amore, nostra,
originale, perfetta, non avea a che fare con quelle stranezze. E fu
anzi chi attribuì il nascimento della poesia volgare italiana a Guido
Guinicelli bolognese, prima che i trombatori provenzali recassero
i saggi della scorretta lor moda, di cui si farebbe autore, per
antichità, Ciullo d’Alcamo[61].
Che se pure lo si volesse original trovatore, dovrebbesi ristringere
l’invenzione sua a quella forma pur schietta e popolare dei
_Cantastorie_, classificata fra i _Contrasti_ e _Parti_, come la famosa
_Tenzone_ di quell’autore, specie di dialogo e di rissa, ma che Dante
registrava fra le poesie non letterarie e non culte.
D’altronde le antiche Contee di Provenza e di Nizza non erano che
le rispettive estreme porte dell’Italia e della Francia dalla parte
dell’Alpi marittime; e non è da maravigliare se sulle soglie d’Italia
si riscontra più facile il verso, più spontanea la cantilena. Sarebbe
il caso, che da questi confini toglieva la Francia i suoi trovatori
nell’età di mezzo, come più tardi dalla estremità meridionale
d’Italia e particolarmente dalle Calabrie, i cantori e cittaristi
avventurieri si sparsero per tutto il mondo. Ed in oggi ancora non
è finita l’usanza: che si sà quale tratta di giovanetti si fosse
organizzata, perchè a flagello di quelle terre, e a trastullo di altre,
trascinassero la vita e le cantilene per le più splendide contrade di
Europa e d’America; non più ad onore, ma a disdoro della nazione del
canto, e ad oltraggio della umanità[62]. Ora fortunatamente le leggi
interdicono il barbaro commercio, e la Nazione impiega i suoi figli a’
più nobili ufficj.
Restano però le tradizioni delle antiche piacevoli canzoni Nizzarde e
Napolitane, quelle che si risentono appunto della vicinanza francese,
queste non esenti purtroppo dalla mistura spagnola.
Dalla Sicilia in vece, abbiamo i canti più vaghi e distinti, e nello
stesso tempo varj così, che un recente raccoglitore d’in sul luogo, e
illustratore accurato, Giuseppe Pitrè piacque dividere in nove specie
principali; fra quali: le _Ninna-nanne_ (_Niuni_ o _Canzuni di la
naca_) curiose quasi tutte per nativa semplicità; per le invocazioni
o raccomandazioni che racchiudono; per la strana concatenazione di
pensieri e di affetti, che si direbbe spesso governata sol dalla rima;
come sa chi ricorda queste arie della culla apportatrici di quieto
sonno ai fanciulli. I _Canti fanciulleschi_. Le _Orazioni_ o Rorarj,
colle più strane domande; per esempio, a santa Vettovaglia per la
pronta uscita del feto alle partorienti; a san Pantaleone per vincita
al lotto, e san Vito per difesa dai cani mordenti, a san Nicolò per
collocamento di figlie povere, a santa Barbara e Simon per lo scampo
dalle saette, alla Trinità per _far occhi di vetro e man di cera
ai ladri_. S’aggiungono le _Nenie_, per cui furon celebri anche le
_praefiche_ di Calimera (Lecce); vanto speciale del lugubre cantastorie
di Martano. Le _Leggende_, come quella di _Monsù Bonello_ del 1399,
il _Monsignore_, cantastoria bizantina. I _Contrasti_ suddetti; i
_Satiri_; le canzoni _Murali_, e i _Motetti del palio_, singolar foggia
da modulare in tempo di gare e corse di cavalli[63].
Nè ci mancano raccolte degli antichi canti popolari del Napolitano,
a cura anche dell’Imbriani; i canti Calabresi, Leccesi, Abbruzzesi;
quelli della Calabria citeriore, riportati dal De Simone; i canti
Savesi o del Tarentino raccolti dallo Schifone; quelli Toscani, dal
Tigri e dal Tommaseo, il quale v’unì anche i Côrsi ed Illirici;
i Monferrini dal dott. Ferraro; i Chiozzotti, per Dal Medico; i
Veneziani, studiati da tanti.
Quelle nenie d’amore, quelle romanze che cantavano i trovatori,
i _minnesinger_, e le belle nei dolci lor’ozj, erano l’opera di
due specie d’autori. Il popolo, i poeti, gli amanti inventavano la
melodia e le parole; e siccome essi ignoravano la musica, recavansi
da un musicante di professione per far tradurre in note le loro
ispirazioni. I primi chiamavansi, e giustamente, i trovatori
(_trobadori-trouvères_); i secondi, armonizzatori (_déchanteurs_).
Questa separazione della ispirazione e della scienza musicale è un
fatto caratteristico del medio evo e di tutte le epoche di transizione.
Questo mostra la indipendenza del canto naturale ed espressivo, dalle
convenzioni d’arte: la differenza che passa dalla manifestazion de’
concetti, alla infioratura delle frasi.
La profana musica così combinata, e che in sostanza non cessava
d’essere la espressione dei sentimenti della vita, di cui ella
pingeva il movimento colla varietà e la vivezza, avea acquistata una
tale preponderanza alla fine del secolo decimoterzo, che irruppe fin
entro alle soglie del tempio. I contrapuntisti che s’affaticavano a
combinare gli accordi sul fondo monotono degli otto tuoni del canto
piano, vedendosi trascurati dal popolo che preferiva alla loro scienza
l’arte più grata dei trovatori, concepirono l’idea di valersi delle
arie popolari le più comuni per temi delle sacre loro composizioni.
Ed affine di essere più aggradevoli al popolo che non comprendeva
la lingua rituale latina, faceano che una voce cantasse la melodia
della canzone gradita colle parole profane, mentre gli altri seguiano
salmodiando in latino. — _Baciami amica_, intuonava un tenore, e la
folla seguia la romanza biasicando le parole del _Sanctus_.
L’ab. Baini, cita, fra le altre parole in lingua volgare che si
cantavano nelle chiese, queste: _Il marito mio m’ha diffamata!_ che i
divoti confondevano colle preghiere e le lodi al creatore.
In Francia l’usanza raggiunse l’apice della spudoratezza; ed il Papa
Giovanni XXII, risiedente in Avignone, lanciò una decretale nel 1322,
in cui rivela con amarezza e collera, gli oltraggi fatti alla maestà
del divino culto, e vieta ai cantori di corrompere la melopea della
Chiesa con ornamenti di loro invenzione.
Ma l’anatema non valse. Questo scandalo durò fino al Concilio di
Trento, e non disparve che per le creazioni del Palestrina.[64]
Da ciò comprendesi che, il canto figlio della natura, non fu anche
conservato d’altri che dall’istinto.
Il canto ecclesiastico colpito dalla immobilità che il cattolicismo
comunica a tutto ciò ch’egli tocca, lungi dall’essere stato la musica
esclusiva dell’età di mezzo, e d’essere la causa diretta dei progressi
dell’arte moderna, ha dovuto annestarsi ad un’arte popolare più giovane
e vigorosa che v’infuse il movimento della vita esteriore e lo animò
del soffio della passione.
Nè solo l’abituale temperatura de’ climi, l’innato istinto degl’uomini
e la sensibilità loro diversa, influenzarono alle espressioni del
canto, ma gli avvenimenti del mondo esteriore, i grandi passi del
progresso, il rammestamento sociale, operarono notabili modificazioni
come ne’ costumi, così nei linguaggi e in quello del canto.
Dalla sconnessione e dalla energia dell’epoca selvaggia, questo passò
ad esprimere più snodato e sonoro la grandezza eroica; armonizzò
quindi coi tempi sereni propizj alle arti e alle scienze; degradò
coll’avvizzire de’ floridi tempi, e colle dubbie virtù, coi viziati
costumi, coi violenti contrasti, persa della bella energia, si rivestì
di fierezza o s’abbandonò con facile piega alle lusinghiere mollezze.
Fu romantico, cavalleresco, appassionato; ardito, devoto, snervato,
servile e semispento.
Quando, alla fine dello scorso secolo, l’audacia s’impadronì degli
spiriti, si ridestarono le gloriose aspirazioni, scoppiarono le lotte
civili e guerresche; quando le rivoluzioni sconvolsero opere e fedi,
evocarono virtù e delitti, lasciarono glorie e disillusioni, beneficj
e sventure; quando le opere tutte degl’uomini improntavansi del nuovo
spirito di generale agitamento, non potea la musica, l’arte la più
sensibile, ed il canto, espressione la più fedele, non assumere un
carattere più grandioso, penetrarsi d’una certa inquietudine e della
drammatica energia.
Gli elementi tutti della composizione musicale hanno subìto una
trasformazione in cui rivelansi la febbre e la turbolenza che ci
divorano.
La frase melodica ha perso della sua ampiezza e della sua serenità,
le sue terminazioni sono più brusche e meno solenni; le modulazioni e
principalmente quelle enarmoniche, son più frequenti, i ritmi più vivi,
i tuoni più stridenti. L’orchestra acquistò uno straordinario sviluppo;
più ricca, più variata, più libera, imperiosa e potente domina tutto
colla voce sua formidabile, che sembra creata espressamente per
esprimere le tumultuose passioni d’un popolo emancipato, d’un secolo
infermo.
Ma se l’influenza dei grandi avvenimenti di questo secolo ha sviluppato
nella musica una potenza drammatica da prima ignota, se la lingua è
più ricca di colori proprj a dipingere le energiche passioni, se i
nuovi istrumenti introdotti ad accompagnamento del canto ci hanno
famigliarizzati con un maggior numero di formule armoniche, se il
meccanismo dell’arte è meglio conosciuto e s’è raggiunto con questo il
pieno effetto della sonorità, bisogna pur convenire d’altra parte che
la musica, come tutte le altre arti, ha perduto in delicatezza e in
soavità quanto ha guadagnato in vigore; e che la parte più sensibile
della nostr’anima sembra ormai fatta al nuovo canto impenetrabile.
La povertà de’ concetti, la freddezza de’ sentimenti, si nascondono
coll’inutile fasto, colla pompa degli adornamenti. Si stordisce invece
di deliziare; si sorprende in luogo di commuovere; si picchia forte,
per non saper toccare giustamente.
E la espressione più squisita dell’animo, il canto, in mezzo al
fracasso, il di cui acido corrosivo ha viziato i nostri organi, non è
più il linguaggio dei sentimenti, ma è lotta fisica di polmoni.
Nell’epoca d’oro del canto, che flessibile e penetrante, durò poco,
come tutto ciò che è prezioso, e che ben tosto fu surrogata da quella
dura e assordante dell’acciaro non molto diversa dalla ferrea e
selvaggia dell’età rozza, in quell’epoca, il linguaggio dei sentimenti
non veniva corrotto dall’arte, ma regolato colla vocalizzazione, e
moderato colla soavità delle sfumature, colla dolcezza delle mezze
tinte. Il sentire individuale cogliea liberamente l’impressione
d’un’aria secondo il suo significato, impadronivasi della fisonomia
generale della composizione, ne marcava i punti luminosi, e l’assortiva
convenientemente de’ colori in tutti i suoi dettagli. Così la
modulazione della nota passava successivamente per tutti i gradi della
passione; e finalmente esalava come un’ultima parola che contiene
l’essenza d’un’anima immortale.
Or non s’impiega che due colori, cui corrispondono i due soli effetti
del piano e del forte; non guida più il tocco dell’aurea penna, ma il
colpo risonante dell’arma; l’effetto materiale ha usurpato il posto
della commozione morale; lo sforzo e lo strillo finiscono bruscamente
il tempestoso contrasto.
Tanto traviamento dell’arte dovea necessariamente recare il discredito
all’arte medesima; quindi gli spiriti serj non la riguarderebbero
più, se non come un gioco di fantasia e come un capriccio che per la
vivacità delle impressioni, e per la vaghezza delle forme, sfugge ad
ogni criterio e nulla ha di stabile nella vita.
Mentre la musica in generale, come tutte le opere umane, e in
ispecialità come la letteratura se pur si piega colla mobilità dei
tempi e de’ costumi, e legata solidamente a quanto è in noi di più
intimo e serio, e alla immutabilità della ragione.
Come le verità prime ed i principj immutabili della scienza, non
cangiano per variar di sistemi di loro dimostrazione, o dei fenomeni
alla loro applicazione conseguenti, così la espressione eterna
dell’amore e del dolore, in natura inalterabile, non può modificare
pel capriccio degl’uomini; può acconciarsi soltanto per gli accidenti
esteriori e pegli adottati sistemi di sua esposizione, alla instabilità
de’ gusti ed ai progressi dell’arte. Ma il canto nell’essenza prima non
cangia; ed è pur quella voce nella semplicità sua naturale, nella veste
romantica, e in fra i classici ritmi.
Bello è il destriero libero vagante nella foresta; bello culto e pulito
sotto alla briglia dell’auriga; nè perde la naturale sua bellezza per
essere caricato di nappe e di pennacchi, fra gualdrappe imbavagliato.
Quando comparvero gli Europei sulle terre di nuova scoperta al di là
dell’Oceano, furono incontrati da selvaggi che danzarono loro dinnanzi
cantando, essi dissero, barbaramente. Ma da quei canti intesero le
espressioni de’ lor sentimenti e trovarono in quelli un linguaggio.
Linguaggio cui assueffandosi gli stranieri invasori, e meglio
spiegandosi col famigliarizzar degl’indigeni, piacque; e se i nuovi
costumi ivi portati quella verginità nemmanco non rispettarono, non
giunsero a toglierne peraltro mai la originale impronta e interamente.
Così nella oscurità dei greci tempi, gli omerici canti che favellarono
alle remote generazioni, ripetuti dagli Aoedi, cantori seguaci
dell’omerico genio, non cangiarono per volger d’anni e di rivoluzioni,
benchè quel linguaggio, come Wolfio lo prova, mediante scrittura
tramandato non fosse. E quando gli Omeridi più inciviliti, colla
famosa società di Chio — primo conservatorio del canto — confidarono
specialmente alle leggi di quel sodalizio la cura di conservare e
tramandare oralmente gli antichi canti del greco genio, intesero
massimamente salvarli dalle corruzioni che, per tradurli in iscritto o
in idiomi diversi, derivare potessero alle care bellezze del primitivo
linguaggio. E le meloteche di Chio apparecchiarono le scuole Beozie.
Con analogo studio troviamo nei Druidi la consuetudine di tramandare
l’antica lingua del Gallico canto; e nelle tradizioni Scandinave
dell’Edda, e nelle Germaniche de’ Nibelungi, riscontriamo le antiche
rispettive scuole del canto a quei popoli sacro.
Abbiamo sopra accennato che in Egitto egualmente furono presso le are i
sacrarj del canto, ivi dalle deità medesime conservato.
E quando i versi biblici, custoditi nell’arca, veniano cantati
d’intorno alle scritte di già incomprese dei monoliti e delle
piramidi dei Faraoni, se l’egizio canto non isfuggì di confondersi
con altri linguaggi, non potè mutare peraltro interamente; ed anche
nell’abbandono e nel decadimento, cantarono le egiziane sulle sponde
del Nilo, dopo lunghi periodi d’anni, le note sacre d’Osiride; finchè
in questo secolo, anche a Cairo ed a Smirne, le fanciulle egiziane
nelle nuove scuole del _vero sermon delle grazie e dell’amore_ furono
iniziate[65].
Con nomi ben diversi adunque di quelli usati da noi di scuole e di
conservatori, ma a identico fine rivolti, troviamo i custodi e i
ricetti speciali del canto, fino dalle remote antichità; oltre al gran
tempio dell’universo ed ai suoi sacerdoti viventi, che per istinto
di natura, più o meno vagamente, con più costante o variata passione,
usarono e serbarono il canto.
In questa Italia poi che si può dire il sacrario del tempio poetico
universale, quivi pure più specialmente presso l’ara della divinità
trovò il bel linguaggio custodia e vita; e dagli altari, col profumo
degli incensi, si sparse e tramandò nel popolo, che per istinto,
atto non era a corromperne i dolci effluvj, nè alterarne le veraci
espressioni; e quel canto che dai tripodi dei Numi, dalle catacombe dei
Martiri, e dai tabernacoli dell’Eterno, tramandavano i Leviti custodi
e cantori, venia ripetuto dal popolo, infiorato di nuove grazie ed
a nuove appassionate espressioni commisto, canto sacrato doppiamente
dalla religion e dall’amore.
Ispirazione dunque severa nell’oscurità de’ sotterranei; ispirazione
sublime sotto alle volte maestose de’ templi; ispirazione nella
grandezza de’ monumenti, nella semplicità delle domestiche stanze,
dinnanzi all’imagine divina, sotto al sorriso della bellezza,
nelle salmodie di preghiera, nei clamori di guerra, nel ratto d’una
fanciulla, nella liberazion d’un Sepolcro.
Ed eccomi con questa idea, alla visione d’un popolo di cantori,
entusiasmato dalla religione, vago d’amori, muovere alle Crociate.
In quel romantico pellegrinaggio sento unirsi gl’inni de’ sacerdoti,
alle cadenze de’ bardi, alle canzoni degli amanti; sento il soprano
italo canto echeggiar colle frasi ora dolci e melanconiche, or dure e
concitate, di cent’altri linguaggi; sento le orientali aure che rendono
più insinuante la sua nativa dolcezza; sento la voluttà che sgorga ed
indora i nostri canori accenti; sento il linguaggio più romantico, e
coi costumi confusi e riformati, trovo ampliate le leggi, variopinti i
colori, esteso, arricchito, sviluppato il concetto del canto.
Colle Crociate medesime necessariamente dovea pervenire in Europa la
melodia Orientale, dalle cui fantastiche variazioni, vorrebbonsi poi
originate le fioriture che riabbellirono il nostro canto[66].
_Canto romantico medioevano — Epoca delle Crociate — Comunione e
sviluppo — Corali e Madrigali — Fondazione delle Cappelle — Mistri dei
fanciulli — Scuola Fiamminga — Scienza e suoi influssi._
Fra una folla di principi, di soldati, di monaci, di donne e di
poeti, si formano i cori più patetici a esilarare la noja del lungo
pellegrinaggio; prorompono gli estri più baldi a celebrare le prime
vittorie. Al sublime si mescola il comico, ed agl’inni le satire e i
ritornelli delle danze.