pure una parte accessibile ai nostri sforzi, il mestiere, i mille
artificj della grammatica che servono alla manifestazione dell’idea
prima; ma la parte sublime, l’essenza dell’arte, non si acquista
giammai se non la si possede nel fondo dell’anima.
L’antichità, col suo retto senso e con quella mitologia che altro
non era se non la spiegazione delle grandi verità della vita, avea
divinizzati i poeti cantori. Ella avea compreso che l’ispirazione di
questi non iscaturiva dalle nozioni ordinarie; che la ragione potea
regolarne il corso, ma non creare nè evocare la ispirazione per una
deliberazione della volontà. —
I sapienti successivi che si spinsero a scrutare i musicali misteri,
non poterono sconfessare le antiche sentenze. Per poi analizzarla
come arte, l’assimilarono anche alla Oratoria; e in questo tentativo
sentiamo Gian-Alberto Bannio, intorno alla _Musica Flexanima_, spiegare
che — la virtù della musica consta di modulazione e concento; da questo
si ha l’anima, da quella soltanto la eloquenza: quindi volersi, perchè
la musica sia veramente oratoria, che il concento accoppj la concordia
di più voci colla modulazione diversa e propria di ciascuna voce,
senza però che tale accordo perturbi il concento, e la recitazione
per mancanza di chiarezza, di grazia, di numero e di misura, tolga lo
spirito, e precipiti tutto ad un caos. —
E questo concento, quest’anima, questo spirito, non sono che la
melodia; quella che, secondo Platone (in _Convivio_), anche fra più
voci genera il mutuo consenso, come la medicina in fra gli umori.
Secondo altri, quella purissima linea che non soffre confusion di
colori, dove sottili e quasi insensibili devono essere i passaggi,
l’_Armogen_ di Plinio, la _nuance_ dei francesi, l’associamento cui
Apelle e Protogene diedero tanta cura[119], l’intonazione della pittura
che veste il disegno, il tono (phtongus) che variopinge il concetto
nella musica.
La melodia è dunque l’anima della musica. La armonia, la scienza del
contrappunto, la tonalità, le combinazioni ritmiche, l’istrumentazione,
non sono che accidenti variabili che ne costituiscono il _corpo_ di cui
la si riveste secondo il gusto dei tempi e dei popoli.
Senza questo inviluppo esteriore che serve allo spirito essenziale e
talvolta l’abbella, non è questo meno integro e perfetto; e l’idilio
pastorale che echeggia senza gli accordi della lira[120], manifesta
pur tutta la sua arcana potenza, come l’inno di guerra da cento tube e
timballi accompagnato. Spogliate le ispirazioni melodiche de’ grandi
compositori delle forme diverse di cui son rivestite, resterà pure
l’idea melodica viva di sua propria vita «e come la Venere che sorte
dal mare brillerà dell’eterno splendore di sua bellezza nativa.»
Quella semplicità, quel candore sono bellezza e potenza: i complicati
ornamenti e le vesti sfarzose non possono che supplire al difetto di
que’ naturali incanti: ed ecco i popoli che dalla melodia degli astri,
dalla stella poetica, non ricevono direttamente l’influsso, ricorrono
all’arti per cui sopperire alla lor povertà.
Ecco successivamente la scuola gallica, la belga, l’alemanna,
arrabattarsi, per cogliere qualche stilla della pioggia d’oro, al solo
grembo della prediletta donna serbata.
I figli alla terra d’ispirazione confidano la melodia di cui sono
innondati alla voce parlante, semplicemente così come l’Eterno trasmise
ad un _fiato_ la sua potenza creatrice. La melodia espressa così
dalla umana voce, non abbisogna, nè soffre, altro corteo che quello
dell’armonia consonante facile e rispettosa.
Vedemmo come fino dai più antichi ricordi, e dalle origini meglio
conosciute dei popoli, la lingua del canto sia stata l’organo naturale
de’ sentimenti; l’espressione de’ quali se talvolta barbara ci appare
relativamente ai modi più civili cui fummo assuefatti, non lo è in via
assoluta per rispetto alle sue condizioni e al suo tempo; per quella
guisa che non si troverebbero strani i suoni d’una tempesta, ammenochè
non si immaginassero fra la serenità e la calma degli elementi. Le
maniere ritenute per noi barbare e strane, non sono che veri accenti e
coloriti fedeli, caratteristici, di passioni e di tempi.
Per lunghe età e a grande stento andarono formandosi quelle espressioni
più normali e uniformi, per modo che quella lingua comprendere si
potesse siccome universale.
Richiamavano a tal vero, nell’epoca cui siamo giunti con questa
storia, i vergini canti nuovamente uditi fra gl’indigeni delle Indie
e dell’America. La scoperta del nuovo mondo, relativamente al canoro
linguaggio, se veniva a riprova della sua universalità, riconfermava
altresì sulle specialità dei modi alle varie razze rispettivi, e sulle
traccie d’una più remota coltura, dove dall’Egitto, e altrove dalla
Cina derivata.
Messico e Perù specialmente conservavano canti che avrebbero arrestati
più miti e meno avidi conquistatori; i quali, senza il beneficio della
osservazione, tutto turbarono, e colle oscene e feroci canzoni d’una
civiltà degenerata violarono tosto i semplici canti e le danze della
ospital regia di Montezuma.
Susseguirono i preti colonizzatori, e da quel punto all’originalità
degli indiani canti non rimase che rappiattarsi nei centri selvaggi e
inesplorati.
Ai nostri giorni, meno violenta è la rivoluzione fra gl’indigeni della
Australia, che il dottor Topinard ci descrive possessori di canti non
isprovvisti di certa vaghezza, coi quali accompagnano i balli e si
ricambiano le visite.
Parimenti il dottor Livingston esploratore dell’Africa Orientale, ed
il sig. Stanley che lo raggiunse, ci danno contezza delle corodie che
trovano fra quelle indigene tribù nelle marcie deserte, o attorno le
mense spesso d’umane carni imbandite.
I beneficj ed i danni derivati dall’avvicinamento dei popoli,
trascinarono il mescolamento delle razze e dei linguaggi; onde nell’età
famosa delle migrazioni cavalleresche vedemmo compiuta la comunione dei
canti, in cui, senza potersi dire che alcuno perdesse affatto di sua
originalità, pure tutti svariatamente si fusero.
Cosa ell’è naturale che da tal confusione scaturir dovea anche l’abuso;
e dopo il XIV secolo vediamo infatti generalmente deviare il canto
dal primo scopo cui natura l’aveva ordinato; e possiamo riscontrare
la espression degli affetti trasformarsi in giuoco di spasso, in
capricciosa composizione.
Ma con tutto questo, quando l’anima sente, indipendente e spontanea
trova la sua espressione, e torna al suo linguaggio.
Dall’abuso si passò anche alla licenza, e non si attese più dalla
voce la ripetizione degl’interni commovimenti, s’affidò il canto agli
istromenti; e con modo più barbaro della asserita barbarie de’ primi
cantori selvaggi, ai popoli meditanti fra le nordiche malinconie
piacque istordirsi col fragore e gli strilli di canti istrumentali.
Ma egli è ben chiaro quanto impropriamente, quel nome soave che esprime
emanazione divina, eco d’interna voce indefinita, vibrazione d’umana
fibra misteriosamente agitata e dai penetrali dell’anima quasi sfuggita
e abbandonata, sia stato traslato agli effetti sonori d’un corpo ligneo
o metallico.
Più sacrilega che impropria è la profanazione; ed appena concedere
si potrebbe alla tromba ed al liuto, rispetto al canto, la pallida
imitazione.
E, laddio mercè, a quel popolo cui sorride più limpido il cielo, non
entrò mai il disperato talento di iscusare la sua bella lingua del
canto col meschino artificio istrumentale; ed ispirato più che mai alla
vaghezza delle sue istintive espressioni, meglio che ogn’altra nazione
si tenne lontano dalle straniere corruzioni: alla voce dell’animo diè
sempre il nome di canto; tenne gli istrumenti soggetti al servizio ed
accompagnamento del canto; e valse sempre più ad inebbriar l’universo
colla verità del suo canto.
Ed ecco la scuola italiana, la traduzione vera della melodica idea,
l’espressione viva che nella voce umana stabilisce l’unità di dogma, e
d’ogni altra forma accidentale si serve come di riflessi opportunamente
disposti attorno al raggio essenziale.
Le differenti maniere di tradurre il concetto melodico, formano le
scuole diverse e distinguono le nazioni.
Dove è scarso od impuro il sacro filtro, studiansi le riproduzioni, i
distillamenti. Necessariamente dunque gli Alemanni, per mille storte
d’istrumenti, come per le fessure di roccie, e da mille artificj
d’orchestra, ricercano l’effetto d’una espressione che nella natura
loro non è chiara e spontanea; dalle dissonanze accattano l’armonia;
dalle modulazioni sforzate, la piana corrente; dalla eccessiva
sonorità, la facile comprensione.
Dal processo di queste due scuole tanto diverse, ben si rivela l’indole
differente dei loro cultori. La vita intima dei due popoli è nei
loro canti spiegata; e fino dagli elementi delle paragonate scuole
l’eccellenza è palese.
Mentre i nuovi scolastici di Germania e di Francia prostituiscono la
bella lingua del canto ai capricci rubelli di tutti gl’istrumenti
d’antica e nuova invenzione, alle esigenze crudeli di mille organi
rintuzzati, e dall’eccesso medesimo di elaboramento corrotti, e la
trascinano per rapide scale e accavallate, per dissonanze le più
aspre, per ritmi i più irritanti, e fra un’armata d’archi, di cannoni
metallici, di ruote, corni e pelitoni, eccitano i contrasti più
grotteschi, i rimbombi più strazianti; mentre soffiano e battono e
si dimenano, e trascinano legioni d’artisti sudanti sotto alle loro
sferze, e feriscono d’acuti suoni gli uditori, li spaventano di fughe,
di scoppj, di tremuli, di martellati, e chiamano in ajuto i suoni
tutti imitanti le fiere e gli elementi, — _come demoni diseredati della
grazia divina che vogliono scalare il cielo per forza d’orgoglio e di
volontà_ —, il gondoliero veneziano modulando colla sua flebile voce
le frasi amorose del Gabrieli, o il salmo interpretato dal Marcello,
ti commove e ti fa palpitare; poche voci corali del Palestrina fan
risonare il Vaticano così solennemente da far piegare i cuori meno
sensibili alla adorazione; l’arpa dello Scarlatti preludia la canzone
che arde ne’ petti, quanto il fuoco che infiamma la superba spiaggia
napolitana.
Tali sono gli effetti mirabili del placido regno della ispirazione
e del genio, in confronto agli sgomenti della rivoluzione musicale
cospirata dagli stranieri.
Che se alla bella scuola italiana facile, spontanea, creatrice,
piuttosto che scuola conviensi il nome di conservatorio, — perocchè
quella ammetta dottrinarj e seguaci, mentre questo indica una
tradizione fedele e religiosa che non inceppa ma dirige soltanto i
slanci della ispirazione, i voli del genio —, la scuola straniera
diventa più che mai una esercitazione macchinale e ginnastica, se i
vani conati d’una scienza astratta a cui la bell’arte si volle portata,
ad altro non si riducono che ad esercizj di un’algebra sterile, a
mnemonici sforzi, a giostre tumultuose e combinate sperienze; se
rapito il canto all’organo suo naturale, alla viva voce, cui l’italiano
religiosamente conserva, lo affida a tutti i supplementi inanimati, che
dovrebbero esprimere quel che non sentono, e suscitare que’ moti che i
motori loro non hanno.
Più di una volta questa aberrazione dell’arte attentò alla bella
scuola del canto, e in diverse epoche le figlie dell’italo Apollo
si ribellarono alle tradizioni paterne, e mostruose di forme e
d’animo invidioso, si fecero vanto di rinnegare il bel ceppo nativo;
ma la forza del genio trascinò loro malgrado le straniere scuole a
riconoscere gli oracoli della scuola-madre, a ricorrere alle primitive
sorgenti; per quella guisa che la verità d’una religione presto o
tardi confonde le empie imposture; come il sole vince ogn’altra luce
artificiale: e le nuove Babele superbamente edificate, reiteratamente
crollarono al ridestarsi della voce potente del vero canto italiano.
Entrava il 1500; e da un punto della classica terra segnato col nome
di Prenestre o Palestrina, sorgeva un astro che sgombrar doveva le nubi
agglomerate sui cieli delle vocali melodie.
Annunziò la sconfitta agl’angeli ribelli, Giovanni da Palestrina sulle
porte del vaticano tempio, da quelle soglie medesime che la straniera
scuola con nuovo ardimento osato aveva contaminare.
Semplice corista in fra i cantori ivi allora stranamente imbeccati,
da un Claudio Goudimel, non patì Giovanni lo scandalo di parlare
all’Eterno col corrotto linguaggio delle passioni che risentivano la
confusione degli ultimi secoli avventurosi.
E già la musica stava per essere esclusa dalla Chiesa cattolica appunto
per le aberrazioni e gli scandali cui s’abbandonavano i compositori:
alla parola era subentrata la figura; il canto parea sopraffatto dalla
tempesta.
Palestrina salvò il canto; liberò le voci; ritenne al tempio le melodie.
La fama di un Testa, ivi pure maestro e che tentennava fra il purismo e
la corruzione, non lo sgomentò, e procedè di propria forza.
Colla bravura non disgiunta dalla prudenza del genio, per un opportuno
addentellato che non lasciasse precipitoso il passaggio dall’abbattuto
al rinnovato sistema, si mostrò anch’egli talora combinato e
artificioso; ma rese l’espressione più felice, e la ravvivò di propria
vita.
Ricondusse la musica allo scopo suo primitivo, rendendola piena bensì
di graziose immagini, ma in soggezione sempre del sentimento.
Scrisse i Madrigali a quattro, le Messe a sei voci, fra le quali la
famosa dicata a papa Marcello, capolavoro dell’ingegno umano.
Persuaso questo grande riformatore che non possa darsi canto soave
e religioso senza un’austera tonalità e un’armonia consonante alla
piana-melodia, modificò secondo le sue belle teorie il Graduale e
l’Antifonario della romana cappella, e in tutte le sue composizioni si
mostrò quale lo disse il Galileo padre, suo contemporaneo: _il grande
imitatore della natura_.
Era allora che le arti plastiche abbandonavano i tipi devoti
trasmessi dai bisantini e dai figuristi del medio evo, per attaccarsi
direttamente allo studio della natura, di cui essi poterono esprimere,
per mezzo delle arti, le varietà e le bellezze divine; e fu allora che
creata per la prima volta la vera musica del culto cattolico, per mezzo
di questo genio che la ruppe col medio evo, e profittando degli studj
de’ contrappuntisti, fra quali de’ belgi, di cui era allievo, seppe pel
primo tradurre in forma sapiente la tenerezza, la serenità, il soffio
religioso del cristianesimo. Êra novella nella storia del canto e della
musica; che si può paragonare a quella di Raffaelo se la lingua de’
suoni avesse posseduto allora tante risorse quante ne avea la pittura
per esprimere la varietà ed il contrasto delle umane passioni.
Egli si potè rivendicare i canti gregoriani e depurarli; e da questi
ispirato seppe accompagnarli di un’armonia consonante, ma chiara e
profonda di cui fu creatore.
Primo maestro della cappella di san Pietro, ove prima il capo de’
cantori non s’era dato altro titolo che maestro de’ sacri cori, _o dei
fanciulli_, stipendiato a sei scudi il mese, morì nel 1594, povero,
sconfortato dallo scapestrato figlio, che trafugava perfin le sue
opere, per cavarne denaro presso ai veneziani editori; mal corrisposto
dall’avaro pontefice Paolo IV che, coll’espulsione degli ammogliati
dalla sua cappella, intese forse liberarsi dalla gravosa famiglia
del maestro medesimo che ingratamente escludeva e abbandonava misero
ed infelice: ma una felice e splendida eredità all’Italia, ed una
figliolanza ammirata e devota lasciò Palestrina al mondo tutto, in
quella nuova Scuola romana di cui fu capo e innovatore.
Scrisse di lui l’Abbattini, prima che Baini Giuseppe pubblicasse le
_Memorie_ sulla sua vita (Roma 1828)[121].
Lodovico da Vittoria sostenne la nuova Scuola del Palestrina.
Come una viva scintilla vale a suscitare fuochi innumerevoli, e
come le storie ci ripetono costantemente colla comparsa d’un genio
l’apparizione di cent’altre illustri figure seguaci ed emule del
maggior astro; così dalla romana surse immediatamente la napolitana
Scuola, che si può dire una ramificazione di quella. Quindi quella di
Orlando Lassus alla cappella dell’elettor di Baviera, contemporaneo del
Palestrina, che imitandolo _recreat orbem_ (1550); e quella di Giovanni
Gabrieli a Venezia: le tre grandi fonti del bel canto religioso.
Le geniali radunate dei trovatori toscani a quella prima e vera scuola
regolarono i loro canti, e trasportarono le belle maniere nei nuovi
saggi dei lirici drammi che, come sopra ho detto, nel 1590 la prima
volta in Firenze tentarono.
Quivi il gentiluomo Galilei Vincenzo dilettante cantore, dal cui
bel genio dovea nascere quel Galileo che tanta armonia dei cieli ha
svelata, fece appunto i primi tentativi per la creazione della musica
drammatica, obbligando a una sola voce, con puro accompagnamento di
viole, l’episodio del _Conte Ugolino_, che egli stesso cantava nelle
case de’ Bardi e degl’Ammanati da cui trasse la donna dell’amor suo. E
con maniera drammatica trattò egli pure le _Lamentazioni di Geremia_,
riportando i suoi canti nuovo e subito plauso, come racconta il Doni
nel suo _Trattato della musica sacra_[122].
Nè i modi più vaghi e brillanti d’un’altra Scuola che
contemporaneamente s’era già sviluppata in Venezia coi Gabrieli,
contrastavano il merito e l’ammirazione ai gravi canti corali e
drammatici sovraccennati; che anzi come dall’attrito la luce, così
dalle varie esperienze ne nacquero le variate forme e le modificazioni
ingegnose di cui s’arricchì la universale scuola d’Italia.
Perocchè è prima massima in un’arte geniale che, quanto meno ella sente
di positivo, tanto meglio si presta alla trasformazione[123].
Il Galileo peraltro ebbe in sulle prime a difendere il suo drammatico
canto[124] contro Gioseffo Zarlino di Chioggia che appuntava forse i
nuovi metodi dei fiorentini; mentr’egli nelle sue opere seguiva i modi
della veneta scuola cui apparteneva, e nella medesima Firenze e fra le
novità de que’ drammatici-lirici suscitava la gara alle sue diverse
composizioni[125]; ma e l’uno e l’altro meritarono che, col giudizio
del grande intelligente e versato in quell’arte Apostolo Zeno, anche la
posterità di loro parlando li chiamasse _i due grandi maestri_.
Il Zarlino, che s’acquistò soprannome di _famoso Restauratore della
musica in tutta Italia_[126], come prima Guido Aretino erane stato
proclamato il _Padre_, fu veramente meglio che immaginoso compositore,
trattatista profondo; e come tale avremo a suo tempo a intrattenerci
nuovamente di lui fra gli speculatori e metodisti.
Nonpertanto, siccome la Società dilettante del Bardi e del Galileo
criticò aspramente le nuove forme ricercate e severe di quel
matematico, e diede la palma delle gradite invenzioni al confratello
fiorentino Girolamo Mei; e siccome la fama del cantore Clodiense non
superò di molto il suo tempo, mentre qual trattatista vive immortale;
io segno di lui anche fra i trovatori un dovuto ricordo.
Zarlino dunque sortiva i natali in quel lido che attesta le famose
isole Elettridi, nell’anno 1517. Colle scienze teologiche coltivò le
matematiche e la musica, ed avido di vasto campo al suo ingegno e della
conversazione degli eruditi, trasferì il suo soggiorno nella regina
dell’Adriatico nel 1541, ove non tardò brillare per le sue cognizioni e
destare ammirazione per le opere insigni di cui arricchì la letteratura
e le arti. Si strinse quale discepolo e amico al fiammingo Adriano
Villaert, che era maestro alla cappella di S. Marco, ed al cantore e
organista famoso Gerolamo Parabosco, seguace di quel prete Giorgio pur
di Venezia primo inventore del chiesastico istrumento, per convalidare
viemmeglio i suoi studj colla sperienza; chè già egli avea manifestata
una grande dottrina ed avea dati tanti di que’ precetti musicali che in
parte andarono perduti e in parte si conservano come tesori. Senonchè
compose allora anche musica e trovò nuovi canti.
Nelle straordinarie feste della Repubblica del 1571, per la vittoria di
Lepanto, emersero le composizioni del Zarlino, fra le _fatte musiche e
i concerti inauditi_, ricordati dal Sansovino[127], e dal Bayle[128].
In altre feste date nell’occasione sopra citata che Enrico III re di
Francia, reduce dalla Polonia, visitava Venezia, fu cantato un dramma
che il Zarlino dava fra i primi alle scene d’Italia.
Dalla cappella di S. Marco, dov’egli fin dal 1563 era divenuto maestro,
le nuove sue messe, salmodie e motetti passavano a deliziare le chiese
delle vicine e lontane provincie.
Un _saggio di modulazioni a sei voci_, ed una _messa a quattro_, furono
ammirati specialmente, ed elogiati dal Salines, dal Bettinelli e dal
Martini.
Colle sue ricerche e co’ suoi trovati, se per la musica egli fu
detto _restauratore_, ai riguardi del canto io posso chiamarlo il
_precursore_ della scuola veneta.
I cantori che vissero con lui fino alla fine di quel secolo in cui
egli visse[129] poterono fondarsi sopra una serie di ottimi studj e di
osservazioni feconde da riconoscervi in gran parte la loro celebrità.
Avendo fatto sopra osservare, che nelle scuole riformatrici del secolo
XVI, la veneziana, più pel fatto che per la fama si può dir precedesse
quella fiorentina, o almeno, per rincontro de’ genj, di pari passo
procedessero entrambi, abbiamo annoverati molti trovatori e novatori di
canti, e le vaste raccolte delle nuove composizioni di cui s’arricchiva
Venezia. Ma non si potrebbe immaginare quanti fossero i trovati e i
ricercatori del seguito secolo, quante le prove ritentate specialmente
nella città ispiratrice, e dirò quasi, quante fossero le fatiche e gli
agitamenti di gestazione del nuovissimo canto, se non accennassi alcuni
altri contemporanei al primo gran movimento veneto-fiorentino, che
andar non possono dimenticati; e quindi, almeno i più noti seccentisti,
che dopo i sommi di cui a parte discorreremo, soltanto a Venezia
composero.
Antegnati Costanzo, autor di madr. a 4 voci, Ven. 1571.
Agostini Lodovico, » » » » 1572.
Anerio Felice, » » a 5 voci, » 1586.
Asola Giov. Matteo, autor di madr. a 4 voci, » 1593.
Baccusi Ippolito, » » 6 voci » 1579.
Balbi Lodovico, » » 5 voci, » 1589.
Bianco Pietro Ant., » » 4 voci, » 1582.
Cipriano Annibale, » » » 1575.
Donato Baldassare, » » » 1568.
Dorati Nicolò, » » 6 voci, » 1579.
Dall’Arpa Giovanni, di canz. nap. a 6 voci, » 1570.
Ferretti Giovanni, » » » 1581.
Fiesco Giulio, » madr. a 5 voci, » 1554.
Gardano Angelo, » » » 1579.
Giovanelli Ruggiero, » » 4 voci, » 1598.
Dalla Gostena Gio. Batt. » » 1582.
Ingegneri Marco Ant., » » 1578.
Manara Francesco, » » » 1555.
Masotti Giulio, » » 5 voci, » 1583.
Mazzone Marco Ant., di canz. nap. a 4 voci, 1570-91.
Merulo Claudio, » » » 1579.
Molino Antonio, » » » 1563.
Di Monte Filippo[130] di canz., 8 lib. a 6 voci, 1569-82.
Marenzio Lucca, canz. nap. in sorte, a 6 voci, » 1585.
Nasco Giovanni, autore di canzoni in sorte » 1557.
Petrino Giacomo, autor di madr. a 4 voci, » 1583.
De-Ponte Giac.,[131] » » » 1567.
Pordenon Marco Ant. » » » 1580.
Primavera Gio. Leonardo, di canz. napol., » 1570.
Renaldi Giulio, di canz. nap. e madr. a 5 voci, » 1576.
Romano Aless. » » » » 1565.
De Rorè Cipriano » » a 5 voci, » 1576.
Rosso Gio. Maria canz. nap. e madr. a 4 voci, » 1567.
Ruffo Vincenzo » » » » 1560.
Sabino Ippolito » » a 5 e 6 voci » 1579-86.
Spontoni Lodovico » » » » 1587.
Stabile Annibale » » » » 1586.
Stivori Francesco » » » » 1570
Striggio Aless.[132] » » » » 1569.
Tigrini Orazio » » a 4 voci » 1573.
Da Udine Girolamo » » a 5 e 6 voci » 1574.
Vecchi Orazio » » a 4 voci » 1581.
Zappasorgo Giov. » » a 3 voci » 1578.
Zuccarini Gio. Batt. canz. nap. » » 1586.
e 12 sonetti
Zacchino Giulio di canz. e madr. in sorte » 1573.
Gabrieli Andrea » » » 1580-1607.
Da quest’ultimo, veneziano, che spinse il concerto de’ canti fino a
16 parti, e dal nipote suo Giovanni più rinomato, si può dir s’apra
l’epoca de’ veneti compositori del 1600; quindi l’Asola suddetto
varia la sua maniera verso questa epoca, e nel 1624 porse madrigali
nuovissimi.
Procedono in questo secolo:
Botturini Mattia autor di cantate in sorte, Ven. 1600.
Rossi Salomone, autor di madrig. a 6 voci, Venezia 1610.
Freddi Amadeo » a 5 voci » 1614.
Rubini Nicolò » » » 1615.
Musso Giulio, autor di concerti in sorte » 1619.
Zacconi Luigi, autor di cantici sacri, » 1620.
Monteverde Claudio, autor di concerti
guerrieri e amorosi, » 1622-28.
Miniscalchi autor di arie, Venezia 1625.
Guglielmo,
Tarditi Orazio, autor di madrig. a più voci, » 1633.
Pozzi Luigi[133], autor di concerti in sorte, » 1654.
Grossi Carlo, autor di cantate la _Cetra
d’Apollo_ e la _Romilda_ » 1673.
Vitali Giovanni autor di _capricci per » 1683.
Batt., camera_
Vinaccesi autor di canti per camera » 1692.
Benedetto,
Concorrevano quindi a Venezia trovatori di canti da ogni parte
d’Italia, fra quali all’entrare di quest’epoca notansi l’Ancino di
Roma; poi il Peri da Firenze, e Sigismondo d’India da Milano, autori
di _nuove Musiche_, ambi a Venezia nel 1609; il Leardini da Lombardia;
lo Scarlatti giovane da Napoli[134]; anche il Vedelot e Gerò di Francia
che composero quivi italianamente nel 1629.
I patrizj, mecenati sempre a Venezia, aprivano le loro sale ai musicali
ritrovi, non meno che i signori fiorentini, e nelle villeggiature che
aveano allora in Murano non ultime delizie erano i canti.
Trifon Gabriele, Andrea Navagero, Giovanni Priuli, accoglievano
poeti, filosofi, musicisti. Anche Domenico Venier, uno de’ men cattivi
rimatori di quell’età, teneva aperta la sua casa a lieto convegno; ed
ivi con una Francesca Bellamano vi cantava note di amore la bella ed
infelice Gaspara Stampa.
In casa Zantani cantavano il suddetto Parabosco di S. Marco e Francesco
Bonardo da Perisone.
La Villa dei Contarini, a Piazzóla, poteva dirsi un vero conservatorio,
a cura e spese di quella nobile famiglia veneta in bella fama
sostenuto. Ivi due teatri, una raccolta de’ più rari istrumenti
musicali[135], le composizioni migliori degli antichi e contemporanei,
le esecuzioni più variate ed eleganti dell’epoca. Narrò il dott.
Piccioli nell’_Orologio di Piacere_, ossia raccolta delle feste date
dal Procuratore Marco Contarini, a Piazzóla, per la visita del duca
Ernesto di Brünsvick, vescovo di Osnabrück (1630), che vi cantarono
perfin trecento donzelle; e v’erano famigliari Scarlatti e Stradella.
Maria di Jacopo Robusti, detto il Tintoretto, oltrechè nella pittura
del padre, educata nell’arte musicale da Giulio Zacchino, quando le
ombre della sera le faceano deporre il pennello valente, lasciava
sentire l’argentea voce dalle finestrate del gotico suo palagio; e
gli allievi della scuola paterna coi neri abiti di velluto schietto e
succinto, s’intrattenevano ancora sul campo dei Due Mori alla Madonna
dell’Orto, sotto ai veroni del loro Santuario, dove la genial pittrice
in onesta ragunanza cantava, accompagnata dal frate Zacchino cantore e
sonator di San Giorgio. Quanta poesia!..
_Coalizione e diramazione delle Scuole d’Italia. — Splendore della
Veneta. — Scuola Francese. — Apostolato Italiano all’Estero._
La scuola Veneta del canto adunque, sorse coi Gabrieli nel tempo stesso
che negl’altri grandi centri d’Italia tanti bei genj riformavano i
canti: Andrea, nato in _Canaregio_ nel 1520, e Giovanni nipote, verso
il 1550; ambidue organisti della Serenissima Repubblica, compositori
di concerti, oratorj, e madrigali. Ma il vero fondatore di questa
Scuola e quivi primo maestro di bel canto, è Giovanni; che, coi suoi
_ricercari_, nuovi di forma, e sempre esprimenti ed eleganti, segnò una
notabile diversità dalla scuola romana tanto celebre allora; la ruppe
colle convenzioni della precedente turba di madrigalisti; e togliendosi
dalle cantilene troppo austere e monotone, che quali _motetti a quattro
voci_ scritti aveva a quel tempo in Venezia anche il Zacchino, nelle
istesse composizioni destinate a decoro del tempio e ne’ mottetti
rivolti alla manifestazione della fede, infuse quella certa vaghezza
che traeva dall’aria libera delle romantiche sue lagune.
Lo si disse talvolta scorretto, perocchè il genio non si sommetta
sempre egualmente alle regole imposte, manifestando la sua natura
ai limiti avversa; ma gli stranieri più giusti allora dei medesimi
compaesani, e ancora non arditi tanto da censurare l’italo canto, lo
difesero; i principi alemanni s’onorarono onorando il grande maestro.
Giorgio Grüber che gli professava speciale amicizia, e che fu
depositario d’alcuni frammenti delle sue composizioni, li riunì
religiosamente, e con altri di celebre allievo li pubblicò a Norimberga
nel 1615, sotto il titolo: _Reliquiae sacrorum concentum Joa. Gabrielis
et Joa. Hassleri utriusque prestantissimi musici, et aliquot aliorum
praecellentium aetatis nostrae artificum motettae_.
L’Italia ben presto s’avvide de’ frutti copiosi delle Gabrieliane
sementi in quella scuola di cui Zarlino, Monteverde, Croce, Carissimi,
offersero modificazioni sempre più belle, infino agli _Estri_ sublimi
dell’insuperato Marcello.
Che se la Scuola romana tenne per molto tempo soggetta alle sue
maniere quella diffusa in Napoli, come ho detto, quasi a ramificazione
della prima, la Veneta scuola che meglio arieggiava alla drammatica
inclinazione de’ lirici fiorentini, non frappose lungo intervallo ad
allearvisi; e fin da quegl’ultimi anni del secolo XVI troviamo alcuni
di que’ musicisti da noi accennati, giocondamente radunati in Firenze
e intesi alle geniali loro riforme, li troviam dico, associati ai
Veneziani per la propagazione delle nuove idee e l’insegnamento del
canto all’espressioni drammatiche riconsacrato.
Dei fiorentini, Jacopo Peri che avea appreso a cantare da un Cristoforo
Malvezzi di Lucca, si fà, verso l’anno 1600, maestro di cappella al
servigio del Duca di Ferrara, e quindi alla corte di Firenze, innanzi
alla quale, e precisamente per gli sponsali di Enrico IV di Francia con
Maria dei Medici, fu rappresentata la prima opera, _L’Euridice_ sua,
composta in unione agli amici suoi Caccini e Rinuccini, sotto i quali
nomi è anche trascritta[136].
Claudio Monteverde, de’ veneziani, ed il Viadana, nell’epoca stessa,
con rapidi progressi perfezionano il nuovo metodo introdotto dal Croce,
e convengono tutti allo sviluppo delle azioni musicate e nel serio
e nel buffo coll’uso dei recitativi: ridestano così un sentimento
appassionato; arricchiscono il canto d’inusitate espressioni. Quindi,
come vedemmo, Giulio Caccini ed Emilio Cavaliere, a Firenze, concorsi
alla creazione, troveremo ben tosto Gian Giacomo Carissimi da Venezia,
e Alessandro Scarlatti di Napoli, a contribuire sulle orme di quelli
alla formazione ed al perfezionamento del _dramma musicale_.
Già nel 1649 in una nuova opera fatta a Venezia da Cavalli intitolata
_Giasone_, trovansi le prime arie corrispondenti nel senso e nello
spirito del dialogo.
Non più inceppati e imitatori, ma liberi nelle lor fantasie, dalle
declamate note e dalle graziose modulazioni, cominciano que’
compositori a far oscillare dalle voci dei loro cantori quelle
espressioni che valgono la potenza degl’atti e l’arcano del sentimento.
Non resistono gl’italiani a tal commozione, e nelle istesse maestose
vôlte del Vaticano, la passione che s’era tenuta rintuzzata ed occulta,
si sprigiona e si manifesta nel canto.
Nè ormai v’ha più rischio che le confusioni di strano linguaggio e
l’aberrazione de’ sregolati pensamenti, inducano la esclusione dal
tempio cattolico, per quella guisa che da quel d’Israele furon cacciati
i profanatori: che nella scuola rigenerata dal Palestrina e da questi
lasciata a Bernardino Nannini, succedea il dotto Vincenzo Ugolini
(1593), prima ancor della morte del primo maestro; e fra gli allievi
dell’Ugolini, sorgeva un Gregorio Allegri, della casa de’ Corregi, nato
a Roma nel 1580, il celebre autore del _Miserere_; fondatore insieme al
Boccherini della _musica istrumentale da Camera_; e un Aguzzani pure
alla romana cappella maestro, che concertava nuovi salmi sullo stile
medesimo.
Fiacchi diventavano ormai i madrigalisti romani, capo dei quali era
stato Verardo Marcellino al principio del secolo[137], che finiva con
Boschetti Jeronimo, 1594, ed Ancino Giovenale, 1599.
E nella medesima antica e rigorosa chiesa Ambrosiana, nella illustre
Cappella milanese, dove Carlo Borromeo ammise i fanciulli allettandoli
col canto a riunirsi alla scuola delle religiose dottrine, un famoso
Gabuzio accomodava modernamente molte modulazioni delle ambrosiane
salmodie; ed il suo successore Vincenzo Pellegrino, non solo i nuovi
canti di Giulio Cesare Gabuzio, ma d’altri prestantissimi cantori che
quella cappella in ogni tempo accolse e protesse, in nuovo ordine
raccolse e con miglior metodo ridusse. Laonde i prefetti di quella
metropolitana impresero nel 1619 una prima e splendida edizione di tali
canti accomodati, divisi in quattro parti secondo le varie stagioni,
dedicandola poi al cardinale Federico di quella chiesa noto arcivescovo
zelantissimo. Della cui cura anche pei rituali canti, e della natura
dei canti medesimi, e sulla riputazione della milanese cappella, spande
in brevi parole ampia luce la lettera con la quale il rettore e i
deputati della vener. Fabbrica, nel 20 decembre 1675, dal Campo Santo
di Milano, quella collezione impresa da Giorgio Rolla, all’illustre
antistite ed al pubblico completamente porgevano.
«Godeva lo Sposo divino vedere la di lui Sposa fra mezzo a musici
chori, anzi parendogli ella stessa un’armonia animata, invitandola a
piamente e soavemente cantare, le replicava quelle voci: _Sonet vox
tua in auribus meis; vox enim tua dulcis_ (Cantic. c. 2). Corre il
vegesimo secondo anno, che V. E. è sposata alla Chiesa milanese; stimo
perciò le aggradirà sentire in armonioso concerto le lodi della sua
Sposa, la di cui voce non soletica l’orecchio, se non per isvegliare
l’animo alla divozione. Quindi è, che quel gran vescovo, e dottore di
S. Chiesa Agostino confessa, che nello stesso Tempio maggiore della
Chiesa milanese, udendo le voci allegre e sonore di chi lodava il sommo
Creatore, sentivasi talmente intenerire gli affetti, che gli cadevano
da gli occhi abbondanti le lagrime, onde esso medesimo persuadeva
tal consuetudine di porgere ossequioso tributo di lode a Dio: _ut per
oblectamenta aurium infirmior animus in affectum pietatis assurgat_
(Confes. lib. 10, cap. 33). V. E. ha poi aggiustato questo musico
concerto con tale temperamento e moderazione, che è cosa singolare
della Chiesa milanese il sentire una musica grave, e non molle, che
vale bensì ad eccitare la pietà, e non a lusingare i sensi. Fra questi
suoni e canti non mancherà questa Chiesa di pregare Iddio, che le
conservi longamente il suo Arcivescovo, al quale bacciando la sagra
porpora facciamo humiliss. riverenza[138].»
Tornando a Roma, nella scuola ivi ormai tanto fiorente, vôlto non
ancora un secolo dal Palestrina, un altro genio s’insedia; ed è il
Carissimi, che nel 1649, introduce anche nella cappella ponteficia
e nel collegio tedesco di Roma, il nuovo canto e lo regola e lo
perfeziona.
Benchè nato in Venezia nel 1582, tempo delle grandi novazioni musicali,
non si può dir giustamente che di queste egli sia stato l’esagerato
fautore o l’imitatore servile, come avviene di vedere sovente a seconda
degli andazzi o a seguito de’ grandi rimurchiatori. Egli sentì, è vero,
la inclinazione della sua epoca, ma fu genio libero e indipendente, e
le sue maniere spontanee e tutte sue; per cui si può dir che appartenga
anche il Carissimi ai genj creatori.
Infatti mostrò anch’egli come la bell’arte, più che allo studio,
all’innato sentire debba i suoi trionfi. Egli non s’angustiò fra i
tirocinj de’ metodi e de’ sistemi; la sua gioventù non allibì fra i
calcoli e le ricerche, fra gli stenti di tutto trarre dalle altrui
dottrine; Carissimi si fè da sè; per la sua fantasia fu maestro, più
che per lo studio.
Col suo naturale buon senso perfezionò il nuovo modo recitativo che era
stato inventato da Peri e da Monteverde; alla parte del basso diede
un andamento più regolare e un certo ritmo; fu il primo che compose
_Cantate_ in vece dei soliti madrigali, e vi spiegò un’insolita grazia
e verità d’espressione, facendole sostenere da semplice e purissima
armonia.
Fra questi veri _Canti Carissimi_, porta il vanto il _Giudizio di
Salomone_; ma in tutte le sue cantate uno stile soave vi fluisce, vi
brillano motetti mirabili, domina una semplicità che è il carattere
eterno del bello.
Un altro valente di quel tempo lodando il maestro Carissimi, sclamava:
_quanto è difficile giungere a tanta facilità!_
Il Lulli imitandolo, portò la musica italiana e le maniere del gran
maestro in Francia, attorno quel tempo.
Fino allora i pochi e deboli compositori francesi perdeansi nell’antico
stile, e fuori del paese loro passavano ignorati.
Il padre Merçenne, ricercatore di quel tempo, dichiarando le difficoltà
che gli si opponevano, che _Ercole non avrebbe potuto superare_, e
dimostrando consistere la principale nella mancanza d’ogni criterio per
prescrivere leggi certe e norme sicure per compor buoni canti _fuori
del genio_, confessa che di tutti i musicisti che allora componevano
o cantavano, uno solo riscontrava fra i Galli che sapesse adornare
il soggetto propostosi con belli e graditi canti — _unus Guedronius,
uti nunc illius gener soli in Gallia cantus pulcherrimos fecisse,
censentur_[139].
Merçenne medesimo con tutta l’arte sua, e De Coussu altro compositore
del suo tempo, non sapeano che copiare cattivi tipi e imperfetti. Altro
erudito musicista rettore della reale Cappella di Parigi nel 1600,
Eustachio De Caurroy, cantava e scriveva _more veteri Guidonico_.
Lulli italiano, fu il primo che belle forme di canto in Francia
introdusse. Aveva il genio coll’arte. Scrivendo la _Psiche_, egli
inventò di trasportare nell’opera la _fuga_ usata da prima soltanto ne’
canti chiesastici; ridusse il _recitativo secco_, o _dialogo galante
e buffo_ del Peri e del Carissimi, a _recitativo cantabile_, ovvero
articolazione modulata, dandone i primi saggi nella sua _Armida_.
A Parigi la Scuola di Lalande non era allora scarsa di meriti nè scevra
di plausi, perchè andava appunto informandosi de’ nuovi modi italiani;
ma quivi era precisamente il caso dello stento degli imitatori, e
lentissimo e forzato ne era il procedere; come a nave cui il vento è
negato, mancava oltr’alpi la ispirazione.
Si ricorse a maestri italiani, e questi vi fecero buone prove; ma i
frutti proporzionati sempre ai terreni ed al sole.
L’impulso fertilizzava meglio nel campo istrumentale della Scuola
francese, che non fosse in quello cantabile; ed il Campra, successore
al Lulli, dovea secondare le disposizioni degli allievi di questi, e di
Rameau specialmente a quella parte della musica tanto inclinato.
Questo fu testimoniato dagli scrittori francesi medesimi e dal Rameau
istesso.
Un grande spirito contemporaneo ai due musicisti, ambi li descrisse
dicendo che, _Lulli parla al cuore, Rameau all’orecchio_.
E quest’ultimo, già scolaro dell’organista Marchand, e non mutato
dagli esempj degli italiani, per cui aveva anche viaggiato nel paese
del sentimento, raffermava colla sua curiosa espressione «datemi la
Gazzetta d’Olanda ed io la metterò in musica.»
Anche il celebre Ab. Perrin, compositore che insieme all’organista
Cambert fu il primo ad imitare le melodrammatiche invenzioni italiane,
dopo quasi un secolo, ingegnandosi appunto nel 1671 a formare quella
specie di dramma musicale che fu la _Pomona_, ed altre tre composizioni
che possono dirsi in vero le prime francesi che all’opera assomigliano,
anche il Perrin allora tanto vantato e meglio stipendiato, ottenuto
che n’ebbe il privilegio dal re (1669), ossequiosamente lo cesse a Gian
Battista Lulli (1672) «che in Francia avea perfezionata l’_Opera_, il
più grande sforzo e il capo-lavoro della musica — che possedeva l’arte
mirabile con una varietà maravigliosa, melodie ed armonie incantevoli
— i cui canti sono sì naturali e insinuanti, che si ritengono in mente
per poco che s’abbia di gusto e di disposizione.»
La Fontaine l’apprezzò anche se offeso; e se Molière l’invitò
talvolta _a far ridere_, era perchè «sopra una specie di barella
grossolanamente composta di vari rami d’alloro, portata da dodici
satiri, gli compariva un picciol uomo, di brutta ciera, con occhietti
orlati in rosso, e un esteriore assai negletto; giocondo, bizzarro,
inquieto; che spezzava i violini sulle spalle a chi anche di lontano
stuonasse in fra l’orchestra che lo circondava, per poi compensarlo del
prezzo dell’istrumento ed abbracciarlo se confessato avesse o emendato
l’errore; e che infine si rompeva le gambe battendo il tempo colla sua
propria canna, per le quali battiture se ne moriva.»
Questo curioso tipo, gli stranieri storici lo vantarono musicista
francese! nato a Firenze nel 1633, al servizio di M.lle di Montpensier,
amico di Luigi XIV, marito alla figlia di Lambert buon musico, e morto
a Parigi nel 1687, lasciando molte e grandi opere, e molti figli che
camminarono di lontano sulle sue tracce.
Con tanta semplicità e buonafede, anche quel bell’umore di J. J.
Rousseau, che di mala fede accusa il Bontempi per aver chiamato
_Perugino_ il De Muri in luogo di Parigino, dopo di aver detto che
quasi tutte le introduzioni delle opere francesi sono formate su quelle
di Lulli, parlando appunto _des Ouvertures_, aggiunge, che queste
servirono di modello a tutta l’Europa, e che l’Italia ricorreva alla
Francia per tali introduzioni. « — Anzi vidi, egli scrisse, molte
vecchie opere italiane portanti in fronte un’Ouverture di Lulli: del
che, in oggi che tutto s’è cambiato, non convengono gl’italiani; ma
il fatto non cessa d’essere certissimo — che si servirono del genio di
questo grande francese!»
Il fiorentino esaltato da Luigi XIV, e dalla nazione francese adottato
e glorificato come rara conquista, poco o nulla aggiunse per altro al
canto che esisteva al suo tempo, alle maniere cioè e al fraseggiar di
Carissimi, alle arie del Cavalli; onde fu detto che il suo genio era
quello della lingua galante del secolo, alla cui bella declamazione
concorse rivestendola delle note tolte al sentimentalismo italiano;
proponendo qualche bel portamento e permettendo frequenti trilli alle
voci da lui scelte in Linguadocca, e all’agile gola della Rochois
speciale interprete della sua _Armida_.
Nè si scostarono granfatto dalle maniere dell’ammirato Lulli i suoi
successori, fra quali il Campra e il Rameau.
Andrea Campra, benchè d’origine italiana, era nato ad Aix, nel 1660;
maestro alla cappella de’ Gesuiti e di Notre-Dame di Parigi; sortì nel
1697 col suo logico ed acclamato recitativo _L’Europa Galante_, e di
tal genere compose diverse altre operette, e musicò forse il primo le
_Feste_ ed il _Carnoval di Venezia_.
Anche il suo coetaneo Enrico Desmarets parigino, dapprima cantore alla
corte, poscia vagante in Ispagna, sparse buoni mottetti, e scrisse
l’_Ifigenia_ poi ritoccata da Campra.
Primo poi che, intorno a quel tempo, ebbe l’arte di solleticare il
gusto d’ambo le nazioni italiana e francese, e di riunire i loro
suffragi, quasi sempre opposti in materia di musica (scrisse un altro
letterato francese), fu il grande musicista italiano Corelli.
Era il tempo infatti del rinascimento della musica, e degli attriti
inseparabili dalla gran novazione.
Claudio Goudimel, mediocre musicista della Franca-Contea, era stato
ucciso a Lione nel 1572, da alcuni cattolici, che per le solite
superstizioni facevansi merito di spandere sangue, i quali gli fecero
crimine l’aver musicato i Salmi di Marot e di Beze.
Orlando Lassus di Berg, che scrisse pure _Liber Missarum_, e in pari
tempo _Patrocinium Musarum, Theatrum musicum, motetarum et madrigalium_
etc., era stato considerato alle corti di Francia, d’Inghilterra e di
Baviera, meglio che Orfeo ed Anfione, il consolatore del nojato mondo
— _Hic ille Orlandus_, Lassum _qui recreat orbem_. — E colmo d’anni e
d’onori era morto in Monaco nel 1594.
I Paesi-Bassi, secondo Du Bos, per alcuni mediocri musicisti, si
disputavano il merito delle più belle composizioni.
Convenne Rousseau, che nel tempo in cui l’Italia era imbarbarita, ed
anche dopo il rinascimento delle altre arti, le quali tutte l’Europa a
lei deve, la musica più tardiva, non avea potuto prendervi facilmente
quella purezza di gusto che dappoi si vide brillare. E a dimostrazione
la più convincente, rimarca il fatto che per lungo tempo vi fu una
medesima musica in Francia e in Italia e che i musicisti delle due
contrade comunicavano famigliarmente fra loro, non senza però che si
potesse riconoscere nella francese i germi di quella gelosia che è
inseparabile dalla inferiorità.
Aggiunge siccome prova, che il medesimo Lulli, allarmato dall’arrivo
in Francia del Corelli, il quale non possedeva soltanto l’abilità delle
cadenze, ma la nuova e vera melodia, s’affrettò di farnelo allontanare;
il che gli riuscì tanto più facilmente, in quanto che Corelli era più
grande, e per conseguenza men cortigiano.
Notasi pure nella _Lettera sulla Musica francese_, del prelato
osservatore filosofo, che «l’Ab. Du Bos ebbe molto a tormentarsi per
far l’onore ai Paesi-Bassi del rinnovellamento della musica; e che ciò
potrebbe anche ammettersi se si dasse il nome di musica a un continuo
ripieno d’accordi: ma se l’armonia non è che la base comune, e la
melodia sola costituisce il carattere, non solamente la musica moderna
è nata in Italia, ma avvi qualche ragione di ritenere che in tutte
le lingue viventi, la musica italiana è la sola che possa esistere
realmente. Al tempo d’Orlando e di Goudimel, si facea dell’armonia
e de’ suoni; Lulli vi aggiunse qualche cadenza; Corelli, Buononcini,
Vinci, e Pergolese, sono i primi che abbiano fatto vera musica.»
E Corelli, che fregiava il bel genio con tale amabilità di carattere
e sì rara modestia, che parea dimenticasse interamente i suoi meriti,
nel paese stesso in cui si vedea tanto stimato, non ebbe la smania di
dirsi francese, come tanti italiani all’estero per meglio conciliarsi
le simpatie, e come il bisbetico suo rival fiorentino soffriva che lo
togliessero all’onor della patria, e che altri dell’italiano suo nome
facessero Lully, quasi a fama più risonante.
Egli stimò Lulli, e non intese lo stile francese, nè le straniere
adulazioni[140]. Morì a Roma nel 1733, lasciando principale erede delle
sue dottrine il Tartini.
E a Roma perfezionavasi in quel tempo il Duni, destinato esso pure,
come Lulli pel dramma lirico, a creare in Francia il comico canto; del
quale italiano a Parigi, diremo con quei del suo secolo.
Oltre al Lulli, il Campra, ed il Corelli, furono apostoli musicali in
Francia, intorno a quel tempo (1623), i Rossi.
Prima un Michelangelo, quindi un Luigi, e per terzo l’abbate Francesco
di quel nome, furono celebrati compositori di canti; ma quello cui
specialmente l’arte deve un più rapido progresso, e pel quale i modi
cantabili in Francia subirono un’immediata riforma, fu Luigi Rossi.
Questo geniale cantore del diecisettesimo secolo, portò per primo i
madrigali ad una voce introdotti dal Caccini e le cantate del Carissimi
che esordirono il dramma musicale _da camera_, alla forma di vere
_arie_, riformando le strofe o _couplets_ dei francesi allora usate.
Erano queste certe cantilene e parti dei vaudevilles composte sopra
versi d’un’eguale misura, spesso ripetute, talvolta debolmente
variate, sempre scolorite e monotone; onde Rousseau, accennando anche
alle migliori, contenute nelle _Folies d’Espagne_ e nelle _Vieilles
Chaconnes_, ebbe a dire che _storpiano l’accento e la prosodia_.
Le _arie_ invece, delle quali al Rossi s’attribuisce il primo sviluppo,
sono canti misurati, adattati alle parole giustamente «pezzi completi
di musica vocale, che siano in un solo pezzo, o si possano dividere e
separatamente eseguire, a solo, o a due e a tre voci, sono per così
dire, la tela od il fondo sul quale pingonsi i quadri della musica
imitativa; la melodia ne è il disegno, l’armonia è il colorito; tutti
gli oggetti pittoreschi della bella natura, tutti i sentimenti riflessi
dal cuore umano sono i modelli che l’artista imita; l’attenzione,
l’interesse, il diletto dell’orecchio, e l’emozione del cuore, sono
la fine di queste imitazioni. — Ond’è che una bell’_aria_ soddisfa
pienamente, resta nella immaginazione che se ne impadronisce e la
ripete a volontà; la si eseguisce nel cervello tale qual la si intese;
vedesi la scena, l’attore, se ne sente l’accompagnamento e perfino
l’applauso, onde il vero amatore non ne perde mai la memoria. — Nelle
arie, le parole non vanno di seguito e scorrono come nel recitativo;
ma si troncano, si ripetono, si traspongono a piacere del compositore:
non fanno una narrazione che passa; esse pingono un soggetto da
vedersi sotto diversi punti di vista, o un sentimento nel quale il
cuor si compiace, nè sa staccarsene; e le differenti frasi dell’aria
non sono che altrettante maniere di riguardare la stessa immagine.
Per queste ben’intese ripetizioni, una espressione che da prima non
ha potuto commuovere finalmente vi scuote, vi agita, vi trasporta: —
e quelle medesime _Roulades_ (passaggi di più note sur una istessa
sillaba) che nelle arie patetiche sembrano fuor di luogo, inducono
quella espressione che un cuore invaso da un sentimento vivissimo
rende sovente per suoni inarticolati meglio che per le parole: come
la _Neuma_ nel canto-fermo ammessa da Sant’Agostino per supplire, con
una _confusa giubilazione_ di canto a quelle parole che non si possano
trovare degne di piacere a Dio[141].»
Tanta mirabile rivoluzione, descritta da Rousseau nella sua definizione
delle arie cantabili, portò Luigi Rossi, variando il tipo melodico
primamente dal Caccini proposto, determinandone, dirò così, le linee e
i contorni rimasti ancora indecisi; lasciandone oltre a cento esempj
più o meno belli, che si conservano nella Biblioteca di Parigi e nel
Museo Britannico di Londra. Una di quest’arie specialmente, a voce
sola, nominata _La Gelosia_ «è un capolavoro tale, che in nessuna altra
epoca è stato mai superato; tanto dal lato dell’espressione drammatica,
quanto dal lato della forma melodica e la sublimità dell’armonia[142].»
Jomelli poi ne compì lo sviluppo, dividendo l’aria in andante ed
allegro, per la quale dupplice forma fu a lui attribuita l’invenzione
di quella composizione completa che dicesi _Scena_.
Abbiamo veduto che al primo sorgere del dramma musicale _da camera_
per opera dei veneziani maestri, e di quello _scenico_ pei fiorentini,
venne di seguito immediatamente il dramma _religioso_ che prese il nome
di _Oratorio_.
In questo stabiliva una differenza dagl’altri drammi la struttura sua,
occupata tutta dai pezzi e dai cori e non interrotta dai recitativi,
seguendo sempre il sistema specialmente accolto dalla chiesa di fondere
l’antico col moderno stile.
L’_Oratorio_ però fu preceduto dai _Concerti sacri_, come l’Opera dalle
cantate o dai concerti di camera.
Viadana, maestro di cappella a Mantova nell’anno 1611, si può dire il
primo che anche nella musica chiesastica abbia tentato di trar partito
dal recitativo, rivestendolo di melodici modulati, e servendosi del
_basso continuo_ recentemente allora inventato.
I suoi celebri _Concerti sacri_, composti per uso della chiesa,
fanno fede d’una immaginazione, che influì potentemente allo sviluppo
musicale.
Rossi Michelangelo, concorse a tale sviluppo, e ingrandì il _Concerto_
aumentandone le parti senza nuocere all’unità del concetto; legò
assieme con gradita varianza arie, cori, duetti, terzetti, e fece tutto
precedere da una introduzione, ma più estesa e sviluppata di quella
immaginata prima dal Lulli, che dimostra realmente l’esordire della
_sinfonia_, il cui primo saggio, benchè così umilmente comparso e quasi
ancora nella semplicità dell’infanzia, rivendica il vanto all’Italia
anche di quella invenzione istrumentale, che col nome di sinfonia fu
poi argomento di belle prove ai nostri genj moderni, e venne a tanto
studio elevata dagli stranieri.
Che se quel nome che accenna ad un concetto sinfonico interamente
svolto, non si volesse ancor dare alle introduzioni del Rossi, non si
negherà la formazione della _sinfonia_ propriamente detta al Sammartini
ed al Valmadrera, pur nostri, che furon maestri agli oltramontani.
Questo ingrandito e completato concerto del Rossi fu l’_Oratorio_
intitolato _Erminia al Giordano_, e composto nel 1625.
Laudi imitò felicemente quella composizione nel suo _Santo Alessio_,
1634.
Ora, continuando sull’apostolato musicale italiano all’estero, e
sui ricorsi delle straniere corti e cappelle ai nostri inventori,
per arricchirle dei nuovi canti, gustare le riforme e tentarne la
imitazione; mentre i modi del Lulli e del Rossi si famigliarizzavano
a Parigi, a Vienna, introduceansi quelli dei mantovani Viadana e Monte
Sinicelli.
Quest’ultimo continuando pel teatro l’opera riformatrice dedicata
dal primo alla chiesa, componeva nel 1626 l’opera _l’Europa_, e la
rappresentava in Mantova nella Accademia degli _Invaghiti_.
Trovandosi in questa ducale città il figlio dell’imperatore Ferdinando
III, arciduca Leopoldo, ed assistendo a quella rappresentazione, si
fece anch’egli _Invaghito_; e ne volle tosto la imitazione nella sua
capitale. Da questa prima idea portata da Mantova, trae origine l’opera
di Vienna, primo teatro in cui, al dire del Tiraboschi[143], fuori
d’Italia si introdusse il dramma per musica.
Maestri e cantanti italiani popolarono subito il nuovo arringo, e si
può immaginare di quale onore Baldovino di Monte Sinicelli abbia potuto
gloriarsi.
Questo veramente fu il seme che generò l’opera anche in Alemagna,
tentata subito da Riccardo Keiser in Amburgo, nel 1694, col suo
_Basilio_, e quindi coll’_Imene_ nel 1698, che non ressero però al
confronto dell’opera italiana, la cui prevalenza ritardò a quei popoli
di quasi mezzo secolo lo sviluppo dell’opera nazionale.
Tartini chiamato a Praga nel 1725 dall’imperatore Carlo VI, e quivi
rimasto tre anni, rese da usura l’utile che avea ricavato dalle prime
lezioni del padre Boemo organista, durante il suo soggiorno forzato
in Assisi, ottenne i suffragi universali; diede consigli agli artisti
tedeschi, a Stamitz specialmente, il quale dovea rappresentare la sua
scuola a Mannheim, come Gairniés la rappresentava in Francia, onde fu
detto il _Tartini francese_[144].
Anche Lalande venne a consultare Tartini in Italia; e vedremo poi fra i
metodisti, nuovi stranieri del celebre maestro patavino imitatori.
Gian Filippo Rameau, nato dall’organista di Digione nel 1683, era pur
venuto a istruirsi a Milano, e fattosi artista nomade in Italia, ne
osservò i maestri, compose operette buffe assieme a Piron, e tornò
agli organi di Lille di Fiandra e di Clermont d’Alvernia. Sortito
poi dagli studiosi suoi ritiri nel 1722 per salire ai primi onori
della corte di Parigi, riportò le rimembranze italiane in quanto di
bello ebbesi a riscontrare nel _Sansone_ musicato sulle parole di
Voltaire, il quale aveagli dato il primo libretto per averlo sentito
cantare al clavicembalo nell’_Ippolito_ sui versi dell’Ab. Pellegrini,
nelle _Indie Galanti_, ed in _Castore e Polluce_, sulle quali opere
principalmente fabbricò la sua fama[145]. La scienza confessava
egli medesimo averla appresa prima dagli augelletti delle foreste
d’Alvernia, indi dai cigni d’Italia.
Gli Agricola, nella cui famiglia s’annoverano maestri fin dall’anno
1450, insegnarono successivamente il canto in varie cappelle d’Alemagna
nel 16.º e 17.º secolo.
Carlo Valgulio bresciano riproduce la sua traduzione e i commenti alla
_Musica_ di Plutarco, in Parigi nel 1514.
Gli Adriani, il primo dei quali nominato Francesco era maestro in Roma
al tempo dell’Ugolini (1593), trovansi registrati fra i capi cantori
di Parigi e di Liegi fino al 1750. — A Liegi, un Giovanni Cicogna era
stato maestro nel secolo XIV.
Vincenzo Albrici di Roma, verso il 1650 è già maestro in Svezia e in
Sassonia.
Fra Luigi Zacconi monaco Agostiniano, di Venezia, dirige e riforma i
sacri canti in Baviera, intorno al 1600, dove Orlando di Lassus avea
poco prima imitati quelli del Palestrina; e scrive la celebrata opera
«_Pratica di Musica utile o necessaria sì al compositore per comporre
i canti suoi regolarmente, sì anco al cantore per assicurarsi in tutte
le cose cantabili._» Divise questo lavoro in quattro libri, nei quali
si tratta: _delle cantilene ordinarie, de’ tempi, de’ prolationi,
de’ proportioni, de’ tuoni, della convenienza di tutti gli strumenti
musicali_; e di ritorno a Venezia nel 1619, quivi la pubblicò. In altra
edizione (1822) viene indicata siccome trattante «_de’ contrappunti
semplici ed artificiosi da farsi in cartella ed alla mente sopra canti
fermi, e doppj d’obbligo e non conseguenti: come si contessino più
fughe sopra i predetti canti fermi ed ordischino cantilene a due, tre,
quattro, e più voci_.»
Abaco Evaristo di Verona, si trova in Baviera, pochi anni dopo (1650),
che continua e perfeziona la scuola di Fra Zacconi.
E alla fine di quel secolo, Nicola Porpora della bella schiera
de’ napolitani maestri all’estero, già comincia brillare colla
sua rinomatissima scuola di canto a Dresda, a Vienna, ed in
Londra; ammirato dai celebri musicisti che sorgeano ad illustrare
rispettivamente quelle capitali, Hasse, Händel, ed Hayden.
L’amico di Porpora, Antonio Lotti, già cantore contralto di Venezia,
lo si trova maestro della cappella allora cattolica di Annover, e
compositore esso pure al teatro di Dresda, attorno il 1690, prima
che concorresse in patria coi grandi veneti suoi contemporanei e
magnificasse il suo nome sulla cattedra di Cavalli e di Legrenzi suoi
maestri, che alla lor volta vedemmo, il primo in Francia e Germania, il
secondo in corrispondenza colla scuola parigina di Lulli.
Pollarolo Carlo bresciano, diffonde a Vienna i suoi drammi musicati
a Venezia, e vi scrive l’oratorio _Jefte_ sullo scorcio del medesimo
secolo. Indi Ziani Pier Andrea, celebrato veneto organista, è a Vienna
maestro.
Carlo Pallavicino, allievo di Legrenzi, dagl’_Incurabili_ di Venezia si
trasferisce in Sassonia ove morì nel 1688.
Dopo questi, Baldassare Galuppi, è apostolo dei canti a Praga, a
Londra, nelle Russie, a Vienna, dove stanca Metastasio a dettargli
lirici versi.
Non è a dire se anche i Fiorentini, ch’ebbero il merito de’ primi
trovati nel drammatico canto, in estrani paesi passassero a far
propaganda de’ nuovi modi e riscuotere i primi plausi.
Il continuo movimento fratesco contribuì alla diffusione della
riformata scuola; e infatti fin dal 1516, per opera di Aarone
fiorentino, si trova formata una cappella in Rimini dove quel maestro
era canonico, quindi una scuola sua propria in Roma, che (come alcuni
asseriscono) si diramò poscia in Francia ed in Spagna.
Anche le frequenti emigrazioni che per cagioni politiche si ripeterono
in quel secolo, trasportando da quel di Firenze e dalle terre
circostanti il fiore dei cittadini, che spesso spogliati d’ogni
sostanza, e bisognosi presso a stranieri popoli, doveano ricorrere
alla propria capacità per procacciarsi di che vivere, come pur troppo
avvien sempre in tempi di tali sciagure; e specialmente le fughe e
gli esigli causati dai tradimenti del 1530 in cui le libertà della
Fiorentina Repubblica furono spente; influirono a popolare altri paesi
di que’ cantori e di quei musici che lungo le rive dell’Arno, ne’
templi dell’Orgagna, e sulle mura di Michelangelo, ispiravano i liberi
ricercari, le ballate poetiche, le canzoni guerresche.
Così vedemmo più di recente per le persecuzioni austriache in Italia,
più estesamente vangelizzata anche pei canti l’ospitale Inghilterra.
I fuorusciti fiorentini, in gran parte, ricoverarono in Francia, alcuni
nelle terre della Veneta Repubblica; e seco trasportarono le arti loro
pregiate, fra quali la serica manifattura, i modi speciali del loro
canto; e tanti in Francia, in Alsazia, e nel Vicentino si piantarono
stabilmente, e tuttora riscontransi i nomi, le scuole e le famiglie;
e non pochi scusarono i danni della perdita della patria, acquistando
felice riputazione; come il Boccaccio notò, nella sua epistola a
Pino de’ Rossi, che «_assai nostri cittadini sono già di troppo più
splendida fama stati appresso le nazioni estrane, che appresso noi_.»
Dalla chiara famiglia de’ Fantoni venuti da Firenze in Francia co’
fuorusciti, alcuni trattarono l’armi, altri esercitarono il canto e la
musica; onde diverse scuole e varie città francesi ebbero maestri di
questo nome, finchè s’incontra il celebre Nicola Fantoni, e Fanton per
lo straniero accento, scrittore di mottetti e di salmi, in cui rivelasi
la fantasia italiana sposata al gallico stile del Lalande, superato per
altro in vaghezza e per le istrumentazioni condotte e riconosciute di
miglior gusto. Prima maestro alla cattedrale di Blois, e a quel famoso
reale castello, lo fu poi a la Saint-Chapelle, ove morì (1757).
De’ suoi nipoti venuti in Italia, e precisamente su quello della
Repubblica veneta (1769), parecchi Fantoni si distinsero nel culto del
canto.
_Progresso e svolgimento del Canto Drammatico. — Scuola Napolitana. —
Rapido suo ingrandimento. — Precursori della nuova Epoca. — Compositori
del secolo XVIII._
Ma io non discorro la serie tutta de’ maestri italiani all’estero
nei tempi delle prime scuole del canto drammatico; perocchè compresi
in gran parte nel novero de’ maestri di musica, torna impossibile
il distinguere quelli che l’arte musicale nella piena estensione
esercitarono, dai cultori speciali di quella parte che al canto si
riferisce.
Nè io mi sono proposto di trattar della musica in generale; ma le fasi
della scuola vocale, le memorie e lo sviluppo del linguaggio del canto
io vò raccogliendo.
Inoltre il lento procedere delle scuole straniere, la povertà
dell’antica loro storia, la debole e impotente imitazione della
scuola italiana a cui tanti secoli confessarono l’assoluta primazia
ed il pregio originale, mi riconducono ai vasti progressi del canto
per l’impulso dei nostri maestri famosi che alle novità del secolo
16.º aggiunsero altre sorprese, continuando l’aurea catena de’ primi
classici, e apparecchiando i prodigi con cui dovea chiudersi il 17.º e
aprirsi l’ultimo secolo.
Infatti dopo le risorte scuole del Palestrina, dei Gabrieli, e de’
fiorentini, più che le persone degli insegnanti che varcarono i confini
d’Italia a comunicare i nuovi trovati, giova attendere ai mirabili
effetti della diffusione dell’opere e dei metodi degl’itali innovatori,
allora che l’eco de’ bellissimi canti risuonò per l’arie tutte
dell’universo.
E qui mi si sfila dinnanzi la plejade degl’illustri maestri, che, come
seconda legione non men sublime e più splendida, perfeziona l’opera de’
primi genj; per cui il canto de’ templi unisce alla maestà la poesia, e
quello del mondo esprime il dramma e la commedia.
Veggo ricomparire in Venezia ispirata la sacra Musa col sorgere di
Benedetto Marcello, dopo l’anno felice di sua nascita 1686.
Il gentiluomo illustre d’avi e di memorie, che per volere paterno
dovea educarsi puramente per la politica e la magistratura, era tratto
invece irresistibilmente all’amore, alla musica ed alla poesia. Nel
primo, una popolana fanciulla lo iniziò nelle dolcezze che s’appurano
per la virtù, e si piacciono di mistero. Alla poesia la sua Venezia
gli fu ispiratrice. Alla musica, negata essendogli ogni istruzione, e
non bastando il mediocre Gasparini esercitante allora il contrappunto,
provvide da solo il Marcello e bastò a lui interamente il suo genio.
Ripeteasi così l’autodidattica sperienza per cui un secolo prima avea
sorpreso Carissimi.
Nè in sè soltanto ricercò gli effetti della espressione e del
sentimento riguardo allo studio suo prediletto, ma nella donna
istessa del cuor suo, che amò esercitarla nel canto, e che sposò poi
segretamente.
Meglio che dalle applaudite esecuzioni di un ricordato Antonio
Zanetti, buon maestro e cantore della scuola veneta in quel tempo,
io mi figuro il gentil veneziano pendere in estasi dalla voce della
sua bella studiandone le soavi impressioni, come Abelardo trasfondeva
col canto gli appassionati moti nel cuor di Eloisa; ma come questo
non s’accontentava delle volgari parole, ei rinnovava il linguaggio
melodico di David e di Salomone, e dalle labbra amate sentia ripetersi
i baci della Sposa de’ Cantici e ne traduceva le dolcissime frasi coi
nuovi modi del suo genio creatore.
Intitolò infatti i suoi Salmi _Estri Poetici e Armonici_; e come
proprietà del genio felice è lo espandersi, facea gustare talvolta le
sue melodie ad eletta compagnia che radunava nel _Casino de’ Nobili_
da lui fondato in Venezia; e quindi in Pola dove la repubblica lo
inviava provveditore, ed in Brescia ove morì nel 1739; mentre la patria
lo proclamava, come il Palestrina, _sovrano de’ canti_; gli stranieri
ammirati ricercavano le sue composizioni ormai rese famose; e Venezia
assicurava l’onore della sua scuola.
La posterità accordò fra i veneti illustri monumento a — _Benedetto
Marcello, che sapientemente ispirato espresse intero il concetto de’
Salmi e n’ebbe nome di Principe della Musica sacra_ —.
Giuseppe Tartini, intanto, già del 1721 maestro alla cappella del
Santo in Padova, e maestro anche in Venezia ad un Marcello fratello
dello stesso Benedetto, variava le stupende salmodie colle celebri sue
sonate, e nello studio de’ Marcelliani canti fondava il suo trattato
musicale famoso.
Alessandro Stradella, il misterioso cantore, riempiva pur le Venezie
delle sue composizioni lumeggiate dell’aria romanzesca della sua
vita[146].
Sulle poetiche rive dell’altro mare d’Italia, non meno splendida
rifulse la stella ai genj canori ispiratrice.
Come i Gabrieli a Venezia, a Napoli i due Scarlatti, Domenico padre
ed Alessandro, costituito aveano e reso celebre il Conservatorio di S.
Onofrio, gloriandosi fra gli altri di Leo e di Durante distinti allievi
e alla lor volta maestri.
Il canto drammatico, di recente coltivato, e pur salito a mirabile
sviluppo, serviva ancora a quel miscuglio di sacro e di profano, di
favola e di storia, privo di buon gusto e d’interesse, sopracarico
d’una musica ornamentale e bizzarra, che se valea a dinotare la scienza
del compositore, nuoceva sensibilmente ai veri effetti dell’arte.
Alessandro Scarlatti, non trascurando nessuno de’ trovati precedenti,
attese a riformare il dramma musicale; ed in una sua opera, intitolata
_Onestà ed Amore_, rappresentata nel palazzo di Cristina di Svezia a
Roma, nel 1680, dimostrò ai poeti come valesse meglio assai toccare
il cuore che la fantasia, ed ai compositori, come la potenza dell’arte
consista principalmente nella melodia.
Da questa sua bella scuola originale e riformatrice, si può immaginare
quali libere vie trovassero da spaziare gl’ingegni eletti de’ suoi
allievi.
Le melodie di Leo salentino furono cerche in Italia ed in Francia anche
lungo tempo dopo ch’egli creandole s’era spento[147].
I primi veri espedienti insegnativi, e la vera scuola del _formato
canto italiano_, fissano la loro origine col Leo e col Durante.
Durante napolitano, nato nel 1693, dal collegio musicale di Alessandro
Scarlatti, passò a Roma, dove lodavansi i recenti insegnamenti
dell’Adami da Bolsena, detto anche Carielo Piseo (1700), ed allora
tenea scuola di contrappunto Bernardo Pasquini, e un Petroni procedeva
fino al 1755 con quella di canto. Al comparire in Roma del Durante
anche la scuola del Petroni si volse a interpretare le di lui nuove
composizioni sacre, improntate d’un fare solenne ed energico e del vero
sentimento religioso.
Come Marcello alla veneta, Durante diè splendore alla Scuola
napolitana; come quello, sofferte avea le paterne contraddizioni,
toccò a lui di lottare colle improntitudini d’una Santippa, che
gli togliea perfino clandestinamente i suoi spartiti e a vil prezzo
vendevali, mentr’egli con esempio di esemplare pazienza e di prodigiosa
memoria s’adattava a rifarli; e trionfò anch’egli, segnando le sue
opere coll’energia infocata dell’amore, e colla calma solenne della
meditazione[148]. Diresse il Conservatorio di santa Maria di Loreto.
E come alla testa di quella scuola che alla fine del secolo 17.º
avea apparecchiato l’ultima trasformazione del canto italiano e del
drammatico sviluppo dell’opera, colle composizioni dei Bertoli,
Cavalli, Draghi, Badia, Cesti, e Buononcini, avea brillato A.
Scarlatti, maestro a Durante: così alli insegnamenti del Durante
medesimo, debbonsi i compositori del 18.º secolo; e splendono a sua
corona Pergolese, Jomelli, Trajetta, Piccini, Sacchini, Paisiello.
Viste le origini classiche de’ canti religiosi e drammatici, eccoci ai
primi esempj del vero sviluppo dato alle loro espressioni in maniera
comica e in quella giocosa.
Non è che tali modi derivino dalle forme più serie; o sieno conseguenza
de’ progressi nelle sacre melodie e nel lirico dramma; o infine
ammettano uno studio esclusivo, una speciale intelligenza.
Questa lingua una e trina è sempre la stessa, che apparisce diversa
secondo la varietà delle espressioni.
Fino dalle prime nostre osservazioni abbiamo potuto convincersi come
anche il selvaggio con le note medesime che la natura gl’impara, e come
detta il sentimento, prega, piange e folleggia.
Egli è che l’arte più presto o più tardi, applicò i suoi studj a questo
o a quel modo di espressione; ed i genj a seconda della inclinazione o
del capriccio si fermarono ad uno o all’altro esperimento.
Giambattista Pergolese di Jesi, presso Ancona, giovanetto compreso
tutto delle solenni espressioni del Durante, educato da Gaetano Greco
e da Francesco Feo nelle buone ma sistematiche leggi del contrappunto,
non si lasciò legare da verun vincolo, non subì pressione da autorità
alcuna; e vera immagine della libertà del genio e dell’arti divine, si
lasciò trasportare alle vaghezze tutte che nel giardino delle liriche
muse gli offriano diletto; i noti campi furono scarsi al suo estro; e
farfalla generica che non si pasce soltanto del proprio suo vegetale,
lui primo variopinse le ali all’ebbrezza di tutti i profumi.
Per meglio esprimere la indipendenza del canto, Pergolese tentò
da prima spogliarlo di que’ accompagnamenti che lo seguivano tanto
dappresso da confonderlo con chi doveva servirlo.
E questo in Pergolese fu un grande insegnamento: perocchè non sia vero
che gli accompagnamenti diversi dal canto rendano questo meno sovrano
o più soggetto; ma quelli che seguono il principale motivo, e vestono
dirò così il costume del loro padrone, per eccesso di servitù, non
lasciano più distinguere il signor dallo schiavo.
Anche il Vinci, compositore purista che avea afferrata la somma idea
dello Scarlatti, provato s’era a separare la parte vocale da quella
istrumentale, e facendo distinguere la melodia dall’accompagnamento, le
avea rese amendue semplici e naturali.
Ma confermato il bel metodo, v’era ancora campo a procedere.
Pergolese fu il primo compositore che vestì qualche aria di
accompagnamento istrumentale _diverso dalla cantilena primaria_, e per
tal modo lasciò più libera e sola la espression dell’attore: trovato
questo di cui purtroppo un’applicazion troppo spinta indusse poi
un’altra confusione, dai poveri genj ritenuta sapiente, ma che non è
altro che un abuso di libertà.
Pergolese mostrò l’intreccio di due motivi diversi anche fra que’
strumenti che meglio imitano il canto, voglio dire fra due violini;
ma sempre con quella sobrietà, quella semplicità e lucidezza
che mantengono il canto concepibile alla mente cui non è data la
molteplicità delle intuizioni in un medesimo punto, ammenochè tutte
non formino un solo nesso, che allor nella musica non trattasi più di
melodico canto, ma bensì d’armonia.
Altra novità trasse il Pergolese dal _semitonare_ nel canto; altre
dal rendere meno difficili e secche le cantilene e più veracemente
adattandole alla passione.
Per torre il monotono che investiva i canti tutti de’ precedenti
maestri, e che pesava specialmente in sull’_ariette_ dello Scarlatti,
Pergolese consultò la natura ed ispirossi al vero. Per tali cause potè
variare i suoi trovati, ed ottenere effetti esprimenti e fedeli delle
passioni diverse che prese a colorire col canto.
Per lui le religiose frasi mantengono la lor gravità, e le comiche
conversazioni brillano di giocondità e di naturalezza.
L’Italia ha per lui la lirica commedia. Ma non è più la strofa
licenziosa de’ buffoni, il capriccio sbrigliato de’ menestrelli; è la
sorgente di bel canto che dopo mille filtrazioni e raffinamenti sgorga
ricca di nuovi tesori; è la vena del buffo-comico di cui si compie la
scuola del canto.
Fu precisamente la farsa musicata dal Pergolese nel 1731, intitolata
_Serva e Padrona_, che segnò quasi la origine dell’opera buffa in
Italia.
In questa composizione rifulge massimamente la verità di espressione
propria ai canti di quel maestro: il comico stile opportunamente
s’intreccia a quello dell’opera seria; perocchè l’indole sia
melanconica ed elegiaca, ma non v’impedisca gli slanci vivaci, la
grazia e la soavità; ed è uno stile formato, la vera espressione
comica, vagamente prima segnata dagli estri serj o burleschi de’
veneziani cantori.
Dai primi che udirono la _Serva e Padrona_ fu subito compresa la
novazione che que’ canti recavano al teatro, l’effetto fu pronto,
l’esito sicuro.
Fra i giudizj autorevoli dei contemporanei musicisti, osservatori e
filosofi, il padre Gio. Battista Martini de’ Minori conventuali di
Bologna, buon maestro compositore di quel tempo — (nato 1706, morto
1784) — e conoscitore erudito della musica antica e moderna, di cui
avremo a intrattenerci più innanzi fra i trattatisti, il pad. Martini
elogiò specialmente il Pergolese pe’ suoi nuovi modi di canto burlesco;
mentre nelle sue critiche non sembra soddisfatto appieno dello stile
ecclesiastico del compositore medesimo, di cui in appresso vedremo una
gran prova.
Rousseau, nella _Lettera sulla Musica francese_, confessò che Pergolese
fu tra i primi che rese la musica melodica, mentre era prima troppo
artifiziosa e ripiena di contrappunto.
Marmontel, nella _Poetica francese_, disse che, l’opera _Serva e
Padrona_ di Pergolese servì di scuola ai francesi; ch’essi non sapevano
che la commedia può essere avvivata dalla musica, prima che gli
italiani a loro non l’avessero appreso.
D’Alembert (_Dissertazione sulla libertà della Musica_) salutò
Pergolese come il Raffaelo della musica italiana.
Ed infatti come Raffaelo, e come un altro genio straordinario e
sensibile, quale fu poscia Bellini, Pergolese, fu stella nunziante
il mondo di nuova luce; colla purezza de’ nuovi albòri mostrò la
semplicità di natura, diè la visione del vero e bello; e scomparve.
Colla sorte di chi sembra appartenere a cieli più puri, morì
giovane anch’egli, a 26 anni! Per soli quattro, beò quaggiù di sue
composizioni, ferito dalla sorte che parea preferire Eginio Duni,
napoletano musicator del _Nerone_[149].
Ma pria di rapirsi alla breve sua peregrinazione il cigno di Jesi, come
lo imitava più tardi quello di Pesaro, chiuse i suoi canti coll’inno
di dolore, quasi a lamento della sua dipartita. Scrisse lo _Stabat_,
ultimo lavoro che bastava questo a immortalarlo.
Il padre Martini appuntò Pergolese d’aver lasciato trasparire in questa
sacra elegia lo stile della _Serva e Padrona_. Dal quale giudizio
chiaramente apparisce avere il frate bolognese preso in esame più serio
il cantico sacro di quello che non avesse fatto della farsa teatrale.
Che se pari studio avesse posto analizzando lo stile della _Serva e
Padrona_, pronunciato avrebbe opposta sentenza; che realmente nel fondo
appassionato di questa commedia sembra talvolta adoprato lo stile che
nello _Stabat_ espresse la pietosa elegia.
E valga il vero che, in seguito, Meyerbeer, il combinatore profondo,
si valse egli stesso d’alcun di que’ ritmi vivaci per adattarlo alle
espressioni più serie, e con nuovo mirabile effetto.
Nella musica infatti del Pergolese è notabile la proprietà tutta sua
caratteristica di variare il ritmo mantenendolo pur sempre brioso ed
elegante; onde se la sostanziale mutanza mantiene il diletto, la forma
costante intrattiene la espressione e tien ridestato e rinnova sempre
l’effetto, che alcuni intelligenti attribuendolo al ritmo, lo esprimono
quale energico eccitamento delle _azioni nervose riflesse_!
Fatto è che, ora ch’io scrivo sui canti del Pergolese, cento e
quarant’anni crollarono le loro polveri sulle sue composizioni,
nel qual lungo spazio di tempo, se i più splendidi astri comparsi
abbagliarono quasi di luce il mondo musicale, impedire però non
poterono che il desìo di tutti i religiosi cultori a quelle modeste
penombre non si volgessero, e i primi fiori avvivati dai miti raggi
di quel mattino non ricercassero quasi a dolce riposo, a vergine
ispirazione, a felice conforto.
Da Paisiello a Rossini quegli oracoli furono consultati; e a quelle
_idee melodiche di prima intenzione_ ricorrono tutti che saper vogliano
come si canta _italianamente_.
Il gusto andò colle novità succedutesi e colla moda: ma dopo quasi un
secolo e mezzo risentì vaghezza del primo latte; ed ora che scrivo,
i teatri riproducono la _Serva e Padrona_ di Pergolese con nuovo
fanatismo, e i giudizj moderni riconfermano le antiche sentenze.
Oh che musica, che canto! — Si esclama a Firenze — che soavi melodie!
«Musica gentile, affettuosa, semplice, originale, espressiva,
stupendamente adattata alla situazione. L’aria del basso, nella 2.ª
parte, è tale da formare la riputazione d’un maestro, il vanto di una
scuola; ella è addrittura portentosa. Gentile il duetto finale; e per
tutto elegante e spiritosa la fantasia dell’autor dello _Stabat_[150].»
Un progressista convinto _del massimo vigore raggiunto dal drammatico
canto_, e incredulo _di potersi beare ai vagiti di quando era bambino_,
confessa «di rimanersi maravigliato del brio, della scorrevolezza
dello stile, e di quel misto di cattedratico e di spigliato da cui
risulta tessuta la musica di questo nostro antenato. Niente infatti è
più curioso dell’antitesi che offrono all’udito quelle melodie vivaci
come schioppetti di risa, modellate, con un garbo proprio attico, sopra
un gravissimo e serissimo _basso-continuo_. Niente più naturale di
quell’arietta di Vespina nella quale la briosa servetta chiude con un
ripetuto _pss!_.. impertinente la bocca al vecchio padrone indignato
di non potere dire le sue ragioni; nè altro è meglio espresso di quella
lotta che si sviluppa in un _recitativo ed aria_ così belli, da sfidar
qualunque maestro d’oggi giorno a fare altrettanto e con altrettanta
verità d’espressione, servendosi dei soli mezzi che l’arte a’ tempi di
Pergolese possedeva[151].»
Da Milano si scrive con nuova letizia che, finalmente si sente ancora
il vero canto italiano, nelle opere del passato che hanno un valore
vero e reale ove si fa buon uso dell’arte, e s’ottiene grande effetto
con poco, invece di sciupare molto per aver poco o nulla, com’usano
malamente i moderni abbujati che vorrebbero farsi riformatori!....
Pergolese nella _Serva Padrona_, manifesta un tesoro d’idee melodiche
prime, di svariati atteggiamenti, di bellezze native, di felici
ardimenti. In quella farsetta si canta, e non si declama alla francese
ed alla tedesca...
Ed a Roma, dal 1737, in cui Fra Sabbattini dirigeva i cantori
riproducenti lo _Stabat_ del Pergolese appena allora defunto, ai giorni
nostri, in cui ai padri in ecumenico concilio raccolti si ripetono,
dopo 133 anni, quelle note piene di fede, meste e spiritose, italiani
e stranieri, ossequiando all’eterno bello, si commovono ancora ai canti
del Palestrina, del Marcello e del Pergolese.
Altro bel genio meridionale ch’ebbe la ventura di misurarsi
con Pergolese, fu il Duni, nato a Matera nel 1709, allievo del
conservatorio _dei Poveri_ che sorgea in Napoli con Durante. L’estro
del comico canto attagliavasi specialmente alla natura del Duni sotto
alla quale ispirazione compose a Napoli, a Roma, a Parma, e finalmente
dal 1757 in poi a Parigi, dov’egli creò la commedia lirica colla gloria
medesima che settant’anni prima Lulli vi avea acquistato il primato nel
dramma.
Duni, nella invenzione di que’ canti si lasciò lungo tratto discosti
i pure famigerati Rameau e Rosseau; fu guida e scintilla al primo
comico-lirico francese Monsigny di Fauquembergue (1760) che in varie
operette lo imitò abilmente; morì in Parigi nel 1775, lasciando
popolari le sue ariette piene di grazia e di naturalezza, che si
ripetono ancora nei borghi e nel fondo delle campagne.
Data dunque la spinta, precisata la strada del canto drammatico e di
quello comico, eletti ingegni di cui in ogn’arte fu sempre feconda
l’Italia, alla guida di tanti maestri inoltraronsi subito alle più
felice scoperte; ed ecco rivaleggiare e succedersi scrittori di bel
canto ad ogni espressione rivolto; e fra i primi, e tutti nella ferace
terra dove si dilatava la scuola al favore di tanfi esempj, Porpora,
Paisiello e Cimarosa.
Porpora Nicola, nato in Napoli nel 1685, allievo esso pure dello
Scarlatti, si dedicò con particolare predilezione alla parte precipua
della musica, il canto; e si può dire il primo che seriamente abbia
tentato di penetrare i misteri delle intime espressioni, le cause e gli
effetti, ed abbia aperta allo studio del canto una ragion filosofica,
elevando quindi la scuola di sua espressione ad una nobiltà che non era
ancora riconosciuta, ed alla importanza voluta da un grande sviluppo.
Infatti alla esecuzione de’ nuovi trovati, ben’altri studj chiedevansi
di quelli che gli antichi e semplici modi permessi avevano; ed al
maestro dei canti della nuova epoca non poteva ormai più darsi il
modesto titolo di _maestro de’ fanciulli_, perocchè alle manifestazioni
più elevate quali l’arte drammatico-comica esigeva dagli esecutori, una
guida superiore agli adulti, un maestro d’artisti voleasi.
Porpora era il profondo conoscitore delle leggi musicali: custode delle
antiche tradizioni, serbò la parte melodica come ispirazione divina
ossequiosamente distinta dai precetti dell’armonia.
Non è ch’egli non fosse vago di questa veste sontuosa che dispone,
equilibra, protegge e sublima le prime creazioni, e per le più
variate maniere ad una mirabile unità le conduce; ch’egli per le sue
composizioni s’acquistò il nome di _Patriarca dell’armonia_. Ma se le
sue Opere, le sue Messe, le sue Cantate appalesano una maestria non
comune nell’arte del contrappunto, non nascondono la vera causa del
bell’artificio rivolto a scusare la difficoltà d’invenzione.
E sì che il Porpora comprendeva tutta la espressione del divino
linguaggio, e sapea comunicarla e tradurla; ma il di lui genio non era
quello del Pergolese: da questi le prime idee, le naturali bellezze;
da quello il compimento al concetto, la coltura alle belle forme e il
nobile atteggiamento. Quel fare spiegato, quel dialogo energico che
formò il classico _recitativo_, onde al dir di Rousseau, per questo
solo il Porpora s’è reso immortale.
Ecco dunque formata la scuola dei nuovi canti, e da Porpora, l’esimio
interprete delle riformate leggi, si leva la fama del rinomatissimo
collegio dei cantori all’_Ospizio dei Poveri_ in Napoli, da cui
sortirono i più celebri esecutori del 18.º secolo.
Nè bastò a lui dare all’arte un tanto indirizzo nella sua terra natale;
apostolo del bel canto, regolò alle sue dottrine il Conservatorio
dell’_Ospedaletto_ in Venezia, trattenendosi quivi per ben dieci anni
(dal 1725 al 35) quale direttore e maestro.
Provato s’era di fondare anche a Roma le sue teorie a liberazione del
canto che gli abusi dell’arte magistrale ritentava padroneggiare; e
concorso avea alla cappella di S. Giacomo degli Spagnoli; ma ivi la
immobilità scolastica, che s’era fermata sul magistero e non sullo
spirito di Palestrina, teneva al sistema; un Biordi musicista discreto
prevalse nelle convenzioni d’una _fuga_ proposta alla gara, e il
_patriarca_ fu vinto.
Coll’ambasceria veneta, Porpora passò a Vienna, dove fu guida e
perfezionamento al bell’ingegno di Haydn; ed insegnò il canto italiano.
L’insegnò a Dresda, di fronte ad Hasse che iniziava la sua scuola; fece
sentire i suoi metodi all’Inghilterra, quando Haendel entusiasmava coi
tocchi della sua arpa; ma se trovò competitori negl’insegnamenti delle
armonie, Porpora potè vantarsi maestro di canto senza rivali.
Chiusa in patria la sua carriera nel 1767, rivisse ne’ suoi allievi;
primo dei quali il famoso cantor Farinelli.
Era l’ora che l’astro dell’Italia musicale faceva splendida quella
grande giornata di tutti i suoi raggi.
Il bell’estro invadeva maestri ed allievi. Durante, Porpora, Guarducci,
Guglielmi, Fenaroli, Galuppi, Paisiello, Cimarosa, comparvero in una
schiera. E gli eletti scrittori di bel canto si trovarono cinti d’una
corona di egregi cantori, quali il Farinelli, l’Aprile, l’Alberti,
Pacchiarotti, la Gabrielli, lo Spagnoletto.
Era maestro alla cappella de’ Cappuccini il Guarducci, quando in
Taranto nacque Giovanni Paisiello, 1741, che da quel cantore trasse i
primi elementi di musica, e s’impresse nei modi di bel canto, che però
egli volle sperimentare a quella fonte medesima da cui il Pergolese
avea attinta tanta purezza, passando alla scuola di Durante d’onde la
fama e l’immortalità dispensavano i loro favori.
Quasi contemporaneamente concorreva alla medesima scuola Domenico
Cimarosa, nato in Aversa intorno al 1730, l’orfano del povero
muratore precipitato dalla fabbrica di Capo di Monte in Napoli, e
che caritatevolmente raccolto dal padre Polcano dei Francescani, era
stato da questi iniziato nei canto della chiesa e in qualche accordo
dell’organo poi aveva apprese forme migliori dal cantante Aprile,
artista in quel tempo celebrato.
E qui valga osservare, non pochi compositori che salirono a distinta
rinomanza per le loro invenzioni cantabili, averne avuta la principale
ispirazione dalla forza del proprio genio, confermando il detto
Platonico che «il canto de’ poeti è una lingua divina intesa in altre
sfere e ch’essi rammentano come un sogno di felicità.» Di queste
celesti reminiscenze avevano dato saggio Carissimi e Marcello.
Altri ravvivarono il loro spirito alle angeliche creazioni, mercè le
speculazioni che sopra felici esecutori di canto poterono sperimentare;
come appunto il Marcello medesimo, Paisiello e Cimarosa.
E alcune scuole straniere sorte da questi grandi ispiratori, quasi
scintille più da lontano scoppiate, se brillarono di momentaneo
splendore, ciò non fu senza l’opera di luminosi interpreti quasi sempre
italiani; come quella di Lisbona, d’onde le composizioni dei maestri
Puccita e Portogallo[152] divennero note alla Europa pel natural genio
abbellitore della Catalani.
Ricorsero poi tutti alle dottrine delle classiche scuole per tutto
quello che all’arte appartiene, e d’onde gli slanci della fantasia
deggiono necessariamente regolarsi a buone norme e pigliare ornamento.
Di questi segreti fu Durante dispensatore ai suoi grandi allievi e
rivali, mentre le loro fantasie spaziavano pei mondi che ciascun genio
a sè stesso creava.
La poesia diè maggiore slancio ai loro voli; e per essi il connubio
della poesia colla musica fu stabilito.
La vena di Metastasio scorrea leggiadra e feconda; i musicisti
l’accolsero e la unirono alla loro corrente. Di sì potente alleanza
Galuppi, Guglielmi, Cimarosa, Paisiello apparvero fortunati ministri.
Abbiamo lasciato il Galuppi _buranello_ quando succedeva al Legrenzi,
al Lotti, al Seratelli, fra una miriade di celebri cantori e di
compositori che tentavano anche in Venezia nuove armonie. Lo abbiam
segnato iniziatore del comico canto armonizzato ai tesori orchestrali.
Attestano cotali sue novazioni il malizioso rimprovero che il suddetto
poeta disfogava nel 1749 coll’amico cantore Broschi Farinelli.
«Il Buranello sarà ottimo maestro pei violini e pei cantanti, ma
cattivissimo mobile pei poeti. Quand’egli scrive, pensa tanto alla
parola quanto voi pensate a diventar papa, e se ci pensasse non
so se farebbe di più.» Ma allora il Galuppi spingendo la riforma
istrumentale, schiudeva realmente tesori di ricerche e di trovati
ad altri genj che lo circondavano, che tali furono i compositori
del suo tempo, e suoi amici ed allievi che venivano a compiere la
serie illustre de’ musicisti veneziani, Andrea Adolfato, Michele nob.
Bernardo, il barbiere Salvator Appolloni celebre violinista, rivale
di Giuseppe Cappuzzo bergamasco, Don Carlo Faggi organista, Antonio
Bergamo, Francesco Bianchi, Alberto Cavos e Catterino suo figlio, Carlo
Pallavicino e Benedetto cav. Vinaccesi bresciani, Latilla Gaetano da
Napoli vicemaestro alla cappella di S. Marco quando Ferdinando Bertoni
maestro di Salò, giovane di soli vent’anni successe nel primo posto a
Galuppi, che nel 1743 chiesto in Russia, vi si trasferiva per dimorarvi
fino al 1768[153].
Ed ecco che del Bertoni, Metastasio non avrebbe potuto lagnarsi. I suoi
canti interpretavano sì fedelmente i concetti, che in un dramma da lui
musicato, al primo provarlo in teatro, alla frase di Arbace — _Eppur
sono innocente_ — tutta l’orchestra si tacque. Chiestone il capo dal
maestro inasprito — _cosa si fa ora? perchè non muovesi l’orchestra
a dare il colpo di risoluzione?_ — rispose confuso: — _Si piange!_ —
Sublime elogio all’autore che pur nell’_Orfeo_ lavorato a imitazione di
quello di Gluck, avea mostrato di possedere anch’egli l’arte profonda
per cui gli stranieri allora cominciavano i vanti. Era il Guadagni che
cantava il suo _Ezio_: l’Anna Pozzi ed il Pacchiarotti interpretavano
gli altri suoi drammi. Ed al Conservatorio delle Mendicanti avea il
maestro Bertoni la memorabile quadriglia delle cantatrici donzelle
Teresa Almerico, Antonietta Lucovich, Lauretta Risegari, Francesca
Tomii, alle quali voci egli stesso accoppiava la sua, o a quella di
Bianca Sacchetti distintissima allieva.
Morì d’anni 88, il 1.º febbrajo 1813, che già compivasi l’ultima fase
della cappella e conservatorj di Venezia con altra generazione di
maestri e cantori, non ignota all’antico maestro, ma che all’epoca del
Furlanetto, benchè di soli quattr’anni sopravissuto, vedremo assegnata.
Paisiello espresse le parole di Metastasio talvolta patetico e
vigoroso, talor leggiadro e naturale. Così il doppio stile a seconda
che al buffo ed al serio applicavasi; e rispetto al canto religioso,
progredì nell’arte abbellita ed ampliata da Palestrina ed Allegri, e i
nuovi modi poetici, ritenuti esclusivi al teatro, con libera franchezza
fece intendere compatibili alla solennità delle preci, musicando i
pontificali e la messa per la incoronazione di Napoleone I. imperatore,
nel 1804.
Non meno contribuì Cimarosa al progresso del canto teatrale, e si può
dir che per lui quest’arte religiosa più ch’altro, e vissuta prima
nelle chiese pressochè interamente, con determinazione sicura la
indirizzò pel suo sviluppo e svolgimenti nel teatro.
Quivi pure egli intese all’unità della bell’arte, mostrando che le
drammatiche forme non doveano essere estranee alle comiche, o queste
a quelle; e fu il primo che impiegò la forma dell’_aria completa_,
o _rondò_, anche nell’opera buffa, e che fece a questa servire gli
accompagnamenti ritenuti esclusivi al canto serio.
Fu una vera _Felicità inaspettata_, la cantata di questo nome ch’egli
diede alla corte di Catterina di Russia, e bellezza nuova la _Vergine
del sole_ ivi svelata.
Non impropriamente dunque fu detto Cimarosa l’anello di congiunzione
fra la vecchia scuola e la moderna.
Dal suo primo lavoro teatrale, _l’Italiana in Londra_, coi passi
del genio condusse i suoi canti alle eleganze del _Matrimonio
segreto_[154], accompagnandoli d’una forza d’istrumentazione che usata
non avea ancora Paisiello, e di cui invece, secondo l’indole della
propria scuola, cominciava abusare il Mozart, censurato altamente fin
da que’ tempi per la pienezza de’ suoi accompagnamenti.
Grétry interrogato da Napoleone I. sulla differenza fra il genio di
Mozart e di Cimarosa, rispondeva: aver Cimarosa collocata la statua
sulla scena e il piedestallo in orchestra, mentre Mozart ponea
quivi la statua e in scena il piedestallo. Giudizio eloquentissimo
sull’importanza del canto; splendida testimonianza di quelle prime
impressioni che alla reale bellezza ed alla bella verità rendevano
omaggio.
Altrettanto imparziale e altamente autorevole venia pronunciato un
conforme giudizio dal grande sperimentale e conoscitore profondo
degl’uomini e delle passioni, Napoleone medesimo, quando versando
amichevolmente col Cherubini, e colla espansione che provocava
un’intima mensa, quel grande che pur gli era ammiratore e mecenate,
diceva al maestro dell’imperiale suo Conservatorio: «amo la musica
di Paisiello e di Zingarelli perchè mi muove dolcemente; i vostri
accompagnamenti son troppo forti.»
E sì che, il Cherubini veniva abbracciato dal grande allievo di
Porpora, da Haydn col saluto di _figlio del cuore e padre della
musica_! — E sì che, Beethoven riguardava il fiorentino maestro come
_il più grande compositore moderno_! E sì che, Raoul, Rochette, Lofont,
Halevy, elogiandolo vivo, e lamentandone l’immensa perdita a Parigi
nel 1842, dissero il Cherubini: _genio vario e fecondo, libero come la
natura, ricco e semplice, elegante come l’arte antica_!
Ma un altro critico in Francia che tutta l’anima della musica
sentiva nella melodia, e che per caratterizzare i più grandi maestri
volea spogliarli delle varie forme con cui rivestite aveano le loro
ispirazioni onde svelare la idea melodica e vederla viva di sua propria
vita come la Venere uscente dall’onda, non si peritò di scrivere che
«Grétry, uomo di genio e mediocre musicista, era ancora più giovane
dopo ottant’anni di successi e di popolarità, che il più sapiente
compositore del secolo XIX. il Cherubini!..»
Era pur la gran sfida agl’uomini dell’armonia! E io credo che lo Scudo
appuntasse il Cherubini non per abbattere l’idolo venerato, ma per
salvare il principio della sua fede; come appunto Haydn e Beethoven
incensavano forse l’immagine per inneggiare allo spirito della loro
potenza, e rilevare nel genio incontrastato quella virtù soltanto
ch’essi avrebbero potuto imitare; convalidando sur una libera vaghezza
del grande italiano l’immobilità del loro preconcetto sistema.
I confronti fra il Paisiello e il Cimarosa, e gli appunti vivaci e
spontanei ai primi istrumentatori delle italiane melodie, meritano
seria osservazione quanto più facile allora la verità potea rilevarsi.
Meritano riflesso le cure ingegnose colle quali l’istesso Mozart
_collocava la sua statua in orchestra_, dove peraltro volle tolto ogni
abuso, e purificato il suo edificio da convenzioni e da concessioni
contrarie alla opportunità della situazione, alla verità della
espressione, e alla bellezza delle forme; per cui gli fu perdonato il
sovversivo ardimento.
Nè le animosità di partito devono trascurare i meriti del tedesco
compositore Gluck, che viveva in Italia verso il 1745, e dove col forte
ingegno cooperò a richiamare ne’ canti la espressione drammatica;
mentre il suo antagonista Piccini, col genio della grazia e della
varietà, fu il primo in Italia che segnasse nei finali i cambiamenti
di scena e le situazioni drammatiche con cambiamento di ritmo e di
tempo; onde colla sua opera la _Buona Figliuola_ data in Roma nel
1760, introducendo tal novità, ruppe la monotonia dei finali di Leo,
Vinci, Hasse, Lagroscino, e dell’istesso Pergolese ed altri classici
compositori, ed apparecchiò il trionfo della sua _Didone_, a Parigi nel
1778.
Col procedere delle scuole s’intorbidarono esami e giudizj; e la
causa della musica implicando quella del canto, senza ammettere
le distinzioni dovute, le compatibilità possibili, le convenienze
relative, ridusse gli affetti e le passioni proprie dell’arte, nei
campi di lotta e di contrasto; volse la ispirazione a vita degli
opposti partiti.
La energia dell’autore d’_Ifigenia in Aulide_, che più che altro
s’era proposta una emancipazione della tirannia che i _sopranisti_ e
le _prime donne_, fra quali prima di tutte la capricciosa Gabrielli,
voleano far pesare sui compositori, riducendo i canti a fioriture,
e le opere a sole _arie di bravura_, quella salutare energia, dico,
fu spinta all’esagerazione per l’incoraggiamento e la intemperanza
degli scrittori di quel tempo, e il riscaldo della lotta tralignata in
passione.
Allora si dimenticarono le cause da cui Gluck era partito, e poi si
confusero e sconfessarono. A raddrizzare i giudizj non bastarono
poi gli esempj potenti dell’istesso Mozart sopra accennato, che
conservandosi nel giusto mezzo, mostrò colle immortali sue opere
possibile l’emendamento degli abusi del bello, e impossibile questo,
lungi dalle elette maniere riconosciute dal mondo; onde si mostrò
puramente italiano nella composizion del suo _Tito_, e nel _Don
Giovanni_ insegnò l’eccletismo delle due scuole[155].
E se tali esempj non valsero di lui, detto il _miracolo_ della
Germania, ben meno poterono alcuni minori compositori, quali Winter,
che da lui e dagli italiani ispirati, per poco ancora tentarono di
lasciar libera spiegare l’umana voce alle ricerche tutte del natural
suo carattere, e forse all’acquisto d’espressioni e melodie che si
credono negate al men soave linguaggio.
Rinacque allora adunque la questione sul legame della parola alla
musica, e di questa a quella; obliando qui pure, che sono due linguaggi
distinti, due arti indipendenti, che come le altre sorelle, a vicenda
s’ajutano, e non s’assoggettano servilmente; per cui l’estro melodico
può scorrere libero dalla parola, come questa talvolta può suscitarlo.
Ma vuolsi sempre _canto_ alla musica; ed ecco, che chi nol possede
s’arrabatta e dispera sullo sterile e monotono recitativo. Il medesimo
Wagner ne’ suoi scritti mostrò più volte rimorso del proprio trionfo,
ammettendo che gl’italiani cantano, mentre i tedeschi non possono
cantare.
Perfino Gluck, ch’era ben più profondamente convinto delle sue teoriche
date al genio alemanno, veniva a patti con sè stesso tutti i momenti
che lasciato lo stile di precettore, ricorreva alla vaga penna del
compositore ed artista; e quando trovava una buona melodia, più presto
che delle sue prefazioni, si ricordava delle lezioni avute in Milano
per dieci anni dal Sammartini, e accarezzava quella melodia e la
svolgeva come poteva e sapeva meglio.
A fronte di ciò, nel passato secolo, le animose gare fra i seguaci del
Gluck e del Piccini agitarono la questione di prevalenza; ed il genio
italiano con mille raggi di sole disperse le torbide nebbie.
Ai nostri giorni riprendono la presuntuosa lotta i cosiddetti
Wagneriani. Non traggono questo onorato nome in odio alla verità i
sinceri ammiratori del profondo musicista straniero; ma servonsi di
quella bandiera, il capriccio della moda, l’allucinazione del volgo,
l’interesse delle minori capacità.
La curiosità naturalmente si desta a tutto quello ch’è nuovo. Lo
spettacolo delle nuove opere fantastico-romantiche allettando la
vista, fa obbliare quelle esigenze che vorrebbe l’udito per essere
soddisfatto.
La mancanza del genio fa aggradire tutti quei mezzi che possono
procurare l’effetto dalla ispirazione non concesso.
Fu detto giustamente che, le capacità inferiori, valendosi dei nuovi
elementi d’_effetto_, hanno rimpiazzato la _espressione_ col _chiasso_,
_eccitando_ i sensi invece di commuovere l’anima; hanno obbligato
il cantante a supplire alla _grazia_ con la _forza_; e a poco a
poco distruggono l’arte del canto..... No! per la stella immortale
dell’italo canto, non avranno vittoria!
Le gelosie di Stato e gli antagonismi religiosi provocarono tanto
sangue: le sfide musicali procacciano al più qualche fischio. Anche
dal quale a salvarsi possibilmente, i ribelli della scuola italiana,
forzati a prostrarsi al suo grande passato, nel presente impotenti
a competere con quella natura cui in fatto di musica niuna cosa è
impossibile, non pensarono male di consolarsi od illudersi colle
sperate glorie dell’ignoto avvenire!
Noi ritorniamo intanto alla bella età dell’arte del canto, sviluppata
ormai nella sua pienezza, e delle più semplici e caste forme rivestita
da geniali cultori, che traendola dal sacro nativo tempio, la
collocarono a più splendida comparsa e a nuova vita, insieme alle arti
sorelle la poesia e la drammatica, nel campo stabile del teatro: come
vergine eletta che dalle romite stanze, con nuovo decoro, passa al
talamo di sposa e di madre.
Della trasformazione solenne, Pergolese, Paisiello, Cimarosa,
Cherubini, furon ministri, allievi tutti di que’ Conservatorj che fin
allora avevano custodito il bel genio de’ canti, e di que’ maestri che,
sotto il modesto titolo venuto loro dalle varie cappelle in cui l’arte
esercitavano, forse ultimi, mantennero alle chiese ed ai religiosi
istituti, di tali scuole l’alta ed esclusiva rinomanza.
Infatti dopo Durante a Santa Maria di Loreto, Guarducci alla cappella
de’ Cappuccini, maestri a Pergolese, Paisiello, e Cimarosa; dopo
Giuseppe Sarti, maestro della Cappella di Bologna, sotto ai cui dettati
compì la sua educazion musicale il Cherubini; dopo Carlo Lenzi alla
cappella di Bergamo e Ferdinando Bertoni a quella di S. Marco in
Venezia che furono successivamente istitutori del celebre Simone Mayr
bavarese; dopo il Bartolucci, il Boemo e il Mattei, il quale iniziò
alla immortalità il gran Pesarese, fra i minoriti d’Assisi; la scuola
del canto lascia le aure ormai troppo ristrette de’ templi, e fonda
liberi e speciali istituti alle sue vaste esercitazioni.
Dallo scorcio appunto del passato secolo ebbero esistenza i veri
Collegi, Istituti, o Conservatorj musicali.
Col Cherubini Napoleone I. organizzò quello di Parigi.
Cogli Scarlatti fondevansi i varj collegi musicali di Napoli.
Con Durante quello di Loreto, mantenuto in bella fama dal suo
successore Francesco Basilj, e da Francesco Manna cui toccò di
perfezionare nel canto il Cimarosa.
Col Sarti costituivasi il liceo di Bologna, in cui Rossini entrava
scolare, e ne usciva sovrano maestro.
Mayr fu il primo direttore dell’Istituto di Bergamo, da cui Donizzetti.
Altri Conservatorj fondavansi nelle principali città d’Italia, che per
bontà d’insegnamenti e per allievi cospicui salirono a rinomanza.
Così quelli di Parma coll’Agostini (1700), e il Ghiretti (1750) quando
anche il Duni illustrava quella Corte; mentre quei di Venezia col
Cocchi e coll’Anfossi finivano (1750-87). Restava la celebre Cappella
ducale diretta dal Paer, maestro compositore parmense (1797).
E da quell’epoca traggono origine anche le scuole principali fondate
all’estero, fra cui quelle germaniche che per l’impulso potente del
figlio al cantante tenore nella cappella di Colonia Beethoven, l’autor
del _Fidelio_, passarono dalle chiese e dai monasteri alle splendide
aule teatrali.
Intanto in Italia non degeneri dai celebrati antichi cantori,
succedeansi i compositori e gli artisti.
Le tremende politiche vicende, le stragi delle guerre, le persecuzioni
de’ tiranni, non impedirono i progressi delle melodiose falangi e le
glorie della plejade musicale italiana.
I tiranni di Napoli, del 1799, se ne presero anche col cigno d’Aversa
infamemente, e ai loro carnefici per l’ultima pena fu designato
Domenico Cimarosa. Ma un altro despota meno brutale vi si interpose,
e mutò la condanna. Per le istanze dell’autocrate Russo, Cimarosa fu
visto esulare, dopo lunga prigionia e crudeli torture.
Ma come il vago usignolo rapito al suo nido e alla libertà delle
foreste, serrato in cuore il bel canto col suo dolore, di afflizione
profonda, d’immatura morte finiva in Venezia ne’ primi giorni dell’anno
1801, compiuti appena nove lustri, e si perdea la sua tomba.
Anch’egli fu annoverato fra i martiri della patria[156]. Resta ai
tiranni la esecrata fama d’avere spento anche questo genio, le di cui
opere vivono peraltro immortali!
Con diversa sorte Maria Luigi Cherubini nato in Firenze, 1760,
chiudeva la mortale carriera in tarda età (1842), ammirato dagli
stranieri, venerato da posteri che d’ogni nazione e paese si fermano
religiosamente al cippo coronato sulla sua fossa in Montmartre[157].
Ben a ragione temevano i tiranni gli effetti del libero genio
musicale, come gli scienziati nuovamente ricercavano gl’influssi di
tanto progresso. Letterati e oratori levaronsi ovunque a celebrare
ed illustrare le composizioni del secolo XVIII; fra quali, il veneto
Manfredini Vincenzo che specialmente difese la musica di quel tempo ed
i suoi celebri esecutori (Bologna 1788).
Presentivasi infatti allora un’aurea epoca imminente; chè nella
sola Venezia, d’onde quello scrittore veniva, notavansi in quel
tempo raccolti, ed intesi a nuove composizioni e a maniere di canto
inusitate, i musicografi e cantori: Bernardo Pasquini, Carlo Rossi,
Giuseppe Bonno, Alessandro Stradella[158], il cav. Rainaldi, Ercole
Bernabei, Alessandro Scarlatti, Francesco Gasparini, Flavio Carlo
Lanciani, Gerolamo Venier, Francesco Bianchi, Pietro Guglielmi,
Francesco Manfredini, Vincenzo Marsinio, Antonio Martinelli, Carlo
Monza, Giovanni Paisiello, Giuseppe Sarti, Giuseppe Tartini, Antonio
Vescovi, Giovanni Wanhell, Amadeo Neumann, Baldassare Galuppi[159].
Giuseppe Seratelli, Sebastiano Albero, e Perotti padre (forse
Francescano) dettavano i nuovi solfeggi; Leonardo Vinci musicava
l’_Artaserse_ (1730); David Perez, la _Didone_ (1733); Pasquale Cafara
ed il Trajetta napolitani, altri drammi Metastasiani; ventiquattro
de’ quali ne musicava Francesco Cavalli veneziano; altri Giovanni
Adolfo Hasse sassone; Giuseppe Misliwecek boemo, dava il _Bemofonte_
(1769); Gian Francesco Brusa, Antonio Giay, Giovanni Porta, Domenico
Terradellas, trovavano arie e cantate pel nuovo teatro san Giovanni
Grisostomo (1724-44); Galuppi il Buranello, la sua _Venere al Tempio_;
e questo, e Ferdinando Bertoni, e il Furlanetto, già salmeggiavano
solennemente alla ducale Cappella.
Fabris Vincenzo componeva _I due Castellani_ pel nuovo teatro
dell’Accademia Eretenia aperto in Vicenza nell’estate del 1784; quindi
Martini Vincenzo la sua _Cosa rara_. Quindi altri maestri, quali:
Sebastiano Nasolini, Antonio Tarchi, Valentino Fioravanti, Francesco
Gardi, Marcello Capua, Marco Portogallo, Vittorio Trento, fino all’anno
1800.
Contemporanei, fautori del nuovo stile drammatico, ispirati alle poesie
Metastasiane, che tradussero in belle forme cantabili, seguaci dei
sommi compositori che vedemmo illustrare lo scorso secolo, sono pure
da nominarsi siccome influenti all’artistico sviluppo del canto, tanti
altri maestri.
Piccini Nicola autor della _Didone_ e del _Conclave_, novatore da noi
nominato; e Nicola Zingarelli che primo a Napoli musicò gli spasimi di
_Giulietta e Romeo_ (1786).
Marescalchi a Roma (1789) e Guglielmi a Milano, i quali ripeterono
in altri canti gl’infelici amori degli amanti veronesi che ispirarono
diversamente ben dodici compositori.
Farinelli Giuseppe, che musicò e cantò le poesie del Rossi e del
Sográfi, sui _Riti d’Efeso_ ed altra _Vergine del Sole_.
Caruso Luigi, Andreozzi Gaetano, che musicò _Giovanna d’Arco_; Pucilla
e Pavesi Stefano, napolitani. Quest’ultimo rinomato pel suo _Fingallo_,
e Pucilla autore della _Principessa in Campagna_.
Fra i bei genj meridionali furono parimenti: Giacomo Tritta, Righini
e Giuseppe Gazzaniga, i quali musicarono il _Don Giovanni_ prima di
Cimarosa e di Mozart; e Duni, allievo di Durante, il primo lirico delle
commedie francesi.
Francesco Gnecco autor degli _Incogniti_; Ferdinando Orlandi,
dell’_Avaro_; Luigi Calegari, dell’_Amor Soldato_.
Sarti Giuseppe di Bologna, autore di Salmodie e di Opere buffe.
Frate Mattei, pure in Bologna, seguace e imitator del Martini.
Agostini Pietro della Scuola di Parma, colle sue _Cantate a voce di
basso solo_, e col _Ratto delle Sabine_ rappresentato a Venezia.
Di questa città nativo (1771), e di questa scuola allievo, Ferdinando
Paer, pieno d’abilità e d’immaginazione, che nelle sue _Griselda_,
_Camilla_ ed _Agnese_, primo forse ammise un’alleanza della sua scuola
con quella alemanna, dopochè questa per sua parte ed a mezzo del Keiser
e del Mozart l’avea già iniziata.
Paer da semplice organista, avute lezioni di canto dal Ghiretti,
giunse per l’immensa sua attività giovanile, a rimpiazzare Neumann
presso l’Elettor di Sassonia (1801), dopo aver lasciate belle memorie
all’ultima Scuola ducale di Venezia (1797), e s’attirò gli sguardi di
Napoleone che ammirò tanto l’_Achille_ per lui composto (1806). Per
questo, successe allo Spontini nella Direzione dell’Opera italiana a
Parigi nel 1812, non cedendo quel posto che a Rossini. Fu maestro di
canto della Duchessa di Berry, e poi del Duca d’Orleans; e dopo aver
servito di 50 spartiti teatrali e innumerevoli canti una generazione
di repubbliche, imperi e reali, lasciò a Parigi nel 1839 le stanche
spoglie, e il desiderio ovunque, che in oggi tuttor si rinnova delle
sue melodie.
Le canzoni che Napoli gli ha ispirate, ripetiamo nel vaghissimo serto
della sua _Camilla_.
Generali Pietro, piemontese, altro allievo a Durante, maestro alla
Cappella di Novara, la cui cattedra lasciò morendo (1833) a Mercadante
suo distinto discepolo, al quale colle sue Messe e col _Jefte_ avea
insegnato rimaner sempre italiano: per la qual fede e per un certo brio
e nuova soavità, fu detto il precursore delle Rossiniane melodie.
Basilj Francesco, che sposò al canto le prime liriche del Romani, cogli
_Illenesi_.
Cocchi Gioacchino, Anfossi Pasquale, e Alessandri Felice, veneziani
maestri, che scrissero nello stile serio e giocoso.
Zanata Domenico; Don Rocco Rocchi; Don Bortolo Peretti, che fu anche
buon fabbricatore d’organi; Don Antonio Grotto nato il 18 settembre
1753 e morto il 20 gennajo 1831, e Felice Bregozzo (padre al celebre
vivente maestro e violinista), il primo maestro e il secondo organista
alla Cappella di Vicenza, ambi famosi, e tutti Vicentini, che
lasciarono composizioni de’ canti chiesastici sullo stile dei più
eccellenti antichi maestri di cappella, e non meno chiari del Rampini,
del Baldi e del Farinelli.
Similmente lo Spegher e Zara Giambattista della Cappella di Treviso.
Venturini di quella Bassanese.
Lucchesi Andrea e Antonio Salieri, il quale fu a Federico Schubert
maestro, pur veneti, che insegnarono e scrissero per canto alla
cappella di Colonia (1780), ed alla Camera imperiale di Vienna (1790).
Come, più tardi, Morlacchi in Sassonia; Garcìa in Londra; alla corte e
ai teatri di Vienna il Donizzetti.
Col quale, prima di passare al periodo di massimo splendore del canto
italiano, provocato dallo studio sì lungo e paziente di tanti secoli,
dalle apparizioni frequenti di riformatori, e profeti, e finalmente
dai prodigi operati dai genj del nostro secolo, onde tutte le scuole
del mondo civile sentirono nuovo impulso e nuovo onore a sè stesse
acquistarono, ricordar giova l’egregio maestro che a quel torrente di
melodiche fantasie diresse il corso ne’ suoi primi anni.
È a rammentare che gli stranieri tutti meglio riusciti all’espressioni
de’ canti, attinsero gl’insegnamenti e cercarono le ispirazioni in
Italia, e i patriarchi della musica tedesca Haydn, Händel, Schubert,
Hasse, Gluck, Mozart furono o in parte o interamente educati alle
scuole di Bologna e di Roma, e tutti cominciarono in Italia la loro
carriera.
Simone Mayr, oriundo di Mendorf, di soli otto anni cantore grazioso,
portato dal desio musicale lasciò le liete aure sue bavaresi, per
pascersi di quelle poetiche di Italia; e intorno al 1770 studiava nelle
città libere e fiorenti della Veneta Repubblica.
Fu libero ne’ suoi canti come gli dettava la fantasia, attenendosi
per poco alle altrui norme, mentre seguiva la scuola del veneziano
Bertoni nella fioritura istrumentale. E così insegnando alla sua volta
nell’Istituto di Bergamo da lui fondato (riconosciuto sovranamente
nel 1805 e riorganizzato per decreto 6 luglio 1811), ebbe la gloria di
vedervi brillare un allievo che rari maestri poterono esclusivamente
vantare, e colse allori proprj per le dettate sue _Opere_ che lo
mantennero nella dignità magistrale a fronte delle sublimi creazioni
dell’autore della _Lucia_.
Or eccoci giunti al sommo Colle delle Muse del canto; ove compiesi la
triade sublime dell’estro, del sentimento, e del magistero; triade che,
quasi a significare il confine del suo impero e a meglio diffondere li
suoi splendori sulla terra prescelta, comparve nell’alta Italia, colla
sorgente fantastica di Donizzetti; nel centro, col genio Pesarese; e
nell’estremità della penisola, coll’astro gentil Belliniano.
Ma prima d’affacciarsi a tanti tesori, e di coronare le storiche
memorie degli inventori de’ canti cogli allôri dei nostri colossali
trovatori, onde meglio rilevare la potenza da que’ genj manifestata
in questi anni nostri, in cui pegli studj di tanti grandi predecessori
parea che l’arte all’apice di suo valor fosse giunta, giova discorrere
le leggi migliori che per opera de’ varj inventori, principi e
sacerdoti del canto, erano venute a formare il corpo, dirò così, di
quella scienza, e i diversi codici di suo insegnamento.