CAPITOLO IV.

LA SATIRA CONTRO IL VILLANO NELLA POESIA POPOLAREGGIANTE. L'ORIGINE

DELLO ZANNI DELLA COMMEDIA DELL'ARTE.

Dopo di aver studiato le condizioni economiche dei Villani nel

medio-evo e di aver esaminate le poesie popolari che potevano aiutarci

in questa nostra ricerca, abbiamo seguito il nascere e il delinearsi

del tipo del Villano prima nelle poesie satiriche, poi nella tradizione

e nella novella in cui abbiamo visto manifestarsi la corrente satirica

positiva, accanto alla negativa che aveva dominato quasi esclusivamente

nel primo periodo. Prima che noi possiamo trovarci innanzi al

tipo comico completamente formato del Villano quale lo incontriamo

nella Commedia popolare, e da questa, per riflesso, nella commedia

erudita o sostenuta, è necessario che noi ricerchiamo nella poesia

popolareggiante alcuni altri lati caratteristici di questo curioso

tipo comico. Possiamo osservare subito che in questo campo la satira

contro il villano è quasi esclusivamente negativa, e che in tutto il

periodo abbastanza considerevole del fiorire della poesia rusticale

non troviamo nei numerosissimi componimenti che si riferiscono ai

villani quell'influsso della saga marcolfiana che aveva contribuito,

come abbiamo visto, a mutare, nella novella, la corrente negativa in

positiva. Sarebbe assai malagevole il determinare con precisione il

tempo in cui nacque la poesia rusticale e il periodo di formazione

che dovette intercedere certamente dai primi tentativi[154] a quella

forma classica a cui la troviamo assunta nella Nencia del Magnifico,

il quale, seguendo l'esempio del Giustiniani che un secolo prima

si era accostato alla Musa popolare, volle rendersi bene accetto

ai suoi concittadini introducendo in Firenze questo nuovo genere di

componimenti. Il D'Ancona, il Rubieri, il Burckhardt, il Gaspary, per

non citare che i più recenti storici della nostra poesia popolare

sono concordi nel rilevare il merito del Magnifico di avere, col

suo poemetto rusticale, richiamato l'idillio a quel naturalismo che

era completamente scomparso nella bucolica falsa e convenzionate che

imperava in Italia dopo il Petrarca; non tutti però concordano nel

determinare l'intento che si era prefisso Lorenzo dei Medici colla

sua Nencia da Barberino, e in qual grado entri in essa la canzonatura,

se non vogliamo chiamarla satira, verso il contadino innamorato. «Le

poesie stesse dei culti imitatori, dice il D'Ancona[155], presentano

del resto un doppio aspetto. Ve ne sono talune dove con ingenua malizia

si fa quasi la caricatura o la parodia della musa popolare, ed altre

in che il genere è sollevato alla dignità di forma letteraria. Alla

prima categoria appartengono la Nencia da Barberino del Magnifico, e

la Seca da Dicomano del Pulci... La caricatura c'è; ma condotta con

elegante parsimonia, si contenta di muovere il sorriso, di eccitare la

giocondità, senza far ridere alle spalle degli agresti cantori.» E il

Rubieri[156]: «È bensì da avvertire che tra tutti questi imitatori,

solo pochissimi, come qualche volta il Medici, quasi sempre il

Poliziano e il Bronzino si prefissero di cogliere il poeta popolare nel

bello e nel buono della sua ispirazione. Quasi tutti gli altri vollero

più che imitare il poeta, rappresentare il contadino nella parte più

comica delle sue abitudini e della sua parlata... Contraffecero, non

imitarono, anzi più spesso parodiarono e adulterarono..... essendo

più o meno trascesi nella caricatura, come il Medici, il Pulci,

il Buonarroti, il Doni ecc.». Secondo il Burckhardt[157] invece:

«l'oggettivismo del poeta (Lorenzo il Magnifico) è tale che si resta

in dubbio se si risenta simpatia o disprezzo pel garzone che parla.»

Il Gaspary poi, e noi accettiamo il suo giudizio, parlando di quella

strana serie di paragoni che colla Nencia del Magnifico vengono in uso

nella descrizione delle bellezze della innamorata da parte dei villani

nelle poesie rusticali, osserva: «Ciò nondimeno anche i rispetti

popolari toscani possiedono già una certa idealità, mentre al contadino

di Lorenzo vengono in mente anche immagini ben triviali..... Così entra

nella poesia un elemento comico; vi abbiamo il signore che si burla un

poco di quella grossa gente di villa, ma si burla con moderazione e

con garbo: è un sorriso mezzo nascosto, che accompagna l'esposizione

e le dà più sapore[158]». A noi, che siamo venuti mano mano seguendo

lo svilupparsi di questa corrente satirica nella letteratura contro

il villano pare indubitato ed evidente che, non solo negli imitatori

di Lorenzo de' Medici, ma anche nella stessa Nencia del Magnifico

sia manifesto l'intento satirico contro la Musa dei campi, e che vi

si veda quasi un riflesso di quell'astio della popolazione cittadina

verso i contadini che abbiamo incontrato già più volte in altri

componimenti e che vedremo più chiaramente espresso nelle Commedie

rusticali. La cura speciale che metteva Lorenzo nel ricercare anche

fra i componimenti letterari tutto ciò che potesse tenere continuamente

distratti i Fiorentini dalla vita politica, perchè non s'accorgessero

della tirannide medicea che andava per opera sua soffocando mano mano

gli ultimi resti di libertà repubblicana, l'amore suo per la burla

di cui ci fanno fede parecchie novelle e la felice disposizione del

suo ingegno per la parodia satirica, ci fanno credere che egli colla

Nencia, parodiando le ingenue espressioni della Musa popolare, abbia

voluto anche favorire quella corrente satirica contro i villani che

incontriamo in poesie popolari del suo tempo. Le immigrazioni continue

dei contadini nella città, in cerca di miglior sorte per lo stato

miserando in cui l'agricoltura languiva sotto il governo mediceo, e

il più frequente contatto che avveniva tra la popolazione cittadina e

rusticana per opera dell'estendersi dell'uso dei Fiorentini, arricchiti

nelle industrie, di recarsi a villeggiare in campagna, dovevano certo

contribuire a mantenere sempre più vivo quel contrasto tra la classe

colta e l'ignorante da cui originò questa corrente satirica. Attorno a

Lorenzo stava un eletto cerchio di ingegni che seguivano, compiacenti

al loro protettore, l'indirizzo da lui dato verso ogni nuovo genere

letterario[159]. Probabilmente tra questi poeti cortigiani era pure

quel Bernardo Giambullari che ad imitazione del Magnifico scrisse e

Laudi e Canti carnascialeschi, Ballatette e Poemetti satirici e che noi

riteniamo possibile autore della Sferza dei Villani; il Giambullari,

come è noto, scrisse anzi una canzone sulla morte della Nencia da

Barberino, descrivendo la disperazione dello sventurato villano

Vallera[160].

Che l'intonazione satirica contro i villani fosse nella Nencia la

parte più accetta ai Fiorentini, è provato luminosamente, ci pare,

dal fatto che a questo intento è dato sempre più maggiore sviluppo

nelle imitazioni che i seguaci del Magnifico fecero della Nencia. Il

comico in questo nuovo genere di poesia iniziato da Lorenzo de' Medici

sta nel duro contrasto tra le espressioni erotiche dei contadini

innamorati e la loro goffaggine, in quei paragoni della bella con le

cose più volgari, a cui abbiamo già accennato; la satira non poteva

a meno di manifestarsi nel contatto di una fine intelligenza con un

materiale ingenuo sì, ma rozzo, quale era quello fornito dalla Musa

popolare ch'essi volevano imitare. In Lorenzo de' Medici la satira,

quantunque sensibilissima, non perde mai la coscienza della misura, e

tutto al più il poeta ride come certi attori che devono rappresentare

qualche volta, per il popolo che affolla nei giorni di festa il teatro,

certe raffazzonature di romanzi in cui le soluzioni impreviste sono

affidate al pietoso «Deus ex machina»; sorriso che sfugge al grosso del

pubblico, ma è rilevato da uno spettatore scettico ed agguerrito contro

certe ridicole catastrofi. Basterà che confrontiamo alcuni di questi

ritratti di rustiche innamorate colle bellezze della Nencia cantate

dal contadino Vallera, per convincerci dell'esagerazione sempre più

manifesta e crescente in queste produzioni. La Nencia è:

Morbida e bianca, che pare un sugnaccio.

. . . . . . . . . . . . . . . .

Più chiara se' che acqua di fontana

E se' più dolce che la malvagia.

Quando ti sguardo da sera a mattina

Più bianca se' che il fior de la farina.

. . . . . . . . . . . . . . . .

Ella ha due occhi tanto rubacuori

Ch'ella trafiggere' con essi un muro,

Chiunque la ve' convien che s'innamori

Ella ha il suo cuore, più che un ciottol, duro.

. . . . . . . . . . . . . . . .

Tu se' più bella che madonna Lapa

E se' più bianca ch'una madia vecchia[161]

Piacimi più ch'a le mosche la sapa

E più che e' fichi fiori alla forfecchia.

E se' più bella che il fior della rapa

E se' più dolce che il mel de la pecchia.

Vorreiti dare in una gota un bacio

Ch'è saporita più che non è il cacio[162].

La _Beca da Dicomano_ del Pulci:

La Beca mia è solo un po' piccina

E zoppica, ch'appena te n'adresti.

. . . . . . . . . . . . . . . .

Pelosa ha intorno quella sua bocchina

Che proprio al barbio l'assomiglieresti,

E come un quattrin vecchio proprio è bianca.

. . . . . . . . . . . . . . . .

Tu se' più bianca che non è il bucato

Più colorita che non è il colore,

Più solazzevol che non è il mercato.

. . . . . . . . . . . . . . . .

Tu sa' ch'io sono ignorante e da bene

Beca mia, dolce più ch'un cul di pecchia.

Nelle _Rime e concetti villaneschi d'Ameto Pastore composti per la

Tonia del Tantera_ di Gabriello Simeoni[163], Ameto dice della Tonia:

La tua guancia ha il color d'un rosolaccio

E la tua gola quel d'un gelsomino,

Le labbra paion proprio di migliaccio

. . . . . . . . . . . . . . . .

I tuoi denti somiglian la traggea

E 'l petto un cofaccin cotto nel riso.

Notiamo qui di sfuggita che questo Ameto è forse l'unico pastore

che a nostro ricordo sia confuso coi villani, perchè generalmente ai

pastori si fa sempre parlare un linguaggio elevato e, come abbiamo

già avuto occasione di ricordare, non sono mai posti in caricatura

come i contadini; in molte egloghe difatti il comico è ottenuto dal

contrasto tra le espressioni arcadiche dei pastori e le rozze e brutali

scempiaggini del villano, che, come fu già osservato dal Rossi[164] e

dal Gaspary[165], viene nel dramma pastorale usurpando a poco a poco

l'ufficio del satiro, disturbatore degli amori dei pastori e delle

ninfe. Nell'«Amarilli, Pastorale di Cristoforo Castelletti, nuovamente

dallo stesso Auttore accresciuta, emendata e quasi formata di nuovo. In

Vinegia, Sessa, 1587», Apollo nel Prologo si propone:

Le pacifiche guerre, i dolci sdegni

E mill'altri amorosi avenimenti

Voler cantar di pastorelli, e ninfe.

E per mescer fra il pianto un breve riso

Di semplice Villan sciocchezze e scherzi

Gir'inestando infra dogliosi accenti.

Ma ritornando alla descrizione della bellezza delle innamorate

dei villani, ricorderemo come in questa stessa Amarilli il Villano

Cavicchio, nome che distinguerà poi la maschera del villano nella

Commedia dell'Arte, descriva le bellezze della Ninfa che dà il nome al

componimento:

È saporita, morbida, pastosa

Come un petto di lepre, è biancolina

Più che la festa la camicia mia,

Ha quelle poppe che paion due rape

Le labbra rosse come una ciriegia,

I denti com'il fior de la farina,

Il naso grande, dritto, profilato,

Che par' un torso mondo di lattuga

Ed odorosa come un mel cotogno.

Ma dove possiamo scorgere più manifestamente l'esagerazione di questa

tendenza a confrontare le bellezze dell'amata con cose volgari,

tendenza che finirà, come vedremo nei componimenti in lingua rusticale,

nel far lodare ai contadini innamorati i difetti della loro bella come

se fossero altrettanti pregi, è in un Capitolo rusticale che si trova

in un volumetto miscellaneo della Trivulziana[166]:

. . . . . . . . . . . . . . . .

L'ha una sperticata sua persona

che piace sì che in piaza tra fachini

di nulla altro che lei non si ragiona.

. . . . . . . . . . . . . . . .

Bianchi e' cape' come una ciminea,

succidi, lendinosi, arroncicati,

come son gli oncini d'una statea.

La fronte ha tonda come pan ficati

bianca lustrente come son carboni

pare un coperchio d'un privà da frati.

. . . . . . . . . . . . . . . .

Un occhio nella stravisa biancho et nero

che quando adosso fissi a un li pone

paion pur que' d'un gatto forestiero.

El naso ha proprio come uno stangone,

e' buchi ha larghi come duo bertesche

gli è torto, aguzo, come un bel picchone.

. . . . . . . . . . . . . . . .

E' denti ha radi et pochi ve n'enteri

et non vaglion fra tutti un bolognino

tanto son rotti, barbeggiati et neri.

. . . . . . . . . . . . . . . .

La gola è larga come una ciscranna

. . . . . . . . . . . . . . . .

Le spalle l'ha ossute et smisurate

. . . . . . . . . . . . . . . .

Le braze ha sperticate come antenne

le mani ha moze: et più oltre v'assegno

che le son gialle che paion codenne.

. . . . . . . . . . . . . . . .

Chi mirassi e' suo piè quando cammina

certo dire' resuscitato el zolla

l'accenna [de] gir in sala et va in cucina.

Nei componimenti in lingua rusticale dei vari dialetti dell'Italia

settentrionale, di cui avremo occasione di parlare, s'incontrano

frequentemente queste descrizioni caratteristiche di innamorate

rustiche, ma per non dilungarci troppo ci limiteremo a ricordare

soltanto alcuna delle principali per dimostrare con quanto favore

fosse accolto questo nuovo genere di produzioni nella letteratura

popolareggiante di quel tempo. Come altri ha già osservato[167], si

potrebbe far entrare in questa classe di ritratti comici femminili

anche quello che fa il Ruzzante delle donne padovane nella prima

delle sue Orationi; basterà però che citiamo soltanto alcune frasi

del Ruzzante perchè si veda chiaramente come la parodia della musa

campagnuola a cui la fine intelligenza del Magnifico aveva dato una

impronta artistica, sia già venuta, nelle mani del commediografo

popolare padovano, perdendo sensibilmente di delicatezza di contorni,

e come sia più ammissibile lo stabilire, in questo campo, un confronto

tra il Beolco e gli imitatori del Magnifico, anzichè direttamente colla

Nencia, in cui, come abbiamo già osservato, la caricatura è tanto più

efficace quanto meno si scopre. Ma sentiamo il Ruzzante: «E comenzando

de sotto in su, e da i piè, potta, mo che bie' peazzón larghi... E po'

quelle belle gambe grosse... quelle cossonazze? Haiu me' vezù la vostra

Rebelintia de qui bieggi cieffi, e ramonazzi de nogara, de qui ch'ha

quella scorza gnaliva, viva, frisia da morbezzo, ch'è gruossi com'è uno

a travesso?... Mo ben, cussì è le so cossonazze, e cussì dure in tel

pizzegare. Va po' pi in su, quelle so belle neghe, bianche e ronde,

sprecisamen con è un porco ben grasso, co' l'è pelò da fresco.....

con quelle spalazze da portare ogni gran carga... con quelle brazze

da faiga, e man da baile[168], con quel voltonazzo reondo, nuorio,

bianco e rosso, che ghe perderae fette da persutto inverzellò, o ravi

de quiggi bianchi e russi.....». Citeremo da ultimo un saggio di queste

bizzarre descrizioni di bellezza femminile di una di quelle numerose

poesie in lingua rustica bergamasca che ebbero tanta voga nella prima

metà del secolo decimosesto:

Quand ò molt bè compris el vos faciù

Ch'a v'ò sminà dal co' fin ai calcagn,

Quei ug che par do büs lazzabotù,

Cun la mascherpa in serc, per do' compagn

El nas che m' fa somià 'l cül d'ün capú,

. . . . . . . . . . . . . . . .

Quand consideri bè quel vos stomèc,

. . . . . . . . . . . . . . . .

Ch'a l'è icsì blan, icsì sgüràt e net,

Che m' spreghi el fos el cül d'un carboner,

Con quele beli spalli da zerlet,

Ch'à fà giazzà le predi di zener[169]...

Questi ultimi componimenti ci porgono ocasione di parlare

dell'introduzione della lingua rustica nella nostra letteratura,

essendo evidente, come noi verremo dimostrando, che questa imitazione

della lingua dei contadini, iniziatasi nella Toscana per quel nuovo

indirizzo della poesia popolareggiante a cui Lorenzo per primo aveva

dato una impronta artistica, venne poi largamente favorita nelle

altre regioni dall'inurbarsi dei contadini e dei montanari nelle città

principali. Vedremo pure come in questa nuova forma di esplicazione

della satira contro i villani si debbano ricercare le prime traccie

e i primi elementi costitutivi della maschera degli Zanni a cui è

fatta tanta parte nella Commedia improvvisata, e che pur presentandosi

sdoppiata, o per meglio dire, frazionata nelle molteplici figure

del servo, si può far risalire al tipo dello sciocco, Arlecchino, e

a quello dell'astuto, Brighella, che riflettono le due correnti di

satira contro il villano di cui abbiamo più volte parlato. Il primo

esempio, a nostro ricordo[170], di riproduzione della lingua rozza e

ripiena di infantili storpiature dei contadini della Toscana, si può

vedere nella risposta che Bentivegna del Mazzo, marito della Belcolore

(_Decam._, Giorn. VIII, Nov. II), dà al Prete di Varlungo, e nella

novella dodicesima del Sermini. Questo nuovo genere di componimenti,

nei quali la corrente satirica contro i villani trovava una delle

più indovinate esplicazioni, deve essere stato accolto con grande

favore dai Fiorentini, e la poesia rusticale, anteriore alla Nencia,

pubblicata dal Carducci, deve considerarsi certamente come l'unico

saggio pervenutoci dei numerosissimi prodotti di questa fioritura

rusticale iniziatasi dopo l'esempio del Boccaccio. Del nuovo impulso

dato dal Magnifico colla _Nencia da Barberino_ alla imitazione della

lingua rusticale nella poesia popolareggiante, abbiamo già parlato più

addietro; poco ci resta da aggiungere per quanto riguarda la Toscana.

Dopo Lorenzo de' Medici assistiamo a una straordinaria diffusione di

questo nuovo genere letterario, non solo in Toscana, dove lo troveremo

coltivato su larga scala e quasi esclusivamente dalla Congrega dei

Rozzi di Siena, che nelle commedie rusticali riflette fedelmente

quell'antagonismo speciale che noi abbiamo cercato di rilevare fino

dalle prime pagine di questo nostro studio, ma anche a Napoli, e

sopratutto poi nell'Italia settentrionale. Alla poesia rusticale

è accordato il medesimo favore con cui erano state accolte qualche

tempo prima in tutta Italia le poesie popolareggianti di Leonardo

Giustiniani. La poesia rusticale non è solo presa ad esempio dai

numerosi imitatori del Magnifico, dal Pulci, dal Berni, da Gabriello

Simeoni, dal Bronzino, dall'Allegri, dal Malatesti, dai due Cicognini,

dal Bracciolini, dal Lippi, dal Forteguerri, dal Moniglia e dal

Fagiuoli, per non ricordare che i principali; ma s'introduce, come

vedremo parlando della satira contro il villano nella Commedia, nella

Sacra Rappresentazione, nella Farsa e nella Commedia Rusticale. Ma

di questo avremo occasione di intrattenerci più oltre; ora crediamo

opportuno, prima ancora di parlare dell'espandersi di questo nuovo

genere letterario nelle altre parti d'Italia, di tentare di mettere in

evidenza un fatto particolare e caratteristico di quel tempo, da cui,

secondo noi, ebbe grandissimo incremento, specialmente nell'Italia

settentrionale, il diffondersi di questo nuovo gruppo di componimenti

satirici contro i villani nella letteratura italiana del secolo

decimosesto. Vogliamo parlare delle frequenti e periodiche immigrazioni

dei facchini dalle valli bergamasche nelle città principali, dove

monopolizzavano il lavoro manuale e si univano in numerose corporazioni

che godettero privilegi e che continuarono a mantenersi fiorenti fino

quasi ai giorni nostri. Negli scrittori del secolo decimosesto sono

assai frequenti gli accenni a questa presenza nella città dei sobrii,

forti e laboriosi montanari bergamaschi. Il Folengo così ne parla[171]:

. . . . . . . . . . Cernebas mille fachinos

Per sex marchettos humeris imponere somas.

Ut Cato noster ait: nemo sine crimine vivit,

Si Bergamaschi damnantur crimine quoquo,

Crimen avaritiae specialiter imputat illos.

Non Bergamascos habitantes dico per urbem,

Sed quod passutos castagnis, atque gosatos

Vel macco saturos mandat montagna deorsum.

In spallam portant saccum, sogamque recinctam

Et cantant vacui coram latrone viantes.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Non urbe, non castrum, quod non sit plena fachinis

Arte fachinandi nil se gens altra fatigat,

Sunt Bergamascha solum de prole fachini.

E il Garzoni[172]: «I Fachini... nati nelle montagne del Bergamasco,

ove sono tratti fuor del tinaccio, come tanti gazotti della Gabbia, et

mandati fuor della vallata a beneficio di tutto il mondo, che si serve

di loro, come di asini, o di Muli da somma..... Sono i fachini fra loro

di più sorte, come le cerase sul frutto, e massime nelle città grosse;

come in una Venetia... Sono primieramente quasi tutti montanari, overo

di Valtolina, overo di Valcamonica, e non sono grossi di aspetto, ma

di dentro sono così grossi di legname, che gente più tonda quasi non

si trova di cotesta, benchè qualch'uno riesce in quella sua grossezza

alle volte sottile, per le gran burle, che ricevono communemente dalla

gente, e perchè ogni poco, in loro pare assai, essendo per natura

tondi come un fondo d'una botte, e grossi come il brodo de' macaroni,

e versando di loro una stolida opinione appresso a tutti. Nel parlare

non sono differenti dai gazzotti, anzi hanno una lingua tale, che

i Zani se l'hanno usurpata in comedia per dar trastullo e diletto a

tutta la brigata essendo ella di razza di merlotti nella pronunzia

e in tutto il rimanente... Nella città di Bologna e Ferrara sono i

spassi dei signori scolari, quando al tempo del carnevale[173] fanno

la barriera del porco cinghiaro, et de fachini armati, ove allhora

si veddono quei poveri babbioni, e turlulù con un'armatura indosso,

et un elmo in testa con la visiera chiusa cercar con un pestone di

legno in mano d'uccider il porco, e darsi mazzate fra loro alla cieca

che dànno da ridere e da sgrignare a gli altri, e da piangere a sè

stessi... stentano tutto l'anno in Milano, in Vinetia, in Roma, in

Napoli, in Ferrara, in Mantova e in mille altri luoghi d'Italia...»

Dai brani che abbiamo riportato del Folengo e del Garzoni appare già

chiaramente, prima ancora che lo vediamo confermato da altri documenti,

che questa invasione sistematica dei facchini bergamaschi nelle varie

città d'Italia dava luogo a quella reazione che suole avvenire in

tutti i tempi e in tutti i paesi verso gli artigiani di un altro paese

che vengono colla loro attività a portare una seria concorrenza nel

lavoro manuale in un dato luogo; senza contare che in quel tempo erano

vivacissime e assai frequenti le invettive che si scagliavano tra

loro le città vicine. Quella satira contro i villani che abbiamo visto

tanto accetta nelle città, trova in questo nuovo fatto come un filone

inesauribile per una nuova esplicazione nei numerosi componimenti

popolari satirici contro i Bergamaschi, e la lingua rustica bergamasca

o facchinesca ha nell'Italia settentrionale il sopravvento su quella

delle altre città, e diventa poi caratteristica dei due tipi principali

di Zanni nella Commedia popolare scritta e in quella improvvisata.

Dal Garzoni sappiamo pure che i facchini bergamaschi si recavano anche

nel Mezzogiorno d'Italia, dove la loro presenza avrà pure contribuito

a rendere bene accolta la satira contro i Bergamaschi; satira che

viene diffondendosi coll'introduzione della lingua rustica bergamasca,

la quale venne disputandosi il primato colla senese, colla pavana,

colla norcina e colla cavaiola. Così in Milano dalla immigrazione dei

facchini del Lago Maggiore trasse origine la fondazione dell'_Accademia

della valle di Blenio_[174] nella seconda metà del secolo decimosesto,

composta da bizzarri ingegni che poetavano in quella lingua rustica ed

a cui si devono molti componimenti satirici, che si fingono scritti dai

_Fechin dol Lagh Mejò_; è inutile ricordare come nella poesia popolare

milanese duri ancora questa tradizione nelle Bosinate che continuano

ad esser composte anche ai giorni nostri. Sono numerosissime le poesie

popolari satiriche che ci sono pervenute sui Bergamaschi, e di un buon

numero di esse ha dato notizia lo Stoppato[175]; ricorderemo qui, tra

le molte altre che conosciamo, una _Canzone alla Villotta_ [Miscell.

Marc., 2213, 9] del secolo XVIº:

Bergamaschi son tondi e gros

de natura desdegnos

e cavalcan a redos

e portan i scudi pelos

Nella Desperata: _Testamento: et transito de Gratios da Bergem per

Venturina de val Lugana_ [Miscell. Marc., 2213, 14] di cui abbiamo

già avuto occasione di parlare, il villano innamorato, dopo di essersi

lamentato della crudeltà della sua amante, decide di por fine ai suoi

giorni; ma poi, come Cecco da Varlungo nel _Lamento_ del Baldovini,

quando deve mandar ad effetto il suo triste proposito, trova che è

meglio sopportare con rassegnazione la sua disgrazia:

Voref mazam, ma non voref fam mal

che se indovini a forà la ventrada

el insiraf po fò ol malìtial

. . . . . . . . . . . . . . . .

In quel che vossi menà, me pars vedì

ch'el me pianziva tutti i me paret

e per amor de quei am son pentit.

Dove troviamo poi espresso più manifestamente l'antagonismo contro i

facchini che nelle città marittime monopolizzavano il lavoro manuale

dei porti, è nella nota novella del Delli Fabrizi intitolata _La va da

tristo a cattivo_, dalla quale apprendiamo che in quel tempo Venezia

era invasa da facchini bergamaschi ed albanesi[176]. Contro questi

si scaglia violentemente l'autore, attribuendo alla loro invasione il

deperimento morale della sua patria, Venezia, nel medesimo modo con cui

Dante, come nota Vittorio Imbriani, attribuiva la rovina di Firenze al

fatto dell'ammissione dei villani entro le mura. Crediamo opportuno

riferire qui i passi più caratteristici della satira contenuta in

questa novella contro i Bergamaschi:

CANTICA I. Di due pessime genti feccia e schiume

Di ciascun vizio: et ad ogni virtute

Più adverse, di quante altre Febo allume

Questo proverbio..... par che inizio avesse.

. . . . . . . . . . . . . . . .

Di l'un fachini i genitori foro[177]

E dell'altro albanesi. . . .

. . . . . . . . . . . . . . .

CANTICA II. Lo padre di costui. . . .

Fu bergamasco, e di ben di fortuna.

Dotato sì che 'l non era mendico.

E questo, perchè, tratto dalla cuna

Di subito a Vinegia fu mandato

Dove questa canaglia si rauna.

E quivi col suo cesto agguadagnato

Cotanto avea con mille latrocini

E con migliaia che avea assassinato,

Che alcune terre appresso d'i confini

D'una sua valla, donde esso discese

Comprato avea qual fan tali mastini.

Ma come Giuda, ti so dir, che l'fioco

Facea di tutto da vero fachino.

A costui il novelliere attribuisce la nota storiella della compera del

crocefisso, che abbiamo visto addossata dal Poggio ai villani:

O despietata e maledetta raccia

Che fin in Christo ardite porre mano,

Meno il cielo curando d'una straccia.

Abbiamo riportato qui queste atroci invettive contro i facchini

bergamaschi, perchè ci sembrano una eloquente conferma di quanto

noi abbiamo cercato di dimostrare riguardo all'origine della satira

contro i villani; l'odio che vediamo espresso contro di essi non è un

semplice esercizio accademico come quello che informa la letteratura

misogina del medio-evo, ma un riflesso di quell'antagonismo economico

che, purtroppo, anche ai giorni nostri, suole svilupparsi nei centri

commerciali, a cui accorrono i nostri robusti e laboriosi montanari,

tra gli abitanti della città e gli operai dei paesi vicini. Ma anche

da un altro lato ci interessano al sommo grado queste feroci invettive

contro i facchini bergamaschi, cioè per la grande importanza che

possono avere nello studio della origine di una delle più note maschere

della Commedia dell'Arte; vogliamo parlare dello Zanni, che venne più

tardi sdoppiandosi nei due tipi del servo sciocco ed astuto, Arlecchino

e Brighella, e più tardi ancora in una infinità di altri buffoni della

scena, ma che nel periodo della sua origine doveva rappresentare,

come vedremo, un tipo unico, quello del facchino bergamasco. Questa

invasione di facchini bergamaschi, particolarmente nella città di

Venezia, ci è confermata da molti altri documenti. Nella novella

dello Straparola[178] in cui sono narrate le tradizionali disgrazie

dei tre fratelli gobbi (Notte V, fav. III), si racconta come uno di

essi, Zambù, figlio di Bertoldo, parte dalla Valsabbia, e si reca

a Venezia in cerca di fortuna; appena arrivato in città, si mette a

fare il facchino nel porto. Questo nome di Zambù ci porge occasione

di intrattenerci a parlare dell'origine bergamasca della maschera

dello Zanni. Lo Zerbini[179], passando in rassegna le varie opere

scritte in dialetto bergamasco, ricordava che si hanno due traduzioni

in bergamasco[180] dell'_Orlando_ Furioso, una delle quali è la

seguente: «Rolant Furius de Mesir Lodovic di Arost stramudat in lengua

bergamascha per ol Zambô de Val Brembana indrizat al Sagnor Bartolamé

Minchiô[181] da Bergem so patrô». Lo Zerbini parlava di questo Zambô

come di un autore che veramente fosse esistito nel secolo XVI, ma

assai più giustamente il Moschetti[182] crede che in questo nome si

debba vedere una forma dialettale della maschera teatrale dello Zanni

di val Brembana, che più tardi assunse il nome di Arlecchino. Siccome

l'altra traduzione dell'_Orlando_ è conosciuta sotto il nome del _Gobbo

di Rialto,_ il Pasquino veneziano, il Moschetti argomenta che questa

statua a cui si affiggevano le satire e le caricature rappresentasse

nel concetto dei Veneziani la maschera dello Zanni, la personificazione

del tipo del facchino bergamasco. Per affermare l'origine bergamasca

del _Gobbo di Rialto,_ il Moschetti ricorda quanto gli si fa rispondere

alla «disfida» che nel 1554 gli aveva mandato Pasquino, invitandolo

a svelare il luogo di sua origine. Pasquino gli aveva detto: «Gobbo

facchino del bando di Rialto... sei Bergamasco, Svizzero o Grifone? hai

bocca da polenta o pur da gnocchi?» Il Gobbo risponde:

Da Bergamo a Venetia son venuto

. . . . . . . . . . . . . . . .

Non ti pensar, ben ch'io sia nato in villa

Fra due montagne in fondo ad una valle

. . . . . . . . . . . . . . . .

Di poca aiada mi contento e pasco

Da buon pitocco e da buon bergamasco.

In una delle molte operette di G. C. Croce[183] sullo Zanni,

intitolata: «Disgratie del Zani. Narate in un Sonetto di dicisette

linguagi. Come giungendo ad una Hosteria, alcuni Banditi lo volsero

amazare, e poi fattoli dar da cena fa un contrasto con l'Hoste» lo

Zanni, peregrinando attraverso i campi, giunge ad una casa e domanda

ospitalità, ma ne è respinto ruvidamente da uno che gli grida:

Fachin poltron, ste no te to' de chi

Forse che ti non parlare mai pi.

giunto a un'altra casa si sente gridare da un tedesco:

Saggio di ricerche sulla satira contro il villano · 第 24 / 140 题