O tiaule poltrinaz une Fachine

e dappertutto è accolto coll'appellativo di Facchino poltrone, ciò

che conferma indubbiamente la sua origine e il carattere del tipo

che rappresentava. Notiamo poi che un'altra analogia tra lo Zambù

dello Straparola e la maschera dello Zanni si può vedere nella loro

ingordigia; lo Zambù in causa di essa è scacciato da tutti i padroni,

e lo Zanni, nel Contrasto che segue alle «Disgratie» si sente dire

dall'Oste, ch'egli non vuole e non può pagare:

Ti aver disdot pan ninag busagne

Diese piate de lasagne

E tante roste e vin...

ed è noto che l'ingordigia è appunto la caratteristica di questa

maschera nella Commedia dell'arte[184], e che il suo piatto favorito

sono i «maccarú e sbruffadei.»

Giacchè ora siamo sull'argomento della presenza di facchini bergamaschi

nelle città, e principalmente in Venezia, crediamo opportuno di

ricordare qui come si possa vedere un'attestazione di questo fatto

anche in quei numerosi _Viaggi dello Zanni a Venezia_ che ci sono

pervenuti[185], nei quali è assai evidente la satira contro i montanari

che s'inurbavano. Così pure ricorderemo i due sonetti pubblicati dal

Tosi[186], che sono detti nel titolo: «Due bellissimi sonetti in lingua

bergamasca nel primo dei quali si dichiara la bellezza di Venezia et

nel secondo la dottrina del Zanni.» Nel primo è descritta dallo Zanni

la sua partenza dalla montagna:

De l'an che i tribulat ste mal content

Propi dol mis che i asen va in amor

Cazat da un opiniò, da un cert umor

Da Bergem me parte' subitament...

che ricorda quanto lo Zanni dice nella _Bizzarria di Pantalone_

del Gatticci: «a so' cittadì montanar delle valladi in confin di

Bergamasch, e so nasud l'an chi castrava i porc, Missier,»...[187].

Nel secondo sonetto si legge pure:

Ol prim trat ch'em parte' de voltolina

Eri plu tondo che non è una rava

La brigada de mi semper sgrignava

e lo Zanni continua dicendo che quando ritornerà da Venezia alle

proprie montagne, è certo di essere accolto con grande plauso dai suoi

compaesani:

Ai me vegnerà contra in comitiva

A son de tamburi, campani e piva

Cridando: viva! viva!

Lo Zerbini nella ricordata monografia sul dialetto bergamasco,

accennava pure a questa immigrazione di facchini in Venezia: «I poveri

valligiani vi andavano a stentar la vita o come facchini o come servi,

e gli allegri veneziani dovettero ridere non poco alle spalle di essi

per le forti aspirazioni e per le dure cadenze del loro vernacolo.»

Venendo poi a parlare dell'origine bergamasca di Arlecchino, egli

ammette come indiscusso che questo tipo rappresenti nella Commedia

dell'Arte il bergamasco che partiva dalla propria provincia per

accorrere alla capitale della Repubblica in cerca di miglior fortuna;

e su questo siamo con lui perfettamente d'accordo. Ma non siamo del

suo avviso su quanto affermava sullo Zanni; essendo per noi assai

importante questo argomento, apriamo una parentesi per riassumere le

varie opinioni che si sono emesse sull'origine di questo tipo della

Commedia dell'Arte. Lo Zerbini a questo proposito osservava: «Niccolò

Rossi (sec. XVIº) ne' suoi _Discorsi sulla Commedia_ lascerebbe credere

che lo Zanni o Gianni, com'egli lo chiama, sia anche esso una maschera

fissa bergamasca, e alcuni lo fanno anche discendere da Valle Brembana,

e propriamente da S. Giovan Bianco»; ma egli non accettava tale ipotesi

e seguiva l'opinione del De-Amicis, che cioè lo Zanni fosse derivato

dal _Sannio_ del teatro popolare latino e fosse un nome generico per

indicare i personaggi buffi della Commedia improvvisata.

La questione dell'origine della maschera dello Zanni aveva già formato

oggetto di discussione fino da un'epoca non molto lontana dalla sua

comparsa sul teatro. Egidio Menagio[188], alla parola _Zanni_ nota:

«Dissi nelle mie _Origini Francesi_ che questo vocabolo italiano

derivava dal Greco-Barbaro τζάννω, voce dello stesso significato...

Ora sono del parere del Signor Carlo Dati... il quale tien per fermo

che sia stata corrotta questa voce da quella di Giovanni.» Segue poi

la lettera del Dati al Menagio, della quale riporteremo qui solo la

parte più notevole: «..... ancorchè io creda assolutamente che Zanni

non significhi altro che Giovanni, essendochè Gianni che è abbreviatura

di Giovanni, si dica per lo più in Lombardia e particolarmente nel

territorio di Bergamo, Zan..... figurandosi il Zanni in Commedia un

villano Bergamasco che avesse nome Giovanni, non poteva chiamarsi

altrimenti che Zanni. E così per avventura si pose nome quel primo, che

messe in iscena tal personaggio. Come Cola e Coviello pur si dicono in

Commedia i Servi Napoletani, da' nomi de' primi inventori di questa

parte, Nicola e Jacovello.» Continua il Dati ricordando come un tale

che in lingua latina curiale aveva scritto contro un suo concorrente,

volendo indicare che egli in Commedia aveva fatto lo Zanni, si era

così espresso: «_fecerat Joannem_»; che il Varchi nell'Ercolano invece

di Zanni li chiama _Gianni_, e che il personaggio corrispondente

della Commedia è chiamato dagli Spagnuoli _Bobo Juan_, e dai Francesi

_Jan-Farine_, _Jan-Potage_[189].

Respinto ogni legame di parentela della maschera dello Zanni col Sannio

dell'antica commedia popolare latina, ci pare che risulti abbastanza

evidente, da quanto siamo venuti dicendo, che le origini di questo

tipo della Commedia dell'Arte devono essere ricollegate alle numerose

attestazioni che affermano l'esistenza di una corrente satirica contro

i facchini bergamaschi. Ultimamente si sono venuti aggiungendo a questa

ipotesi molti validi argomenti, che confermano con grande evidenza

come si debba attribuire a questa satira contro i Bergamaschi la

comparsa sul teatro dello Zanni. Il Rossi, nella nota recensione allo

Stoppato[190], ricorda una commedia di Vincenzo Fenice, stampata nel

1549, nella quale trovasi tra i personaggi un «Giovanni Bergamascho

servitor» che vien sempre chiamato Zane; ed il Gaspary[191] ha fatto

osservare che in una lettera del Macchiavelli del 25 febbraio 1514

si incontra già il nome di Zanni usato per significare un servitore

bergamasco, e che nel secondo dialogo di Ruzzante «Tonin Bergamascho

fante di M. Andronico» è chiamato, nell'ultima scena, «Zane». Lo

stesso Beolco nella _Rodiana_, atto IIº, scena VIIIª, fa dire a

Truffa: «Tutti i matti ha lome Zane.....». Come si può attribuire

al Calmo l'invenzione della maschera del Pantalone, parrebbe ovvio

di attribuire al Beolco la creazione della maschera dello Zanni, ma

il Marchese Cesare Lucchesini[192] ci prova che questo tipo deve

essere anteriore alle produzioni del Ruzzante. Il Riccoboni, egli

osserva, ha falsamente attribuito al Beolco l'introduzione delle

maschere sul teatro, perchè tanto per il Pantalone quanto per il

Dottor Bolognese non troviamo nelle opere del commediografo popolare

padovano personaggi corrispondenti. «Lo stesso dicasi, egli aggiunge,

dei due Zanni Bergamaschi. In fatti lo Speroni, nella seconda parte

del Dialogo della Istoria, introduce Paolo Manuzio a dire che essendo

egli giovane, Ruzzante in Padova spesse fiate fece commedie assai belle

e volentieri ascoltate, quantunque in esse lo innamorato parlasse

Tosco e il servitore non Bergamasco, ma Padovan da Villa. Le quali

parole dimostrano abbastanza che indipendentemente dal Ruzzante era

già fin d'allora in vigore l'uso d'introdurre sulla scena servitori

bergamaschi e che questo uso non era seguito dal Ruzzante stesso: e

perciò non può avere avuto da lui l'origine.» Già nella «_Floriana_,

Comedia nuovamente impressa in Florentia e diligentemente emendata

per Bartolomeo de Zanetti da Bressa, 1518» vediamo deriso il dialetto

bergamasco[193]; è noto poi come il facchino bergamasco entri, come

comico intermezzo, anche nella commedia erudita. Il Calmo non solo

introduce dei pastori bergamaschi nelle Egloghe dove rappresentano la

parte buffonesca propria del villano, ma nella _Saltuzza_ ha messo il

nome di «Balordo» al facchino bergamasco che vi si trova. Noi crediamo

che questa maschera provenga appunto, più che dal senso dispregiativo

che si soleva annettere al nome di Giovanni in molte nazioni, come ci

dicono il Dati ed il Flögel, da un servo bergamasco Giovanni che nella

commedia popolare abbia goduto di molta popolarità, e che sia passato

poi con questo nome nella tradizione; che il nome di Giovanni avesse

un significato non troppo lusinghiero, ci è confermato tra l'altro dal

noto Capitolo di Monsignor Giovanni della Casa in biasimo del suo nome.

Gli argomenti che il Riccoboni[194] porta contro il Menagio e il

Dati per dimostrare che il tipo e il nome dello Zanni provengono

direttamente dal Sannio degli antichi mimi, sono di scarso valore.

In una nota del Davanzati al Tacito, egli osserva, è detto che gli

Zanni sono attori che in lingua bergamasca o norcina hanno l'arte di

far ridere; dunque vi erano Zanni che non parlavano bergamasco, ma

norcino, dialetto rustico di una città dell'Umbria, e allora perchè

non li vediamo chiamati Gianni in Toscana? Abbiamo già visto come lo

Zanni fosse chiamato pure col nome di Giovanni, e nell'_Ercolano_

del Varchi è detto appunto: «..... credo bene che i Gianni nelle

loro Commedie dicano........»[195]. Anche Anton Maria Salvini nelle

annotazioni alla Fiera del Buonarroti (3, 1, 9) nota: «Zanni, servo

sciocco in commedia, detto Zanni alla lombarda per Gianni»[196]. Il

D'Ancona[197], commentando un noto passo del Borghini su cui avremo

occasione di ritornare, riporta il passo della Vita di Battista Franco

del Vasari secondo il quale «la origine degli Zanni è riferita alla

metà circa del secolo XVI, e riappiccata alle Commedie fatte fare

in Roma da una brigata di artisti e di begli umori, a capo dei quali

era Giovan Andrea dell'Anguillara.» Il D'Ancona però, fondandosi sul

Canto _carnascialesco degli Zanni_ del Lasca, opina che la maschera

dello Zanni sia senza alcun dubbio di origine lombarda, ciò che

vedremo confermato da una poesia di un anonimo senese della Congrega

dei Rozzi. Anche il Valentini accenna a quest'origine lombarda delle

maschere della Commedia dell'Arte: «La commedia italiana improvvisa,

detta dell'arte, è antichissima, e più antica della commedia italiana

regolata e scritta. Ebbe il suo principio nella Lombardia, si sparse

per tutta l'Italia, penetrò nella Francia, dove ancora sussiste»[198].

Tanto qui però, come nella poesia senese a cui abbiamo ora accennato,

crediamo che si debba dare alla parola Lombardia un'estensione di

significato assai ampia, e che si debba per essa intendere l'Italia

settentrionale; si accenna a quest'origine lombarda, perchè i due tipi

più caratteristici della Commedia dell'Arte, cioè gli Zanni, furono

tolti da Bergamo, ma se ben si osserva è molto più probabile che queste

maschere siano nate sulle scene del teatro popolare veneziano, dove,

come abbiamo visto, il loro sorgere corrispondeva all'intento satirico

contro i Bergamaschi. A Bologna ebbe pure la Commedia dell'Arte un

grande sviluppo, e il Goldoni infatti ci dice (_Memorie_, t. II,

cap. XXIV) che in quella città incontrò opposizione più che altrove

la sua riforma teatrale. Il vedere affidate a comici bergamaschi le

parti degli Zanni al tempo del nascere della Commedia improvvisata,

non conferma l'origine lombarda di essa, ma soltanto che i comici

bergamaschi erano naturalmente preferiti per la più fedele riproduzione

ch'essi potevano dare del dialetto e dei costumi di quei montanari che

erano imitati dagli Zanni.

Venezia fu probabilmente la culla e la tomba della Commedia dell'Arte,

perchè in quella città appunto iniziò il Goldoni la sua riforma che

doveva segnare la condanna delle maschere; questo non è da intendersi

in senso assoluto, perchè reliquie della Commedia improvvisata si

potranno trovare anche nel nostro secolo[199].

Il Masi, parlando dell'oscurità in cui si ravvolge l'origine del primo

Zanni, di Arlecchino, osserva: «..... il buon Galeani Napione, notando

che il Quadrio dice ignorarsi l'origine dello Zanni Bergamasco, ne fa

senz'altro inventore il Bandello in due personaggi, il primo dei quali

è un Gandino Bergamasco (P. I, nov. XXXIV), ed il secondo un Fracasso

Bergamasco esso pure (P. IV, nov. XXV).... C'è in realtà in quei due

personaggi del gran novelliere cinquecentista molto del carattere di

Arlecchino.»[200] Ma, come osserva giustamente il Masi, l'opinione del

Galiani ha poco valore, perchè non si sa se il Bandello abbia tolto

questa creazione alla Commedia dell'Arte o viceversa[201]. Veramente

importante è la prima novella ricordata dal Galiani, e noi possiamo

incontrarvi assai larghi accenni all'astio che produceva anche in

Genova l'invasione dei facchini bergamaschi. Il Bandello spiega questa

invasione colla povertà del suolo montuoso bergamasco che obbliga gli

abitanti ad emigrare in cerca di miglior fortuna, e si diffonde ad

enumerare le cattive qualità dei Bergamaschi di contado, che qui non

ripeteremo, perchè identiche a quelle già da noi ricordate. Ma non è

il solo Bandello che introduca tra i tipi ridicoli delle sue novelle i

Bergamaschi, e basterà che ricordiamo lo Straparola, il Domenichi ed il

Giraldi, e i commediografi popolari già citati.

Nello Straparola, che era di origine bergamasca essendo nativo di

Caravaggio, vediamo riflessa, nel racconto dell'astuzia usata dai

suoi concittadini per vincere i Fiorentini, la reazione contro questa

corrente satirica, l'inversione da negativa in positiva quale l'abbiamo

vista manifestarsi anche per il villano in generale; i Bergamaschi

passarono poi nella tradizione, in grazia di questa reazione, per

la gente più astuta e più fine d'intelligenza. Il Bandello dunque

non può dirsi inventore di questa maschera, perchè essa era già nata

prima di lui; però a lui spetta il merito di averci, più diffusamente

degli altri novellieri del suo tempo, conservato nelle sue novelle la

conferma dell'esistenza di questa corrente satirica contro i facchini

montanari. Il Valentini[202] dice che Arlecchino[203] era pure chiamato

Battocchio, e crede che Brighella sia originario di Brescia, come

Pulcinella da Acerra; assai importante in questa rarissima opera del

Valentini è la parte terza, sulle maschere del Carnovale Romano, nella

quale troviamo attestazioni del perdurare nel nostro secolo tra il

popolo della maschera del matto e di quella del villano.

Parlando del tipo del villano nella Commedia avremo occasione di

diffonderci a parlare dei non dubbi legami di parentela che esistono

tra il contadino e lo Zanni; per ora ci interessava solo di stabilire

come l'introduzione di questa maschera nella Commedia dell'Arte debba

ricollegarsi strettamente alla corrente satirica contro i Villani

dalla quale abbiamo visto generata l'introduzione dei componimenti in

lingua rustica, e più particolarmente a quell'inurbarsi della gente di

campagna nelle città in cerca di lavoro, da cui persistiamo a credere

originate per la maggior parte queste caratteristiche produzioni

satiriche. Il De Amicis, nello studio già ricordato sulla Commedia

dell'Arte, ha cercato di dimostrare che lo Zanni, derivato dal Sannio

della Commedia latina, è un nome generico sotto cui devono comprendersi

tutti gli attori che avevano solo lo scopo di far ridere gli

spettatori, e che Pulcinella ed Arlecchino non sono che due maschere

provenute direttamente dal buffone della Commedia latina. Per quanto

riguarda Pulcinella, lo Scherillo[204] prima e Benedetto Croce[205] poi

hanno stabilito con validi argomenti che il volere cercar di riannodare

questa maschera con quella corrispondente del teatro popolare latino

è un'utopia che fu accolta fino ai giorni nostri dagli storici della

nostra letteratura, ma che tale opinione è assolutamente priva di

ogni fondamento, e che Pulcinella e le molte altre figure tipiche del

servo, ora astuto ed ora sciocco, della Commedia dell'Arte, sono una

creazione italiana del secolo decimosesto, originate da un intento

satirico contro i villani di una data regione. L'affinità che può

sussistere fra la maschera della commedia popolare antica e lo Zanni

non è nei particolari e nei lati di rassomiglianza fra il Macco e

il Pulcinella, ma nella identità e nella continuazione dello spirito

drammatico degli Italiani che in epoche tra loro tanto lontane hanno

creato, sotto l'impulso di un medesimo intento satirico, due maschere

che riproducono la stessa caricatura contro i villani. Che il nome di

Zanni sia poi divenuto, come opina il De-Amicis, un nome generico e

collettivo per indicare le varie parti buffe che erano affidate alle

maschere che rappresentavano la caricatura delle diverse città, è

dimostrato tra l'altro dal fatto di trovare già nel secolo decimosesto

distinti il primo ed il secondo Zanni; ma ci pare indubitato che questa

maschera debba essere ricondotta nella sua origine ad un tipo unico

riflettente la satira contro i facchini di Bergamo. E infatti quanti

parlano dello Zanni, accennano sempre alla sua origine bergamasca,

e più particolarmente insistono sulla sua calata «dalle vallade.»

Pier Jacopo Martelli, passando in rassegna i vari tipi della Commedia

dell'Arte, dice: «Che diremo di quel cotal Bergamasco, che venir mostra

dalle parti vallive di quella stessa provincia? Quella sua maschera

mora ritonda, e intorno al mento pelosa a guisa di simia..... quel suo

dialetto zannesco..... furono e saranno sempre la delizia più favorita

dei popolani.» Il Flögel[206] ripetendo un'opinione già espressa dal

Riccoboni, credeva che il dialetto bergamasco fosse stato dal Ruzzante

messo in bocca di preferenza ai servi «weil die Stadt Bergamo den Ruf

geniesst, dass ihr Pöbel vorzugweise aus Gecken und Betrügern besteht,

die in beidem Charakteren Meister sind.» Parole ripetute letteralmente

da Maurice Sand[207]: «Arlequin et Brighella sont toujours de la ville

de Bergame..... Ceux de la haute ville, personnifiés dans le type de

Brighella, sont vifs, spirituels et actifs; ceux de la ville basse sont

paresseux, ignorants et presque stupides, comme Arlequin. J'en demande

pardon aux habitants de la basse ville, mais je suppose que, comme

Arlequin, ils sont devenus, depuis le seizième siècle, aussi vifs et

aussi spirituels que leurs compatriotes de la ville haute.»

Questo sdoppiamento della maschera dello Zanni nei due tipi dello

sciocco e dell'astuto bergamasco corrisponde alle due correnti

positiva e negativa della satira contro il villano; ma la satira non

è diretta contro gli abitanti della città di Bergamo, ma contro i

facchini che da molti paesi delle montagne bergamasche, quasi fino

ai giorni nostri, avevano monopolizzato il lavoro manuale nei porti

delle città marittime. Del resto se potessero esistere ancora dei

dubbi sull'origine bergamasca degli Zanni della Commedia dell'Arte,

basterebbe ricordare quanto si legge su di essi nelle Memorie di Carlo

Goldoni[208]. Questi, parlando dell'ostilità da lui incontrata nel

pubblico quando aveva per la prima volta iniziato nelle sue Commedie la

soppressione delle Maschere, che avevano formato per due secoli la più

grande delle attrattive per il popolo, ci conferma quanto abbiamo visto

espresso dal Flögel[209] e dal Sand sulla fama che ai suoi tempi godeva

la popolazione bergamasca, da cui furono tolti i due Zanni, Brighella

ed Arlecchino, e ci dà su essi questi interessanti particolari:

«Brighella rappresenta un servo raggiratore, furbo e briccone. Il suo

abito è una specie di livrea, e la sua maschera bruna dimostra con

caricatura il colore degli abitanti di quelle alte montagne bruciate

dagli ardori del sole. Vi sono Comici di questo impiego che han

preso il nome di Finocchio, di Fichetto, di Scapin, ma è sempre il

servitore istesso, ed il medesimo Bergamasco. Gli Arlecchini prendono

ancora altri nomi, e si chiamano Traccagnini, Truffaldini, Gradelini,

Mezetini, ma sempre gli stessi stolidi, e gli stessi Bergamaschi......

e la coda di lepre che fa l'ornamento (del cappello) è ancor oggi

l'ordinario fregio dei contadini di Bergamo.» Dalle parole del Goldoni

ci pare che risulti assai chiara l'origine e l'intento satirico di

questa maschera dello Zanni, rappresentante sulla scena la caricatura

dei Bergamaschi valligiani che s'inurbavano nelle città marittime

in cerca di lavoro; e da questa maschera ripetono certamente la loro

origine tutti i numerosissimi servi della Commedia popolare italiana.

Anche gli abitanti della Cava, che sulla fine del secolo decimoquinto

ed il principio del decimosesto sono colpiti dalla satira nelle farse

napoletane, come ha osservato giustamente Benedetto Croce[210], devono

la reputazione che loro è fatta in quei componimenti alla immigrazione

che gli industri abitanti della Cava facevano nella città di Napoli. Se

più tardi questo tipo caratteristico di servo nella Commedia popolare

in Italia, originato da questo intento satirico, venne avvicinato al

tipo del servo della tradizione classica quale lo incontriamo nella

commedia erudita, ciò dipende dai rapporti frequenti che intercedono

in ogni tempo fra i due generi letterari, popolare e classico; ma

ci pare omai indubitato che la maschera dello Zanni debba ritenersi

originata sulla fine del secolo decimoquinto od al principio del secolo

successivo.

Recentemente il Toldo[211], in uno studio sugli antecessori di

Figaro, del servo che vince coll'astuzia i tranelli tesigli dal suo

potente signore, ha svolto con abbondanza di particolari l'idea del

Lenient, già da noi più addietro ricordata, dimostrando cioè, con

un esame minuzioso delle farse francesi in cui il servo ha una parte

importante, come il tipo del villano quale l'abbiamo visto tratteggiato

nei fabliaux, presenti già assai bene delineati quei caratteri

particolari e distintivi del servo che incontriamo nelle farse e nelle

commedie popolari francesi. Egli osserva giustamente: «Les types des

fabliaux devinrent, par conséquent, des personnages du théâtre, et

le vilain se transforma dans le valet et le badin de ces pièces.»

E su questo punto, sul quale noi avremo occasione di ritornare,

siamo con lui completamente d'accordo. Ma venendo il Toldo a parlare

poi (pag. 154-198) degli Zanni nella Commedia italiana, è in piena

contraddizione con quanto aveva detto antecedentemente, accogliendo

la vecchia opinione che essi provengano dalla commedia latina, e

che siano pervenuti alla Commedia dell'Arte passando attraverso alla

elaborazione classica della Commedia erudita[212]. Il voler continuare

a credere Pulcinella derivato dal Maccus latino, dopo quanto hanno

dimostrato lo Scherillo ed il Croce, che sono concordi nel ritenerlo

una maschera satirica dei villani di Acerra, è altrettanto assurdo,

quanto il credere lo Zanni derivato dal Sannio, etimologia, come

la chiamò giustamente Anton Maria Salvini, più ingegnosa che vera.

L'Agresti, rivendicando l'originalità del servo nella Commedia italiana

del cinquecento, nota come i drammaturghi di quel secolo respingessero

spesso chiaramente l'accusa di plagio che poteva essere loro mossa

riguardo ai personaggi introdotti sulla scena, e ricorda le parole

caratteristiche del servo Corbolo nella Lena:

Or l'astuzia

Bisogneria d'un servo, quale fingere

Ho veduto talor nelle commedie.

. . . . . . . . . . . . . . . .

Deh, se ben io non son Davo, nè Sosia,

Se ben non nacqui fra Geti, nè in Siria,

Non ho in questa testaccia anch'io malizia?[213]

Ma crediamo di esserci omai dilungati di troppo dal nostro argomento,

e domandiamo venia al cortese lettore di questa digressione. Abbiamo

creduto opportuno di accennare a questa immigrazione dei facchini

bergamaschi nelle città marittime, per poter spiegare l'apparizione

quasi contemporanea di queste due maschere, del villano cioè e del

facchino, sul principio del secolo decimosesto. In una Epistola

del primo quarto di detto secolo, nella quale sono riferite notizie

interessanti sopra un convito di studenti in Padova, incontriamo la

prima apparizione di queste due maschere: «Approssimada l'hora de

la cena fo vestidi 6 da maschere, li quali non erano stati visti in

quella congregation: uno grando da m.º Francesch, uno da fachin, dui da

villani senza volto et dui da matello agilissimi.....»[214].

Nella prima metà del secolo decimosesto i numerosissimi componimenti

rusticali che uscirono alla luce nell'Italia superiore, dalla Frottola

alla Commedia, dal Contrasto al Mariazo, sono detti indifferentemente

«alla villanesca» o «alla bergamasca» e abbiamo già visto come

questo ultimo appellativo sia sinonimo di «alla facchinesca». Di

questo genere di componimenti, assai importanti per lo studio delle

fonti della Commedia popolare, un buon numero fu ricordato dallo

Stoppato, il quale ha notato pure come essi fossero recitati dai

buffoni nei conviti. Il primo tra i compositori di questo genere di

produzioni nell'Italia superiore che abbia seguito l'esempio dato

dal Magnifico è il Ruzzante, di cui abbiamo già avuto occasione di

parlare. Certamente, come abbiamo osservato anche per Lorenzo de'

Medici, non si deve credere che il Beolco sia stato l'inventore di

queste produzioni rusticali padovane, ma soltanto il perfezionatore,

e alcuni suoi antecessori furono ricordati dal Lovarini[215] e dal

Frati[216]; ma a lui più particolarmente spetta il merito di avere,

come i Rozzi di Siena, preparato ed attuato il passaggio di questo tipo

nella commedia che venne poi detta «alla vilanesca.» Il Rossi ricorda

alcune rappresentazioni di commedie alla villanesca fatte da Ruzzante

in Venezia nel 1520, e, pure negando al Beolco l'invenzione delle

maschere, riconosce che il carattere in cui si mantiene immutabile è

quello del villano. Certo non si potrebbe trovare, come ha osservato

il Lucchesini, nelle Commedie del Ruzzante il tipo dello Zanni quale

lo incontriamo nella seconda metà di quel secolo e nel successivo

nella Commedia dell'Arte; ma queste evoluzioni e questi adattamenti

all'ambiente avvengono molto lentamente. Però, come fu già osservato

dal Gaspary, nelle Commedie l'avvicinamento del servo della tradizione

classica al contadino padovano è assai bene riuscito[217]. Del Beolco,

come scrittore di commedie e di componimenti popolareggianti, ha

parlato a lungo il Gaspary, il quale ha rilevato molto giustamente

come il Ruzzante, solo forse tra gli scrittori di componimenti

rusticali, nutrisse molta simpatia per la gente di campagna e come in

una orazione in lingua rustica facesse caldi voti perchè cessasse quel

vivo antagonismo tra contadini e cittadini che vedremo riflesso in più

luoghi delle commedie dei Rozzi. Crediamo opportuno riferire le parole

del Ruzzante: «..... perquè l'è tanto el gran cancaro de nimistà e

malevolentia tra nù containi della villa, e i cittaini da Pava, ch'à se

magnessòm del cuore, e tutto 'l dì per questo à se tragagiom...... Mo'

pacintia, i ne dise à nù containi, villani, marassi, ragani. Nù à ghe

digòm à iggi, cacanèggi, can, lusulari, magna sangue de poeritti.» E

parimente assai importanti sono i frequenti accenni che si incontrano

nelle opere del Ruzzante alla misera condizione dei contadini di quel

tempo; il Beolco, che per riprodurre con fedeltà la vita dei campi

aveva studiato da vicino gli usi ed i costumi dei contadini, non

poteva far a meno di compiangere il loro triste stato ed i mali che li

affliggevano.

Delle _Rime di Magagnò, Menon e Begotto_ in lingua rustica padovana

non ci occuperemo, perchè improntate in gran parte all'imitazione

classica di Pindaro, del Petrarca e del Veniero, e perchè veramente

non vi troviamo più la vivace riproduzione che il Ruzzante ci aveva

dato dell'ambiente e della vita rurale, ma solo il linguaggio rustico

padovano sotto cui si scorge facilmente quella bucolica convenzionale

a cui abbiamo più volte accennato. Così pure molto meno interessante,

di quanto farebbe supporre il titolo, per la storia dello Zanni,

è la _Raccolta di tutte l'opere di Bartolomeo Bocchini detto Zan

Muzzina_, Modena, 1665; oltre l'enumerazione di alcuni Zanni nel

Prologo tra Olivetta e Bagolino già ricordato dal D'Ancona, vi

incontriamo ancora un _Testamento burlesco di uno Zagno orbo_[218]

che può essere annoverato tra i componimenti di questo genere di cui

abbiamo più addietro parlato, ed alcuni prologhi di Commedia per gli

Zanni che depongono in favore dell'affinità di questa maschera con

quella del villano, alla quale, come vedremo, erano pure di frequente

affidati i prologhi nella Commedia popolare. Anche il _Dialogo in

furbesco tra Scatorello e Campagnuolo assassini di strada_ (pag.

270) che lo Stoppato diceva «importantissimo per studiare le origini

e lo svolgimento della maschera del Zanni nella Commedia dell'arte»

non contiene purtroppo nulla di quanto a torto gli fu attribuito. Lo

sviluppo che la maschera dello Zanni raggiunse nella Italia centrale ci

è confermato dai numerosi componimenti popolari che ci sono pervenuti e

che furono già da altri ricordati, e stretta analogia con lo Zanni ha

pure la maschera tipica modenese di Sandrone, villano arguto di quel

contado[219]. Ma ritornando agli imitatori della Nencia del Magnifico

ricorderemo ancora il pistoiese F. Bracciolini; nel noto Contrasto

tra Ravanello e la Nenciotta, è interessante per il nostro studio il

bando curioso che il villano innamorato ha sentito leggere al mercato,

inibente l'amore ai contadini[220]:

........ O contadini e paesani

Col berrettino e col cappel di paglia

Ch'avete dure e sudice le mani,

Ma fanno presa come una tanaglia;

Illustri gonzi e nobili villani

Ruvida gente e povera canaglia

. . . . . . . . . . . . . . .

Perchè l'amore è una certa cosa

Che non sta bene a gente contadina

Vuol morbida la mano e non callosa

E la camicia fina, fina, fina;

E il contadin l'ha sempre polverosa

In fuor che la domenica mattina.

Nelle _Stanze rusticali_ di Iacopo Cicognini[221], Pippo si rivolge

alle dame fiorentine annunciando loro il suo matrimonio con la Betta,

le bellezze della quale sono celebrate nel solito modo satirico,

enumerando cioè come altrettanti pregi i difetti fisici e morali

dell'innamorata; in altre Stanze rusticali del medesimo, Pippo a cui è

nato un bambino che ha una strana rassomiglianza col padrone, dice che

si vuole vendicare rubando sul podere e che non vuole invitare alcun

Fiorentino al pranzo preparato per festeggiare la nascita del figlio:

Non ci voglio artigian nè cittadini,

Ch'un dì passando per mercato nuovo

Quelle giustizie di que' fattorini,

Come s'io fussi un natural fantoccio

M'acculattorno a mezzo del Carroccio.

Ricorderemo per ultimo i _Cartelli per Mascherate_ del Fagiuoli dove

sono derise la semplicità e la gelosia dei villani che conducono le

loro mogli in città a vedere le feste carnovalesche; ma in queste

poesie rusticali del Fagiuoli, come nel _Lamento di Cecco da Varlungo_

del Baldovini si cercherebbe invano quel senso della misura nella

satira che costituisce il pregio principale delle prime poesie di

questo genere da noi studiate.

Saggio di ricerche sulla satira contro il villano · 第 25 / 140 题