Renart qui tol le monde engane[85]

è la stessa che incontriamo nella più antica delle poesie satiriche

medioevali contro il villano, nel Versus de Unibove dell'anonimo

chierico franco del secolo Xº, dove leggiamo:

Natis natus ridiculis

Est rusticus de rusticis[86].

e poi, mentre ci aspetteremmo una delle solite invettive che i giullari

scagliavano contro il servo per lusingare l'orgoglio del potente

signore di cui rallegravano i conviti[87], sentiamo invece dall'oscuro

cantore narrate le astuzie con cui il villano si sottrae alle minaccie

dei suoi nemici. Ora questo primo accenno all'inversione della satira

contro il villano ci prova come nella tradizione popolare, di cui il

cantore è l'eco fedele, si fosse già iniziato lo spirito di ribellione

del debole contro il potente, la tendenza a formare del più umile

tra i componenti la società medioevale quel simbolico oppositore alla

prepotenza dei feudatari che vediamo tratteggiato in Renardo e nelle

figure molteplici, ma certamente affini, del villano astuto. Che questo

significato simbolico non fosse avvertito dal signore a cui queste

satire contro il villano erano dedicate, non ci deve meravigliare,

perchè anche tanti secoli dopo nemmeno alla corte del re di Francia si

notava il simbolismo da cui era informato il _Mariage de Figaro_ del

Beaumarchais, di quel Figaro che può coll'astuzia sua salvare l'onore

della propria fidanzata minacciato dal potente signore, e che può

considerarsi, come ha giustamente osservato il Lenient, quale un vero

successore dello scaltro villano. E molto probabilmente sfuggiva anche

ai rozzi rimatori il senso allegorico che nella concezione popolare

la satira positiva contro il villano andava assumendo, perchè molti

di essi, come ad esempio l'autore del _Versus de Unibove_, fanno

dichiarazioni esplicite di disprezzo verso il protagonista delle loro

narrazioni. Certo l'estensione di significato della parola «villano»,

alla quale abbiamo più addietro accennato[88], concorse validamente a

rendere cara tanto alla plebe cittadina come a quella della campagna

la figura del villano astuto, tanto che malgrado il dualismo che le

divideva e di cui abbiamo incontrato accenni tanto numerosi, esse

accomunavano nella derisione e nella sconfitta degli avversari del

villano il loro odio verso gli oppressori. Così l'umile fabbro di

Persiceto, Giulio Cesare Croce, chiamato come il giullare medioevale a

rallegrare i banchetti dei signori, dopo di aver creato col Bertoldo

una delle figure più caratteristiche e più popolari della satira

positiva villanesca, non solo aggiunge più tardi non poche pagine alla

satira negativa contro il villano col Bertoldino, ma da molte delle sue

opere lascia trasparire l'eco dell'odio della plebe cittadina verso i

coltivatori dei campi[89].

Ma, ritornando a quanto ci eravamo proposto di dimostrare, cioè

all'analogia degl'intenti che informano la satira contro la volpe e

quella contro il villano, osserveremo come esista un parallelismo non

solo nella loro significazione simbolica, ma anche in molti particolari

delle astuzie ad entrambi attribuite, dai quali vediamo confermata

la nostra affermazione, cioè che essi, nella concezione popolare

medioevale, venivano molto spesso confusi.

L'origine prettamente popolare di questa lotta tra il debole astuto

ed il forte si manifesta anche nell'esagerata stupidità che viene

attribuita agli avversari degli eroi popolari; così Isengrino ci viene

rappresentato come fornito di un'intelligenza non molto superiore

a quella che dalla tradizione era riconosciuta negli avversari di

Unibove e di Campriano. È noto l'aneddoto della volpe che entrata in

un monastero per rubarvi dei polli, attratta dalla sete, entra in una

secchia e cala in fondo al pozzo dove corre pericolo di annegare; ma

fortunatamente sopraggiunge il lupo, a cui essa fa una descrizione

smagliante dell'abbondanza che si gode nel paradiso terrestre[90] dove

è volata l'anima sua:

Ceens sont les gaaigneries,

Les bois, les plains, les praieries;

Ceens a riche pecunaille,

Ceens puez veoir mainte aumaille

Et mainte oille et mainte chievre,

Ceens puez tu veoir maint lievre,

Et bues et vaches et montons,

Espreviers, ostors et fàucons

. . . . . . . . . . . . . .[91]

e il lupo, dopo di aver fatta la confessione dei suoi peccati, salta

nell'altra secchia e discende nel pozzo mentre la volpe risale e si

mette in salvo. Così pure il villano astuto incontrando i suoi nemici,

che credevano di averlo gettato nel fiume legato in un sacco[92] dove

egli invece aveva fatto entrare un pecoraro, li induce, affermando

loro che le pecore di cui lo vedono ora possessore furono da lui

trovate nel letto del fiume, a precipitarsi nell'acqua dove trovano la

morte. Anche tra l'episodio della guarigione del leone intrapresa da

Renardo che viene chiamato presso il re infermo dietro il consiglio

del cugino, e il noto fabliau _Du vilain mire_[93] vi è certo molta

analogia in quanto entrambi sono, contro loro voglia, obbligati a

curare l'ammalato che nessun medico aveva saputo guarire; ed ambedue

compiono meravigliosamente quanto vien loro imposto e guadagnano onori

e ricchezze. La strana e comica cura a cui il villano assoggetta la

figlia del re per levarle la resta di pesce che le si era conficcata

in gola, è troppo nota perchè noi ci fermiamo a narrarla. Piuttosto

osserveremo come una certa analogia, per quanto lontana, si possa

vedere tra il _Jugement de Renart_ e il fabliau _Du Vilain qui conquisi

Paradis par plait_[94], quantunque diversifichino totalmente nella

soluzione, perchè la volpe, accusata da tutti i suoi nemici presso il

leone, ottiene salva la vita vestendo l'abito di pellegrino, mentre il

villano, confondendo i suoi accusatori, guadagna un posto nel paradiso.

Un certo parallelismo si potrebbe vedere nella difesa coraggiosa che

entrambi fanno delle proprie azioni dinanzi al tribunale supremo.

Ricorderemo qui brevemente il fabliau. Un villano era morto, e nè

gli angeli nè i demoni, per un motivo che incontreremo parlando della

satira negativa, non erano venuti a prenderne l'anima; questa vedendo

l'arcangelo Gabriele che portava in cielo l'anima d'un signore, lo

segue ed entra di soppiatto in paradiso. Quivi, conscia della sorte che

l'aspettava, si rannicchia in un angolo; quando San Pietro la scorge,

domanda chi abbia osato introdurre l'anima di un villano nel regno

celeste:

Ensorquetot par seint Alain

Nos n'avons cure de vilain

Quar vilains ne vient en cest estre.

L'anima del villano non si lascia sgominare da questa accoglienza poco

lusinghiera, e risponde per le rime a San Pietro:

Plus vilains de vos ni puet estre

Çà,» dit l'ame «beau sire Pierre

Toz iorz fustes plus durs que pierre

Fous fu, par seint paternostre

Dieus quant de vos fist son apostre.

e gli rinfaccia di aver avuto l'impudenza di rinnegare per ben tre

volte il suo divin Maestro. San Pietro si ritira mortificato e manda, a

scacciare il villano, San Tommaso che gli grida da lontano:

Vuide paradis, vilains faus.

Anche a questo santo il villano dice il fatto suo, e gli rimprovera

la sua proverbiale incredulità; e così pure a San Paolo, che si

presenta da ultimo a tentare la prova, ricorda la lapidazione di San

Stefano. I tre santi, confusi ed indignati, si presentano al Signore

e gli raccontano le offese ricevute dal villano, il quale, tradotto

al cospetto di Dio, e invitato a giustificarsi, non perde la sua

franchezza e sostiene i propri diritti al regno della beatitudine,

enumerando i meriti che ne l'hanno reso assai più degno dei tre santi;

e Dio accoglie le ragioni del villano e gli rende giustizia. In questi

fabliaux campagnuoli spira un soffio democratico che riflette il

sentimento di rivolta del popolo contro la classe dominante, quello

stesso sentimento da cui è inspirato il _Roman de Renart_, nel quale

non è raro di trovare anzi degli accenni significativi e persino

degli eccitamenti alla ribellione[95]. Ecco come possiamo spiegarci il

formarsi di questa corrente satirica positiva che tende a formare della

figura del villano un rappresentante e un difensore delle aspirazioni

degli oppressi; e infatti mentre negli altri fabliaux dettati dallo

sprezzo dei nobili e degli ecclesiastici vedremo quanto sia deriso il

villano, in questi fabliaux ed in alcuni altri che verremo ricordando,

il villano, per influsso anche della saga salomonica, incomincia ad

alzare a poco a poco la fronte ed a prendere la rivincita sui suoi

derisori.

Certo ad innalzare a questo significato simbolico la figura del

villano nel medio evo e a dare un grande impulso alla corrente satirica

positiva contro di lui, concorse potentemente anche il fatto che nella

concezione popolare egli si era identificato col tipo dell'indovino del

volgo che confonde colla sua astuzia il re saggio per grazia divina.

Questo tipo di saggio volgare che il medio-evo aveva contrapposto a

Salomone, se ben si osserva, corrisponde tanto fedelmente al villano

quale lo abbiamo visto concepito nella letteratura medioevale, che

vediamo in lui sintetizzate le due correnti in cui si bipartisce la

satira contro il villano; e con questo infatti l'indovino ha comune

l'astuzia volpina con cui vince i suoi oppositori, e la deformità

ributtante che il popolo vedeva ripetuta nei buffoni e nei nani delle

corti, ai quali pure era concessa una grande libertà di parola. Questa

deformità con cui vediamo tratteggiato il tipo orientale del saggio

del volgo corrisponde anche a quella tendenza verso il meraviglioso

e il sopranaturale che fu propria del medio-evo; Salomone, Virgilio,

Gerberto, Silvestro IIº, Cecco d'Ascoli, ed altri saggi furono creduti

maghi, Attila, il «malleus orbis», fu fatto nascere dal connubio

mostruoso di una donna con un cane. Così la nascita del mago Merlino

è accompagnata da avvenimenti terribili[96] che fanno presagire quali

portenti compierà il bambino, a cui Dio per stornare i propositi del

diavolo che voleva farne un anticristo, donerà poi l'onniscienza;

e il ritratto del bambino[97] corrisponde in deformità a quello

che la tradizione ci ha conservato di Esopo[98], di Marcolfo[99]

e di Bertoldo[100]. Abbiamo compreso anche Esopo tra le figure del

villano astuto, perchè infatti egli presenta una grandissima analogia

con lui; ed anzi nei primi tempi, come ha osservato giustamente il

Degubernatis, personifica umanamente, come il villano, l'eroe della

favola animalesca, per lo più un furbo che vince un violento, e si

confonde colla volpe, sua vera eroina. «In antico raffigurava soltanto

la sapienza greca, ed era poco più che un personaggio allegorico;

successivamente prese nella finzione una persona sempre più distinta

crescendo ad un tempo in deformità ed astuzia; Esopo diviene il tipo

del villano accorto, che si rinnova nel grottesco italiano Bertoldo,

il quale risolve ogni quistione che gli vien proposta»[101]. Il

Pullé[102] ha dimostrato come si riscontri tra le leggende delle

vite anteriori di Buddha una che ce lo presenta sotto le spoglie di

Mahausadha in cui si può ravvisare un progenitore indiano dell'indovino

del volgo; egli infatti scioglie tutti gli enigmi propostigli dal

re Bahvannapâna del Vidcha e che sono quasi gli stessi che Salomone

dà a Marcolfo, e, ancora bambino, dà prova di una straordinaria

intelligenza. «Naturalmente, osserva il Pullé, si sono fatte delle

differenze profonde fra le nobili figure del racconto indiano.....

e il materiale, astuto e maligno contadino, modellato dal brutale e

sarcastico talento dei barbarici volghi medioevali, cui non poteva gran

fatto temperare la vena del rustico poeta. Fra il prototipo indiano e

il Bertoldo, corrono appunto le differenze che corsero fra i tempi, la

società e gli intenti ideali che li hanno rispettivamente prodotti.»

Certamente questa leggenda deve aver contribuito assai a far sostituire

al contradditore soprannaturale del re saggio nella saga salomonica il

Marcolfo, caratteristica concezione del tipo del villano astuto nel

medio-evo, in cui vediamo fondersi le due correnti di satira a cui

abbiamo più volte accennato. Nel Marcolfo infatti la classe feudale

non vedeva che il buffone dalle risposte insolenti e dalle azioni

triviali a cui è concessa la più ampia libertà di fatti e di parole, e

nella cui deformità ributtante sentiva l'espressione del suo disprezzo

per i villani; mentre la plebe si era formato del contradditore di

Salomone[103] il suo eroe prediletto, il rappresentante di quello

spirito di ribellione da cui sono informati quei _Proverbes au vilain_

nei quali, come osserva giustamente il Guerrini, «il proletario prende

la sua rivincita sul feudatario e lo beffeggia, lo insudicia per

esaltare gli umili»[104]. Ecco come si spiega l'immenso favore che

la figura di Marcolfo ebbe nella letteratura popolare medioevale, ed

ecco pure il perchè della straordinaria integrità del suo carattere

attraverso tante generazioni nella tradizione popolare. Intorno alla

figura del villano astuto, dell'indovino del volgo, cambiano gli

avversari che gli sono opposti dalla tradizione e vengono mano mano

perdendo di importanza per adattarsi all'ambiente popolare; così

a Salomone, che conservava nel concetto del medio-evo una vitalità

di carattere e una grandiosità di contorni che non permettevano di

rappresentarlo soccombente nella disputa col villano[105], si vengono

sostituendo altre figure più confacenti alla infantilità delle

concezioni del volgo. Perchè il tipo del villano astuto si mantenesse

vivo nella tradizione, era necessario che egli estrinsecasse questa sua

malizia in qualche fatto che colpisse l'immaginazione popolare assai

più dello spirito di opposizione che informa il dialogo nella leggenda,

ed ecco come molto probabilmente originarono gli altri racconti nei

quali lo vediamo tratteggiato. E qui ci troviamo dinanzi alla questione

già tante volte dibattuta, se esistano, cioè, dei legami di affinità

tra le varie figure di Marcolfo e Bertoldo, e Unibove e Campriano. Se

ben si osserva, quello spirito di ribellione da cui abbiamo veduto

informata la saga marcolfiana nel medio-evo, e quella tendenza a

formare dell'astuto villano un simbolico vendicatore degli oppressi,

contribuiscono validamente ad aumentare sempre più l'importanza della

figura di Marcolfo, che diventa nella concezione popolare l'attore

principale della saga salomonica; e quanto più grandeggia l'idolo del

popolo, altrettanto impallidisce il personaggio che gli è opposto dalla

tradizione popolare, la quale, come abbiamo già osservato, tende ognora

a sostituire alle figure storiche leggendarie, delle creazioni meglio

corrispondenti all'indole sua. Certamente tra Marcolfo e Bertoldo che

vincono in saggezza Salomone ed Alboino, e Unibove e Campriano che

durano ben poca fatica ad ingannare avversari tanto sciocchi quali la

tradizione loro attribuisce, pare che esista a tutta prima un abisso

insuperabile; ma se si considera più attentamente l'evoluzione di

queste fiabe da un punto di vista non limitato, e se si ricordano le

leggi che governano questa evoluzione, non è impossibile riscontrare

tra queste varie figure del villano astuto una certa affinità. È noto

come gli studi recentissimi di novellistica comparata abbiano assodato

che a ben pochi si possono ridurre i temi primitivi da cui è originata

l'immensa fioritura di fiabe e di novelle nella tradizione di tutti

i popoli e di tutti i tempi; questi temi fondamentali, passando dalla

tradizione orale nella letteratura e viceversa, si son venuti man mano

trasformando e modificando. Molto probabilmente adunque la narrazione

delle astuzie di Unibove e di Campriano non rappresenterebbe che uno

dei sottocicli nei quali la saga salomonica è venuta spezzandosi nel

medio-evo, ciascuno dei quali ha sviluppato una parte speciale della

leggenda, assimilandosi elementi affini di altre narrazioni; elementi

che spesso giganteggiano fino a far perdere al «motivo» fondamentale

la sua originaria fisonomia. Tanto Unibove che il suo discendente

Campriano non sarebbero che innesti della letteratura popolare sopra il

ceppo della leggenda salomonica; mutandosi gli intenti che informavano

la narrazione della sconfitta del re saggio per grazia divina per opera

dell'astuto villano, si è cangiato anche l'ambiente in cui si muovono

gli attori di questa fiaba. Il Lamma[106] nega recisamente che si possa

supporre una anche lontana derivazione dalla saga salomonica delle

figure di Unibove e di Campriano; ma, assai più giustamente, il Novati

dice: «In fondo tenuto il debito conto delle trasformazioni sofferte,

Marcolfo, Unibove, Campriano e Bertoldo non sono che altrettante

riproduzioni del medesimo tipo, dell'uomo di vile condizione (schiavo

da prima, contadino poi) semplice e goffo, ma scaltro e sagace,

che talora vince in saviezza i più nobili, i più prudenti, i più

savi»[107].

Il racconto delle astuzie del villano contro i suoi avversari

si modifica profondamente passando dalla tradizione orale nella

letteratura, perchè non conserva la memoria degli intenti che l'hanno

originato[108], e dell'aneddoto marcolfiano non sopravvive che il

ricordo delle astuzie che saranno poi attribuite nelle raccolte

di facezie ai più celebri buffoni del tempo. Il Folengo, che tanto

frequentemente attinse nell'opera sua alla tradizione orale, e che,

come abbiamo visto, coglieva tanto volentieri l'occasione di colpire

colla satira i villani, inverte le parti nel racconto della burla,

e mentre nel Campriano abbiamo il villano che inganna i mercanti,

nell'ottava maccheronica del Baldo il villano Zambello è ingannato

da Cingar che gli vende a caro prezzo il coltello miracoloso di

San Bartolomeo; così _Til Eulenspiegel_, che pure è il discendente

tedesco in linea retta del Marcolfo, fa di preferenza i villani

vittime delle sue burle poco decenti. È inutile che ripetiamo qui i

numerosi riscontri che presenta la storia di Campriano nella tradizione

popolare[109]; solo ricorderemo come si possa far rientrare in questo

ciclo il fabliau _De Barat et de Haimet ou de trois larrons_[110] nel

quale sono narrate le astuzie usate da un villano per salvarsi dalle

rapine di due ladri famigerati che non sono sciocchi e creduli come gli

avversari di Unibove e di Campriano. Eccone il sunto: Un villano, già

compagno di due ladri famosi per la loro audacia, li ha abbandonati per

la paura del capestro ed è ritornato a casa propria; avendo un giorno

ucciso un porco e dovendosi per poco assentare da casa, raccomanda alla

moglie di vegliare affinchè non vengano a rubarlo i due ladri che si

aggiravano nei dintorni. I ladri infatti essendo entrati nella casa del

villano ed avendo visto il porco appeso in cucina, decidono di rubarlo

nella prossima notte: ma il villano, ritornato a casa, appena sa dalla

moglie della visita dei ladri, sospettando le loro intenzioni, stacca

il porco e lo nasconde. Giunta la notte i ladri, penetrati nella casa,

s'accorgono dell'inganno, ed uno di essi, approfittando del momento in

cui il villano si era alzato dal letto per assicurarsi se la vacca non

gli era stata rubata, s'avvicina al letto e domanda alla moglie del

villano, fingendo di essere il marito e di non ricordarsi dove avevano

nascosto il porco, il luogo del nascondiglio; saputolo, i due ladri

rubano il porco e fuggono. Il villano li insegue e raggiunto quello

che portava il corpo del delitto e che era rimasto più addietro del

compagno, si fa cedere da lui il maiale col pretesto di sollevarlo

del peso; il ladro, credendo di aver a che fare col proprio compagno,

continua la sua strada mentre il villano ritorna verso casa. Segue poi

la narrazione delle altre astuzie con cui i ladri si impadroniscono

nuovamente del porco e con cui il villano per la seconda volta riesce

a riconquistarlo; finchè il villano, stanco di lottare e disperando di

poter vincere in astuzia i due ladri, si decide a dividere con loro il

porco.

Anche in alcuni altri fabliaux vediamo tratteggiata la figura del

villano astuto che ottiene il sopravvento sui suoi avversari: basterà

che ricordiamo il Vilain au Buffet[111] nel quale è narrato con

quanto spirito un villano rintuzzasse l'alterigia di un maggiordomo

impertinente, e l'altro _De deux bourgeois et d'un vilain_[112] dove

si racconta come un villano, messosi in cammino con due borghesi,

mangiasse tutta la provvista di viveri che avevano messo in comune,

e spiegasse questo suo atto arbitrario con un sogno fatto durante

la notte[113]. In questi due ultimi fabliaux appare evidente quella

tendenza alla ribellione che ha ispirato il _Roman de Renart_, e

il villano ritorna ad essere rappresentato come vincitore dei suoi

avversari appunto perchè questo spirito di ribellione non poteva avere

un'espressione più fedele del dipingere la classe dominante vinta dal

più umile degli esseri della società medioevale, dal villano tanto

disprezzato e bersaglio convenzionale della satira dei _trouvères_.

Prima ancora che nei fabliaux il villano era già oggetto di scherno

e di satira in quelle raccolte di favole che ebbero tanto favore nel

medio-evo; ricorderemo qui alcune delle più caratteristiche da cui

originarono molti dei fabliaux satirici contro i villani. Abbiamo

detto, parlando del fabliaux _Du Vilain qui conquist Paradis par

plait_, come i villani fossero stati scacciati dall'inferno; ecco per

qual motivo il diavolo non voleva più accogliere le anime dei villani:

=De Rustico et Plutone=[114].

Dum timet agricola se debita solvere morti,

Exhalans ventus podice purgat eum.

Hanc rapiens Daemon animam se credit habere;

Currit ad inferni pestifer ille loca.

Cuius in introitu socii fetore premuntur:

Vix etiam nares complice veste tegunt.

Hoc cito Pluto decretum praecipit: omnis

Rusticus ut maneat Ditis ab aede procul.

Sit procul antiqua jam rusticus omnis ab urbe,

Quem sibi consortem Tartara saeva negant.

Nel già ricordato _Volgarizzamento delle favole di Galfredo dette di

Esopo_ possiamo già vedere con quanto favore fosse accolta la satira

contro il villano[115] che viene dipinto come ingrato[116] e subdolo

e comincia ad essere personificato nel tipo leggendario dello sciocco

abbindolato dalle false asserzioni della moglie infedele[117].

Anche nei fabliaux il villano è rappresentato come vittima dei

tradimenti della moglie, che, sorpresa coll'amante, fa credere al

marito ch'egli non è più vivo; basterà che ricordiamo il fabliau: _Le

vilain de Bailleul_[118] nel quale si narra come un villano, ritornato

a casa in un momento inopportuno, è persuaso dalla moglie di essere

gravemente ammalato, e, appena coricato, di aver spirato l'anima a Dio;

la moglie lo copre con un drappo, e chiamando con alte strida tutto il

vicinato, piange la perdita dell'amato sposo. Ma appena i vicini sono

partiti, il villano che convinto di esser morto, non faceva più alcun

movimento, s'accorge che la moglie si consolava troppo presto della

vedovanza col prete, suo complice, al quale egli dice:

Certes se je ne fusse mors

Mar vous i fussiez embatuz[119].

Il numero considerevole di questi fabliaux satirici nei quali

vediamo tratteggiato il tipo del villano sciocco ci prova quanto

favore fosse nel medio-evo accordato a quella corrente satirica da

cui abbiamo veduto originati tanti curiosi componimenti. Tutte le

storielle create dal mordace spirito medioevale e che vennero man

mano raggruppandosi intorno al ciclo di narrazioni riferentisi allo

sciocco leggendario, non privo qualche volta di una certa astuzia, sono

attribuite di preferenza dai _trouvères_ al villano, perchè appunto

la corrente satirica ne aveva fatto il tipo più disprezzato, il luogo

comune di tutte le vilenies che uscivano dalla bizzarra e vivace

fantasia di questi poeti popolari ai quali esse avevano guadagnato

dai contemporanei l'appello di _ministri diaboli_[120]. Abbiamo già

visto come i villani avessero in comune colle donne molte accuse;

anche queste sciocchezze che vengono ad essi attribuite le troviamo

spesso rivolte a deridere qualche altra classe di persone, e man mano

che la satira contro il villano viene perdendo il favore che l'aveva

accompagnata nel medio-evo, esse passano successivamente ad ingrossare

il numero delle narrazioni con cui ciascun paese suole deridere la

semplicità proverbiale degli abitanti di un dato luogo. Come le astuzie

del villano oppositore sono usurpate successivamente dai più noti

buffoni di ogni paese, così la scempiaggine dello stesso tipo diventerà

carattere distintivo degli abitanti di Cuneo, di Peretola, di La

Cava, di Bastelica, di Busto Arsizio ecc. in Italia; della Picardia,

di Saint-Dode in Francia, di Gotham in Inghilterra, di Schildbourg

in Germania, e via dicendo. Basterà che ricordiamo alcuni dei temi di

queste tradizionali sciocchezze: il villano che ritornando dal mercato,

e contando il numero degli asini acquistati, non computa nel numero

quello ch'egli cavalcava e ritorna al mercato per cercarvelo[121]; i

villani che, andati in città a comperare un crocefisso, raccomandano

all'artefice di darne loro uno vivo per poterlo uccidere qualora non

piaccia ai loro compaesani[122]; il villano che, andato in città,

s'accorge che si è già alla vigilia della Domenica delle Palme,

mentre egli non aveva ancora annunciato ai suoi l'arrivo della

Quaresima[123]; il villano derubato della tela[124], dei capponi[125],

e tante altre che sarebbe qui troppo lungo enumerare. Sono note poi

tutte le balordaggini che furono fatte compiere da Bertoldino e da

Cacasenno[126], nei quali possiamo vedere il ritorno alla satira

negativa contro il villano astuto che era stato dalla tradizione

popolare contrapposto al re saggio per grazia divina. Ricorderemo

da ultimo due altri fabliaux che appartengono alla satira negativa

contro il villano, e di cui daremo un breve sunto. Nel fabliau di

Jean de Boves _Brunain, la Vache au Prestre_[127], non si sa veramente

quale dei due vizi che vi sono attribuiti ai villani, la credulità e

l'ingordigia, sia maggiormente colpito dalla satira; un villano avendo

sentito che Iddio centuplica le elemosine fatte, dona al curato la

propria vacca che da qualche tempo dava pochissimo latte, e avendo

questa trascinata al tugurio del villano la vacca del curato colla

quale era stata accoppiata, il poco disinteressato donatore ringrazia

Dio di averlo ricompensato tanto presto della offerta fatta al suo

ministro. Nel fabliau della _Chatelaine de Saint Gilles_[128] si deride

invece il villano che, inorgoglito dalla ricchezza accumulata colla sua

proverbiale avarizia, osa alzare lo sguardo sopra una donna non plebea.

Un villano, ricco ma avaro, sposa la figlia di un gentiluomo povero,

quantunque essa gli manifesti l'avversione e l'invincibile ripugnanza

ch'essa prova a doversi unire con un uomo di vile condizione, e non si

impegni a mantenersi fedele:

Doit bien avoir li vilains honte,

Qui requiert fille à chastelain.

_Ci le me foule, foule foule,_

_Ci le me foule le vilain._

ma egli grida tutto contento:

_L'avoirs done au vilain_

_fille à chastelain._

Ma appena conchiuso il matrimonio giunge il cavaliere, il «douz amis»

a cui la figlia del castellano aveva giurato eterna fede, e rapisce

la sposa, inseguito inutilmente dal povero villano a cui i fuggitivi

scagliano per di più un mondo d'ingiurie; e lo sposo tradito e beffato,

ritorna dolente a casa dove l'attendono lo scherno e le condoglianze

motteggiatrici del vicinato[129]. Come abbiamo potuto vedere dal rapido

esame che siamo venuti facendo dei fabliaux nei quali è tratteggiata

la figura del villano, se, come osserva giustamente il Lenient nelle

belle pagine che ha dedicato a questo studio, il villano per influsso

della saga salomonica grandeggia nei fabliaux campagnuoli perchè il

popolo s'era fatto di lui il simbolico rappresentante dell'odio verso

gli oppressori, in molti altri, per le ragioni che abbiamo esposto,

è di nuovo colpito da quella satira e da quello scherno che abbiamo

veduto tanto fedelmente espressi nelle sarcastiche _Vingt-trois

manières de vilains_. Il Bédier, nel suo magistrale lavoro sui

fabliaux, esaminando la parte rappresentata dalle diverse classi

sociali, nega assolutamente che i fabliaux, in cui è protagonista il

villano, si possano dire ispirati dalla satira contro la classe dei

lavoratori del suolo; la satira suppone dell'odio, e nei fabliaux,

egli dice, piuttostochè una satira delle classi sociali, noi abbiamo

di esse una semplice caricatura. Il Le Clerc invece ha creduto di

veder i deboli colpiti costantemente dallo scherno degli autori dei

fabliaux. Come si può spiegare l'esistenza di queste due correnti

opposte e disparate che informano i fabliaux in cui entrano a far

parte i villani? Da un lato abbiamo un numero considerevole di questi

componimenti in cui incontriamo dell'odio brutale contro queste povere

vittime del feudalesimo, di quello scherno che, secondo il Wright, il

Le Clerc, l'Aubertin ed altri, era offerto dall'adulazione bassa dei

_trouvères_ quale olocausto al signore possente; dall'altro invece ne

incontriamo un gruppo non meno numeroso in cui, prima timidamente,

poi senza alcun timore, i villani sono fatti vincitori nella lotta

impari che devono sempre sostenere coi loro avversari. Che nei primi

non si trovi espresso dell'odio, più che quel motteggio con cui nel

medio-evo si solevano colpire altri tipi caratteristici, come più

tardi da noi l'alchimista ed il pedante, crediamo molto difficile ed

arduo l'affermarlo; come non si può non riconoscere che nei secondi,

che furono con espressione felicissima detti «campagnuoli» dal Bartoli

per affermare l'ambiente in cui si sono prodotti, il rozzo cantore

si fa l'eco, l'espressione fedele dei sentimenti di rivolta che

serpeggiavano tra la popolazione rurale e che scoppiavano di quando in

quando nelle sanguinose e terribili _Jacqueries_. Si potrebbe credere

che i _jongleurs_ questi nomadi cantori, della cui vita zingaresca il

Gautier ha fatto una vivace pittura, avessero nel loro ricco repertorio

gruppi diversi di narrazioni per ogni classe di persone, e destinassero

ai villani, da cui sappiamo che erano accolti ospitalmente, quelle in

cui la vittoria arride al coltivatore del suolo, all'umile servo. Ma

forse è più verosimile il supporre che i fabliaux satirici contro i

villani siano dovuti alla classe dei _trouvères_ che erano mantenuti

da qualche signore, o frequentavano unicamente i castelli, e che, come

Rutebeuf e Matazone da Calignano[130], facevano aperta professione di

odio verso i villani; mentre i fabliaux campagnuoli sono da ritenersi

come appartenenti a quell'umile schiera di cantastorie, qualche cosa

d'intermedio tra il poeta, il saltimbanco e l'ammaestratore d'orsi, che

frequentavano unicamente le fiere dei villaggi ed avevano un uditorio

composto in gran parte da contadini. Come giustamente ammette lo stesso

Bédier, nei fabliaux in cui è narrata la vittoria del servo sul padrone

si sente che il poeta prende con entusiasmo la difesa del debole contro

il forte: «.... l'on entende l'accent de je ne sais quelle haine de

jacques..... on sent que le poete se sait vilain lui-même, et qu'il

parle à ses pairs»[131]. Se questo accento appassionato non si incontra

che rare volte in questi fabliaux campagnuoli, ciò si spiega col fatto

che questi _jongleurs_ avevano poco da sperare dai villani

_Malëureux de toute part,_

_Hideus comme leu ou lupart_

_Qui ne savent entre gens estre,[132]_

e perchè, come osservava il Guerrini per il Croce, «la satira, che

sarebbe stata un'arma terribile in mano di questi poeti di piazza

ai quali il popolo prestava così volontieri orecchio, non era per

queste povere anime di rassegnati»[133]. Comunque sia, è certo che

il villano è una delle figure più caratteristiche dei fabliaux, e non

si può parlare della satira contro di lui senza accennare alla parte

importante ch'egli rappresenta in queste narrazioni. Accanto al fabliau

satirico che riflette per opera dei _trouvères_ il profondo disprezzo

del signore verso il servo, vediamo spuntare a poco a poco il fabliau

campagnuolo per influenza della saga salomonica, o per meglio dire,

marcolfiana, che vediamo in Francia riprodotta nel _Dit de Marcolphe_.

Il villano alza a poco a poco la fronte e prende la rivincita sui suoi

derisori, e prima incomincia a canzonare il borghese che fino ad ieri

aveva condiviso con lui lo scherno dei signori e degli ecclesiastici,

poi non esiterà a guardare in faccia il suo signore e a sostenere

francamente i suoi diritti anche innanzi a Dio. Prima di studiare la

parte rappresentata dal villano nella novellistica italiana, era per

noi di somma importanza di seguirne le vicende nei fabliaux, per potere

stabilire un confronto tra le due correnti satiriche in Francia ed in

Italia, e più particolarmente per poter dimostrare come da noi, più

che il disprezzo del servo verso il padrone, fu causa principalissima

di quell'odio verso le popolazioni rurali che troveremo espresso nelle

novelle, il dissidio economico che abbiamo visto manifestarsi tra gli

abitanti della città e la popolazione della campagna.

*

* *

Il Bartoli[134], parlando delle fonti del Decamerone, dice a proposito

dei fabliaux e della loro influenza sulla novella in italia: «Gli

autori dei fabliaux sono evidentemente i precursori di quello

spirito che informa più largamente e completamente il Decamerone;

di quello spirito satirico e sarcastico che guarda gli uomini dal

papa e dall'imperatore fino al villano, per trovare in essi quello

che c'è di ridicolo, di falso, di sbagliato, di finto, e scopertolo

lo grida a voce alta, con urli anzi, che qualche volta hanno un

po' del selvaggio..... il Boccaccio può dirsi il grande erede dello

spirito che informò la novella francese dei due secoli precedenti al

suo. Dir questo, continua il Bartoli, è cosa giusta, ma non che il

Boccaccio sia un'eco dei troveri.» Non è qui il caso d'ingolfarci

nella questione tanto dibattuta delle fonti del Decamerone, nel

quale alcuni scrittori, come il Le Grande d'Aussy, il Le Clerc, il

Fauchet, il conte di Caylus, il Barbazan, non vorrebbero vedere che

una riproduzione in prosa dei racconti rimati dei _trouvères_ per

quell'esagerato sentimento di nazionalità che faceva chiamare al

Settembrini «critica da femminette» i risultati novissimi degli studi

di novellistica comparata. Già il Villemain, il Ginguenè, il Du Méril,

il Dunlop, il Bartoli, il Landau, il Masi ed altri hanno dimostrato

che se i troveri hanno offerto al Boccaccio dei temi tradizionali,

soltanto dal genio del novelliere toscano uscì l'opera veramente

artistica. Se noi confrontiamo il Boccaccio col jongleur medioevale

troviamo tanta differenza d'intenti quanta ne corre, per esempio, tra

i fabliaux e le novelle di Margherita d'Angoulême. Nel Decamerone si

risentono molto potentemente le influenze aristocratiche dell'ambiente

in cui il Boccaccio ha pensato e finge raccontate le sue novelle; per

accertarci di questo basterà che noi confrontiamo la parte che nel

Decamerone è fatta al Villano, con quella tanto importante ch'egli

rappresenta, come abbiamo visto, nelle scene famigliari ritratte nei

fabliaux. Il tipo del villano quale l'abbiamo visto tratteggiato nella

satira dei _trouvères_ e dei _jongleurs_, viene a perdere qui tutta la

sua individualità caratteristica e tende a confondersi a poco a poco

in quella grande classe di ignoranti e di poveri di spirito, che, da

Calandrino a Mastro Manente, forma l'oggetto delle risa, e il bersaglio

delle _natte_ da parte della classe aristocratica e colta. Nella

novella ottava del Decamerone, giornata terza, è detto chiaramente che

il volgo serviva di spasso agli ecclesiastici, i quali, come osserva

il De Sanctis, ridevano del volgo e dei meccanici perchè il saperne

ridere era segno di coltura; Ferondo è così dipinto: «Ora avvenne

che essendosi molto colto abate dimesticato un ricchissimo villano,

il quale aveva nome Ferondo, uomo materiale e grosso senza modo (nè

per altro la sua dimestichezza piaceva allo abate, se non per alcune

recreazioni le quali talvolta pigliava della sua simplicità) ecc...»

Qui non c'è più quell'odio feroce contro i villani che dettava ai

poeti popolari medioevali le violente invettive che abbiamo passato

in rassegna; l'odio s'è cambiato in quella satira senza amarezza che

scaturisce dal contatto di una fine intelligenza coll'ignoranza del

volgo, e tutto l'intento satirico è volto a colpire la corruzione

del mondo ecclesiastico. Così nella novella decima della quinta

giornata, una certo delle più splendide del Decamerone, nella quale

con ironia finissima e con una ricchezza smagliante di colori, il

Boccaccio narra la predica e la mistificazione che frate Cipolla fa ai

contadini certaldesi, l'ignoranza di quei poveri superstiziosi messa

a confronto colla impudenza del frate, finisce quasi per assumere un

certo aspetto compassionevole che rende meno acuta la satira contro

la loro credulità, e fa dell'ignoranza loro uno sfondo su cui risalta

ancora più vivamente l'empietà e la sfrontatezza di frate Cipolla.

Nella giornata settima poi, in cui sono narrate «le beffe, le quali,

o per amore o per salvamento di loro, le donne hanno già fatte a'

suoi mariti, senza essersene avveduti, o sì,» possiamo, senza molta

difficoltà, riconoscere in quasi tutte le vittime della infedeltà

coniugale i discendenti diretti del villano credenzone quale l'abbiamo

visto riprodotto in molti fabliaux. Soltanto Masetto da Lamporecchio

costituisce un'eccezione a questa abitudine del Boccaccio di collocare

i villani tra i beffati, e rappresenta anzi il tipo del villano astuto

che ricorre a mille espedienti per riuscire nel suo intento[135].

Anche nel _Trecento novelle_ del Sacchetti troviamo pochi accenni di

satira contro i villani, quantunque egli ritragga l'ambiente popolare

fiorentino; potremmo ricordare soltanto alcune risposte argute e

pronte ch'egli attribuisce in alcune sue novelle ai villani[136]. Per

il Sacchetti, ed anche per il Sercambi[137], dobbiamo ripetere quanto

abbiamo già osservato a proposito del Boccaccio, come cioè, nella

forma locale che assume la novella in Italia nel trecento, il tipo del

villano, quale lo vedemmo tratteggiato nei fabliaux francesi, venga qui

a suddividersi, se ci è permessa l'espressione, in altrettante figure

non meno caratteristiche di artigiani che riproducono, più o meno

fedelmente, i soliti vizi attribuiti dalla tradizione ai villani.

Nei novellieri del secolo decimoquarto ben poco troviamo di

interessante per il nostro studio, e probabilmente possiamo spiegare

questa assenza di acredine nel dipingere i campagnuoli, e l'abitudine

anzi di mutarli, nei motivi tradizionali delle novelle, negli

artigiani della città, col fatto che non per anco si era inasprito

quell'antagonismo tra la città e la campagna che vedremo chiaramente

riflesso nei componimenti del secolo decimoquinto, e decimosesto; o

forse perchè l'estensione di significato che abbiamo visto attribuito

nei fabliaux alla parola vilain permetteva anche ai nostri novellieri

di comprendere in questo tipo non solo i contadini, ma anche

gli artigiani ed i meccanici della città[138]. E di fatti se noi

osserviamo nel quattrocento la raccolta di novelle del senese Gentile

Sermini, vediamo come egli colga tutte le occasioni per scagliarsi

contro i villani nel suo libro che egli paragona ad un «paneretto

d'insalatella.» La terza novella[139] è una vera carica a fondo contro

l'ingratitudine[140] dei villani: «Bartolomeo Buonsignori fece un

rustico scopone tornare in un salcio arrendevole.» Questo Bartolomeo,

narra il Sermini, s'era recato a stare in villa, dove beneficava

generosamente i suoi dipendenti; tra questi c'era un certo Neri

«chiamato Scopone, il quale era un maragozzo villano, sconoscente e

baccalare, ingrato e tutto suo, avaro delle cose sue, e dell'altrui

cortesissimo, o volontieri quando poteva ne pigliava: corpente a casa

altrui, ove l'acqua gli era malsana e 'l poco vino: non dico della

carne, che quando vi s'abbatteva, ne faceva scorpacciate di lupo; era

una gran dura mole per sè, ed aveva un maraviglioso vizio rustichesco,

e nell'aspetto pur suo grossolano pareva; ed era grande, compassato e

mal vestito, con un naso aquilino di tanta presa ch'aria tenuto un paio

di ceste per occhiali: non era mai sì gran vernata che lui portasse

calze o giubbarello: sempre involto nella terra: ed avendo in odio il

lavar delle mani e viso, sempre era soglioso, co' calzari ricusciti co'

gionchi.» Scopone, stando al servizio di Bartolomeo, s'era fatto molti

risparmi coi quali aveva potuto comperare una vigna ed una casetta;

da allora era divenuto ingrato e sconoscente verso il suo benefattore

«siccome generalmente i suoi pari rustichi quando si trovano il valore

di tre soldi subito si mettono l'orecchie dell'asino, ed insuperbiti

fanno del grosso senza apprezzare più persona niente: non altrimente

faceva Scopone.» Il Sermini continua narrando come Bartolomeo facesse

pentire Scopone della sua ingratitudine, e conclude con questa

riflessione: «..... perchè nel villano, in cui non è legge nè pratica

discrezione, con lui non è da pigliar troppa famigliarità: ma volendone

aver bene, non è da largar la mano, nè la borsa, nè nissun suo secreto.

Diesi da longe e stretto tenere; e se richiede, ben non potendo perdere

con lui, servalo di rado, e fagli bramare. Dimostragli tenerlo da poco:

non gli ridere in faccia, e miralo di rado; non gli perdonare il fallo,

ch'egli ne piglia baldanza. Salda con lui spesso ragione in presenzia

di testimoni. Nol tenere a tavola teco, non ischerzare nè motteggiare

con lui: fa che non sopprappigli del tuo, e non lassar invecchiare la

posta, che te la negherà. Venendoti a casa, spaccialo presto, col bere

un tratto: tienlo in timore, sicchè di te faccia stima e conto. Tienlo

in freno e senza baldanza e sottile più che puoi, che se lui si sente

il valore di tre soldi, pigliando di te securtà, mai bene non avrai,

perchè l'aceto l'acquarello rinforza; è il peggior aceto che sia; e non

che tu ne abbi bene, a lui parrà meritare che tu il cappuccio te gli

cavi, quando con l'orecchie asinesche passerà per la via..... e benchè

più altre cose assai dire si potessero, per non troppo lungo dire, ho

deliberato di tacere.» Qui siamo dinanzi a uno dei più caratteristici

documenti dell'antagonismo tra la popolazione della città e quella

delle campagne; in questa invettiva vediamo riprodotte e sintetizzate

tutte le accuse che troveremo rivolte contro i villani negli Alfabeti

e nei componimenti satirici che abbiamo raccolto in appendice,

specialmente in quelle _Malitie dei Villani_ o _Sferza dei Villani_

che chiamar si vogliano, che possono dirsi con ragione il monumento

maggiore che ci è rimasto ad attestare questo antagonismo tra i

cittadini ed i villani, questo attrito che abbiamo visto riflesso nelle

misure restrittive dei governi popolari cittadini contro i villani che

si inurbavano. Noi abbiamo riferito questo lungo brano del Sermini,

perchè ci pare, se non andiamo errati, che da nessun altro scrittore

del secolo decimoquinto troviamo riprodotto con maggior evidenza e

fedeltà l'eco di questa lotta economica; basterà che ricordiamo del

medesimo autore un'altra novella[141] per dimostrare quanto fosse vivo

questo antagonismo: «Mattano, dandoglisi ad intendere d'essere eletto

de' magnifici signori di Siena, sendo di fuore, alla città ritornò per

risiedere; della qual cosa fu in più modi beffato, che fu fatto Papa

de' Bartali, e priore de' Mugghioni»[142].

È notissima la burla che alcuni giovani cittadini fanno a questo

villano che voleva unirsi allo loro compagnia; essi conducono Mattano

a Siena dove gli fanno consumare tutto il suo avere, cosicchè rimane

schernito da tutti e ritorna a casa povero e mortificato. «Come il

villano, dice il Sermini, lassa il contado ed alla città per abitare

si riduce, non prima s'ha messo il mantello del colore, colle calze

solate, che e' comincia a gonfiare, parendogli essere dei maggiori

della pezza; e quanto più è ignorante, tanto più è irreverente,

scostumato, asinaccio e villano; che essendo nato in contado, volendo

usare i costumi civili, non può e non sa».

In generale si può dire che l'influsso della saga marcolfiana nella

novellistica dei primi secoli in Italia è quasi insensibile, e che

il villano diventa anzi un luogo comune, nella tradizione popolare a

cui tanto spesso attingono i novellieri, per indicare il tipo dello

sciocco, come più tardi si fece per gli abitanti di una determinata

regione. Innumerevoli poi sono le burle di cui sono dipinti vittime.

Nella biblioteca Trivulziana esiste una novella in versi di anonimo,

che non compare nel catalogo dei novellieri in verso e di cui, a nostro

ricordo, non fu mai fatta menzione, nella quale si narra appunto una

burla fatta da uno speziale ad un villano[143]. Questi si presenta

una mattina «con faccia macilenta» nella bottega dello speziale e

gli domanda un rimedio contro gli spiriti da cui si crede invaso;

lo speziale lo invita a ritornare il giorno dopo, assicurandolo che

preparerà lo scongiuro necessario. Il giorno dopo:

La vaga Aurora anchora scomentiata,

havia la faccia a tinger di colore,

. . . . . . . . . . . . . . . .

non m'havia la botega anchor serrata,

che si appresenta il vilan traditore

e più di centomilia reverentie

mi dà nel capo con tante eccellentie.

Lo speziale lo fa entrare in una stanza, dove aveva preparato per lo

scongiuro delle ossa umane e quanto altro poteva incutere spavento al

povero villano, e tosto incomincia i preparativi per la esorcizzazione,

come egli stesso ci racconta:

Allora nudo lo facio spogliare,

e mi vesto da prete immantinente;

l'acqua santa mi facio aparechiare

con la stola, e messale ed il pendente,

tutti li ordini io fo del scongiurare,

il villan manigoldo patïente

nudo, piloso, sporco de natura,

a mirarlo mi fea quasi paura[144].

Lo speziale incoraggia il villano e gli raccomanda di non lasciarsi

intimorire da quanto sta per vedere, e con voce alta evoca i diavoli;

questi, che erano due garzoni dello speziale col viso tinto di

carbone e camuffati da diavoli, si precipitano nella stanza con

grandissimo fracasso. Lo speziale finge di essere impaurito dalla

loro vista e fugge in piazza come si trovava vestito, mentre il

villano, nudo, lo segue esterrefatto, facendo accorrere tutta la

gente all'insolito spettacolo. Per mala sorte dello speziale era stata

il giorno prima scavata nella piazza una fossa, poco odorosa, nella

quale egli precipita in compagnia dell'infelice villano[145]; vengono

estratti entrambi in uno stato miserando e il villano, non dubitando

dell'inganno, si dice dolente che lo speziale abbia corso quel pericolo

per sua causa, e la settimana dopo gli manda in dono:

ovi, galline e mille altre novelle.

Questa burla dell'allegro speziale al villano ricorda molto da

vicino quella che forma il soggetto della nota Maccheronea di Tifi

Odasi, quantunque in quest'ultima il beffato in luogo del villano

sia uno speziale, cugino dell'autore. Quantunque la Maccheronea sia

giunta a noi incompleta, si può capire però dalla breve esposizione

dell'argomento fatta nei primi versi che l'Odasi coi due amici

Bertipaglia e Canziano, camuffatisi da diavoli, spaventano lo speziale

che si spacciava per negromante e che era stato chiamato da un certo

Tomeo per fare uno scongiuro e liberargli la casa dagli spiriti. Lo

pseudo-negromante e tutti quelli che con lui si trovavano in casa di

Tomeo, fuggono terrorizzati, abbandonando la cena succolenta a cui

erano stati invitati e che, a quanto si può supporre, avrà formato la

delizia degli allegri componenti della «macaronea secta.»

Et Bertapagiam cornuti in forma diabli

Et fugientem multo tremore cusinum

Et negromantem portans candela de sevo

Cum gropis, spagum, carbonem, zessumque biancum

Implentemque domum cum signis atque figuris

Sepeque dicentem «Nihil timete sodales»[146]

La Maccheronea dell'Odasi deve aver goduto certamente di una grande

popolarità, e la nostra novella non è forse che una delle molte

varianti che molto probabilmente saranno nate sopra questo argomento,

appena entrato nel campo della tradizione popolare. Basterà che

ricordiamo la burla che Viluppo, nella commedia di questo nome del

Parabosco, fa ad un baro che si finge negromante, burla che troviamo

ripetuta nella novella nona della prima giornata dei _Diporti_ del

medesimo; il negromante sconfessa innanzi ai finti diavoli la propria

arte magica, e ritornato a casa, si accorge che l'autore della burla

gli aveva sedotto la moglie. Così pure ricorderemo la novella IV

della Cena II del Lasca, in cui la vittima è Gian Simone Berrettajo.

Nè ci deve stupire il vedere lo speziale diventare qui autore della

burla, perchè si capisce come nei primi anni del secolo decimosesto

che segnano l'epoca del maggior fiorire di queste operette anonime

popolari, non poteva certo un tale soggetto non invogliare qualche

scrittore a valersene per la satira contro il villano, che era in quel

tempo diventata un «motivo» alla moda; così le accuse a cui abbiamo

già accennato della crocefissione di Gesù Cristo, dopo aver formato

nei secoli antecedenti tema di esecrazione sulla bocca dei cantastorie

ecclesiastici contro i Giudei, furono poi esclusivamente dirette

contro i villani. In una novella del Malespini[147] è narrata pure

una burla spiritosa, per quanto poco pulita, che Baccio di Valdarno,

un tipo di scroccone che si accosta molto alla figura caratteristica

del Gonnella, fa ad un Villano che era entrato con un cesto di capponi

nella bottega di un barbiere; essendosi questi assentato per un

momento, Baccio fingendosi il garzone del barbiere, insapona il mal

capitato villano persino negli occhi, e fugge col canestro, lasciando

la sua vittima a difendersi dal barbiere che lo percuote, incolpandolo

di una sudiceria commessa dallo stesso Baccio. Ma sarebbe troppo

lungo e inopportuno ricordare qui tutte le novelle in cui possiamo

incontrare la satira negativa contro il villano, e a noi pare che da

quelle che siamo venuti passando in rassegna risulti già evidente e

completo il tipo del villano quale era concepito dai novellieri; tipo

stereotipato di sciocco, avido, ingrato quale lo vedremo tratteggiato

nelle commedie rusticali, e nella commedia dell'arte. Per noi era

importante il seguire le vicende del nostro eroe nella novellistica

perchè in essa vanno formandosi man mano e delineandosi sempre più

i caratteri dei personaggi che diverranno poi tipici nella commedia

popolare. Quanto poi alla satira positiva nella novella[148] ben

poco abbiamo da notare sul villano. In una raccolta di facezie e di

motti del secolo XV e XVI[149] il villano è nuovamente rappresentato

come astuto e confonde colle sue pronte ed argute risposte i suoi

avversari; questa raccolta è per noi in particolar modo interessante

perchè vi troviamo spesso eloquenti conferme delle tristi condizioni

dei villani in quel tempo. «Il marchese Nicolò di Ferrara andando a

uccellare un giorno et sopravenendo una gran piova..... si ridusse

al coperto in casa d'un contadino..... al quale la precedente nocte

era nato un figliuolo maschio. Scavalcato il marchese, il contadino

gli disse: Buon pro faccia, signore. — O di che? — Stanotte è nato un

asino a tuo signoria. — In che modo? — Stanotte ho avuto un figliuol

maschio. — Gli uomini sono asini? — In questo paese sì, perchè noi

sopportiamo tante gravezze, et facciamo tante fazioni per te, che in

effetto tutti ci possiamo chiamare asini. — Il Marchese, visto con

quanto animo et buon modo l'havea decto, fece exempte lui et tutti e

suoi figliuoli»[150]. Nella medesima raccolta incontriamo la novella

tradizionale in cui si dimostra che la malizia dei villani è superiore

anche a quella degli avvocati. «Uno doctore promisse a uno contadino,

che gli insegnerebbe piatire (se gli desse uno ducato) per modo che

sempre opterebbe la causa. Il contadino quel promisse. Il che il

doctore disse: Niegha sempre et vincerai. Chiedendo poi il ducato il

contadino neghò di avergnene promesso»[151]. Chiuderemo questa nostra

rapida rassegna delle novelle satiriche contro i villani, riproducendo

qui in riassunto una novella pubblicata dal Passano[152] che si

ricollega alle Novellette diaboliche del secolo decimosesto pubblicate

dallo Zambrini; il Passano non vuol dire donde l'abbia tratta, e

potrebbe anche darsi che essa sia stata una sua spiritosa invenzione.

Ad ogni modo noi la riferiamo, perchè ci pare che la satira contro

l'ingordigia e l'ingratitudine del villano che fa perdere la pazienza

anche al diavolo[153] sia trattata assai finamente e corrisponda a

concetti simili a quelli che abbiamo visto espressi in alcune novelle

del Rinascimento. Il Diavolo, che aveva scommesso di vedere un uomo

contento, si avvicina a un contadino che stava lavorando in un campo

e si lagnava della fatica, e si mette a lavorare per lui. Il contadino

domanda allora di avere dallo sconosciuto benefattore anche la semente;

il diavolo acconsente e crede di aver soddisfatto il villano, ma questi

gli osserva che le intemperie avrebbero forse guastato il raccolto. Il

diavolo gli consegna allora una scatola in cui stanno chiusi il sole

e la pioggia; ma all'epoca del raccolto trova il contadino intento

a guardare con occhio invidioso il campo dei vicini, che avevano

approfittato dei doni racchiusi nella scatola, spaventato all'idea che

la quantità straordinaria del prodotto ne diminuisse il prezzo. Satana

gli mostra infine che i granelli di grano si sono mutati in oro puro,

e il Villano dice: «Oh! mio Dio, quanto denaro dovrassi spendere per

farlo controllare e marcare!» La novella finisce qui e non ci dice cosa

abbia fatto il diavolo dell'incontentabile villano.

Saggio di ricerche sulla satira contro il villano · 第 23 / 140 题