V.

Discesi nel sepolcro i più insigni esecutori e compositori del secolo

passato, tramontata quella fecondissima scuola napoletana che aveva

avuto il dominio non solo nella penisola, ma in tutto il mondo, noi

vediamo, o Signore, svolgersi un periodo da 10 a 15 anni, musicalmente

bigio, freddo; in una parola mediocre. Non mancano la dottrina,

l'ingegno, il gusto; manca, pare, il genio. Sorgono il Morlacchi, Simone

Meyer, il Paër, il Generali, qualche altro; brava gente, uomini di molto

valore ma che non si levano alle grandi altezze dei maestri precedenti.

Due gloriosi maestri ha sempre l'Italia, o Signore; ma vivono e

s'inspirano fuori d'Italia. Sono Cherubini e Spontini. Cherubini che

nella musica teatrale si mette, per purezza armonica e per freschezza di

melodie, vicino a Mozart; e nella musica sacra non trema di fronte al

grandissimo Beethoven. Lo Spontini, come il Cherubini, esce presto

d'Italia dove la fortuna poco gli sorride; e va a Parigi e diventa il

maestro preferito da Napoleone I, col favore espresso del quale riesce a

rompere tutte le ostilità degli emuli e dei cortigiani e fa eseguire nel

1810, con tutti gli onori e il prestigio d'una rappresentazione di

corte, la sua famosa opera _La Vestale_, nella quale è tanta vena

melodica, passione drammatica, tanta romanità di carattere; nella quale

par di sentire la grandiosità dell'impero napoleonico. Un gran pregio

dello Spontini è di avere meglio dei suoi predecessori, forse meglio

dello stesso Glück, intuito il profondo consenso psicologico che può

istituirsi nel dramma tra poesia e musica. Di ciò gli rese giustizia e

testimonianza Riccardo Wagner nella sua celebre lettera a Francesco

Villot, dicendo che egli riconosce nello Spontini uno dei suoi legittimi

predecessori.

Ciò che mancava all'Italia musicale in questo periodo era una forte

energia creativa, senza della quale non è possibile vera rivoluzione

d'arte. Nella musica nostra si sente un'aura che viene d'oltre monte; ci

accorgiamo che c'è stato Glück, Mozart, Haydn e che dai nostri si vuol,

per quanto è possibile, fondere le nuove ricchezze straniere col grande

patrimonio musicale italiano. È un proposito ottimo ma non basta per la

grandezza dell'arte; e ne segue, in sostanza, un periodo d'incertezze e

di titubazioni, che sarebbe finito in una morta gora, se invece non

fosse stato un passaggio, una preparazione; se invece colui che era

aspettato non fosse venuto.

E colui che era aspettato, colui che aprì realmente in Italia e per

l'opera italiana i tempi nuovi, voi sapete, fu Gioacchino Rossini, il

quale appunto cominciò a fare le sue prime armi nei primi del nostro

secolo (1808) traendo a sè l'attenzione del pubblico bolognese e d'altri

col _Pianto dell'Armonia_. Poi venne _Demetrio e Polibio_, una breve

opera o piuttosto una cantata in cui il giovanissimo maestro mise una

passione, una forza di sentimento e un felice ardire di novità che

costrinse tutti gli animi a volgersi verso di lui. Par veramente che una

fresca fontana di nuove melodie sgorghi dall'animo giovanile del felice

maestro e che si espanda e dilaghi con forza irresistibile.

Gioacchino Rossini si afferma, e nel suo rapidissimo successo pare che

avvolga in un circolo giocondo di rinnovamento tutta la società

italiana, la quale apre tutto l'animo suo al soffio della nuova arte. —

Vi è un uomo, diceva a quel tempo lo Stendhal, del quale si parla ormai

più che di Napoleone in Italia, del quale si parlerà prestissimo a

Parigi, a Pietroburgo forse anche a Calcutta. E questo uomo non ha che

18 anni e non è che un compositore di musica! — Ma in questo compositore

di musica si concentravano milioni di anime, e la sua voce balda e

giovanile pareva la voce dell'avvenire e della speranza. Gli uomini

erano stanchi di soffrire. Era passata nell'aria la tormenta della

rivoluzione francese; c'era stato Napoleone I, con le sue ambizioni

crudeli e le sue guerre terribili. Troppo sangue s'era versato, troppo

si era tremato e pianto!... Le povere anime umane, abbattute come canne

sotto la bufera, volevano rialzarsi. La vita doveva avere ancora delle

gioie, la civiltà doveva avere ancora dei trionfi. E questa voce che

gridava — avanti! — questa voce dell'avvenire che tutti aspettavano

parve, per un momento, che fosse modulata nella musica del giovane

Rossini, ne' suoi _crescendo_ annunziatori, nelle sue squillanti

fanfare, nell'ampio modulo de' suoi motivi, nella insolita forza delle

sue armonie, nella concitazione veemente dei suoi ritmi nuovi....

E Rossini capì. Non era uomo di grandi nè di troppo severi studi; ma

aveva la genialità spontanea e feconda che la natura consente rare volte

ad un artista e che sempre s'accompagna a una fedele percezione del

bisogno predominante nel proprio tempo. Capì che la musica stava per

subire, come ogni arte moderna, un forte impulso verso la popolarità e

il genio nazionale; ma capì ancora che bisognava contemperare e fondere

le grandi migliorie della tecnica con le tendenze connaturate e con le

tradizioni della musica italiana. Era una specie di fil di rasoio la

linea sulla quale egli si metteva a camminare; ma condotto dalla sua

indole felice, Rossini camminò e arrivò alla mèta. Infatti guardate: nel

1817, interrogato Leopoldo Cicognari, il giovane maestro si mostra un

po' diffidente di tutto quel sopraccarico di armonie, di tutto

quell'incremento strumentale che veniva dalla Germania e dice: qui

bisogna mettere un argine. Pareva dunque un conservatore. Ma d'altra

parte egli era chiamato “il tedeschino„ per la grande assiduità con cui

nella biblioteca di Bologna aveva studiato e trascritto in partitura le

sinfonie dell'Haydn e del Mozart, le primizie forse del Beethoven ed

altri documenti del genio strumentale germanico. Dunque egli univa

quella felice bilateralità d'istinti e di tendenze che gli consentiva

d'essere il grande, il nuovo compositore d'Italia: che apriva la via ai

maestri e all'opera futura.

Per questa via il giovane maestro procedette non fermandosi mai, ma

andando avanti un po' alla spensierata, un po' all'italiana, come dicono

i suoi biografi stranieri, molto fidando specialmente nella baldanza de'

suoi felici ideali e nella seducente giovialità dell'indole sua. Ma andò

sempre avanti: dal _Tancredi_ al _Barbiere di Siviglia_, dall'_Otello_

al _Mosè_, al _Guglielmo Tell_, che il Fetis non dubitò di chiamare

“l'opera delle opere„ ed ha ragione perchè in questo spartito egli seppe

raccogliere sapientemente ed efficacemente tutte le migliorie

conquistate alla nuova musica pel teatro, di là e di qua delle Alpi.

Rossini fu dunque riformatore nel miglior significato della parola; ma

volle esserlo alla sua maniera, ossia bonariamente, senza violenze,

senza sussiego. Stancatosi presto di tutte quelle virtuosità, e di tutti

quei gorgheggi che i grandi cantanti dell'epoca sua profondevano nelle

arie delle opere, che fece egli? Non sentenzia, non tuona; invece

comincia col rabbonire questi difficili ed esigenti esecutori dicendo

loro: — volete delle scale cromatiche? volete delle cadenze sospese? dei

trilli, dei ricami d'ogni genere? Li avrete, ma ve li voglio fare io. —

E questa era già una prima legge e una prima misura. La vecchia musica

scuoteva dal capo la cipria. La _virtuosità_ aveva un vizio mortale:

quello di fare della bravura esecutiva quasi il fine supremo della

musica. Doveva morire; e Rossini gli dà con grazia il colpo mortale.

Per questa strada egli continuò senza ostentazione di smanie riformiste,

ma sempre riformando. Arrivato a un certo punto, sapete che gli accadde?

Che molti de' suoi vecchi ammiratori lo abbandonarono e cominciarono a

mormorare di lui. Se leggete per esempio quella, non molto esatta, ma

briosissima vita di Rossini che dettò lo Stendhal, sentirete con vostra

non mediocre sorpresa che la _Semiramide_, per esempio, è già

qualificata fra le opere pensate e scritte in stile tedesco!... E quando

lo stesso Stendhal uscì dall'Opéra di Parigi dopo la prima

rappresentazione del _Guglielmo Tell_, lo sentirono dare in

escandescenze ed imprecazioni, dicendo che gli avevan guastato il suo

Rossini, tuffandolo nelle nebbie della musica teutonica e facendone un

seguace di Carlo Maria Weber. È sempre la medesima storia, che si ripete

e si ripeterà nel mondo dell'Arte.

Bisogna poi non dimenticarsi, o Signore, che Rossini fu anche

mirabilmente assecondato dai cantanti. I cantanti non erano più i

sopranisti, se Dio vuole, ma continuavano le grandi e squisite

tradizioni. Non si chiamavano Velluti, Crescentini, Bernacchi, Farinello

o Guadagni; ma si chiamavano la Pasta, la Malenotti, il Nazzarri, il

Tachinardi, il Donzelli. Splendono sopratutto due astri felicissimi in

questo firmamento; il Rubini e la Malibran.

Conferenze tenute a Firenze nel 1896 La vita italiana durante la Rivoluzione francese e l'Impero · 第 75 / 78 题