VI.

E così fu posta la gran tesi musicale moderna, che si potrà svolgere in

vario senso, che si potrà risolvere in diversi modi. Ma tutte le volte

che saremo nel campo delle vere passioni umane, significate nel

melodramma, io dico che bisognerà sempre risolverla tenendo in

grandissimo conto la melodia e la voce umana. Bisognerà, pena la morte,

o Signore, la quale può colpire un melodramma anche sotto forma di

imbalsamazioni trionfali.... ma è sempre la morte, ossia l'esiglio dal

palcoscenico.

Riccardo Wagner ha detto che la voce umana è il più bello e il più

nobile degli strumenti; e a me pare una frase inesatta. Abbiamo

differenza, in qualche guisa, assoluta e categorica. Fra lo strumento e

colui che l'adopra c'è una sostanziale distinzione. Il flautista adopera

il suo flauto, poi lo ripone in un cassetto; e per quanto egli,

suonandolo, abbia lavorato con tutto il trasporto dell'anima, qualcosa

sarà andato sempre perduto in quell'intervallo che è fra lo strumento e

colui che l'adopra. Invece nella intimità della voce del cantante collo

spirito che la muove, in questa profonda e sacra intimità, risiede

un'efficacia e una magìa che nessun istrumento, di metallo o di legno, a

corda o a fiato, arriverà mai ad uguagliare.

La poesia, ha detto ancora Riccardo Wagner, getta il seme nei solchi, la

musica lo feconda. E questa è similitudine di grande verità, o Signore.

Ma quand'è che la musica raggiunge i suoi effetti più meravigliosi?...

Difficile questione. Ma se ognuno di voi consulti i suoi ricordi come io

consulto i miei, spogliandosi d'ogni preconcetto e d'ogni ipocrisia

artistica, risponderà che i più deliziosi, i più sublimi momenti

musicali passarono nell'anima nostra quando la musica si unì e si fuse

liricamente e drammaticamente alla parola poetica; momenti che nessuna

polifonia orchestrale, per quanto ispirata e sapiente, potrà mai

raggiungere.

A questo parere mostrò di inclinare lo stesso Beethoven quando ebbe, per

così dire, percorso tutto il suo immenso ciclo, quando ebbe toccato il

termine della sua epopea sinfonica. Arrivato alla Nona Sinfonia in cui

aveva cercato di gettare tutte le forze della natura, tutte le voci

della vita, tutto lo slancio, tutto l'anelito della passione, s'accorse

che qualche cosa ancora gli rimaneva a dire; e questo qualche cosa,

nessuno strumento lavorato dalle mani dell'uomo glielo poteva dare.

Allora domandò a Federico Schiller il canto “Alla Gioia„ e su quel canto

profuse le ultime ricchezze della sua grande anima musicale, chiudendo,

come il pellegrino giunto sul vertice della mistica Montagna, con un

fuoco meraviglioso che empì tutto l'emisfero. Presagio insieme e simbolo

che le ultime altezze della musica saranno raggiunte quando essa,

disposandosi novellamente al verbo umano, gli porterà in dono, cresciuti

di tutti i progressi dell'arte, i suoi accordi e le sue modulazioni.

Conferenze tenute a Firenze nel 1896 La vita italiana durante la Rivoluzione francese e l'Impero · 第 76 / 78 题