E così fu posta la gran tesi musicale moderna, che si potrà svolgere in
vario senso, che si potrà risolvere in diversi modi. Ma tutte le volte
che saremo nel campo delle vere passioni umane, significate nel
melodramma, io dico che bisognerà sempre risolverla tenendo in
grandissimo conto la melodia e la voce umana. Bisognerà, pena la morte,
o Signore, la quale può colpire un melodramma anche sotto forma di
imbalsamazioni trionfali.... ma è sempre la morte, ossia l'esiglio dal
palcoscenico.
Riccardo Wagner ha detto che la voce umana è il più bello e il più
nobile degli strumenti; e a me pare una frase inesatta. Abbiamo
differenza, in qualche guisa, assoluta e categorica. Fra lo strumento e
colui che l'adopra c'è una sostanziale distinzione. Il flautista adopera
il suo flauto, poi lo ripone in un cassetto; e per quanto egli,
suonandolo, abbia lavorato con tutto il trasporto dell'anima, qualcosa
sarà andato sempre perduto in quell'intervallo che è fra lo strumento e
colui che l'adopra. Invece nella intimità della voce del cantante collo
spirito che la muove, in questa profonda e sacra intimità, risiede
un'efficacia e una magìa che nessun istrumento, di metallo o di legno, a
corda o a fiato, arriverà mai ad uguagliare.
La poesia, ha detto ancora Riccardo Wagner, getta il seme nei solchi, la
musica lo feconda. E questa è similitudine di grande verità, o Signore.
Ma quand'è che la musica raggiunge i suoi effetti più meravigliosi?...
Difficile questione. Ma se ognuno di voi consulti i suoi ricordi come io
consulto i miei, spogliandosi d'ogni preconcetto e d'ogni ipocrisia
artistica, risponderà che i più deliziosi, i più sublimi momenti
musicali passarono nell'anima nostra quando la musica si unì e si fuse
liricamente e drammaticamente alla parola poetica; momenti che nessuna
polifonia orchestrale, per quanto ispirata e sapiente, potrà mai
raggiungere.
A questo parere mostrò di inclinare lo stesso Beethoven quando ebbe, per
così dire, percorso tutto il suo immenso ciclo, quando ebbe toccato il
termine della sua epopea sinfonica. Arrivato alla Nona Sinfonia in cui
aveva cercato di gettare tutte le forze della natura, tutte le voci
della vita, tutto lo slancio, tutto l'anelito della passione, s'accorse
che qualche cosa ancora gli rimaneva a dire; e questo qualche cosa,
nessuno strumento lavorato dalle mani dell'uomo glielo poteva dare.
Allora domandò a Federico Schiller il canto “Alla Gioia„ e su quel canto
profuse le ultime ricchezze della sua grande anima musicale, chiudendo,
come il pellegrino giunto sul vertice della mistica Montagna, con un
fuoco meraviglioso che empì tutto l'emisfero. Presagio insieme e simbolo
che le ultime altezze della musica saranno raggiunte quando essa,
disposandosi novellamente al verbo umano, gli porterà in dono, cresciuti
di tutti i progressi dell'arte, i suoi accordi e le sue modulazioni.