IV.

Dopo aver detto dei cantanti, parliamo un poco anche della musica di

quel tempo.

Il periodo va dall'ultimo ventennio circa del secolo XVIII, ai primi

tredici o quindici anni del presente; ma è necessario distinguerlo in

due parti. Negli ultimi anni del secolo passato raggiunge il suo apice e

tramonta la grande scuola della nostra musica teatrale. Musica melodica

per eccellenza, musica di bel canto. Essa dovrà molto essere ricordata e

invocata da noi italiani. S'invocheranno i ricordi, ma sarà difficile

ripetere la grazia, la soavità, la purezza di quella melodia tutta

nostra che fece l'ultima sua prova sotto l'ispirazione di quei nostri

maestri. In quel ventennio la grande scuola è vista tutta quanta

tramontare e scomparire. Già è morto Sacchini, che Glück aveva chiamato

il più perfetto tipo del compositore da teatro in Italia. Nel 1780 muore

Niccolò Piccinni, che fu a Parigi il forte competitore dello stesso

Glück, opponendosi validamente per molti anni all'autore dell'_Alceste_,

dell'_Orfeo_ e dell'_Ifigenia in Tauride_ e suscitando una passione così

profonda da dividere la Corte, la città, i maestri, i dilettanti, la

Francia intera. Fu una gara indescrivibile. Beniamino Franklin, che si

trovò in Francia a quell'epoca, scriveva che di tante stranezze di cui

era stato spettatore nel mondo nessuna superava questa di tutto un

popolo che, per il primato di due musici scordava ogni cosa: la

questione delle Colonie, la finanza in rovina, la voragine

rivoluzionaria che mandava muggiti da tutte le parti e che minacciava

d'ingoiare un giorno o l'altro tutta quella corte, tutta quella folla di

guadenti. Il Piccinni, ancor che vinto nel giudizio dei più, onorò

altamente l'Italia e l'arte nostra, e nobilitò la sua sconfitta con una

incomparabile generosità di cuore. L'autore della _Didone_, della

_Ifigenia in Tauride_ e di tante opere insigni, che avevano fatto più

d'una volta vacillare e piegare il suo tremendo avversario, morì

mandando un inno generoso alla grandezza di Cristoforo Glück e

proponendo al Direttorio in Francia che si istituisse un concerto ogni

anno a celebrare la memoria del suo fortunato rivale. Erano pure morti

sulla fine del secolo i due Guglielmi, il Jomelli, il Buranello. Vive

ancora il buon Paisiello, ma per tutte le lotte e le aspre gare

sopportate in Francia e in Napoli, trascinerà poi la sua vita fino al

1816, senza aggiungere nulla alla sua gloria di compositore. Finalmente

nel 1802 anche Domenico Cimarosa muore, dicono alcuni vittima del rigido

clima di Russia ove era andato a deliziare le orecchie di Catterina

Seconda; alcuni invece dicono per le persecuzioni politiche a cui andò

soggetto, avendo egli parteggiato coi ribelli a Napoli ed essendo per

questo oggetto delle vendette del cardinal Ruffo. Vi è stato anzi

qualcuno che non ha dubitato di attribuire la morte di Domenico Cimarosa

al veleno fattogli propinare dalla regina Carolina di Napoli per punirlo

d'aver messo in musica l'inno della Rivoluzione partenopea, cantato

dinanzi al palazzo reale, e insistente sul ritornello metastasiano:

Non sogno questa volta,

Non sogno libertà!

Il fatto è che il Cimarosa è l'ultimo grande compositore del secolo

passato e con lui si chiuse quella celebratissima scuola napoletana. La

grazia della melodia, la purezza dell'armonia hanno in lui il più degno

e più completo rappresentante. La genialità italica si svolge negli

estri cimarosiani con tutte le sue forme più seducenti. Egli, senza

tanti sistemi e senza tanta metafisica, conduce a perfezione l'opera

comica, alla stessa guisa che Glück aveva condotto a perfezione il

dramma musicale tragico. Con lui “il gaio napoletano„ come lo chiamavano

in quel tempo per tutta Europa, la vecchia opera italiana dà un ultimo

ed invidiabile fulgore di tramonto. Nel 1792 fu eseguito a Vienna il suo

capolavoro, vale a dire il _Matrimonio segreto_. L'opera deliziò gli

spettatori e in maniera particolare l'imperatore Leopoldo; e la delizia

fu tale e tanta che, finita l'opera, si provò la voglia di risentirla

tutta quanta. Detto fatto; l'imperatore fa ammannire una buona cena ai

cantanti e ai suonatori e dopo un paio d'ore il _Matrimonio segreto_

viene tutto quanto bissato ed ascoltato con sempre crescente diletto dal

pubblico viennese. Anche qui permettetemi, o Signore, di esclamare:

altri tempi! Credete voi probabile un fenomeno somigliante con gli

spartiti del tempo nostro?...

Tanta seduzione sul pubblico derivò da un complesso di ragioni che qui

sarebbe fuor di luogo il discorrere; ma specialmente per l'intimo

carattere affettivo di quella musica. Essa era come una fioritura

leggiera, elegante, spontanea. La musica del secolo passato, e

specialmente la musica italiana, si compiaceva e si contentava di

accarezzare, per così dire, l'epidermide dell'anima, senza entrare nelle

sue più oscure profondità. Era come un vento odoroso e temperato di

primavera che increspa un lago senza sconvolgerlo, senza turbarlo. La

tonica si svolgeva sempre nei suoi modi normali; e l'eccezione era

veramente eccezione; ossia una cosa rara sapientemente governata dal

gusto. Dopo abbiamo avuto una sempre crescente rivoluzione estetica

insieme e fisiologica. Ciò che era eccezione e singolarità (per esempio

quelle famose settime diminuite, che dovevano sempre “annunziare la

sventura„ per dirla con la frase del nostro caro Ferravilla) oggi è

diventato una normalità e quasi un riposo dell'orecchio nostro. Tutto

questo mordente, tutto questo complicato, agitato, febbrile, tanto nello

spirito che nella fattura, non toccava la serena arte dei nostri vecchi.

Non era entrato ancora nella musica la psicopatia. Che Dio ci aiuti per

l'avvenire! Ma certo è che in questo siamo andati ormai tanto avanti che

bisognerà poi in qualche guisa temperare e semplificare, se non vorremo

che fra le tante afflizioni dello spirito umano debba un giorno o

l'altro annoverarsi anche la musica.

_Sollicitæ iucunda oblivia vitæ_, è il motto che si leggeva nello stemma

delle vecchie Accademie musicali. Quando i nostri vecchi musici e i

nostri vecchi cantanti avevano raggiunto questo scopo, pareva ad essi di

non avere composto e cantato inutilmente. Io non discuto se avessero

ragione; ma questo era il loro grande segreto.

Conferenze tenute a Firenze nel 1896 La vita italiana durante la Rivoluzione francese e l'Impero · 第 74 / 78 题