Sdegno il verso che suona e che non crea

di Ugo Foscolo (detto a proposito delle statue del Canova e non già

della poesia del Monti), falsa e sciocchissima applicazione, la quale,

se fatta al Monti, significa una confusione completa d'ogni criterio

d'arte e di storia e un rinunziar di proposito a intender nulla della

nostra storia letteraria.

Ma critica e politica hanno sempre in Italia proceduto a un dipresso

così. V'ha i beniamini della fortuna, ai quali si perdona tutto e pei

quali la gente arguta e disinvolta ha sempre in pronto una qualche

spiegazione, e v'ha le vittime, alle quali non si perdona nulla, neppur

l'ingegno, se l'hanno, e per le quali nessuno si dà briga neppur di

cercare una spiegazione, che non sia un obbrobrio di più, e di tali

vittime è il Monti.

Voi vedete quindi la difficoltà grande, che s'incontra a parlar di lui,

senza inciampare nell'apologia o nella diatriba, come hanno fatto del

resto quasi tutti quelli, che poco o molto hanno scritto del Monti fino

al Carducci, il quale, dando all'Italia la più compiuta e meglio

ordinata edizione delle sue poesie, la richiamò, se non altro, circa

trent'anni sono, all'ammirazione del poeta, “i cui versi, dice il

Carducci, corsero il _bello italo regno_, abbaglianti d'empito e di

splendore, come gli squadroni di cavalleria del re Murat„ e promettendo

un ampio studio sul Monti, che poi purtroppo non ha fatto, soggiungeva

queste memorande parole: “Nella storia letteraria del gran secolo, che

corse per l'Italia dal 1750 al 1850, quando sarà scritta con serenità

oggettiva e senza preoccupazioni di parte, Vincenzo Monti riprenderà il

luogo che gli spetta, come a principe dell'arte d'un'intiera e

ingegnosissima generazione, come a prosecutore ed allargatore

dell'antica tradizione italiana, come a ravvivatore del sentimento

classico nella sua migliore espressione.„

Difficile dir meglio e più vero di così. Ma come soggetto di conferenza

il Monti ci si presenta di necessità non quale è, e dev'essere, come

soggetto di studio esclusivamente letterario. Sotto quest'ultimo aspetto

la sua massima importanza deriva dallo svolgimento del neoclassicismo

del Parini e dell'Alfieri, ch'egli perfeziona, varia, adatta con

inarrivabile potenza e facilità ed ammoderna sempre più col realismo

storico e colle intonazioni preromantiche, che già si sentono in lui e

fanno già presentire altri trapassi ed altre novità future e imminenti

dell'arte. Ma come soggetto di conferenza, dico, l'uomo, la vita, le

relazioni della sua poesia col suo tempo sembrano avere importanza o

attrazione anche maggiore, se chi ne parla sapesse e potesse dir tutto

di quei diversi e opposti ambienti e momenti letterari, morali, civili e

politici, a traverso i quali toccò al Monti di passare, seguendo gli

impulsi della sua indole nativa, violenta come ogni indole debole, e

debole come ogni indole violenta, con scatti improvvisi e cascaggini non

meno improvvise ancor esse, con alternative continue di abnegazione e di

egoismo, di audacie e di paure, di collere e di intenerimenti, di

generosità e di bassezze, per le quali ora domina le circostanze, ora è

dominato da esse, ed a vicenda ora le circostanze del tempo ci spiegano

la sua vita, ora la sua vita è documento, che meglio d'ogni altro spiega

e caratterizza le circostanze del suo tempo.

Che bel tema di psicologia storica, e come opportuno anche oggi!

Ma vorrebb'essere nelle mani del Sainte-Beuve, del Taine o di Carlo

Hillebrand! In quella vece non l'hanno trattato in pieno (il

grand'emporio Montiano di Leone Vicchi sta da sè e poi si ferma al 1799)

non l'hanno trattato in pieno, che il Cantù e Achille Monti, un

pronipote del poeta: il primo con tutta quella salmeria di pregiudizi e

di rancori romantici, ultracattolici e politici, che si strascinava

sempre dietro, e con cui rimestava la farragine di notizie grandi e

piccine, che avea sempre a sua disposizione su ogni argomento, il

secondo con sì sviscerata idolatria di quella sua gloria gentilizia, che

quantunque fosse (me ne ricordo per averlo conosciuto a Roma) la più

mite, buona e serena natura di vecchio classicista e liberale alla

Romana, che si potesse immaginare, una volta messo su questo terreno,

montava su tutte le furie; sul Cantù e su ogni avversario o tiepido

ammiratore del Monti menava giù botte da orbi, e di Vincenzo Monti

difendeva tutto, assolveva tutto, persino quello, di cui il poeta stesso

s'era con tanta fretta e sovrabbondanza di contrizione accusato da sè.

Voi lo vedete, signore; non s'era così sulla strada d'uno studio

psicologico condotto con serenità oggettiva e con buon metodo

d'osservazione e di critica; nè ora ho di certo alcuna pretensione di

percorrerla io quella strada sul fragile veicolo, sul traballante

velocipede d'una conferenza. Mi contenterei di non esserne fuori del

tutto.

Leggendo le poesie del Monti si può temere di non veder giusto sotto

l'impero d'una specie di seduzione estetica e perciò appunto vi dico:

“oltre alle sue poesie, leggete il suo epistolario.„ Se c'è uomo, di cui

l'epistolario privato dica di più ed a cui l'epistolario privato nuoccia

di più, quest'uomo è il Monti di certo. Ma se c'è uomo altresì, verso il

quale, più lo si conosce da vicino, e più si senta il dovere di non

giudicarlo da pochi tratti e staccati, bensì nell'insieme e bilanciando

il bene ed il male con quella mesta carità e misericordia, a cui danno

pure qualche diritto il genio, il lavoro, la sfortuna, la gloria, questo

è pure il Monti di certo.

Apologisti e detrattori con lui hanno torto del pari. Le sue mancanze di

carattere dispiacciono e sono antipatiche. Tanto più dispiacciono,

quanto più s'ama la concordanza d'una forte virtù con l'ingegno grande e

la sapienza. Ma è innegabile altresì quella fondamentale bontà

dell'animo del Monti, su cui il Giordani, da psicologo acuto, anzichè da

rétore, ha poggiato tutta la difesa che ha fatta di lui, quella

fondamentale bontà, che pur congiunta a impressionabilità quasi morbose,

a maggior vivezza che profondità di sentimento, alla mobilità della

fantasia, alla muliebrità dell'indole “tanto più notabile in corpo quasi

d'atleta e nella poetica baldanza dell'ingegno„ fu, direbbe il Taine,

_la faculté maîtresse_ del suo spirito, e lo preservò sempre, in mezzo a

tutti i suoi errori, dal divenire un briccone, come lo furono invece

quasi tutti i suoi più accaniti avversari, i quali tuttavia in tante

particolarità non d'ingegno, ma di carattere, somigliano a lui.

Per uno studio, come il nostro, bisognerebbe dunque tener sempre

riuniti, potendo, sullo stesso piano del quadro, l'uomo, il tempo, il

poeta, più importanti assai, tutti insieme, della pura tecnica

letteraria dell'arte sua, più importanti assai dei colpi d'ala e dei

voli della sua lirica, della continua eleganza della sua frase poetica,

della profusione della sua vena, di quella sua potenza di dir tutto con

una precisione e insieme con una facilità e un'armonia insuperabili, di

quegli scoppi e di quei _crescendo_ quasi di sinfonia rossiniana, che si

incontrano ne' suoi versi, e infine di quella sua mirabile e organica

struttura d'artista sovrano, che, pur alterando forse qua e là la

semplicità divinamente classica di Omero, ha permesso a un poeta, che

sta fra l'Arcadia del secolo XVIII ed il romanticismo del secolo XIX, ha

permesso a lui, che poco o nulla sapeva di greco, d'essere l'interprete

più felice di quel patriarca della poesia umana.

La Roma del 1778, in cui a ventiquattr'anni si _rotolò_ per cercar

fortuna Vincenzo Monti dalle native paludi delle Alfonsine presso

Fusignano e dalle erbose solitudini di Ferrara, era ancora quella che

videro il Mengs, il Winckelmann, il Gœthe, “i tre giganti

dell'estetica tedesca, applicata alla pittura, all'antiquaria e alla

poesia.„

Regnava Papa Braschi (Pio VI), un nobiluccio di provincia, a cui gli

ordini d'elezione, sempre democratici, della Chiesa avevano dischiusa la

via del trono, forse appunto perchè fra i vari candidati possibili era

il più oscuro. Poco versato in lettere umane e divine, era un dilettante

di belle arti e ahimè! anche di politica e di finanze. Ahimè, dico,

sapendo noi quel che costa tal sorta di dilettanti! — Non era bigotto. —

L'avventuriere Gorani sparla de' suoi costumi, ma lo calunnia di certo.

Era unicamente vano e fastoso; vano della sua bellezza e della sua

eleganza, fastoso nell'aggiunger l'aquila di Casa d'Austria e i gigli di

Francia al suo stemma, nel metter mano a grandi opere pubbliche e

nell'arricchire e illustrar la sua casa, rappresentata in Roma dal

nipote Luigi Braschi Onesti, un bestione, a cui diè in moglie una

graziosissima ragazza romana, con un par d'occhi neri, cerchiati e

fulminei, un corpo di Venere canoviana, Costanza Falconieri, e di tutti

e due fece i maggiori e più splendidi personaggi della corte e del

regno.

Così, e proteggendo un po' di lettere e d'arti, Pio VI potea figurarsi

di rinnovare Pericle, Augusto e Leon X, e lasciarselo dire dai suoi

poeti, i giornalisti d'allora; ma già i tempi mutavano; novità

minacciose di scoperte scientifiche e di dottrine filosofiche solcavano

l'aria; il laicato, in persona dei principi riformisti, batteva già in

breccia le vecchie pretensioni di supremazia civile della Chiesa

Cattolica; i giurisdizionalisti precorrevano già i rivoluzionari di

pochi anni dopo, e dovette accorgersene lo stesso Pio VI, quando per

calmare le furie novatrici dell'Imperatore Giuseppe II pellegrinò a

Vienna nel 1782, senz'altro risultamento notevole che di far morire di

raffreddore il vecchio Metastasio, affacciatosi a una finestra per

vederlo passare, e peggio ancora, quando dopo il 1789 incominciarono le

prime agitazioni della Rivoluzione Francese.

Che cos'era il Monti in questi primi anni del suo soggiorno in Roma?

Nelle apparenze un bel giovine, con titolo d'abate (gli abati erano i

_lions_ di Roma) con molto ingegno e pochissimi quattrini, un Pastor

Arcade, che avea sempre in pronto un sonetto per ogni lietezza o

sventura, specie dei pezzi grossi, e dopo le illustri nozze

Braschi-Falconieri, da lui celebrate con un canto di stupenda fattura,

_la Bellezza dell'Universo_, rimeritato coll'impiego di segretario del

Duca Luigi Braschi, il magnifico nipote del Papa.

Vi figurate, signore, quello che avranno pensato i buoni villici delle

Alfonsine e i solitari condiscepoli di Ferrara d'un così promettente

esordio di fortuna? E quando poi lo avranno saputo Bussolante del Papa e

Segretario degli Avvocati Concistoriali? Per lo meno si saranno

aspettati di vederlo da un'ora all'altra Cardinale!

E certo, dato l'ambiente della Roma d'allora e colla forza d'ingegno di

Vincenzo Monti, aver voce in Arcadia, aver un piede in corte, un altro

nelle anticamere di Casa Braschi, sarebbe come nella Roma d'adesso

aver.... Ma non divaghiamo!... Le apparenze erano belle; la sostanza

poco o niente, e l'aspettata fortuna pel Monti non venne mai.

Due cose l'attraversarono sempre, ora ed in avvenire, l'invidia degli

emuli, che non gli diede mai tregua e contro la quale egli non ebbe mai

nè la dignità della noncuranza e del disprezzo, nè la giusta misura

della risposta; e l'indipendente superiorità, l'indocilità critica,

starei per dire, della sua mente, che non gli consentì mai l'intiera

sommissione, l'intiera dedizione di sè e la rinuncia incondizionata ad

ogni discussione e ad ogni ribellione, quali bisognano agli uomini, che

non hanno altra regola di vita che la propria fortuna.

Sta in ciò il bene ed il male del Monti, e colla subitaneità delle sue

impressioni, de' suoi entusiasmi, de' suoi sdegni, delle sue audacie

inconsiderate e de' suoi sgomenti quasi puerili, sta in ciò per gran

parte il segreto delle sue mutazioni e dell'apparente leggerezza delle

sue convinzioni, donde s'è formata per lui la leggenda dell'_abate_, del

_cittadino_ e del _cavaliere_, quasi a significare le sue calcolate e

successive voltate di casacca, da clericale in Roma a repubblicano nella

Cisalpina e a cortigiano di Napoleone e poi della Ristaurazione.

In quella vece chi guardi bene e consideri spassionatamente la sua vita

e la sua poesia, vedrà che per disgrazia sua egli è in disaccordo con

tutte le vicende storiche, a traverso le quali gli è toccato passare.

Nella Roma di Pio VI, prima di sentirsi rivoluzionario come l'Alfieri,

egli s'è sentito riformista e filosofo, come il Parini, il Verri, il

Beccaria, il Filangeri; poi ha idoleggiato, come tutti i giovani del suo

tempo, nelle agitazioni sotterranee delle Logge Massoniche i primi e più

puri ideali della Rivoluzione Francese, che parvero, ed erano, l'aurora

della libertà sorgente sul vecchio mondo; poi ha inorridito degli

eccessi del _Terrore_ e ha dato indietro, e finalmente ha sperato la

liberazione d'Italia dalle armi francesi ed è passato da Roma papale a

Milano repubblicana. Qui, tra le violenze degli invasori e le

scapestrerie stupide, ladre ed anarchiche dei neogiacobini italiani, il

Monti, per organica dirittura di mente, si trova ad essere un liberale

moderato: disgraziatissima disposizione di spirito in certi momenti

politici, per la quale non si fa paura a nessuno e non vi vuole nè Dio

nè il diavolo. Or bene, in chi fissar l'animo e gli occhi fra tutto quel

pandemonio? Qual'è la forza unica, che sembra poter dominare e dar sesto

ed ordine a quel _caos_? Napoleone! Ed il Monti, come il Melzi, come

l'Aldini, come tutti i ragionevoli e gli onesti, si volge a lui. Ma

Napoleone alla sua volta s'ubbriaca di potenza e di gloria e strascina

l'Italia dietro il carro della sua sfrenata ambizione, ed ecco il Monti

non disposto a seguirlo. “Costui fa cose (così scriv'egli al Lampredi)

da raffreddare un vulcano. Precipiterà sè e noi, quanti siamo a lui

devoti. Una sola buona cosa ha fatto, l'organizzazione di questo regno:

ma poi come tratta noi Italiani? Si rende nemici tutti i re d'Europa,

che alla fine trionferanno. E noi cadremo con lui.„ Che ne dite? Il

conte di Cavour, buon'anima, non potrebbe preveder meglio e ragionar più

dritto di questo poeta!

E forsechè fu egli solo, il Monti, nell'immane catastrofe Europea

dell'impero napoleonico, fu egli solo, il Monti, a confidare nei

benefici della pace e nella moderazione degli alleati liberatori? No,

signore! Era un'intiera generazione, che, sentendosi soccombere fra

tante speranze deluse e gli strazi di vent'anni di guerre incessanti,

acclamava fra le accumulate ruine alla pace ed a chi pareva portarla e

con parole ingannatrici la prometteva.

Fu un errore, fu una colpa di tutti, ed al Monti, che canta il _Ritorno

d'Astrea_, certamente preferisco il Foscolo, che va in esilio, ma non

dimentichiamo che fra quegli acclamanti era persino Federico

Confalonieri, il glorioso martire del '21. Il Confalonieri scontò la sua

illusione giovanile collo Spielberg; il Monti, vecchio e malato,

coll'abbandono e la povertà. Non è lo stesso, ma è pur qualche cosa, e

sarebbe anche di più, s'egli non se ne fosse lagnato, nella stessa guisa

che sarebbe più bello l'esiglio del Foscolo, se avesse pagato i suoi

debiti o saputo contrastare colla fame, come Giuseppe Mazzini. Ma io non

v'ho detto che il Monti fosse un eroe; v'ho detto che oltre ad essere un

gran poeta, era un uomo buono, migliore di certo di tutti i suoi

avversari e detrattori, e questa (piaccia o non piaccia a tutti i Cantù

vivi e morti) è la verità.

E poeta grande è pur anco per chi ha il senso vero dell'arte e la

intende e ne giudica con criteri d'arte e di storia e non colle

preferenze del giorno per giorno e dei gusti, che cambiano e rivengono,

come le fogge del vestire.

Non lo cercate in quei primi vaneggiamenti d'amori giovanili, sfogati

all'italiana in sonetti ed anacreontiche, nè in quei temi da seminario e

da sagrestia, ch'erano d'obbligo nell'Arcadia di Roma, anticamera del

Vaticano, nè in quei profluvi di lodi, di auguri e di pronostici

strampalati, ai quali non potea ricusarsi l'abate novellino, andato a

Roma per far carriera, il segretario del duca Braschi e il _bussolante_

di Sua Santità.

Cercatelo bensì dove un gran soggetto lo inspira, come nella _Bellezza

dell'Universo_, o una convinzione sincera lo esalta, come quando celebra

i trionfi della ragione e della scienza nell'_ode_ a Montgolfier, o

quando la passione lo trasporta, come nei versi sciolti a Sigismondo

Chigi, nei _Pensieri d'Amore_ e nelle _Elegie_, o quando la

straordinarietà e la grandezza dei fatti contemporanei lo solleva alla

concezione dantesca della _Bassvilliana_. Qui è il vero Monti, il Monti

fantasista e coloritore insuperabile e pel suo tempo originalissimo, e

con quella sua eloquenza, agilità e musicalità di verso, che prorompe a

guisa di torrente e si prova e riesce a dir tutto, con una genialità,

una vaghezza, una varietà, una potenza di forme, che prima di lui non

hanno riscontro se non in Dante ed in Ariosto.

E se volete persuadervi di che cosa è capace come artista, vedetelo

quando si rituffa in piena mitologia, come nella _Musugonia_ e nella

_Feroniade_ (che il semi-romantico Zanella nella sua _Storia_ non gli

può perdonare) e non solo v'apparirà tutto il massimo svolgimento,

ch'egli seppe dare al neoclassicismo, dominante dal Parini e

dall'Alfieri sino al Manzoni, ma assisterete al prodigio d'un arte,

continuata e approfondita poi sempre più dal Foscolo e dal Leopardi,

d'un arte, dico, che galvanizza cadaveri, e con sentimento moderno

rimanifesta la giovinezza immortale del genio greco e romano e lo fa

rivivere in pieno tra la fine del secolo XVIII e il principio del secolo

presente.

Sotto tale aspetto il Monti fu paragonato giustamente al Canova, ma la

Roma di Pio VI, che perdonerà allo scultore la bellezza pagana delle sue

Dee e Semidee e persino la procace nudità di Paolina Bonaparte, sorgente

in sembianza di Venere molto terrena dal piccolo _sofà-empire_ di Villa

Borghese, la Roma di Pio VI, dove si lascia morir di veleno o di

crepacuore lo Spedalieri, perchè ha osata una timida conciliazione fra

il dogma e il _Contratto Sociale_ del Rousseau, non perdonerà al poeta

d'avere, ripigliando la tesi degli Enciclopedisti, ricongiunto il suo

pensiero a quello del Parini, dell'Alfieri e di tutti i contemporanei

riformisti, Lombardi e Napoletani, d'aver intuonato, lì, appiè della

cattedra infallibile di San Pietro, il peana trionfale della ragione e

della scienza con quei versi:

Umano ardir, pacifica

Filosofia sicura,

Qual forza mai, qual limite

Il tuo poter misura?

e, celebratene le continue vittorie, d'aver concluso con vaticinio

superbo, che sa d'eresia:

Che più ti resta? Infrangere

Anche alla morte il telo

E della vita il nèttare

Libar con Giove in cielo.

La Roma di Pio VI non perdonerà al Monti queste audacie, e se poscia se

ne impaura egli stesso, se vacilla, se piega ai terrori, che inspira un

governo di preti implacabili, alle lusinghe, che la fortuna non gli

mantenne mai, ai dolci errori, cui possono trascinare un giovine caldo

di cuore, di sensi e di fantasia l'opulenta bellezza e il lampo dello

sguardo, tra devoto e profano, delle donne Romane, e più inebbriante

d'ogni altro quello, che lanciò sul poeta Costanza Braschi, ripeterò che

il Monti non è un Catone, ma ripeterò altresì che non è meno gran poeta

per questo, e poeta grande appunto, perchè somiglia al suo tempo, ed il

tempo a lui.

Quando, a guisa di onde incalzantisi le une sulle altre, incominciarono

a ripercuotersi anche in Italia gli echi della Rivoluzione Francese, gli

animi pro o contro s'agitarono profondamente, ed in Roma assai più

contro che pro.

S'immagini ora l'ambiente di Roma, allorchè fu tutta piena d'emigrati

francesi, fra i quali le zie del Re, ospitate dal cardinale De Bernis,

il destituito ambasciatore di Francia, e mentre a Parigi si bruciava il

Papa in effigie per rappresaglia al bruciamento in Roma dei libri

massonici del Cagliostro.

L'avversione alle novità francesi andava crescendo in Roma ogni giorno.

Le più strane novelle correvano e trovavano fede, ora del Re scampato e

già rifugiato in Germania, ora degli alleati entrati trionfanti in

Parigi, ed il popolo, se vedea allora passare il vecchio De Bernis, gli

staccava i cavalli dal carrozzone e lo tirava a braccia, poi si

precipitava a prosternarsi appiè di santi e madonne, che stillavano

sangue, stralunavano gli occhi, e versavano lagrime, come persone vive.

Peggio fu, quando si riseppero le sanguinose scene della Rivoluzione, la

ghigliottina in permanenza, il Re con la famiglia in carcere, la

Repubblica proclamata, i Giacobini prevalenti con la Convenzione, e

quando nel novembre del 1792 si vide capitare in Roma Niccola Giuseppe

Hugou de Bassville, segretario della Legazione francese di Napoli, quel

medesimo, che poi pel poema del Monti restò noto al mondo col nome più

poetico di Ugo Bassville, e che prima fu spedito quasi di nascosto per

tastar terreno, poi s'atteggiò a diplomatico, e d'intesa con pochi amici

e colle Logge Massoniche accese, insieme ad un La Flotte, ufficial di

marina pure francese, una briga internazionale per surrogare sul palazzo

del Consolato e dell'Accademia di Francia all'antico stemma Borbonico

quello della Repubblica.

Il Papa resistette, lo sdegno universale divampò, e provocato con

iattanza francese dal Bassville e dal La Flotte finì il 13 gennaio 1793

nell'assassinio, a furor di popolo, del Bassville.

Si disse allora e si ripetè poi, che il governo ci avesse mano, ma non è

provato, e le circostanze di fatto, diligentemente vagliate dal Vicchi,

sembrano anzi escludere tale complicità.

Comunque, la reazione popolare giunse a tale, che ad imbrigliarla

bisognò tutto il vigore e la sollecitudine, che prima adopravansi solo

contro i sospettati aderenti della Rivoluzione, fra i quali era

certamente anche il Monti, framassone, amico al Bassville, e che avea

lasciate in mano di lui carte compromettenti.

Seguirono in Francia la decapitazione del re e della regina, il

_Terrore_, le stragi, la guerra universale, e a tali eccessi anche i più

caldi in Italia ristettero e ripugnarono. Così pure accadde al Monti,

che oltre a trescare in cospirazioni avea già dovuto a questo tempo

cercar di deviare la maldicenza e l'invidia, suscitate dalla sua gloria

e dal misterioso romanzo dei suoi amori colla duchessa Braschi, mercè un

matrimonio improvviso con Teresa Pickler, bellissima giovinetta romana,

tutta gloriosa d'aver conquistato il cuore dell'acclamato autore

dell'_Aristodemo_ e del _Galeotto Manfredi_ e certo ignara di servire da

parafulmine alle sue politiche e galanti marachelle. Ma che bel

parafulmine era allora Teresa Pickler! Ed il Monti se ne innamorò per

davvero, e forse la duchessa Braschi avrà detto fra sè: “troppa grazia!„

Fra tali intimi e segreti contrasti di terrori personali, di passioni

colpevoli, di affetti legittimi, di illusioni e disinganni patriottici è

nata la _Bassvilliana_, il vero poema storico della controrivoluzione

italiana.

Esso è troppo noto da doverne a lungo parlare.

Anche oggi (e vi è corso sopra più d'un secolo) esso è uno dei

capolavori più popolari della poesia italiana. Ma vedete destino di

persecuzione, signore! Quando alla lunga scemò d'interesse e venne a

noia l'eterna inquisizione sulla versatilità politica del Monti, ad

un'altra croce fu messo, la ricerca di tutte le sue imitazioni e

assimilazioni come poeta, specie dalle letterature straniere. E si

comincia dalla _Bellezza dell'Universo_, di cui il meglio sarebbe levato

dal Milton, dai sonetti sulla _Morte di Giuda_, nei quali il Monti

avrebbe accattato dal Klopstock persino l'immagine della Divina

Giustizia, che pigliò pel collo il traditore

E lo piombò sdegnosa in Acheronte.

(dimando io, se c'è bisogno di farsi imprestar questa roba!) e via di

questo passo, il Monti non avrebbe mai fatto altro che un cibreo

d'imitazioni felici, belle, armoniose, ma composto a un dipresso, come

lo speziale, pigliando da tutti i barattoli, compone le ricette del

medico.

L'idea madre della stessa _Bassvilliana_ (che non è il meglio di certo

di quel poema) si vuole tolta dal Klopstock. E ammettiamo pure che la

_Messiade_ sia il modello della _Bassvilliana_. Che cosa significa ciò?

La macchina poetica, su cui adattare un soggetto particolare e

contemporaneo, qual'è la morte del Bassville, un soggetto cioè, la piena

realtà del quale è presente e a tutti nota, non ha la stessa importanza,

che in una vasta creazione epica, com'è la _Messiade_, in cui deve

rispecchiarsi qualche punto prominente della storia del genere umano,

qualche punto vecchissimo di data, con pochi o molti fatti, la verità

dei quali si perde o svanisce nel vago della tradizione e della leggenda

e quindi lascia al poeta ogni libertà d'immaginare e di ricomporre.

V'ha qui uno stadio di premeditazione e di lunga gestazione organica,

che non ha rapporto coll'improvvisazione, coll'estemporaneità d'una

poesia d'occasione, com'è in sostanza la _Bassvilliana_ del Monti.

D'altra parte qual è il poeta, anche fra i sommi, che nella scelta della

sua macchina poetica non abbia attinto da quel fondo comune, che l'arte,

la storia, gli ingegni colti e la fantasia popolare vengono tutti

insieme accumulando e che in ogni tempo appresta, si direbbe, lo stampo,

in cui il poeta getta le bellezze originali del proprio estro e

dell'arte propria? A questa legge, benchè di tanto scemata di forza, di

quanta n'ha acquistata nel tempo moderno l'individualità dell'ingegno, a

questa legge s'è conformato anche il Monti.

V'ha anche al suo tempo col ravvivato studio di Dante, colla sazietà

degli ideali arcadici, colla voga del preromanticismo fantastico del

falso _Ossian_ e sepolcrale del Gray e del Young un materiale poetico

molto diffuso e forme molto comuni, nelle quali tutti incappano: il

Bertola, Alessandro Verri, il Varano, non meno dell'Alfieri, del Monti e

del Foscolo, e da qui procede in parte il meraviglioso anche delle più

consuete macchine poetiche del Monti, quella sua quasi continua

evocazione spiritica, quella sua folla di ombre, quel suo collocarsi fra

cielo e terra, fra la morte e il misterioso _al di là_, quando non

preferisce inforcare il vecchio Pegasèo e sparire in pieno olimpo

mitologico.

Per ora gli toccherà fra poco di sparire soltanto da Roma. L'enfasi e le

invettive della _Bassvilliana_ contro gli eccessi della Rivoluzione

francese non bastarono a smorzare i sospetti del Governo Pontificio. Ed

ecco il Monti, il poeta di _Bassville_, che la notte del 3 marzo 1797

fugge nascostamente da Roma nella carrozza d'un aiutante di campo del

generale Bonaparte, venutovi apportatore del trattato di Tolentino, e

piomba prima a Bologna, indi a Milano in mezzo a tutto il bailamme delle

repubbliche improvvisate dai Francesi.

Quando la _Bassvilliana_ fu ideata e composta, essa rispondeva al

sentimento più diffuso e comune allora in Italia. Ma gli avvenimenti

successivi dal '93 al '97, l'anno in cui il Monti fuggì da Roma,

lasciando interrotta la _Bassvilliana_, siccome interruppe sempre tutte

le sue creazioni maggiori (altro segno grandemente caratteristico e dei

tempi e di lui), ma gli avvenimenti successivi, dico, aveano mutata la

faccia delle cose; aveano dato tutt'altro corso ai pensieri e alle

speranze dei molti, che pur ripugnando agli eccessi, favorivano in cuore

i principii della Rivoluzione francese; e il Monti, con quel bel senso

di prudenza e di opportunità, che avea sortito da natura, e il Monti

giù, a precipizio, per questa china, senza pensare un momento, se vi

coglierà allori o legnate, se vi troverà in fondo un Campidoglio o una

Rupe Tarpea. Ma egli nella sua testa dovea a un dipresso ragionare così:

“non sono stati ben accolti nella Cispadana e nella Cisalpina tanti

altri profughi di Roma? non vi sono il Gianni, il Lattanzi, stati ben

più di me servili alla Curia Romana e per di più canaglie di tre cotte e

tanto inferiori a me d'ingegno e di gloria? E il Cicognara, che ieri

recitava in Arcadia il necrologio di Luigi XVI, non è ora Presidente del

Comitato di difesa nella Cispadana? e il Salfi, che fino a ieri ha

piaggiato i Borboni di Napoli, non è ora a Milano il giornalista più

temuto e il portavoce del giacobinismo più puro? perchè dunque

dovrebbero pigliarsela solo con me, non reo che d'aver detto in versi

magnifici quello, che quasi tutti gli Italiani migliori pensavano e

sentivano, allorchè composi la Bassvilliana?„

Ah, signore, era un gran furbo quel buon Monti e val proprio la pena

d'esser uomo di genio per conoscere così bene il mondo, gli uomini, la

vita, e ragionare a questo modo, dimenticando per di più che quei

Gianni, quei Lattanzi erano suoi nemici giurati, da lui in Roma mille

volte aizzati, scorbacchiati, flagellati, e che ora non avrebbero

mancato di ripagarlo a misura di carbone! Ma non basta. Il Monti è anche

più imbecille di così. Salta il fosso del tutto, anzi va a ruzzoloni al

di là dell'altra sponda, e in un'ignobile lettera al Salfi sconfessa la

_Bassvilliana_ e nelle nuove sue cantiche: il _Fanatismo_, la

_Superstizione_, il _Pericolo_ e nell'inno per l'anniversario della

decapitazione di Luigi XVI, traveste addirittura la nobile Musa della

_Bassvilliana_ in scapigliata e discinta _tricoteuse de la guillotine_;

sfoghi sinceri forse, per quanto eccessivi, di sentimenti dovuti celare

e comprimere troppo a lungo, ma che ad ogni modo sono la più brutta e

dissennata pagina della vita del Monti.

Ne pagò il fio, non dubitate! E quantunque egli appartenesse in realtà

alla parte più onesta, più saggia, più nobilmente liberale della

Cisalpina, e forse anzi appunto per questo, non ebbe mai tregua nè mercè

e più d'una volta parla in certe sue lettere disperate della tentazione

di farsi saltare in aria le cervella.

La Cisalpina, già agonizzante (mentre il Bonaparte era in Egitto) per le

violenze, le corruzioni, i ladronecci, le frenesie d'ogni guisa,

sprofondò del tutto sotto la vittoriosa reazione Austro-Russa, ed il

Monti esulò in Francia, fino a che la vittoria di Marengo non gli

consentì d'intuonare lo splendido inno del ritorno e della redenzione

sua e dell'Italia:

Bell'Italia, amate sponde,

Pur vi torno a riveder!

Trema in petto e si confonde

L'alma oppressa dal piacer.

Egli ricupera la patria e sè stesso e nella _Mascheroniana_ vendica

sublimemente la patria e sè stesso. “Molti, diceva, ne rimarranno

scottati, ma è giunto il tempo di un'onorata vendetta e perdio me la

voglio prendere, per istruzione della mia patria, lacerata da tanti

birbanti.„ Sentitelo come descrive il _leggiadro vivere_ della Cisalpina

con quella potenza tremenda d'invettiva, per cui la poesia si eleva a

storica e umana ad un tempo, è specchio cioè del presente e vaticinio e

ammonimento solenne per altri tempi, che con quel presente avessero mai,

per caso, qualche rassomiglianza:

Altri stolti, altri vili, altri perversi,

Tiranni molti, cittadini pochi

E i pochi o muti, o insidïati, o spersi.

Inique leggi e per crearle rochi

Sulla tribuna i gorgozzuli e in giro

La discordia co' mantici e co' fochi,

E l'orgoglio con lei, l'odio, il deliro,

L'ignoranza, l'error, mentre alla sbarra

Sta del popolo il pianto ed il sospiro.

Tal s'allaccia in senato la zimarra,

Che d'elleboro ha d'uopo e d'esorcismo;

Tal vi tuona, che il callo ha della marra;

Tal vi trama, che tutto è parossismo

Di delfica mania, vate più destro

La calunnia a filar che il sillogismo;

Vile! tal altro del rubar maestro

A Caton si pareggia e monta i rostri

Scappato al remo e al tiberin capestro.

Oh iniqui! E tutti in arroganti inchiostri

Parlar virtude e sè dir Bruto e Gracco

Genuzi essendo, Saturnini e mostri.

Colmo era insomma de' delitti il sacco;

In pianto il giusto, in gozzoviglia il ladro,

E i Bruti a desco con Ciprigna e Bacco.

. . . . . . . . . . . . . . .

Dal calzato allo scalzo le fortune

Migrar fur viste e libertà divenne

Merce di ladri e furia di tribune.

V'eran leggi; il gran patto era solenne,

Ma fu calpesto....

Vôta il popol per fame avea la vena;

E il viver suo vedea fuso e distrutto

De' suoi pieni tiranni in una cena.

Squallido, macro il buon soldato e brutto

Di polve, di sudor, di cicatrici,

Chiedea plorando di suo sangue il frutto:

Ma l'inghiottono l'arche voratrici

Di onnipossenti....

. . . . . . . . . . . . . . . .

Sai come s'arrabatta esta genìa,

Che ambizïosa, obbliqua entra e penètra

E fora e s'apre ai primi onor la via.

Il poeta, signore, ha sfogato il suo nobile sdegno e si calma, perchè è

da sperare che questa tregenda d'infamie sia finita. Sia finita? Oh sì!

Quando finirà l'uomo!

E un altro entusiasmo ora trascina il Monti. Ma chi glielo inspira?

Napoleone! E chi vuole accusare il Monti pei suoi poemi napoleonici, il

_Prometeo_, il _Bardo_, la _Spada di Federico_ e la _Palingenesi

politica_, rientri in sè o si guardi attorno e dica se spesso non ha

visto gente più spassionata e di più astuto cervello del Monti

scalmanarsi per personaggi centomila volte minori! Fossero pure falsi

miraggi gli splendori del vice-regno napoleonico, ma certo è che fra

quei miraggi la nostra coscienza politica ed un partito nazionale si

venivano formando. Si vorrà forse dire che ciò non apparisce nei versi

del Monti? Lo dirà chi non gli ha letti, perchè mai il nome sacro

d'Italia suonò più alto che nei versi e nelle prose di lui e ad ogni

occasione, anche quando allo stesso dominatore francese quel nome

cominciava a dar ombra. Nella prolusione alle sue lezioni universitarie

di Pavia nel 1803 (prolusione, che si direbbe lo schema del futuro libro

del _Primato_ di Vincenzo Gioberti) parlò sì alto e sì libero anche

contro i Francesi, che la censura non ne permise la stampa, se non

mutilata e mutata.

Riunitosi nel 1815 il Congresso di Vienna, che spartì i popoli come

branchi di pecore, il Monti trovò ancora accenti nobili e degni, ma poco

dopo cantò per l'Imperatore d'Austria il _Ritorno d'Astrea_, e questa è

senza dubbio, al pari della lettera al Salfi, una delle sue mancanze di

carattere più ripugnanti. Non c'è scusa che tenga a tale viltà, ma non

mi par giusto, ripeto, in mezzo ad un moto così grande di reazione

Europea qual'è quello del '15, e mentre in Italia il regno napoleonico

cadeva senza rimpianti e peggio fra vendette nefande e applausi, non di

sola plebaglia prezzolata, agli alleati liberatori, non mi par giusto,

dico, imprecar solo al Monti, quasi rappresentasse egli solo tanto

stolta rapidità d'ingratitudine, d'obblìo e di nuove speranze.

Ben presto esso e gli altri dovettero ricredersi, e quanto al Monti in

particolare, esso nel consacrare, alcuni anni dopo, al marchese

Trivulzio uno de' suoi ultimi canti chiudeva così:

.... E s'ei dimanda

Come del viver mio si volga il corso,

Di' che ad umil ruscello egli è simìle,

Su le cui rive impetuosa e dura

I fior più cari la tempesta uccise.

Di quel po' che avea raggranellato, durante il regno italico, avea

salvato appena qualche briccica. A sentir certuni, si direbbe essersi

esso, nei nove anni, che quel regno durò, tuffato sino alla gola in

tutte le voluttà sardanapaliche, che aveano ammollito e corrotto i

proconsoli e i marescialli napoleonici, legittimi precursori di quelli,

che nei disastri francesi del 1870 si consolavano dicendo: “_c'est égal!

nous nous sommes bien amusés!_„ In quella vece che cos'era stato il

Monti in realtà? Un segretario senza segreti, un consulente non

consultato, un professore senza cattedra, uno storiografo senza storia,

un poeta Cesareo con un Cesare troppo affaccendato da badare a' poeti.

Contuttociò, dopo la Restaurazione, la carriera, anche letteraria, del

Monti, si può considerare come finita, perchè poetò per piccole

occasioni o in difesa della vecchia arte sua, come nell'elegantissimo

sermone sulla _Mitologia_, o s'abbaruffò coi Cruscanti su quell'eterna

questione della lingua, che gli Italiani, come se non avessero niente

altro di meglio da fare, rinnovano quasi ad ogni età della loro storia.

Ma nè a compire i poemi interrotti potea pensare, nè a tentarne di

nuovi, e tutt'al più si deliziò, coll'incontentabilità del vecchio

artista, d'andar sempre accarezzando e perfezionando le linee della

_Feroniade_, il solo poema, che trascinò dalla gioventù fino ai suoi

ultimi anni, senza compir mai neppur questo.

Bisogna dire però che la grande nomea del suo ingegno e la popolarità

della sua gloria poetica non fossero stato punto oscurate presso i

contemporanei dalle sue metamorfosi politiche, delle quali menarono

tanto scalpore critici e biografi posteriori, se il romanticismo

lombardo, che era la forma letteraria del liberalismo nascente e

dell'opposizione alla letteratura officiale, gli profferiva di diriger

esso il _Conciliatore_, il famoso giornale-programma dell'arte nuova nel

1818; se due giovani, caldissimi d'amor patrio, come Silvio Pellico ed

il Berchet, lo stimolavano ad entrar con essi nella setta dei Carbonari;

se il Leopardi ed il Manzoni cercavano la sua approvazione ed il suo

appoggio; se finalmente la Polizia Austriaca l'avea in sospetto e facea

sorvegliare la sua corrispondenza col conte Giulio Perticari, suo

genero, anch'esso in voce d'aderente alle cospirazioni marchigiane e

romagnole.

Ma ormai il povero Monti non era più che l'ombra di sè stesso. Ogni

speranza, ogni dolcezza, ogni gloria si concentravano per lui nella

moglie e nella figlia Costanza, sposata nel '12 al Perticari, e per le

cui nozze i poeti d'Italia incomodarono tutti i vecchi Dei dell'Olimpo.

La moglie però, Teresa Pickler, bellezza giunonica, e che il Cantù

chiama ironicamente _fior di virtù_, nelle acerbe polemiche letterarie e

politiche, combattute dal Monti, non fu risparmiata, e forse non era

senza torti, se è vero che non fu del tutto insensibile alle marziali

eleganze degli ufficiali francesi; se è vero che fu l'eroina della prima

redazione dell'_Jacopo Ortis_ di Ugo Foscolo, e che l'avarizia e

l'avidità di lei furono cagione di più d'una delle debolezze politiche

di Vincenzo Monti.

Comunque (e questo è l'importante) esso l'amò sempre tenerissimamente e

la immortalò in quei versi soavissimi:

.... La stella

Del viver mio s'appressa

Al suo tramonto: ma sperar ti giovi

Che tutto io non morrò: pensa che un nome

Non oscuro io ti lascio, e tal che un giorno

Fra le italiche donne

Ti fia bel vanto il dire: “io fui l'amore

Del cantor di Bassville,

Del cantor che di care itale note

Vestì l'ira d'Achille.„

I disseppellitori implacabili di carte vecchie, i quali al primo brano

di lettera un po' calda, in cui s'imbattono, d'una donna celebre ad un

uomo celebre altrettanto, s'esaltano subito d'aver messa la mano su

grandi arcani d'amori proibiti (sono i piccoli carnevali dei topi

d'archivio e di biblioteca) fantasticarono, fra gli strappi del Monti

alla fedeltà coniugale, anche di suoi amori colla baronessa di Staël, da

lui conosciuta in Italia nel 1805; ma per poco che si conosca

dell'indole e delle abitudini epistolari della famosa autrice di

_Corinna_, si vedrà che non trattasi se non di frasi e della passione

consueta di quell'illustre donna di trarsi dietro aggiogati al suo carro

trionfale tutti i più notevoli uomini del suo tempo e d'aver dato a

tutti inspirazioni, consigli, conforti; specie di mecenatismo femmineo,

civettuolo ed inconcludente, che di rado poi valica ne' suoi benefici

certi confini.

Basti questo aneddoto. Il Monti e la Staël si scambiarono un giorno il

dono d'un libro. Nel giorno stesso il Monti capita in visita dalla

contessa Cicognara e ve lo depone, dicendo che sarebbe tornato a

riprenderlo. Di lì a poco eccoti la Staël, che, dicendo lo stesso, vi

depone il suo; ma tutti e due quei libri rimasero alla contessa

Cicognara, e nè la Staël, nè il Monti si ricordarono mai più di

ridomandarglieli.

Ben più della moglie del Monti è notevole figura di donna la sua figlia

Costanza, che fu veramente il suo idolo. Era ingegnosa assai e un vero

miracolo di bellezza, e con questi pregi ereditò anche il destino del

padre d'essere fatta segno a molti amori di certo, ma anche ad odii

feroci, perocchè alle colpe della mediocrità, che non dà ombra, s'usa

misericordia, non a splendori d'ingegno e di bellezza, dai quali troppa

gente si sente offuscata. Restò vedova nel 22 e fu accusata persino

d'avere avvelenato il marito. Era una calunnia infame, ma fu creduta, e

dovettero scolparnela solennemente i suoi amici e vendicarnela il padre

ne' suoi ultimi versi.

Il Monti morì nel '28, Costanza nel '40; e di tutte queste vicende del

poeta, che ne' suoi versi, nella sua vita e in quella pure della sua

famiglia rispecchiò più caratteristicamente d'ogni altro le vicende del

suo tempo, il Niccolini faceva, non volendo, l'epilogo in una lettera al

Maffei con queste parole: “in breve tempo il Monti, la sua moglie, la

sua figlia sono spariti: pochi ne parlano, e i più di questi ne dicono

male. Oh vanagloria delle umane grandezze!„

UGO FOSCOLO

(1778-1827)

CONFERENZA

DI

Conferenze tenute a Firenze nel 1896 La vita italiana durante la Rivoluzione francese e l'Impero · 第 55 / 78 题