GIUSEPPE CHIARINI.

_Signore, Signori_,

Fatemi grazia, cioè lasciate ch'io faccia grazia a voi, del preambolo,

ed entri senz'altro in materia.

Ugo Foscolo canta nel Carme alle Grazie:

Sacra città è Zacinto. Eran suoi templi,

Era ne' colli suoi l'ombra de' boschi

Sacri al tripudio di Diana e al coro;

Nè ancor Nettuno al reo Laomedonte

Muniva Ilio di torri inclite in guerra.

Bella è Zacinto! A lei versan tesori

L'angliche navi, a lei dall'alto manda

I più vitali rai l'eterno sole;

Limpide nubi a lei Giove concede,

E selve ampie d'ulivi, e liberali

I colli di Lieo. Rosea salute

Spirano l'aure, dal felice arancio

Tutte odorate, e dai fiorenti cedri.

Chi scrisse questi versi era nato poeta, avea nelle vene il sangue della

greca poesia. L'isola natale che così sonante gli rifioriva nel verso

eraglisi trasmutata dal vero in questa splendida visione, per la lettura

degli antichi poeti. Il paganesimo, che nella maggior parte degli

scrittori contemporanei d'Ugo si componeva di reminiscenze di scuola e

di precetti accademici, era in lui un sentimento così vivo e profondo,

che egli allorchè, parlando dei suoi colli materni, diceva: “Ivi

fanciullo — La Deità di Venere adorai„, diceva una cosa essenzialmente

vera; tanto vera, che gli effetti di quella soverchia adorazione lo

tormentarono per tutta la vita.

L'isola di Zante, dove egli non vedeva che riso azzurro di cieli, selve

d'ulivi e vigneti, dove non sentiva che profumo d'aranci e di cedri, e

nei boschi il tumulto e lo strepito delle caccie di Diana, quell'isola

di Zante era ai tempi suoi poco più che un nido di selvaggi e di

briganti.

Ugo stesso quando, mortogli nel 1788 il padre, si condusse con la madre

e il rimanente della famiglia a Venezia, era (e rimase sempre) un po'

selvaggio anche lui. Qualche anno innanzi, a Spalatro, dove suo padre

era stato ufficiale sanitario dal 1784 in poi, avea fatto la scuola di

Umanità. Dove e come proseguisse gli studi a Venezia, s'ignora; ma che

quivi la giovinezza sua fosse tutta negli studi, lo mostrano i ricordi

ch'egli stesso ne lasciò fra le sue carte, e i versi che compose fra i

quattordici e i diciannove anni, dal 1792 al '97.

Da quei ricordi e da quei versi balza fuori, piena di ardore, la figura

del greco giovinetto, assetato di gloria, smanioso di farsi conoscere,

di far parlare di sè. E Venezia era campo propizio a quelle giovanili

ambizioni.

Quando egli arrivò là con la madre, la famiglia era così povera, che

andò ad abitare in una delle contrade più sudicie della città, e non si

cibava d'altro che di pane e riso.

“La casa, o per dir meglio catapecchia, scrive Mario Pieri, ove si

alluogò, era sì miserabile che nelle finestre non avea vetri, ma bensì

le impannate. Quel giovane per altro (è sempre il Pieri che parla) ben

lontano dal lasciarsi avvilire a quella intollerabile povertà,

scherzava, potrebbesi dire, con essa, e sfidavala, e quasi se ne

compiaceva, superbo del proprio talento, e consolato dalla speranza di

gloria che i suoi studi gli promettevano.„

“Rossi capelli e ricciuti, ampia fronte, occhi piccoli e affossati ma

scintillanti, brutte e irregolari fattezze, color pallido, fisionomia

più di scimmia che d'uomo; curvo alquanto, comecchè bene aiutante della

persona; andatura sollecita, parlare scilinguato ma pieno di fuoco;

mettea meraviglia il vederlo aggirarsi per le vie e pei caffè, vestito

di un logoro e rattoppato soprabito verde, ma pieno di ardire, vantando

la sua povertà infino a chi non curavasi di saperla, e pur festeggiato

da donne segnalate per nobiltà ed avvenenza e dalle maschere più

graziose e da tutta la gente.„

Il Pieri scrive ciò riferendosi al 1797, nel quale anno conobbe appunto

il Foscolo, ch'era già divenuto famoso, che avea già composto l'ode

_Bonaparte liberatore_, che avea già dato al teatro la sua tragedia, _Il

Tieste_, accolta da applausi incredibili e recitata ben dieci sere,

affinchè tutti i 150.000 abitanti della laguna potessero sentirla.

Com'è che il giovine greco avea penato così poco a conquistarsi la fama?

Al gusto e al giudizio nostro tutto il fardello delle sue poesie

giovanili, fino all'_ode_ e alla _tragedia_ inclusive, pesa ben poco;

dirò di più, in quei primi versi non c'è affatto la promessa del poeta

che pochi anni dopo dovea scrivere alcuni sonetti e le due odi famose.

Ma certo noi giudichiamo le poesie giovanili del Foscolo con criteri

molto diversi da quelli dei suoi contemporanei, e non abbiamo sotto gli

occhi il poeta giovinetto che con la sua singolarità e la sua stessa

povertà attirava sopra di sè l'attenzione, destava l'interesse del

pubblico.

Al ritratto di lui lasciatoci dal Pieri aggiungiamo qualche pennellata

presa alla tavolozza di altri scrittori contemporanei. Odoardo Samueli,

che aveva sentito il Foscolo recitare un canto di Dante, scrive di lui:

Quand'io ti vidi rabbuffati i crini

Con rauca voce e fiammeggianti sguardi

Cantar in suon feroce i sacri ond'ardi

Del tuo padre Alighier carmi divini;

. . . . . . . . . . . . . . .

Cingi, o Italia, gridai, le fulve chiome

Del non tuo figlio col natio tuo serto;

E ne scolpisci ne' tuoi fasti il nome.

Queste fulve chiome nei versi di un altro scrittore contemporaneo

diventano _ignite_; e lo scrittore vede il nome del poeta con le chiome

ignite _galleggiare, lucente, altero, su l'addensata notte dei secoli_,

Quasi cometa per nemboso piano.

Si capisce a questi indizi lo stupore che il giovane Jonio avea destato,

fino dal suo primo apparire, nel pubblico veneziano. E quello stupore,

che non si produce mai durevolmente senza forti qualità dell'ingegno, ci

spiega il rapido sorgere della sua fama, alla quale, come dissi, le

condizioni di Venezia si porgevano favorevoli.

*

Mentre l'Europa tremava sbigottita sotto il peso degli avvenimenti della

rivoluzione francese, che le intimavano giunta l'ora del rinnovarsi,

Venezia si divertiva. In una società come quella, in cui il principale

scopo della vita era godersi la vita, inutile dire che la libertà dei

costumi toccava la licenza. E in una società cosiffatta inutile dire che

il regno apparteneva alle belle donne.

Fra le più belle (e bellissima possiamo giudicarla veramente, più che

dagli attestati dei suoi adoratori, dal ritratto che di lei rimane,

opera di una pittrice insigne) era Isabella Teotochi Marin; la quale,

con poco piacere del marito, che pure pizzicava di letterato e di poeta,

avea fatto della sua casa il ritrovo di tutti gli uomini più o meno

illustri che dimoravano o capitavano a Venezia: notevoli fra i più noti

il Cesarotti, il Bettinelli, il Pindemonte, il Bertola. Quando e come vi

fosse introdotto il giovine Foscolo non saprei dire; ma è facile

intendere ch'egli dovea sentirsi quasi istintivamente attirato verso

quella società letterata, e che quella società letterata doveva essere

molto curiosa di conoscerlo e desiderosa di attirarlo: alla padrona di

casa sopra tutti, greca anche lei, dovea sorridere l'idea di prendere

sotto la sua protezione ed allevare con le briciole del suo affetto il

greco poeta.

Ugo dovette fare la conoscenza dell'Isabella fra il 1794 e il '96,

quando essa, già divisa dal marito, stava per ottenere, o avea ottenuto

il divorzio.

Vi figurate, o signore, o signori, questo brutto e ardente giovinetto di

pelo rosso, ostentante con aria di superiorità il suo logoro e

rattoppato soprabito verde, entrare ardito nelle aristocratiche sale,

dove la greca bellezza esponevasi all'ammirazione dei suoi adoratori? E

la greca bellezza accoglierlo con un sorriso pieno di grazia, che fece,

io credo, balzare con violenza nuova il cuore del selvaggio isolano? A

lui che fin da fanciullo adorava Venere nei materni suoi colli, dovette

sembrar di vedere la Dea in persona, salvo che un po' più vestita. — E

che cosa pensate voi, che avvenisse per questo incontro? — Io penso che

il poeta s'innamorò senz'altro della bella signora; nè mi fa ostacolo

ch'egli avesse diciassette o diciotto anni, e lei trentaquattro o

trentacinque.

Amori di questo genere sono comunissimi nei poeti; ed anche nei non

poeti. Nè la signora, io penso, per quanto vicina a passare a seconde

nozze col nobile uomo Giuseppe Albrizzi, si adontò dell'amorosa offerta

che il giovine poeta le fece del suo cuore.

Se questo ch'io penso è vero, la saggia Isabella sarebbe probabilmente

la Laura cantata dal poeta nelle _Rimembranze_, e fors'anche la celeste

Temira del romanzo autobiografico. Comunque sia di ciò, in questo amore

del poeta per Laura è indubbiamente il germe primo del _Jacopo Ortis_.

Venezia, ho detto, si divertiva; ma, fra mezzo al tripudio dei giuochi,

delle mascherate e dei balli, l'eco delle magiche parole _liberté,

égalité, fraternité_, con le quali la Francia rivoluzionaria avea

chiamato alla riscossa i popoli, e il suono delle vittoriose armi

francesi, avevano anche a Venezia smosso qualche cosa. Anche in Venezia,

come nelle altre parti d'Italia, era venuto sorgendo un partito

democratico, e s'era formato un comitato rivoluzionario, in

corrispondenza coi repubblicani di fuori. Ugo fece parte dell'uno, e

forse anche dell'altro, spiegando nell'opera di agitatore politico tutto

l'impeto della sua ardente giovinezza e della sua bollente natura; onde,

sospettato e perseguitato dal Governo, dovè nell'aprile del 1797

abbandonare Venezia. Riparò nella Cispadana, e si arruolò cacciatore

volontario in uno squadrone che si andava formando a Bologna.

Di lì a poco (12 maggio 1797) il Governo di Venezia cadde

ignominiosamente abdicando. Gli successe un Governo provvisorio

democratico; ed Ugo, appena avutane notizia, si affrettò a tornare.

Furono, per lui, e per gli altri come lui amanti sinceri della libertà,

giorni pieni d'illusioni; ma giorni soltanto. Si fecero feste e

luminarie, si fecero sciocchezze e pazzie per celebrare la

_rigenerazione_ della patria; si piantò nella piazza di San Marco (6

giugno) l'albero della libertà; e intorno ad esso ballarono, cantando il

canto della democrazia, vecchi, donne, fanciulli, sacerdoti, magistrati.

Il Foscolo ebbe un ufficio presso il Governo provvisorio, e pubblicò la

sua ode _Bonaparte liberatore_.

Intanto Bonaparte liberatore stava cedendo Venezia agli Austriaci.

Inutile dire lo scoppio d'indignazione dei liberali sinceri alla

dolorosa notizia.

Nell'animo d'Ugo essa fece una ferita immedicabile. Quando stavano per

entrare i nuovi padroni, egli capì che quella di Venezia non era più

aria per lui, e scappò a Milano, dove nei primi del 1798 diresse il

_Monitore italiano_ (giornale ch'ebbe pochi mesi di vita), e vi pubblicò

alcuni frammenti sullo stato d'Italia, i quali poi ricomparvero

nell'_Ortis_.

L'anno appresso (1799), Ugo, ristampando l'ode, vi premetteva la famosa

lettera dedicatoria, con la quale, invitando il conquistatore a tornare

in Italia, gli diceva, fra le altre cose: “tu sei in dovere di

soccorrerci, non solo perchè partecipi del sangue italiano, e la

rivoluzione d'Italia è opera tua, ma per fare che i secoli tacciano di

quel trattato che trafficò la mia patria, insospettì le nazioni e scemò

dignità al tuo nome.„

Un giovinotto di ventun anni, povero e quasi sconosciuto fuori del

veneto, che cercava un impiego dal Governo della repubblica cisalpina,

parlare così al conquistatore francese, che era il fondatore di quella

repubblica, che stava per toccare l'apogeo della sua fortuna e della sua

gloria, fu certo ardimento non piccolo. In questo contrasto fra il

bisogno che lo costringeva a importunare di domande i potenti e la

fierezza della sua natura che lo induceva a rimproverar loro arditamente

le loro colpe e i loro vizi, sta una parte notevole della vita e del

carattere del Foscolo.

*

Io vi ho abbozzato, o signori, la giovinezza di quella vita; ora

dobbiamo vedere l'uomo, e nell'uomo considerare tre persone, il soldato,

il poeta, l'uomo propriamente detto.

Del soldato ci sbrigheremo brevemente; basterà ch'io vi legga il suo

stato di servizio, uno stato di servizio veramente onorevole.

Lo tolgo da un rapporto del Ministro della guerra al Vice Presidente

della Repubblica cisalpina, che porta la data del 30 ottobre 1802.

“Dalle carte presentate, dice il rapporto, risulta che il Foscolo fu

cacciatore a cavallo fino dall'anno 1797, e che ebbe un brevetto

onorario di tenente dalla Giunta di difesa generale Cispadana; che

combattè valorosamente a Cento, e fu ferito; che a Forte Urbano fu

prigioniero; che combattè alla Trebbia e a Genova, dove per attestati, e

per testimonianza del generale Massena (che lo nomina nel suo rapporto

stampato), ebbe gran parte nella importante vittoria, dei _due

fratelli_, e che fu nuovamente ferito; che fece le campagne della

Romagna e della Toscana, e che ha sempre dimostrato negli stati maggiori

dove ha servito per tre anni consecutivi tutto il coraggio ed i lumi che

caratterizzano un uffiziale. La sua nomina di Capitano aggiunto ha

origine da un ordine del generale in capo Massena, che a Genova lo

impiegò a richiesta dell'aiutante generale Fantuzzi.„

Nei cinque anni dei quali parla il rapporto (1798-1802), è la parte più

considerevole della vita militare del Foscolo. Dopo il 1802, egli non si

trovò più a nessun fatto d'armi. Dalla primavera del 1804 ai primi di

marzo del 1806 appartenne alla Divisione italiana mandata in Francia al

Campo di Saint-Omer; poi tornò a Milano, dove rimase a disposizione del

Ministero della guerra.

E qui, si può dire, finisce la vita militare del Foscolo; nella quale se

non andò più avanti del grado di capitano, se anzi questo grado gli fu

sempre contestato, e se non dimostrò le migliori attitudini come

ufficiale amministrativo, dimostrò però ampiamente di possedere ciò che

più importa nel soldato, il coraggio e il valore.

Ma cessando nel fatto dalla milizia, il Foscolo ne conservò gli stipendi

e la divisa, che di tratto in tratto indossava in qualche importante

occasione. Cotesti stipendi gli furono sempre pagati dal governo, perchè

potesse attendere ai suoi lavori letterari. E pure le sue lettere di

cotesto tempo ai superiori e agli amici son piene di lamenti perchè non

era abbastanza pagato.

La spiegazione di questi lamenti sta in ciò che narra di lui Mario

Pieri. Il Pieri che, come sappiamo, avea conosciuto il Foscolo a Venezia

povero in canna e superbo della sua povertà, narra che, rivedendolo

qualche anno dopo a Milano, lo trovò _tutto attillato e pulito_, che

abitava _un ricco quartiere_, che si faceva _abbigliare da capo a piedi

dal suo servitore, che frequentava le mense dei grandi, e veniva

predicando i comodi della vita_. Accostandosi alle mense dei grandi, Ugo

ne contrasse la malattia del voler parere grande, pur seguitando di

tratto in tratto a protestarsi povero; le quali proteste, chi guardi

bene addentro, erano anch'esse un effetto della sua megalomania; funesto

morbo, che gli guastò il carattere e gli contristò miseramente la vita.

Divenendo la capitale della repubblica cisalpina, Milano si era d'un

tratto trasformata come per incanto. Alla inerzia e al torpore degli

anni precedenti era succeduta una meravigliosa esuberanza di vita: da

tutte le parti d'Italia, quanto v'era d'uomini ingegnosi, arditi,

operosi, intraprendenti, accorreva a Milano.

La medaglia aveva, s'intende, il suo rovescio. Insieme agli uomini di

valore ed onesti erano accorsi d'ogni parte gl'intriganti, i quali

cercano sempre trar profitto da ogni mutazione di governo: l'antica

rilassatezza del costume non trovava certo nel nuovo ordine di cose un

freno salutare; tutt'altro.

Ugo, nella sua duplice qualità di soldato e di poeta, avea subito

trovata a Milano buona accoglienza fra i militari e fra i letterati.

D'uomini illustri nelle lettere e nelle scienze c'erano già, quando egli

arrivò, o giunsero poco dopo, il Monti, il Paradisi, Giovanni

Pindemonte, il Giordani, il Gioia, il Rasori e parecchi altri.

*

Una delle prime amicizie che Ugo contrasse fu quella del Monti, una

delle prime cose che fece fu innamorarsi della moglie di lui. Non era

nuovo agli amori. Avea già avuto a Venezia i primi ammaestramenti dalla

celeste Temira. “Cogli i favori delle belle donne, come i fiori delle

stagioni, essa gli avea detto; ma bada, non innamorarti„: e lui avea

subito cercato di mettere in pratica il primo precetto. Quanto al

secondo, preso letteralmente, esso non era di attuazione possibile per

un uomo che già stava tramutandosi in Jacopo Ortis. Tanto non era

possibile, che la vita del Foscolo nelle sue relazioni col sesso gentile

fu da indi in poi un continuo succedersi, anzi intrecciarsi, d'amori,

per modo che prima che maturasse l'uno era spuntato già l'altro; nè era

vietato ai morti amori di rinascere, nè ai viventi di fare a pugni o

accomodarsi alla meglio l'uno accanto all'altro dentro il cuore del

poeta.

Se nell'amore per la Monti il Foscolo trovasse corrispondenza, non si

può nè affermare nè negare. Il Pecchio lo crede, io non lo credo.

Comunque, Ugo lasciò scritto che si voleva ammazzare per lei, e lei

raccontò al Pieri che veramente egli tentò d'ammazzarsi: ma per fortuna

non ne fu nulla; e così potè invece cercare conforto in un amore nuovo,

nell'amore della giovine Isabella Roncioni, che conobbe passando da

Firenze nelle sue escursioni militari, e che ahimè era già fidanzata ad

un marchese Bartolomei, al quale poi andò sposa.

Che cosa fosse il Foscolo innamorato, chi in Firenze conobbe il

Niccolini, può averlo saputo da lui. Chi non lo conobbe può leggere ciò

che ne dice il Pecchio, che torna lo stesso. “Egli era, dice il Pecchio,

un oggetto per alcuni di terrore, per altri di riso.... diveniva mutolo,

accigliato, cupo, guardando con pupille sbarrate, immote, come quelle

d'un frenetico; e se rompeva quella terribile taciturnità, non era che

per brontolare alcune sentenze sul suicidio, o per ripetere le cento

volte a guisa d'un rosario alcuni versi allusivi al suo stato.„

Un amatore così fatto sembrerebbe dover fare paura alle belle signore:

invece, almeno a quel tempo, pare di no. Tanto che della perduta

Isabella potè ben presto consolarsi a Milano nell'amore della contessa

Fagnani Arese, una superba bellezza, alla quale piacque aggiungere nella

lunga lista dei suoi trionfi quello sul singolare poeta.

Ed egli allora (nel 1802) era veramente divenuto poeta, non solo

singolare, ma grande. Singolare piuttosto è, cioè può parere, che egli

diventasse gran poeta in quei cinque anni, che furono i più tumultuosi

della sua vita, e i meno acconci agli studi; nè solamente poeta, ma

anche prosatore. Egli andava correndo su e giù per l'Italia, da Milano a

Bologna, da Bologna a Modena, da Modena a Lugo, a Firenze, a Pistoia,

incaricato di commissioni militari, incaricato di dare la caccia ai

briganti; e intanto dall'ingegno suo sbocciavano quei tre sonetti

d'amore che il Carducci disse “mirabili di novità, di purità, di

movimento, vera lirica dell'affetto superiore ed intenso trasformato ed

idealizzato nel fantasma„. E intanto componeva l'ode alla Pallavicini,

che se nella combinazione dei versi rammenta il Parini, lo supera nella

eccellenza della esecuzione, e l'altra all'amica risanata, le cui ultime

strofe sono di una purezza antica quale fino allora non s'era veduta

nella nostra poesia. E intanto veniva elaborando le _Ultime lettere di

Jacopo Ortis_, e scriveva l'_Orazione a Bonaparte_ pel congresso di

Lione.

I tre sonetti sono scritti per la Roncioni, nel 1799. L'amore per la

Roncioni fu pure quello che fissò nell'ultima sua forma il romanzo. Il

primo germe di esso furono, come dissi, le _lettere a Laura_; le quali,

dopo l'amore per la Monti, si trasformarono ed allargarono _nella vera

storia di due amanti infelici_, cominciata a stampare dall'autore a

Bologna nel 1798, finita e pubblicata dal Sassoli, e dal Foscolo

rifiutata.

Ma non si può pensare senza disgusto che all'ultima elaborazione

dell'_Ortis_ partecipasse l'amore per la bella Signora milanese, che il

poeta celebrò nell'ode _all'amica risanata_.

Così quattro amori e quattro donne contribuirono alla formazione del

famoso romanzo, che fece versare tante lacrime a tante innocenti

fanciulle, che fece girare la debole testa a tante giovani spose, che

fece, come il _Werther_ in Germania, venir di moda il suicidio; che fu,

lasciatemi dire, la catena del forzato che Ugo si trascinò dietro per

tutta la vita. Meditando il suo romanzo, egli si era immedesimato

siffattamente col protagonista, che di fronte alle molte donne che

incontrò nel suo breve cammino non seppe recitare mai altra parte che

quella di Jacopo Ortis, salvo, s'intende, il suicidio. Ma in quel libro

malsano il poeta si rivelò prosatore nuovo, originale, efficace; meglio

che nella _Orazione_ pei Comizi di Lione, dove non seppe, o non volle,

liberarsi dell'antico paludamento.

Egli non aveva allora che ventiquattro anni,

*

La rimanente sua vita può dividersi in due grandi atti, separati, o

meglio legati insieme, da un breve intermezzo. L'atto primo comprende il

tempo della piena espansione di tutte le forze intellettuali ed

affettive del poeta, alle quali una sola cosa mancò, il freno di una

forte volontà che contenendole sapesse guidarle a mèta sicura. È il

tempo dei _Sepolcri_ e delle _Grazie_, dell'_Aiace_ e della _Ricciarda_,

della traduzione d'Omero e delle lezioni d'eloquenza a Pavia; il tempo

degli amori per la Giovio, per la Bignami e per la Battaglia, a cui

servono come di contorno gli amori in Francia, gli amori con la saggia

Isabella e la Marzia, e gli amori bolognesi e fiorentini con la

Martinetti, con la Magiotti e con altre donne.

L'intermezzo comprende la breve dimora del poeta in Isvizzera

(1815-1816).

Nell'atto secondo è la catastrofe, cioè la vita dell'esule a Londra, dal

1816 alla morte, avvenuta nel 1827. Sono gli anni nei quali il poeta è

morto alla poesia, e la poesia è morta al poeta, gli anni dei faticosi

lavori d'erudizione e di critica, gli anni dei progetti di imprese

letterarie, sempre falliti e sempre rinnovati; sono gli anni della vita

galante nella gran società di Londra, gli anni dell'amore per la

Russell, gli anni delle spese pazze e della miseria.

Tutto l'uomo è nel giovane. Questa sentenza del Giordani, verissima per

molti scrittori, vera per tutti, per nessuno è di una verità così

lampante come per il Foscolo. Perciò io mi sono trattenuto a parlare

della giovinezza di lui forse più che non paiano comportare i limiti di

una conferenza.

Quel sentimento, tutto pagano, di ammirazione e adorazione della

bellezza plastica femminile, misto ad una tetra malinconia, che avea

bisogno di alimentarsi nella infelicità dell'amore e nelle sciagure

della patria; quel sentimento e quella malinconia, che nella vita del

Foscolo giovine produssero gli amori per la Roncioni e per l'Arese, e

nell'arte le due odi, alcuni sonetti e l'_Jacopo Ortis_; quel sentimento

e quella malinconia governano tutta la posteriore vita dell'uomo e dello

scrittore.

Tornato di Francia, dove pure avea fatto un po' l'Jacopo Ortis con una

signora inglese ed una signorina francese, Ugo andò per alcuni mesi a

Venezia, a rivedere la madre che adorava, e a riprendere gli amori suoi

con l'Albrizzi. Là ebbe, io credo, la prima idea del carme _I sepolcri_.

Lo scrisse poi tornato a Milano, e lo stampò a Brescia nell'aprile

dell'anno appresso (1807). Non che gli mancasse a Milano il sorriso

animatore delle Muse, cioè delle belle signore (ce ne aveva a bizzeffe);

ma andando a Brescia, e trattenendovisi a lungo per la edizione delle

opere del Montecuccoli, egli s'incontrò in una nuova Musa, Marzia

Martinengo Cesaresco (le Muse erano per lui molte più delle nove che

registra la Mitologia), e si affezionò ad essa; e sotto la protezione

dell'amore di essa diede alla luce il _Carme_, che fu e rimase la più

alta espressione del suo ingegno poetico e del suo caldo patriottismo.

Intendiamoci, la signora non ebbe alcun merito nel merito di questa

poesia, che germogliò nella mente del poeta per tutt'altro influsso che

di bellezze femminili, e ne balzò fuori d'un tratto intera e perfetta.

Anzi, le bellezze femminili, troppo idoleggiate dal poeta, furono forse

cagione che questo mirabile carme rimanesse unico nella produzione

poetica dell'autore.

Egli intorno a quel tempo avea meditati e abbozzati, e in parte scritti,

altri carmi; non meno di sei.

Si vede dai titoli, ed è confermato da ciò che il poeta scriveva in quel

tempo agli amici suoi, che negli argomenti e nella materia dei carmi

c'era assai varietà; ma nessuno di quei carmi ebbe compimento; e gli

squarci che l'autore ne compose andarono poi tutti a finire in un carme

solo, che fu come il testamento poetico di lui. È questo il carme _Alle

Grazie_, nel quale il poeta intendeva fin da principio idoleggiare tutte

le idee metafisiche sul bello.

Glie ne venne il pensiero dal gruppo delle Grazie scolpito dal Canova;

ne scrisse forse qualche primo frammento sul lago di Como quando conobbe

la famiglia Giovio e s'innamorò della Cecchina, una seconda edizione

dell'amore per la Roncioni; se non che questa volta il poeta avea

lasciato due pezzi del suo cuore a Milano, uno in potere della Lucietta

Battaglia, l'altro di Maddalena Bignami. Non so se della prima di queste

due donne, che fu amata furiosamente dal poeta, ci sia qualche accenno o

allusione nel _Carme_, come una volta sospettai; ma la Bignami

rappresenta in esso una delle figure principali. Le altre due donne, che

con lei formano il perno intorno al quale si aggira il poema, sono la

famosa Cornelia Martinetti, che Ugo corteggiò nel suo passaggio da

Bologna per Firenze, nel 1812, e la bella Eleonora Nencini, antica sua

conoscenza, ch'era stata la confidente de' giovanili amori di lui per la

Roncioni.

A Firenze il poeta, grande ammiratore, e nei suoi primi lavori poetici

imitatore dell'Alfieri, si fece assiduo alle conversazioni della

contessa d'Albany, dove conveniva il fiore delle bellezze fiorentine, la

Rondoni e la Nencini comprese; e qui incantato dalla grazia, dallo

spirito, e diciamo anche dalla civetteria delle più belle fra quelle

signore (i poeti in ispecie sono molto facili a bever grosso in questa

materia e a prendere per grazia e per ingenuità la civetteria),

incantato dalla eleganza della città, inebriato dall'aria balsamica dei

suoi colli, non respirando, non sognando che grazia ed eleganza,

s'innamorò, s'infatuò talmente del suo carme _Alle Grazie_, ch'esso a

poco a poco assorbì ogni suo pensiero poetico, e venne prendendo

proporzioni così larghe, che d'un inno com'era in principio, diventò

nell'ultimo disegno, un poema, diviso in tre inni, e ciascun inno in tre

parti.

Il numero tre pei poeti, è contagioso. Tre le Grazie, tre gl'inni e tre

le sacerdotesse delle Grazie.

Tre vaghissime donne a cui le trecce

Infiora di felici itale rose

Giovinezza, e per cui splende più bello

Sul lor sembiante il giorno, all'ara vostra

Sacerdotesse, o care Grazie, io guido.

Così comincia l'Inno secondo.

L'ara è a Bellosguardo, dove il poeta dimora, e dove scrive il suo

carme. Le sacerdotesse sono le tre belle signore che sopra ho nominate,

ciascuna delle quali ha suoi speciali attributi nel culto che il poeta

rende alle amabili Deità.

La Nencini, abile suonatrice d'arpa, rappresenta la _grazia

simboleggiata negli effetti della musica_; la Martinetti, piena di

spirito e cultissima, _la grazia della fantasia espressa nell'amabilità

della parola_; la Bignami, gentile danzatrice, _la grazia apparente al

guardo dall'eleganza delle forme nei moti del ballo_.

La descrizione della suonatrice d'arpa è uno dei più bei pezzi del

_Carme_, anzi della moderna poesia, denso di pensieri, abbagliante

d'immagini, affascinante di suoni come una sinfonia rossiniana. Sentite:

Già del piè delle dita e dell'errante

Estro, e degli occhi vigili alle corde

Ispirata sollecita le note

Che pingon come _l'armonia diè moto_

Agli astri, all'onda eterea e alla natante

Terra per l'oceàno, e come franse

L'uniforme creato in mille volti

Co' raggi e l'ombre e il ricongiunse in uno,

E i suoni all'aere, e diè i colori al sole,

E l'alterno continuo tenore

Alla fortuna agitatrice e al tempo,

Sì che le cose dissonanti insieme

Rendan concento d'armonia divina

E innalzino le menti oltre la terra.

Come quando più gajo euro provòca

Su l'alba il queto Lario, e a quel sussurro

Canta il nocchiero, e allegransi i propinqui

Liuti, e molle il flauto si duole

D'innamorati giovani e di ninfe

Su le gondole erranti; e dalle sponde

Risponde il pastorel con la sua piva;

Per entro i colli rintronano i corni

Terror del cavriol, mentre in cadenza

Di Lecco il malleo domator del bronzo

Tuona dagli antri ardenti; stupefatto

Pende le reti il pescatore, ed ode.

Tal dell'arpa diffuso erra il concento

Per la nostra convalle; e mentre posa

La sonatrice, ancora odono i colli.

*

Io fui forse troppo severo con le _Grazie_ e con le belle signore quando

una volta, a proposito degli amori del Foscolo, scrissi che natura lo

avea creato alla grande poesia di cui son saggio i _Sepolcri_, e

ch'egli, per piacere alle amanti, volle essere il poeta delle _Grazie_.

Fui troppo severo, forse ingiusto; ma spero parere non immeritevole di

perdono anche agli occhi vostri, o gentili signore che mi ascoltate.

Certo la bellezza è nel mondo una benedizione di Dio, e la bellezza

femminile è una delle più gentili parvenze che rallegrino la vita

dell'uomo: nessuna bella cosa è più bella di un bel volto di donna

irradiato dalla bontà e dall'ingegno. Parlano all'anima un linguaggio

misterioso, eccitano nel cuore ineffabili godimenti gli infiniti aspetti

della natura animata ed inanimata, il sorgere del sole, un cielo

stellato, il canto degli uccelli, lo stormir delle frondi, il profumo

dei fiori, il fremito della primavera; ma un giovine innamorato ritrova

tutti quei godimenti ed altri maggiori nella contemplazione di due begli

occhi di donna. La gioventù non è però tutta la vita; nè può tutta la

gioventù vivere della sola contemplazione della bellezza. L'uomo non

appartiene a sè solo, appartiene alla grande famiglia umana, e la grande

famiglia umana ha, oltre quello della bellezza, altri e più alti ideali

che debbono guidarla e sorreggerla nel cammino interminato dell'umano

perfezionamento. Egli è perciò, o signore, o signori, ch'io, rammentando

gli effetti prodotti in me dalla lettura del carme _I sepolcri_, lo

preferisco alle _Grazie_, e mi dolgo che il troppo amore di queste

distogliesse il poeta dagli altri carmi.

L'ingegno poetico del Foscolo fu essenzialmente lirico; direi quasi,

esclusivamente. Il poeta scrisse anche satire, ed, oltre il _Tieste_,

che ho già nominato, altre due tragedie, l'_Ajace_ e la _Ricciarda_: ma

così nelle satire, come nelle tragedie, ciò che v'ha di meglio sono

squarci di poesia narrativa e descrittiva appartenenti al genere delle

_Grazie_ e dei _Sepolcri_.

L'_Aiace_ rappresentato con grande aspettazione a Milano nel 1811, finì

fra le risate del pubblico. Occasione alle risate furono, voi lo sapete,

i Salamini (sudditi di Ajace); ma la cagione vera, che la tragedia era

mortalmente noiosa: la gente non va al teatro per sentir recitare

qualche migliaio di versi, siano pur belli. E non c'è bisogno per ciò nè

di palco scenico nè d'attori. Il dolore del poeta per l'insuccesso

dovette esser grande. Chi pensò a compensarnelo furono i suoi nemici,

ch'erano molti, e tristi e sciocchissimi.

Egli avea sempre tenuto verso Napoleone ed il suo governo in Italia,

così al tempo della Repubblica cisalpina come del regno Italico, il

libero e fiero contegno assunto fino dal 1799 con la lettera dedicatoria

dell'ode _Bonaparte liberatore_. Nell'orazione pei comizi di Lione, più

che tessere le lodi dell'Imperatore, avea fatto un'aspra e violenta

censura dei mali che per opera del suo governo travagliavano la patria.

Quando, nominato professore a Pavia, stava preparando l'orazione

inaugurale, fu pregato d'introdurvi qualche parola di lode

dell'Imperatore, com'era d'uso; ma egli rispose, no; e no fu. Notisi che

lo stipendio di professore, di cui tutti i suoi predecessori si erano

contentati, parendo a lui troppo piccolo, avea chiesto ed ottenuto che

gli si conservasse metà del soldo militare. Egli era così, e si conservò

sempre eguale; chiedeva quasi in tuono di comando, e riserbandosi piena

la sua libertà di giudizio e di parola. Ma quanto più i governanti gli

si dimostravano benevoli per la stima che facevano del suo ingegno,

tanto cresceva l'ira dei suoi nemici contro di lui.

È noto l'epigramma che dopo la recita della tragedia corse per Milano:

Per porre in scena il furibondo Ajace,

Il fiero Atride e l'italo fallace,

Gran fatica Ugo Foscolo non fe':

Copiò sè stesso e si divise in tre.

Questo fu niente: i nemici del poeta andarono spargendo che l'_Ajace_

era una satira dell'Imperatore Napoleone. Non si poteva inventare bugia

più sciocca: ma non c'è bugia, tanto sciocca, che a forza di gridare non

si riesca a farla credere una verità. Così accadde; la polizia dovè

occuparsene, e il poeta dovè esulare dal regno. Egli, che con una parola

avrebbe potuto giustificarsi, preferì fare la vittima, poichè così la

tragedia acquistava un'importanza politica, che lo compensava

dell'insuccesso nel teatro. L'esilio, che gli fu condito di tutte le

dolcezze possibili, diventò una specie di viaggio trionfale alla volta

di Firenze, dov'egli, già noto e famoso, arrivò più famoso e festeggiato

che mai. Un po' di persecuzione, o vera o apparente, aggiunge sempre

qualche raggio all'aureola di un uomo illustre.

La povera Quirina Magiotti, la sola donna forse che lo amò veramente,

che lo soccorse generosamente (e che non ebbe un solo verso dal poeta

delle _Grazie_, poichè i poeti sono spesso ingrati), la povera Quirina

si sentì tremar tutta la prima volta che lo vide, arrivato di fresco,

passare per ponte vecchio; tanta era la fama che avea preceduto il suo

arrivo. E quanto dovette soffrire la povera signora quando tornato Ugo a

Milano, dove lo richiamarono, non tanto gli avvenimenti politici, e la

recita della _Ricciarda_, quanto il suo furioso amore per la Battaglia,

trovò in alcuni frammenti di lettere di lui la conferma dei tradimenti

d'amore, che pur troppo avea sospettati. Ciò non pertanto la brava donna

rimase amica al poeta, amica affezionata fino alla morte, fin dopo la

morte. Ciò fu per lui la Provvidenza.

Tornato a Milano, il Foscolo rivestì la divisa militare, come aiutante

del generale Fontanelli. Ma gli avvenimenti precipitavano: caduto

Napoleone e con lui il regno Italico, Ugo dovè scegliere fra mettersi a

servizio dei nuovi padroni, o andarsene. Ebbe qualche momento

d'esitazione, entrò anche in trattative per la fondazione di un giornale

in servizio del nuovo Governo: finalmente vinsero i suoi istinti

migliori, e fuggì nascostamente in Isvizzera, con piccol bagaglio, con

pochi denari, senza saper nemmeno lui troppo bene che cosa avrebbe

fatto, e come avrebbe vissuto. Quando fu a corto di denari, si rammentò

della sua buona amica di Firenze, e lei fu tutta felice di aiutarlo. Ma

anche fra i ghiacci e le nevi di Hottingen il vecchio peccatore ebbe una

quantità di avventure stranissime, e s'impigliò nelle reti di un brutto

romanzo d'amore, che gli fece commettere quello ch'ei chiamò il secondo

delitto della sua vita: e alla povera Quirina toccò di sentirne la

confessione. Finalmente, raccapezzati, con l'aiuto del fratello Giulio,

un po' di denari, mosse alla volta dell'Inghilterra, e l'11 settembre

del 1816 arrivò a Londra.

*

La vecchia Britannia, superba di avere abbattuto Napoleone, ammirò ed

onorò nel Foscolo, non solo l'autore dell'_Ortis_ e dei _Sepolcri_, ma

l'uomo che dinanzi al colosso di Francia, a cui tutti s'inchinavano,

avea sempre tenuto alta la testa. Egli fu subito accolto nella migliore

società di Londra. La vita che condusse là fino dai primi tempi fu, come

quella che avea condotta a Milano, la vita del gran signore, salvo che

costavagli molto più cara. Le centinaia di lire che gli dava a Firenze e

gli mandava in Isvizzera la buona Magiotti sarebbero state una goccia

d'acqua in un bicchiere vuoto; e d'altronde a Firenze e in Lombardia

correvano novelle ch'e' fosse arricchito, perchè le persone andate a

visitarlo lo avean trovato in un alloggio signorile, con tutte le mostre

dell'agiatezza: di che egli scusavasi nelle lettere agli amici d'Italia,

dicendo che l'usanza del paese e la necessità di guadagnare lo

costringevano a quel lusso apparente, che nascondeva una miseria reale.

Se non la scusa, la miseria era vera pur troppo.

Nel 1818 si ritirò in campagna, per economia, diceva lui, e per poter

lavorare con più quiete; ma seguitò a tenere il quartiere che aveva

affittato in città, spese alcune migliaia di lire per arredare la villa,

e mise cavallo e carrozza, per potere andare e venire tutte le volte che

gli occorresse. Vi raccomando questa razza d'economia.

Perchè non lo diremo? — Fu proprio l'economia intesa e praticata a

questo modo che trasse in rovina il povero Foscolo, al quale non mancò

nè anche a Londra l'aiuto largo, generoso e costante degli ammiratori e

degli amici.

Una delle famiglie con le quali fino dal 1818 avea stretto più intima

relazione era la famiglia Russell. Ugo andava spesso a pranzo da loro,

andava in compagnia loro e d'amici comuni a partite di piacere, a feste

e conversazioni, mandava e portava loro libri da leggere, e leggeva con

le due figlie maggiori, Caterina e Carolina, le poesie del Petrarca.

Come con la famiglia Russell, usava familiarmente con altre; ed uno dei

suoi piaceri preferiti era spiegare alle signore e alle signorine le più

astruse teorie d'amore.

Quella lettura del Petrarca fatta con le due Russell, una delle quali,

la Carolina, bellissima e piena di spirito, si porgeva acconcia alle

dissertazioni care al poeta, ma anche era, per un uomo come lui, tutto

che avesse i suoi quarant'anni suonati, cosa molto pericolosa. Il padre

delle ragazze ne lo aveva avvertito, ma invano. Accadde quel che doveva

accadere, che cioè il poeta s'innamorò; e benchè la ragazza gli dicesse

chiaro e tondo che un poeta di quarant'anni e povero non poteva sperare

da lei nient'altro che stima e amicizia, non ci fu verso; seguitò per

oltre un anno e mezzo a proseguirla delle sue furie amorose. Tant'è, non

sapeva capacitarsi che un uomo come lui, al quale nessuna donna avea

detto di no, dovesse trovare proprio a Londra la fenice del genere. Fece

e scrisse una quantità di pazzie; minacciò di ammazzarsi; ma il buon

senso, la fermezza e la calma della fanciulla finirono, dopo una serie

di lezioni abbastanza dure, col richiamarlo alla ragione.

Non tutto il male viene per nuocere.

Dalla lettura del Petrarca fatta in casa Russell, nacquero i _Saggi sul

Petrarca_, cioè la migliore opera che Ugo scrivesse a Londra, quella che

lo rivelò sotto un aspetto nuovo, l'aspetto del critico. Chi pensi alle

condizioni di tempo e di luogo nelle quali il Foscolo scrisse questi

saggi, e i discorsi sul testo di Dante e del Boccaccio, non può non

restare meravigliato, non dico della dottrina, ma dell'intuito felice

col quale egli vide molte cose, che il progresso degli studi critici

dovea poi dimostrar vere. E chi pensi alle condizioni domestiche e di

salute nelle quali egli dovè attendere a questi ed altri lavori, la sua

meraviglia si cambierà in istupore. Il Foscolo, dissi, era nato poeta.

Strappato dalle necessità della vita alla poesia, e costretto a scrivere

della prosa pe' librai e pei giornalisti, applicò la potente visione

poetica allo studio delle opere altrui, e divenne critico nuovo e

potente; lasciatemi dire, l'instauratore della critica nella nostra

letteratura.

*

Un giorno si presentò a lui una vecchia dama in compagnia di una

giovinetta, e gli disse: Ecco, signore, questa è vostra figlia; io, sua

nonna, la affido a voi, e vi affido insieme la piccola dote che ho

potuto assegnarle.

La giovinetta, che poteva avere sedici o diciassette anni, era frutto

dell'amore che il poeta, come accennai, ebbe con una signora inglese nel

tempo che militò in Francia. Ugo accolse con lieto animo la figlia, e

pensò a mettere in luogo sicuro la dote. Così non ci avesse pensato! Gli

venne l'idea di fabbricare, di fabbricarsi la casa, che doveva essere

l'asilo della sua vecchiezza, e, morto lui, il patrimonio della figlia:

ne fece il disegno da sè, e da sè attese a mobiliarla e adornarla con

l'eleganza di un artista.

Come andasse non so, il fatto è che prima ancora che la casa fosse

finita, si trovò in tali angustie, che dovè ricorrere per aiuto agli

amici; e Lady Dacre, una donna d'alto animo e d'ingegno, che gli voleva

bene e lo ammirava, promosse una sottoscrizione per un corso di letture,

che gli accrebbero riputazione e gli fruttarono circa un migliaio di

sterline. Si figurò di potere con queste accomodare tutte le sue

faccende e rimanere un signore. Ciò accadeva nel 3 marzo del 1823. Ai

primi del 1824 alcuni creditori lanciarono contro di lui un mandato

d'arresto; ed egli, per sottrarsi alle loro persecuzioni, dovè

abbandonare di nascosto la propria casa, e andare errando dall'uno

all'altro dei più poveri quartieri della città.

Le fatiche e i dispiaceri gli avevano rovinato la salute. Non visse più

che quattro anni non interi; e furono quattro anni di patimenti

inauditi, materiali e morali. Più d'una volta, mal reggendosi in piedi,

dovè andare attorno vendendo qualcuno dei suoi libri, per potersi

sfamare. Tanto sentiva di non essere più lui, che nascose il proprio

nome sotto quello della figlia.

Se furono grandi i suoi errori, fu anche grande l'espiazione; e

sopportata eroicamente.

*

Quella che ho tentato di adombrarvi non è certamente, o signore, o

signori, la vita di un uomo savio, nel significato che si dà usualmente

a questa parola; ma se è bene che la grande maggioranza della società

sia di uomini savi, non è male che di tratto in tratto sorga fra essi

qualche pazzo, chiamiamolo pure così, cioè no, diamogli il suo vero

nome, qualche eroe, qualche poeta, capace di scrivere dei versi come

quelli dei _Sepolcri_; versi che una volta letti vi si conficcano nella

memoria e diventano parte dei vostri pensieri, che vi ricercano le

intime fibre, che vi trasportano in un mondo ignoto, che vi fanno

maggiori e migliori di voi stessi, risvegliando le più nobili energie

che dormivano nascoste nell'intimo dell'essere vostro.

Che importa che il Foscolo avesse come uomo delle debolezze? Quando noi

le abbiamo sapute, i suoi _Sepolcri_ non rimangono egualmente belli, non

rimangono la prima voce più altamente e liricamente patriottica

dell'Italia moderna? È solo speciosa quella trita sentenza che _pel

cameriere non ci sono eroi_. Sapete perchè il cameriere non vede l'eroe?

Non già perchè l'eroe non ci sia, ma perchè il cameriere è un cameriere.

La critica moderna, che scruta le vite de' grandi uomini, ci abbassa pur

troppo spesse volte a quell'umile ufficio. Facciamone onorevole ammenda,

lasciando la parola al poeta.

Io lo so bene, i versi che vi leggerò voi li avete letti chi sa quante

volte; forse, anzi senza forse, li sapete a memoria; ma la bella poesia

è come la bella musica, quanto più si risente tanto più piace. Ad ogni

modo io non saprei trovare scongiuro migliore per farmi perdonare da voi

la noia di questa conferenza.

A egregie cose il forte animo accendono

L'urne de' forti, o Pindemonte; e bella

E santa fanno al peregrin la terra

Che le ricetta. Io quando il monumento

Vidi ove posa il corpo di quel grande

Che temprando lo scettro a' regnatori

Gli allôr ne sfronda, ed alle genti svela

Di che lagrime grondi e di che sangue;

E l'arca di colui che nuovo Olimpo

Alzò in Roma a' celesti, e di chi vide

Sotto l'etereo padiglion rotarsi

Più mondi, e il sole irradiarli immoto,

Onde all'Anglo che tanta ala vi stese

Sgombrò primo le vie del firmamento;

Te beata, gridai, per le felici

Aure pregne di vita, e pe' lavacri

Che da' tuoi gioghi a te versa Appennino!

Lieta dell'aer tuo veste la luna

Di luce limpidissima i tuoi colli

Per vendemmia festanti; e le convalli

Popolate di case e d'oliveti

Mille di fiori al ciel mandano incensi.

E tu prima, Firenze, udivi il carme

Che allegrò l'ira al Ghibellin fuggiasco;

E tu i cari parenti e l'idïoma

Desti a quel dolce di Calliope labbro,

Che Amore, in Grecia nudo e nudo in Roma,

D'un velo candidissimo adornando,

Rendea nel grembo a Venere celeste.

Ma più beata che in un tempio accolte

Serbi l'itale glorie, uniche forse,

Da che le mal vietate Alpi e l'alterna

Onnipotenza delle umane sorti

Armi e sostanze t'invadeano, ed are,

E patria, e, tranne la memoria, tutto.

Questi versi, composti novant'anni fa infiammarono di santo sdegno i

cuori di quelli uomini gloriosi (ora ahimè, tutti scomparsi) che ci

crearono la patria. La santa ombra del poeta ci assista, ed ispiri a

quelli che restano le virtù necessarie per conservarla.

GIACOMO LEOPARDI

(1798-1837)

CONFERENZA

DI

Conferenze tenute a Firenze nel 1896 La vita italiana durante la Rivoluzione francese e l'Impero · 第 56 / 78 题