Per discorrere di Vincenzo Monti mi par necessario prendere le mosse da
alcuni fatti e da alcune considerazioni di ordine generale.
La letteratura italiana, non dirò moderna (perchè a costruir questa
stiamo affaticandoci ancora, sempre un po' a tastoni, come in tutto il
resto) ma dirò, la letteratura italiana contemporanea procede dal Parini
e dall'Alfieri.
Sono due novatori il Parini e l'Alfieri? E chi lo sarebbe, se non lo
sono essi, che si crearono di nuovo l'inspirazione, la materia, lo
stile, persino il pubblico, a cui rivolgersi?
Ma l'uno e l'altro sono altresì essenzialmente classici, e generatori di
quel neoclassicismo nazionale, in cui consiste tutta la letteratura
nostra, che vien dietro a loro e sino al Manzoni. Questa considerazione
ne richiama un'altra, che rientra nella prima, slargandola, ed è che in
tutta la letteratura italiana contemporanea v'ha due fatti di suprema
importanza, da una parte il Manzoni (non dico il romanticismo del
Manzoni, ma il Manzoni), dall'altra la tradizione classica, che permane,
rammodernandosi bensì, ma sempre costante, e non come reminiscenza di
scuola, d'accademia o di biblioteca, ma come forma viva, vivissima, e va
dal Parini e dall'Alfieri al Monti, al Leopardi, al Giordani, al Botta,
al Colletta, al Niccolini e sino al Carducci.
O io m'inganno, o questa è la nota fondamentale della nostra letteratura
dal 1750 a tutt'oggi, nota caratteristica e tutta sua. Nelle letterature
straniere contemporanee, dopo breve contrasto, tutto è assorbito dalla
corrente nuova, romantica o moderna, ed ora realista, positivista,
simbolista, estetica o decadente, che vogliate chiamarla, sicchè non
trovate un poeta o un prosatore di gran levatura, che non le si
abbandoni intieramente. In Italia invece ogni regione ha il suo cenacolo
letterario od artistico, più o meno sensibile via via alle esigenze dei
tempi, che mutano, e che più o meno consente ad esse o, come spesso
accade, se ne infatua e le esagera, ma la tradizione classica resiste e
mai cede il campo del tutto. È un bene, è un male? Il problema si può
porre, ma non credo si possa ancora risolvere. Questo in quanto alla
storia letteraria.
Quanto alle relazioni di essa colla storia civile e politica, l'austera
moralità del Parini riformista mira a rinnovare l'individuo in Italia;
la passionata idealità dell'Alfieri rivoluzionario mira a rinnovare il
cittadino; l'una e l'altra coll'individuo e col cittadino rinnovati a
rifare un popolo e ridargli una coscienza nazionale.
Ridargli? Ma l'avea esso mai avuta? È dubbio, signore, se una vera
coscienza nazionale sia mai esistita in Italia, prima che incominci
colla Rivoluzione francese quella che chiamasi storia contemporanea. È
dubbio, se a crearla sarebbe bastato il cosmopolitismo vago della
letteratura filosofica francese del secolo XVIII, che pure avea varcato
le Alpi prima di Napoleone Bonaparte e si sovrapponeva, come ha
acutamente notato Augusto Franchetti, al concetto medievale e dantesco
della monarchia, per cui l'Italia non poteva disgiungersi dall'Impero, e
quindi al moto intellettuale del Rinascimento, che avea esso pure un
carattere d'universalità e cronologicamente poi era connesso con la fine
dell'indipendenza italiana.
Certo è che in Italia i primi segni del farsi o rifarsi una coscienza
nazionale si hanno subito tra quel tumulto, tra quelle angoscie, tra
quelle incertezze dell'invasione francese, guidata dal Bonaparte nel
1796.
Lazzaro Papi, il futuro storico e giudice severo della Rivoluzione
francese, chiude un suo sonetto così:
Tu che dell'avvenir nel grembo oscuro
Spinger sai l'occhio dell'acuta mente
E ciò che è dubbio altrui, vedi sicuro,
Dimmi: quel che dall'Alpi ora discende
D'armi e d'armati inondator torrente,
Ceppi a noi reca, o libertà ci rende?
Non avevano invece dubbi di sorta quei cittadini, che, quattro mesi
appena dopo l'invasione ed invocando i ricordi della Lega Lombarda
contro Barbarossa, fondavano già in Reggio d'Emilia la Federazione
Cispadana, da cui come dai parlamenti della Cisalpina e dalla
Costituente di Lione esce per la prima volta dopo tanti secoli uno stato
di nome italiano, il quale, se non altro, a traverso le vicende seguenti
della Repubblica e del Regno, rinnova lo spirito militare e civile del
popolo, ed è la prima mossa della nostra rivoluzione.
Ma se Lazzaro Papi sta in forse, se i cittadini della Cispadana, della
Cisalpina e dei Comizi di Lione (quel medio ceto, rialzato dalla
moralità del Parini e dall'idealità dell'Alfieri) si abbandonano
all'impulso ricevuto con cieca fede, molti altri invece, gli stessi
Parini ed Alfieri, danno indietro; le plebi di Lugo, d'Arezzo, di Siena,
di Roma, di Verona, di Napoli, di Calabria, del Piemonte, risentono
invece, come dice il Carducci, un vero “accesso medievale di ire guelfe
e ghibelline contro i nemici della Chiesa e dell'Impero„; e chi esprime
da cima a fondo tutti questi contrasti, e strappi e trapassi dolorosi,
eppure fecondi, e le prime speranze, le prime avversioni, i pentimenti
subitanei, le confidenze illimitate, poi i ciechi entusiasmi della
gloria militare, la fede estrema nell'uomo che la rappresenta, e
finalmente le disperazioni, i terrori, le viltà, che tengono dietro
all'immane ruina di tanta grandezza, chi esprime, dico, da cima a fondo
tutto ciò nei versi più splendidi, che si fossero sentiti da secoli, è
Vincenzo Monti.
Sotto l'aspetto di tale espressione potente, immediata, soggettiva e
oggettiva ad un tempo dei fatti contemporanei, non saprei dire che cosa
importi di più, se la sua vita o la sua poesia, ond'è, che, comunque si
giudichi il carattere del Monti, m'è sempre sembrata sommamente baggèa
quella critica, che lo ha dipinto come non altro che un vacuo e felice
accozzatore di frasi sonore ed ha voluto a forza applicare a lui il
famoso