ERNESTO MASI.

Per discorrere di Vincenzo Monti mi par necessario prendere le mosse da

alcuni fatti e da alcune considerazioni di ordine generale.

La letteratura italiana, non dirò moderna (perchè a costruir questa

stiamo affaticandoci ancora, sempre un po' a tastoni, come in tutto il

resto) ma dirò, la letteratura italiana contemporanea procede dal Parini

e dall'Alfieri.

Sono due novatori il Parini e l'Alfieri? E chi lo sarebbe, se non lo

sono essi, che si crearono di nuovo l'inspirazione, la materia, lo

stile, persino il pubblico, a cui rivolgersi?

Ma l'uno e l'altro sono altresì essenzialmente classici, e generatori di

quel neoclassicismo nazionale, in cui consiste tutta la letteratura

nostra, che vien dietro a loro e sino al Manzoni. Questa considerazione

ne richiama un'altra, che rientra nella prima, slargandola, ed è che in

tutta la letteratura italiana contemporanea v'ha due fatti di suprema

importanza, da una parte il Manzoni (non dico il romanticismo del

Manzoni, ma il Manzoni), dall'altra la tradizione classica, che permane,

rammodernandosi bensì, ma sempre costante, e non come reminiscenza di

scuola, d'accademia o di biblioteca, ma come forma viva, vivissima, e va

dal Parini e dall'Alfieri al Monti, al Leopardi, al Giordani, al Botta,

al Colletta, al Niccolini e sino al Carducci.

O io m'inganno, o questa è la nota fondamentale della nostra letteratura

dal 1750 a tutt'oggi, nota caratteristica e tutta sua. Nelle letterature

straniere contemporanee, dopo breve contrasto, tutto è assorbito dalla

corrente nuova, romantica o moderna, ed ora realista, positivista,

simbolista, estetica o decadente, che vogliate chiamarla, sicchè non

trovate un poeta o un prosatore di gran levatura, che non le si

abbandoni intieramente. In Italia invece ogni regione ha il suo cenacolo

letterario od artistico, più o meno sensibile via via alle esigenze dei

tempi, che mutano, e che più o meno consente ad esse o, come spesso

accade, se ne infatua e le esagera, ma la tradizione classica resiste e

mai cede il campo del tutto. È un bene, è un male? Il problema si può

porre, ma non credo si possa ancora risolvere. Questo in quanto alla

storia letteraria.

Quanto alle relazioni di essa colla storia civile e politica, l'austera

moralità del Parini riformista mira a rinnovare l'individuo in Italia;

la passionata idealità dell'Alfieri rivoluzionario mira a rinnovare il

cittadino; l'una e l'altra coll'individuo e col cittadino rinnovati a

rifare un popolo e ridargli una coscienza nazionale.

Ridargli? Ma l'avea esso mai avuta? È dubbio, signore, se una vera

coscienza nazionale sia mai esistita in Italia, prima che incominci

colla Rivoluzione francese quella che chiamasi storia contemporanea. È

dubbio, se a crearla sarebbe bastato il cosmopolitismo vago della

letteratura filosofica francese del secolo XVIII, che pure avea varcato

le Alpi prima di Napoleone Bonaparte e si sovrapponeva, come ha

acutamente notato Augusto Franchetti, al concetto medievale e dantesco

della monarchia, per cui l'Italia non poteva disgiungersi dall'Impero, e

quindi al moto intellettuale del Rinascimento, che avea esso pure un

carattere d'universalità e cronologicamente poi era connesso con la fine

dell'indipendenza italiana.

Certo è che in Italia i primi segni del farsi o rifarsi una coscienza

nazionale si hanno subito tra quel tumulto, tra quelle angoscie, tra

quelle incertezze dell'invasione francese, guidata dal Bonaparte nel

1796.

Lazzaro Papi, il futuro storico e giudice severo della Rivoluzione

francese, chiude un suo sonetto così:

Tu che dell'avvenir nel grembo oscuro

Spinger sai l'occhio dell'acuta mente

E ciò che è dubbio altrui, vedi sicuro,

Dimmi: quel che dall'Alpi ora discende

D'armi e d'armati inondator torrente,

Ceppi a noi reca, o libertà ci rende?

Non avevano invece dubbi di sorta quei cittadini, che, quattro mesi

appena dopo l'invasione ed invocando i ricordi della Lega Lombarda

contro Barbarossa, fondavano già in Reggio d'Emilia la Federazione

Cispadana, da cui come dai parlamenti della Cisalpina e dalla

Costituente di Lione esce per la prima volta dopo tanti secoli uno stato

di nome italiano, il quale, se non altro, a traverso le vicende seguenti

della Repubblica e del Regno, rinnova lo spirito militare e civile del

popolo, ed è la prima mossa della nostra rivoluzione.

Ma se Lazzaro Papi sta in forse, se i cittadini della Cispadana, della

Cisalpina e dei Comizi di Lione (quel medio ceto, rialzato dalla

moralità del Parini e dall'idealità dell'Alfieri) si abbandonano

all'impulso ricevuto con cieca fede, molti altri invece, gli stessi

Parini ed Alfieri, danno indietro; le plebi di Lugo, d'Arezzo, di Siena,

di Roma, di Verona, di Napoli, di Calabria, del Piemonte, risentono

invece, come dice il Carducci, un vero “accesso medievale di ire guelfe

e ghibelline contro i nemici della Chiesa e dell'Impero„; e chi esprime

da cima a fondo tutti questi contrasti, e strappi e trapassi dolorosi,

eppure fecondi, e le prime speranze, le prime avversioni, i pentimenti

subitanei, le confidenze illimitate, poi i ciechi entusiasmi della

gloria militare, la fede estrema nell'uomo che la rappresenta, e

finalmente le disperazioni, i terrori, le viltà, che tengono dietro

all'immane ruina di tanta grandezza, chi esprime, dico, da cima a fondo

tutto ciò nei versi più splendidi, che si fossero sentiti da secoli, è

Vincenzo Monti.

Sotto l'aspetto di tale espressione potente, immediata, soggettiva e

oggettiva ad un tempo dei fatti contemporanei, non saprei dire che cosa

importi di più, se la sua vita o la sua poesia, ond'è, che, comunque si

giudichi il carattere del Monti, m'è sempre sembrata sommamente baggèa

quella critica, che lo ha dipinto come non altro che un vacuo e felice

accozzatore di frasi sonore ed ha voluto a forza applicare a lui il

famoso

Conferenze tenute a Firenze nel 1896 La vita italiana durante la Rivoluzione francese e l'Impero · 第 54 / 78 题