A Roma, molte le case aperte, come suol dirsi, a giorno fisso: de'
Barberini, de' Cesarini, de' Patrizi, degli Altieri, de' Borghese, de'
Santacroce, de' Rezzonico, de' Bolognetti. Livree fiammanti, rinfreschi
sontuosi, statue stupende in ogni angolo, quadri stupendi per ogni
parete. Ma accanto a una statua greca un tavolino di tresette, sotto a
una Vergine di Raffaello un tavolino di tarocchi o di minchiate o di
faraone, perchè si giuoca sfrenatamente a ogni sorta di giuochi. Fra un
tavolino e l'altro, ingombro di abati intraprendenti, fra una partita e
l'altra chiacchiere e maldicenze. Se qualche forestiero vi capita capace
di increspare quella gora con aliti intellettuali, nessuno gli bada,
così almeno afferma il Reumont, cominciando dai padroni di casa. Di
quando in quando un po' di musica, piuttosto in omaggio alla moda che
per ricreazione degli animi o pascolo alle inclinazioni. Delle donne,
molte tagliate sul modello della bella Giuliana Falconieri principessa
di Santacroce cara a Papa Pio VI, la quale dicono provvedesse largamente
alla posterità senza presumere d'andarvi: ma vi andò pur troppo, avendo
per compagno il Cardinale De Bernis e per istoriografo il Casanova.
Altre foggiate a immagine della contessa Braschi, che si scusava di
mancare a non so quale convegno, descrivendo per filo e per segno il
piede malato del proprio cavaliere servente: e, forse a dimostrare che
la lunga consuetudine con Vincenzo Monti, segretario di suo marito, non
era stata per lei senza frutto di eleganze epistolari, chiudeva il
biglietto così: _L'amica scorta non potendo calzarsi il piede io non
verrò_. Altre finalmente sprovviste d'ogni elementare cultura come la
marchesa Lepri, che discorrendo del _Saul_ d'Alfieri diceva: _bello, sì:
peccato che sia troppo triste_.
Giuoco, libertinaggio, cicisbeismo, preziosità, ignoranza; queste
essendo le occupazioni, queste le consuetudini delle signore romane, non
è a meravigliare se Roma non ebbe ritrovi colti e geniali, quali a
Parigi quelli che presero nome dalla Geoffrin, dalla Du Deffand, dalla
D'Houdetot, dalla Lespinasse; Roma a cui pur l'Europa mandava in
pellegrinaggio i più illustri de' suoi scrittori, de' suoi artisti, de'
suoi filosofi, de' suoi poeti. V'erano, sì, due salotti che si
distinguevano dagli altri: l'uno della Maria Pizzelli dotta nel greco,
nel latino, nelle matematiche ed egregia verseggiatrice: egregia,
affermano i biografi, ed io lo ripeto sulla fede loro: i versi della
Pizzelli non li ho letti, e non prendo neanche impegno di leggerli. Ma
al solito, un'accademia; non vi si conversava: chiunque vi capitasse, vi
sciorinava una propria canzone, un'ode, un sonetto, e gli altri
applaudivano, aspettando di sciorinare e preparandosi ad essere
applauditi a lor volta. L'Alfieri leggendovi la _Virginia_ purificò
l'aria ammorbata dalla pioggia continua de' madrigali di un abate
Cunich, che insegnava alla Pizzelli il greco: lingua difficile, lezioni
lunghe e frequenti.... il maestro finì con l'innamorarsi della
discepola; dicono, inutilmente. L'altro salotto, quello di Donna
Margherita Boccapadule, nata dei Marchesi Gentili; ritrovo gradevole
secondo parecchie testimonianze, ma dove convenivano uomini di troppo
differenti animi ed abitudini; letterati, scapati, forestieri d'ogni
genere e qualità, sicchè spesso la conversazione avviata da Alessandro
Verri, cui la marchesa piaceva, era tratta in sentieri più ameni dagli
scapati che piacevano a lei.
A Firenze costumi più castigati; ma i signori serbano il meglio delle
loro entrate e delle loro energie per i faticosi ozi della
villeggiatura; i Corsini, i Riccardi, i Pucci, i Gerini, i Martelli, i
Rinuccini, i Gherardesca, passano la primavera in casini suburbani,
l'autunno nelle magnifiche ville del Valdarno o del Mugello; e quando
soggiornano in città vi menano vita molto monotona. “In carrozza il
giorno fino alla Porta Romana, trattenendosi alquanto sulla piazza
vicina, poi sulla piazza del Duomo innanzi al Caffè del Bottegone a
prendervi rinfreschi e aspettare l'ora del teatro.„ Così usavano nel
1770 quando fu a Firenze il Lalande: usanze non molto diverse da quelle
che vi trovò la Stael nel 1805, e che ella descrive nella _Corinna_ così
“Si va tutti i giorni nelle ore pomeridiane a passeggiare Lungarno e
s'impiega la sera a raccontare che ci siamo stati.„ Inoltre, a' tempi
del Lalande i signori fiorentini avevano la fissazione d'imitare le mode
e le costumanze inglesi: sicchè quando non c'era teatro, gli uomini la
sera se ne andavano da una parte, le donne da un'altra: quelli al Caffè
o al Casino de' nobili, queste sole, o a crocchio con altre donne, o a
quattr'occhi, occhi sonacchiosi, col cavaliere servente. Poche le
veglie, segnalata quella della Marchesa Niccolini in Via de' Servi; dove
a saziare la sete intellettuale degli ospiti bastava qualche sciarada o
qualche sonetto a rime obbligate; e, saziata che fosse, si giuocava
accanitamente come a Roma, come a Torino nonostante i severi decreti del
re, come a Milano dove Pietro Verri, sebbene assiduo nella casa della
coltissima e argutissima Marchesa Paola Castiglioni, diceva essere
oramai divenuto impossibile il conversare. Salotti che arieggino ai
francesi bisognerà dunque cercarli altrove: in casa della Isabella
Teotochi Albrizzi a Venezia, della Silvia Curtoni Verza a Verona, della
Cornelia Martinetti a Bologna; simili, ma d'importanza molto minore
quelli, anche a Venezia, della Giustina Michiel, a Bergamo della Paolina
Suardi Grismondi, la _Lesbia_ del Mascheroni.
De' salotti francesi molti ci serbarono le cronache, che il Feuillet de
Conches potò poi compendiare e colorire in istoria; questi italiani men
fortunati, o forse fortunatissimi, non ebbero finora storico alcuno.
Bisogna dunque ingegnarsi d'indovinare: agli amici che tesserono gli
elogi di quelle signore, a' poeti che le cantarono c'è naturalmente da
credere fino ad un certo punto. Chi prestasse fede al Bettinelli, al
Montanari, al Pindemonte in ispecie, che designò ciascuna di esse con un
epiteto particolare e chiamò _saggia_ l'Albrizzi e (speriamo con maggior
verità) _gentile_ la Verza, _amabile_ la Grismondi, dovrebbe persuadersi
che esse furono perfette d'intelletto, d'animo e di contegno: e i
salotti dei quali, per usare appunto le frasi de' panegiristi e de'
poeti, “_tennero lo scettro_„ altrettanti o _templi care alle Muse_,
come scrive il Montanari, o _grotte magiche_, come vuole il Bettinelli,
o _gabinetti d'Armida_, come piace chiamarli al Vannetti. Io scelgo
grotte, perchè non voglio nè mancare di rispetto ai templi, nè offendere
Armida: e voglio pur dire che ogni volta io m'accosto a quei penetrali,
sento uscirne puzzo di vanità e tanfo di pedanteria.
Splendide le sale dell'Albrizzi, dove (canta il Montanari):
Undici nazïoni in una sera.
La Cinese tra lor . . . .
. . . . . . . . concordi
Offerivano incensi ad Isabella:
illustri gli ospiti, e basti dire che Ippolito Pindemonte, durante le
sue dimore invernali in Venezia, non lasciò scorrer sera che non vi
andasse per qualche ora; basti ricordare che o più presto o più tardi vi
passarono tra' forestieri il Denon, il Maisonfort, la Lebrun, il Byron,
la Stael, il Chateaubriand; fra gli italiani il Cesarotti, il Cicognara,
il Botta, il Monti, il Rasori, il Carrer, il Foscolo: il quale,
capitatovi giovinetto e persuaso dall'esperienza della _celeste Temira_,
che aveva diciotto anni più di lui, vi si indugiò ad ascoltare le prime
lezioni di filosofia della vita. Ma lasciamo i colloqui intimi; e
lasciamo anche le serate di gala, nelle quali l'italiano o il francese o
l'inglese famoso sono mostrati alla folla come insegna e richiamo:
veniamo a' convegni usuali, composti, pacati; chè allora si intende
quale sia il salotto: non così finchè undici persone di undici paesi
diversi, compreso un chinese, stanno lì a offrire incensi alla padrona
di casa.
Il Malamani scavò nel Museo Civico di Venezia certo scritto di Lorenzo
Paron, specie di processo verbale di una di quelle adunanze; ma nel
pubblicarlo, quasi a malincuore, soggiunse che per quel documento
pioveva sulla conversazione dell'Albrizzi un raggio pallido e strano. Io
posso riepilogare, non riferire lo scritto del Paron; avverto soltanto
che, invece di un raggio pallido, pare a me che esso mandi luce
vivissima. Da principio, dialoghi insulsi inframezzati di barzellette
grassocce; a un certo punto la signora, senz'appiglio alcuno, senza che
se ne sappia il perchè, esce fuori a domandare se vi sieno commentari
oltre quelli di Cesare: — “Uhm! no.„ — “No? e allora, — ribatto, — come
va che Plutarco che consultavo stamattina parla di commentari, ecc.,
ecc.?„
E io me li figuro que' dotti tutti o più o meno innamorati. “Ah! che
donna! che divino intelletto! Consulta Plutarco di mattinata!„ — Ognun
d'essi a farle colpo sfodererà la propria dottrina; e si palleggiarono
difatti, narra il Paron, Demostene, Livio, Seneca, Platone. Vi ricordate
le parole del Lamartine? Dialoghi di defunti: dissertazioni non
conversazioni. Il Denina del rimanente e in argomento di lode, lo dice
schietto del salotto della Verza a Verona: una vera accademia di belle
lettere: e il Montanari dichiarando, soggiunge: “nè quella che aveva
fondato in Milano un secolo prima Teresa Visconti, e di cui parla il
Tiraboschi nella storia della nostra letteratura, era stata men
benemerita.„
Dunque accademie; e diciamo pure benemerite, sebbene non si vegga quali
fossero le vantate benemerenze, ma salotti no. Non già che non possa
parlarsi in un salotto, e non si parlasse forse anche a Parigi, di
Platone o di Seneca; ma qui se ne parlava soltanto per far pompa di
un'erudizione che era fine a sè stessa. Tutte quelle donne, alle quali
il bravo Girolamo Pompei aveva insegnato il greco, non potevano stare se
non rammentavano a tutti ogni momento che lo sapevano. Non un pensiero
originale mai, non mai un'arguta sentenza, di cui dovrebbe trovarsi ne'
carteggi o nelle _Memorie_ la traccia. La maggior parte de'
frequentatori di que' salotti era quello che era: nè poteva aspettarsi
che dalla testa di Mario Pieri, dell'abate Franceschinis o di Clementino
Vannetti uscisse ciò che usciva dalla testa del D'Alembert, del Grimm,
del Diderot; ma lo stuolo eletto c'era anche qui. Se non che, in Francia
la D'Houdetot, la Geoffrin paiono avere a regola e guida la risposta di
Curzio Dentato a' Sanniti: “Io fo poco conto dell'oro: molto di
signoreggiare su coloro che lo posseggono„; così ad esse piuttosto che
l'ostentare il proprio ingegno e la propria coltura premeva incitare
l'ingegno, sfruttare la coltura altrui, e vi si adoperano con tatto
meraviglioso. Non pretendono insegnare, osservano e imparano, mutando a
poco a poco la istintiva chiaroveggenza in sagacia incomparabile. _Vous
avez été charmant aujourd'hui_, diceva una volta la Geoffrin a Bernardin
de Saint-Pierre dopo aver lungamente conversato con lui: e l'altro: _Je
ne suis qu'un instrument dont vous avez ben joué_. L'Albrizzi, la Verza,
invece, primeggiano nei loro salotti: e composto intorno a sè un
uditorio, fanno cattedra del canapè. La conversazione perciò a casa loro
cammina sulla traccia segnata dal loro ingegno mediocre, dalla loro
coltura grave ed angusta. La Geoffrin, la D'Houdetot pensano agli altri:
battono selce con selce, per isprigionare scintille onde poi si
accendano e propaghino nuove luci a irraggiare la Francia; la Verza,
l'Albrizzi pensano a sè; vogliono andare a' posteri e, perchè sentono
che non han forza a tanto viaggio, cercano chi le accompagni e sorregga.
C'è, sì, anche a Parigi, una donna che non si rassegna nel proprio
salotto alla parte modesta di ascoltatrice attenta o di incitatrice
opportuna, e disputa e giudica e impone: la Du Deffand: ma quale donna!
l'acume e lo spirito fatti persona. Le sue lettere, documento prezioso
alla storia politica, sociale, morale della Francia d'allora, sono
capolavori di naturalezza, di grazia, di malizia, di profondità.
Paragonate, i suoi _Portraits_ con i _Ritratti_ della Verza e
dell'Albrizzi: quelli potrebbe averli fatti il Saint-Simon, questi, a
dire il vero, non vorrei averli fatti nemmeno io.
Ancora: io non vi do quelle donne francesi per stinchi di santo, ma la
civetteria era bandita da' loro salotti: ne' salotti invece della Verza,
dell'Albrizzi, della Martinetti è uno spasimare continuo e un continuo
provocare gli spasimi. Spasima il Monti per l'Albrizzi:
Chiudi, o misero cor, chiudi la porta:
Non mostrar tue ferite alla superba,
Chè in quel bel seno la pietade è morta.
Spasima (o si sfoga quasi con le parole medesime) il Costa per la
Martinetti:
Atti soavi, altere voglie oneste,
Senno e virtude non mai pigra o stanca.
Fuor che un po' di pietà nulla le manca.
E spasima il Giordani, ma egli si sfoga con parole troppo più acerbe.
Io non mi ricordo nemmeno più se i sospiri sieno piacevoli nei colloqui
in due; certo è che in tre sono insopportabili; peggio fra dieci o
dodici. Nulla di più antipatico che i languori portati a processione,
nulla che geli più la conversazione della presenza d'un innamorato
infelice. Il salotto della Recamier, che rammenta quello della
Martinetti, guasto appunto dalla coorte degli spasimanti inascoltati,
per cagion loro appare agli occhi nostri meno attraente di quelli che lo
precederono.
Ve la ricordate la Recamier? Due generazioni di uomini illustri le si
prostrarono innanzi adoranti; fu tenuta per la più bella donna di quel
tempo, che pur mirò la Tallien, la Santacroce, Giorgina Spencer e la
duchessa di Devonshire. Luciano Bonaparte smaniò, Augusto Kotzebue
sofferse, Matteo di Montmorency pianse, Beniamino Constant impazzi quasi
per lei: a lei il Ballanche e il Chateaubriand volsero morendo gli occhi
amorosi.
Statua maravigliosa che nessun Pigmalione valse a smuovere dal suo
piedistallo, si serbò pura della purezza del marmo, fatto apposta per
sfidare gl'incendi. Sotto il Consolato, quando ella entrava ne' diciotto
anni, già eran celebri i ritrovi nella sua casa in Via del Montebianco,
o nella sua villa a Clichy: là fremevano del sollecito oblìo i letterati
della rivoluzione, il Lemontey, il Legouvé, il Dupaty: là gemevano sulle
sorti della Francia i vecchi cortigiani di Luigi XV, il De Guignes, il
Narbonne, il Lamoignon: là bramosi di fortuna e di gloria, ineggiavano
alla Francia nuova il Massena, il Bernadotte, il Beauharnais: là il
Fouché dimostrava la utilità del regicidio al principe Pignatelli che
non lo stava a sentire, intenti gli occhi malinconici nei grandi occhi
azzurri della padrona di casa. In mezzo a loro la divina Giulietta,
sempre vestita di bianco, con un fisciù rosso _alla creola_, solo
ornamento de' capelli ondati, abbondanti. _Nimium pulchritudini nocet
ornamentum_; i troppi ornamenti nuociono alla bellezza, le aveva
insegnato il Bouilly, con le parole di Apulejo. Cortese con le donne,
con gli uomini affabile, salutava e questo e quello con vocativi diversi
e tutti innocenti: _mon ami_ al Chateaubriand, _mon camarade_ al
Bouilly, _mon petit frère_ al Dupaty: e così ogni sera fino all'ora
dello svenimento. Perchè pur troppo nessuno a questo mondo è perfetto e
la Recamier aveva anch'essa il suo mancamento e si sveniva tutte le sere
alle undici in punto. Bisognava portarla di peso sul letto: riavutasi,
gli ospiti le sfilavano innanzi inteneriti, rapiti: e il cortinaggio,
scrive il Lamartine che pur crede simulati gli svenimenti, il
cortinaggio scendeva a separare le ineffabili grazie dai desideri
ineffabili.
Della Martinetti, Ernesto Masi, il quale pare di lei innamorato tanto
quanto il Costa e il Giordani medesimo, scrive: l'adorazione sottomessa
e rassegnata fu il sentimento di cui ella più si compiacque. Sarà: io
non voglio avvelenare di dubbiezze o sospetti l'animo dell'indulgente
biografo: soltanto poichè ho detto che il salotto della Martinetti per
la folla degli adoratori si assomigliava a quello della Recamier, debbo
aggiungere che la Recamier se s'inebriava degli incensi, non aizzava i
turiferari. Per la Martinetti, vedutala a Bologna, il Foscolo prese di
primo acchito una delle solite ubriacature, e andatosene a Firenze
perseguitava la bella Cornelia con lettere bollenti. Ella rispose,
grave, che smettesse: si sentiva (son parole sue) soavemente sicura del
proprio cuore, perciò l'insistere fatica buttata; egli malazzato avesse
cura di sè, badasse a curarsi e non s'ostinasse in quelle fantasie.
Brava! e benedetta la sincerità! Se non che il Foscolo, replicando, le
scrive: “avrò cura di me: qui la prima lezione diceva _abbi cura di te_,
l'avete mutata; ho poi trascorsa tutta la vostra terza facciata ed ho
trovato sotto la correzione del _voi_ molte traccie del _tu_„. Via, qui
non c'è indulgenza che tenga: quando una donna scrive ad un uomo ha da
esser decisa sul pronome da adoperare; quando una lettera non esprime
chiaro il pensiero si strappa; quando una parola si cancella, si
cancella per modo che non appaia; quando si mettono gl'innamorati alla
porta, non si lascia la porta socchiusa. Ma erano, su per giù, tutte
così quelle signore: mezze donne e mezze uomini; degli uomini avevano
tutte le ambizioni, delle donne tutte le debolezze; tutti i pregi fisici
del loro sesso, molti difetti morali dell'un sesso e dell'altro.
Così, sebbene materiale di letteratura, sebbene sempre attorniate da una
cerchia di letterati, passarono, senza esercitare alcuna influenza sopra
la letteratura del tempo loro, senza lasciare un libro, una pagina, un
motto che a quel tempo sopravvivesse. Noi, infermi di curiosità, ci
affatichiamo oggi a rintracciare per gli archivi e le biblioteche le
orme loro, ci affacciamo in ispirito a que' salotti, riponiamo al loro
posto i medaglioni, gli specchi, gli stucchi, le stoffe, delle quali c'è
noto perfino il colore; ma al primo sussurrare delle voci, ci assale un
senso di stanchezza e di noia. Aria! Aria! Apriamo le finestre: entrino
nei salotti ammuffiti nuove correnti di sentimenti e di idee. Ecco,
quanto sentiva di rossetto e di cipria, quanto sapeva di goffa
imitazione francese, è spazzato: la Verza, la Grismondi, l'Albrizzi, la
Martinetti, si dileguarono come fantasmi; i pastelli di Rosalba Carriera
presero la via del museo. Eccolo il salotto italiano. Potete voi entrare
a scaldarlo con la fiamma degli animosi presagi, o Teresa Confalonieri,
o Costanza Arconati, o Cristina di Belgioioso!
VINCENZO MONTI
(1754-1828)
CONFERENZA
DI