Una sera del maggio 1810, Alfonso di Lamartine, appena diciannovenne, in
una diligenza sconquassata e seduto accanto al cocchiere, entrava per la
porta San Gallo in Firenze. Poco innanzi, sua madre assestando la camera
di lui aveva trovato una rosa appassita, delicatamente avvolta in un
pezzo di mussolina, e dei versi:
Ah! repose à jamais dans ce sein qui t'abrite
Rose, qui mourus sous ses pas,
Et compte sur ce cœur combien de fois palpite
Un rêve qui ne mourra pas!
Un sogno che non morrà! Esperta che a' sogni di quella specie, in
quell'età vaticinati immortali, è quasi sempre, invece, micidiale il
mutamento di clima, la signora di Lamartine mandò sogno e figliuolo a
viaggiare per l'Italia; il figliuolo si fece più sano e robusto che mai,
il sogno lo uccisero le prime acute brezze dell'Alpi; ora per gli orti
fiorenti sulle estreme pendici dell'Appennino, inutilmente le rose
sporgevano di là dalle siepi le corolle fragranti: nello approssimarsi
alla città di Dante e di Michelangelo il giovinetto poeta non cercava
col guardo, non vedeva più che gli allori. Andava fresco della lettura
dei grandissimi fra' nostri scrittori, nella città che era già per lui
la città degli incanti e delle memorie; vi andava con fantasia accesa
così, che nel tragitto dalla porta San Gallo alla locanda di Parione ove
lo condusse il suo automedonte, si figurò scorgere fontane zampillanti
che non ci sono mai state; e perchè tra le fandonie di non so qual libro
di viaggi aveva imparata anche questa: che i soffitti delle case a
Firenze si costruiscono con legno di cedro, gli parve olezzassero del
profumo dei cedri tutte quante le strade.
Que' miraggi vanirono; ma innanzi agli occhi stupefatti, sfolgorarono in
splendori sempre più fulgidi le luci della storia e dell'arte. Il
Lamartine era partito dalla Francia con molte e ragguardevoli
commendatizie; dopo brevi ore di soggiorno a Firenze, deliberato a
vivere co' morti soltanto, s'era proposto di non recapitarne veruna. Se
non che, letto sul sepolcro dell'Alfieri innanzi al quale, secondo egli
scrive, sentì sorgere nell'anima il primo desiderio di fama; sul
sepolcro dell'Alfieri letto il nome della contessa d'Albany, pensò che
aveva una lettera anche per lei: quella, quella sola e subito lo punse
una impaziente bramosia di consegnarla. E uscì da Santa Croce, già
smanioso di conoscere la donna che l'Alfieri aveva fatta compagna della
propria vita e quasi partecipe della propria gloria; di penetrare in
quel salotto, celebre oltre i confini d'Italia, in cui certo sbocciavano
le più argute originalità del pensiero fra le più briose eleganze della
parola.
Ahimè! donna e salotto gli preparavano un disinganno per uno.
La contessa aveva allora cinquantotto anni; che nulla nell'aspetto di
lei ricordasse, per dirla col Lamartine, _la regina d'un cuore_
s'intende; ma egli soggiunge: e neanche _la regina di un impero_; parole
che, pur velando il rammarico di solennità, esprimono intorno alla
d'Albany il pensiero medesimo del Chateaubriand, cui ella parve “volgare
nel portamento e nella fisonomia„; del duca di Broglie che la giudicò
_une veritable commère_, e del Capponi che la disse “di forme massiccia,
d'animo materialotta, vestita come una lavandaia„. Il salotto lasciamo
che il Lamartine lo descriva da sè: “Dopo pranzo entrammo nella stanza
di conversazione, ove intorno alla contessa s'adunava seralmente una
schiera di uomini illustri o nati a Firenze o a Firenze venuti dalle
diverse regioni d'Italia. Ascoltavo con curioso raccoglimento i nomi
loro, via via che il servitore andava annunziandoli: nomi di famiglie
che le storie mi avevano insegnato a conoscere, nomi di professori e di
letterati ancor nuovi per me. A mano a mano che costoro entravano,
andavano a sedersi in semicerchio, intorno ad un tavolino carico di
volumi accatastativi sopra, e dietro al quale se ne stava la contessa
mezza sdraiata sopra un canapè.„
Già quel tavolino, quella catasta di libri, quel semicerchio dicono
abbastanza; ma il Lamartine dice ancor più. Egli, disposto a veder tutto
bello, tenta in sulle prime dissimulare e dissimularsi la delusione che
gli toccò: ripensando gli scrittori e gli artisti ch'egli udì ricordare
in quel convegno, presso alla camera ove l'Alfieri era morto (a
cominciare dal Rinascimento e giù giù fino al Parini ed al Monti) esce
in un inno al genio italiano “pianta la quale vegeta, come i rovi del
Colosseo, più che ne' solchi, vivace fra le ruine„. Ma quando siamo allo
stringere, quando egli vuole schiettamente confessare agli altri ed a sè
le proprie impressioni, allora gli viene importunamente spontanea sotto
la penna, la più titubante parola del vocabolario: il _però_. _Però_, a
ben considerare, di che si discorse quella sera, in quella stanza, da
que' gentiluomini, da que' professori, da que' letterati? Di un
argomento unico, quasi proposto alla gara di erudizioni ingegnose e vane
per giunta; delle ragioni, cioè, di preminenza letteraria o artistica
che l'una città d'Italia poteva vantare in paragone delle rivali.
Dissertazioni, non conversazioni; gelidi colloqui di defunti, non
dialoghi attraenti di vivi. Che salotti? Oramai egli non si perita più
di chiamare le cose col vero nome: quella non era altro che
un'accademia. Ugo Foscolo non dà diverso giudizio: in quel crocchio,
egli scrive, io mi sto muto e freddo come la sedia che opprimo.
Ben diverse dalle riunioni nella casa del Lungarno a Firenze, le
riunioni nel palazzo di Via Montparnasse a Parigi, dove la contessa
abitò dal 1788 al 1791; e alle quali intervenivano, per tacer d'altri
moltissimi, e il Mercy d'Argenteau, e il Montmorin, e il Necker e
Giuseppina Beauharnais e gli Stael moglie e marito, e i Boufflers madre
e figlio, e il Cherubini radioso pe' felici successi della sua
_Lodoiska_ e il Beaumarchais prossimo a dar l'ultima mano alla sua
_Madre colpevole_; della quale, compiuta che sia, offrirà le primizie
alla D'Albany e agli amici di lei. Ma Parigi era Parigi; e se il
Lamartine si figurò di trovare a Firenze nel 1810 un salotto, il quale
rivaleggiasse coi francesi del secolo innanzi e ond'egli forse aveva
udito a casa narrar meraviglie, fu il suo errore tale, che soli valgono
a scusarlo la recente dimora e gli anticipati entusiasmi.
Io non parlo, badiamo, de' salotti parigini nei quali si lavorava a
scavalcare o a tenere in sella un ministro, e la conversazione era, più
che altro, una scusa: di quelli, per citare due soli ad esempio e non
dei più celebri, della marchesa di Lambert sotto la reggenza e della
duchessa di Grammont durante il regno di Luigi XV. In Francia il
Molière, versificando una sentenza di Giovanni V duca di Bretagna,
affermò che una donna ne sa abbastanza quando è capace di distinguere
una giacchetta da un paio di calzoni; e lasciò intendere che una delle
poche occupazioni dicevoli alla più bella metà del genere umano era
appunto il cucire o rammendare calzoni e giacchette. Ma le francesi
degli alti ceti a tanta esiguità di nozioni, a tanta placidità di uffici
non si rassegnarono mai; e così prima come dopo gli ammonimenti del gran
comico, ambirono a governare lo Stato, e quando governare non potevano,
si adoperarono a sconvolgerlo; e invece di filare, com'egli avrebbe
desiderato, dettero del filo a torcere ai ministri e ai luogotenenti
generali della polizia. “Beati voialtri spagnuoli„, diceva il Mazarino a
don Luiz de Haro, intanto che insieme imbastivano la pace de' Pirenei.
“Beati voialtri spagnuoli. In Spagna le donne si contentano d'essere
galanti o devote, obbediscono all'amante o al confessore; da noi
pretendono di spoliticare e si arrogano di comandare anche al Re.„ E se
il Mazarino credè che debellata la Fronda, la Chevreuse sottomessa, la
Longueville esule in Olanda sarebbero stati alle donne in Francia esempi
di efficacia durevole, ognun sa di quanto ei s'ingannasse. Il secolo
seguente vide, nato da poco, la Maintenon spaventare la devozione di
Luigi XIV e ottenere più dura la persecuzione de' giansenisti; e lei
morta appena, per cinquant'anni segnatamente, dal 1720 al 1770, dal
giorno cioè in cui l'abate Dubois entrò nella diocesi di Cambrai a
riposare il corpo logoro dagli stravizi sulla cattedra onorata dal
Fénélon, sino al giorno in cui il duca di Choiseul andò confinato nel
castello di Chanteloup; trionfi e catastrofi di ministri e di cortigiani
furono opere femminili. Le donne, nota il Montesquieu, formano una vera
repubblica, uno Stato nello Stato, i cui cittadini operosissimi si
aiutano di servizi reciproci; e chi dimorando a Versailles, o a Parigi,
o in provincia mira affaccendarsi ministri, magistrati, prelati e non
conosce le donne che li sospingono, è da paragonarsi a chi vegga agire
una macchina, senza sapere per quali congegni si muova. È una donna,
M.me de Tencin, quella che suggerisce ad un'altra donna, la Chateauroux,
il più felice pensiero del nuovo regno, la presenza del re alla guerra
di Fiandra; è una donna, la Pompadour, quella che conduce la Francia
all'alleanza austriaca e alla guerra dei sette anni; più tardi la
Tallien preparerà Termidoro, e dopo Termidoro la Stael impedirà la
ristorazione della monarchia. Salvo brevi intervalli, in Francia nel
secolo passato, come altri avvertì, la donna è la sommità onde tutto
discende, il modello su cui tutto si foggia, la sorgente onde sgorgano
rapide fortune e sciagure improvvise. Essa dispone del danaro pubblico e
del sangue de' soldati, regola la politica estera, l'interna, la
militare; scrive note diplomatiche, fa sottoscrivere lettere
d'imprigionamento, invia piani di guerra a' quartieri generali e si
serve de' finti nèi rimasti sulla toilette per indicare le posizioni dei
reggimenti: essa è, in breve, il principio che governa, la volontà che
dirige, la voce che comanda.
Diverse, troppo diverse le nostre dalle condizioni della Francia in quel
tempo: e perciò non fu in Italia salotto, che avesse pur l'ombra
dell'importanza politica cui parecchi de' Francesi pervennero. Ma
neppure salotti di più geniale natura potevano nel secolo scorso non che
fiorire attecchire in Italia, da pareggiare quelli che furono scuola e
norma della colta, arguta, disinvolta garbatezza francese; dei quali sir
Nathaniel Wraxall scriveva che vi si era perfezionata la più utile e
gradevole delle arti, l'arte del conversare: e il Talleyrand che chi non
aveva frequentato que' ritrovi non conosceva il più dolce de' godimenti
dello spirito: salotti ove chiedevano in grazia d'essere accolti gli
ambasciatori subito dopo la presentazione a Versailles, i sovrani appena
giunti a Parigi.
In Italia, al fiorire, anzi al sorgere di ritrovi altrettali troppi
impedimenti si opposero: il generale costume, quando non la scarsità la
qualità della coltura, finalmente e principalmente le donne.
Perchè è tempo di ben determinare il significato delle parole: quando si
dice salotto si sottintende _padrona di casa_: dov'essa manchi, voi
potete sì adunare in una stanza quanti uomini vi piaccia spiritosi
insieme e eruditi (se pur la combinazione è possibile) e piacevoli e
originali conversatori e novellatori: e quello sarà un circolo, un
consesso, un areopago, un Olimpo, ma un salotto no. In Italia le padrone
di casa mancarono; onde pochi i salotti e tali che il Lamartine li
definì tutti quanti, allorchè, ricordando la D'Albany e gli ospiti suoi
scrisse: non salotto, accademia.
Prima della rivoluzione la borghesia ha poca voce in capitolo: quali i
costumi, la coltura delle signore italiane, quali le occupazioni loro?
Se con la guida de' carteggi e dei libri di _Memorie_ che ci rimangono
di quel tempo, si percorra la penisola in lungo ed in largo, dal più al
meno le occupazioni loro son le medesime dappertutto: giuoco, teatri,
pettegolezzi, cicisbei.... o peggio. A Napoli più teatro, più
pettegolezzi che altrove, meno giuoco e pochissimi cicisbei. Ma non c'è
da rallegrarsene: poco limbo, più inferno. Io non riferirò qui ciò che
delle signore napoletane scrisse il Berenger, incaricato di Francia a
Napoli nel 1770: lascerò che una donna, una saggia donna, la signora di
Saussure racconti lei aneddoti, che danno di que' costumi una
chiarissima idea. Un giorno la signora di Saussure va in casa della
principessa di Belmonte a veder passare una processione; tornatane
scrive: “Spettacolo più nuovo assai era il contegno delle signore che mi
erano accanto su quella terrazza, e ch'io trovavo ogni giorno ora in una
casa ora in un'altra. Quando riconoscevano nella processione un dei loro
amanti — “Ah!„ gridavano — “ecco il tuo innamorato! Ecco, il mio! Ah!
come è bello! Gioia mia, che Dio ti benedica!„ e un ammiccare continuo
dalla strada alla terrazza, dalla terrazza alla strada, e grida e saluti
e scoppi di risa.„ — Nè la scostumatezza, cinica così da parere
inconsapevole, si fermava alla porta del palazzo reale. La principessa
di Pietra Perzia diceva alla Regina: “Io voglio un amante e Vostra
Maestà me lo ha da scegliere lei stessa,„ e l'altra: “Va bene, va bene
figlia mia, ve lo sceglierò io.„
C'era, come ognun vede, poco posto per i salotti: occupavano troppo
spazio le alcove. E se un'artista, la Vigée-Lebrun, fuggendo la
compagnia di donne che l'Hamilton qualifica, senza ambagi, ignoranti,
vorrà a Napoli frequentare chi non parli di mode, d'amore e di scandali,
le sarà giocoforza bussare alla porta di altri forestieri: o della
contessa Scawronska, moglie del ministro di Russia o del principe di
Rohan ambasciatore dell'ordine di Malta, o di lady Orford, o della
bellissima duchessa di Fleury, peccatrice emula delle napoletane, ma
peccatrice fantasticante e passionata, romantica prima del romanticismo;
nella consuetudine del conversare squisito addestrata così nel proprio
salotto alle scherme dialogiche, da rintuzzare con arguzia signorile una
triviale impertinenza di Napoleone. Rifugiatasi in Italia durante il
Terrore, ella tornò ne' primi anni dell'impero in Francia, dove le sue
avventure (altrettante sventure) eran note; e imbattutasi un giorno in
Napoleone, questi così la interrogò a bruciapelo:
— “Aimez vous toujours les hommes?„