_Come in corte fu fermata la pace dal re d’Ungheria a’ reali di Puglia._
Essendo per lungo tempo trattata in corte di Roma a Vignone la pace
tra il re d’Ungheria e i reali del regno di Cicilia di qua dal Faro,
papa Clemente essendo guarito della sua infermità, nella quale aveva
avuta grave riprensione di coscienza, perchè aveva sostenuta la detta
causa in contumacia, potendola acconciare, con singulare sollecitudine
mise opera che la pace si facesse. Ed essendo il re d’Ungheria con un
solo fratello re di Pollonia, senza avere altri consorti fuori de’
reali del regno di Cicilia, e già soddisfatto in parte non piccola
della vendetta del fratello, agevolmente si dispose a volere la pace,
gradendola al papa e a’ cardinali che con istanza ne pregavano, e però
mandò a corte suoi ambasciadori con pieno mandato, informati di sua
intenzione, lo eletto di cinque chiese, e un vescovo d’Ungheria, e
Gulforte Tedesco fratello di messer Currado Lupo vicario nel Regno del
detto re; e del mese di gennaio 1351, i detti ambasciadori in presenza
del papa e de’ cardinali, come ordinato fu per lo detto papa, si fece
la pace con gli ambasciadori del re Luigi e della reina Giovanna in
nome di tutti i reali di quella casa. E per parte del re Luigi e della
reina furono fatte l’obbliganze, per le quali, secondo che ’l papa e i
cardinali aveano trattato, il re e la reina doveano dare e restituire
al re d’Ungheria trecentomila fiorini d’oro in diversi termini,
per sodisfacimento delle spese che il re d’Ungheria avea fatte in
quell’impresa del Regno. E fatte le dette cautele e la detta pace, il
papa per l’autorità sua e del consiglio de’ suoi cardinali per decreto
confermò ogni cosa, confermando la pace, e consentendo all’obbligagione
pecuniaria del reame. E fornito ogni cosa solennemente, innanzi che
della casa si partissono le parti, gli ambasciadori del re d’Ungheria,
improvviso a tutti, seguendo il mandato segreto che aveano dal
loro signore, di grazia spontaneamente, per propria volontà del re
d’Ungheria, finirono e quetarono al re, e alla reina, e a’ reali di
Puglia, e al Regno, e alla Chiesa di Roma, di cui è il detto reame,
i detti trecentomila fiorini d’oro, dicendo, come il loro signore non
avea fatta quell’impresa per avarizia, ma per vendicare la morte del
suo fratello. E incontanente si partì Gulforte, e tornò in Ungheria a
fare assapere al re come fatto era quanto egli avea comandato, a grande
grado e piacere di santa Chiesa. E i sopraddetti prelati andarono
nel Regno a trarne gli Ungheri che v’erano salvamente, e a fare per
comandamento del loro signore restituire al re Luigi e alla reina tutte
le città, e terre e castella che la sua gente vi tenea. E fatto questo
accordo, quale che si fosse la cagione, il re d’Ungheria non lasciò
incontanente i reali ch’aveva prigioni in Ungheria, anzi gli tenne
insino al settembre prossimo, come al suo tempo si dirà, occorrendoci
altre cose che prima richieggono il debito alla nostra penna.