_Come fu in Firenze tagliate le teste a più de’ Guazzalotri di Prato._
Avendo narrata la grande crudeltà de’ Catalani, un’altra sotto ombra
di non vera scusa, non senza biasimo dell’abbandonata mansuetudine
del nostro comune, ci s’offera a raccontare. I Guazzalotri di Prato,
come è detto addietro, innanzi che il comune il comperasse, usando la
tirannia di quello tirannescamente, ne furono abbattuti: per questo
l’animo di Iacopo di Zarino caporale di quella casa era mal contento,
avvegnachè assai onestamente sel comportasse. Avvenne che alquanti
cittadini di Firenze, animosi di setta, calunniarono lui e alquanti
cittadini di Firenze di trattato contro al comune, della qual cosa
convenne che in giudicio si scusassono, e non trovandosi colpevoli, fu
infamia a quella gente che quello aveano loro apposto, ed egli con gli
altri infamati furono prosciolti. Avvenne appresso, o per fuggire il
pericolo degl’infamatori, o per sdegno conceputo, andando per podestà a
Ferrara, fu ritenuto dal tiranno di Bologna e poi lasciato, rimanendo
per stadico il figliuolo; e tornato a Firenze, e preso sospetto di
lui, fu confinato a Montepulciano: i quali confini, qual che si fosse
la cagione, e’ non seppe comportare, e fece suo trattato col signore
di Bologna per ritornare in Prato; per la qual cosa venne a Vaiano in
Valdibisenzio, e fece richiedere de’ suoi amici, e da Siena vennono
lettere al comune di Firenze di questo fatto: per le quali il nostro
comune di presente vi mise gente d’arme alla guardia, per modo che
non se ne potea dottare. Nondimeno i cittadini che reggevano allora il
comune, animosi per setta, volendo aggravare l’infamia, in su la mezza
notte feciono chiamare delle letta e armare i cittadini, e trarre fuori
i gonfaloni, come se i nimici fossono alle porti, di che i reggenti
ne furono forte biasimati. Nondimeno seguendo loro intendimento,
aveano fatto venire da Prato tutti gli uomini di casa i Guazzalotri,
i quali per numero furono sette; e incontanente, come uomini guelfi
e innocenti, e che dell’imprese di Iacopo di Zarino erano ignoranti,
vennono a Firenze: ed essendo tutti in su la porta del palagio de’
priori, un fante giunse il dì medesimo, che le guardie erano rinforzate
in Prato, il quale disse loro da parte di Iacopo, com’egli intendea
d’essere quella notte in Prato. Costoro di presente furono a’ signori
e a’ loro collegi, e dissono quello che in quell’ora Iacopo avea loro
mandato a dire, scusando la loro innocenza. I priori co’ loro collegi
non dimostrando di loro alcuno sospetto, gli licenziarono per quel
giorno: l’altra mattina gli feciono chiamare, e tutti senza sospetto
andarono a’ signori, fuori d’un giovane, il quale quanto che non
fosse colpevole, temette di venire in esaminazione; gli altri furono
ritenuti, e messi nelle mani del capitano del popolo, uomo di poca
virtù, e fatti pigliare certi Pratesi, e un Fiorentino de’ Galigai,
e due fabbri di contado, tutti per gravi martori confessarono, come
coloro che questo feciono fare vollono, e subitamente, improvviso
agli altri cittadini, il detto capitano, del mese di marzo 1351,
fece decapitare i nove, e i fabbri impiccare; la qual cosa fu tenuta
crudele e ingiusta sentenza, e molto dispiacque a’ cittadini, perocchè
manifesto fu che non erano colpevoli. Abbiamone detto steso per due
cagioni, l’una per manifestare di quanto pericolo sono le sette
cittadinesche, che i giusti spesso com’e’ colpevoli involgono in
capitale sentenza; la seconda per dimostrare quanto a Dio dispiace
quando si spande l’innocente sangue: che per quello che i Guazzalotri
poco innanzi sparsero per tirannia nella loro terra, il loro per
simigliante modo fu sparto nella città di Firenze.