CAP. LXII.

_Come fu in Firenze tagliate le teste a più de’ Guazzalotri di Prato._

Avendo narrata la grande crudeltà de’ Catalani, un’altra sotto ombra

di non vera scusa, non senza biasimo dell’abbandonata mansuetudine

del nostro comune, ci s’offera a raccontare. I Guazzalotri di Prato,

come è detto addietro, innanzi che il comune il comperasse, usando la

tirannia di quello tirannescamente, ne furono abbattuti: per questo

l’animo di Iacopo di Zarino caporale di quella casa era mal contento,

avvegnachè assai onestamente sel comportasse. Avvenne che alquanti

cittadini di Firenze, animosi di setta, calunniarono lui e alquanti

cittadini di Firenze di trattato contro al comune, della qual cosa

convenne che in giudicio si scusassono, e non trovandosi colpevoli, fu

infamia a quella gente che quello aveano loro apposto, ed egli con gli

altri infamati furono prosciolti. Avvenne appresso, o per fuggire il

pericolo degl’infamatori, o per sdegno conceputo, andando per podestà a

Ferrara, fu ritenuto dal tiranno di Bologna e poi lasciato, rimanendo

per stadico il figliuolo; e tornato a Firenze, e preso sospetto di

lui, fu confinato a Montepulciano: i quali confini, qual che si fosse

la cagione, e’ non seppe comportare, e fece suo trattato col signore

di Bologna per ritornare in Prato; per la qual cosa venne a Vaiano in

Valdibisenzio, e fece richiedere de’ suoi amici, e da Siena vennono

lettere al comune di Firenze di questo fatto: per le quali il nostro

comune di presente vi mise gente d’arme alla guardia, per modo che

non se ne potea dottare. Nondimeno i cittadini che reggevano allora il

comune, animosi per setta, volendo aggravare l’infamia, in su la mezza

notte feciono chiamare delle letta e armare i cittadini, e trarre fuori

i gonfaloni, come se i nimici fossono alle porti, di che i reggenti

ne furono forte biasimati. Nondimeno seguendo loro intendimento,

aveano fatto venire da Prato tutti gli uomini di casa i Guazzalotri,

i quali per numero furono sette; e incontanente, come uomini guelfi

e innocenti, e che dell’imprese di Iacopo di Zarino erano ignoranti,

vennono a Firenze: ed essendo tutti in su la porta del palagio de’

priori, un fante giunse il dì medesimo, che le guardie erano rinforzate

in Prato, il quale disse loro da parte di Iacopo, com’egli intendea

d’essere quella notte in Prato. Costoro di presente furono a’ signori

e a’ loro collegi, e dissono quello che in quell’ora Iacopo avea loro

mandato a dire, scusando la loro innocenza. I priori co’ loro collegi

non dimostrando di loro alcuno sospetto, gli licenziarono per quel

giorno: l’altra mattina gli feciono chiamare, e tutti senza sospetto

andarono a’ signori, fuori d’un giovane, il quale quanto che non

fosse colpevole, temette di venire in esaminazione; gli altri furono

ritenuti, e messi nelle mani del capitano del popolo, uomo di poca

virtù, e fatti pigliare certi Pratesi, e un Fiorentino de’ Galigai,

e due fabbri di contado, tutti per gravi martori confessarono, come

coloro che questo feciono fare vollono, e subitamente, improvviso

agli altri cittadini, il detto capitano, del mese di marzo 1351,

fece decapitare i nove, e i fabbri impiccare; la qual cosa fu tenuta

crudele e ingiusta sentenza, e molto dispiacque a’ cittadini, perocchè

manifesto fu che non erano colpevoli. Abbiamone detto steso per due

cagioni, l’una per manifestare di quanto pericolo sono le sette

cittadinesche, che i giusti spesso com’e’ colpevoli involgono in

capitale sentenza; la seconda per dimostrare quanto a Dio dispiace

quando si spande l’innocente sangue: che per quello che i Guazzalotri

poco innanzi sparsero per tirannia nella loro terra, il loro per

simigliante modo fu sparto nella città di Firenze.

Cronica di Matteo Villani, vol. 1 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 168 / 190 题