CAP. LI.

_Come l’arcivescovo di Milano ragunò i suoi soldati per rifare guerra

a’ Fiorentini._

In questo tempo del verno, avendo l’arcivescovo di Milano fatte

rivedere e rassegnare le sue masnade tornate da Firenze, trovò ch’aveva

a fare ammenda di bene milledugento cavalli. E turbato forte nel suo

furore, propose di fare al primo tempo maggiore e più aspra guerra

a’ Fiorentini. E trovando che avea consumato senza acquisto grande

tesoro, volendolo rifare senza mancare la sua generale entrata, fece

nuova colta in Milano e in tutte le sue terre per sì grave modo, che

tutti i mercatanti si ritrassono delle loro mercatanzie nelle sue

terre: nondimeno a catuno convenne portare la soma che gli fu imposta;

per la quale gravezza accrebbe cinquecento migliaia di fiorini d’oro

sopra le sue rendite ordinarie in piccolo tempo. In queste oppressioni

molti parlavano biasimando l’impresa contro al comune di Firenze, e

rimproveravano quello che avea fatto loro il vile castelletto della

Scarperia per provvisione del comune di Firenze, essendovi intorno la

forza de’ Lombardi e de’ ghibellini di Toscana. E in tra gli altri

un cavaliere bresciano di grande età, amico e fedele alla casa de’

Visconti, biasimò l’impresa, dicendo semplicemente il vero, come

aveva ricordo di lungo tempo, che qualunque signore avea impreso

di far guerra al comune di Firenze n’era mal capitato, però per

amore che aveva al suo signore non lodava l’impresa. Le parole del

cavaliere furono rapportate all’arcivescovo; il tiranno inacerbito,

non considerando la fede dell’antico cavaliere, seguitando l’impetuoso

furore del suo animo, mandò per lui. E venuto nella sua presenza, il

domandò s’egli aveva usate quelle parole. Il cavaliere disse, che dette

l’avea per grande amore e fede ch’avea alla sua signoria, ricordandosi

dell’imperadore Arrigo, e dell’impresa di messer Cane della Scala e

degli altri che non erano bene capitati. Il tiranno infiammato nel

suo disordinato appetito, di presente fece armare un suo conestibile

con la sua masnada, e accomandogli il cavaliere, e disse il rimenasse

in Brescia, e in su l’uscio della sua casa gli facesse tagliare la

testa, e così fu fatto. Costui per la sua fede degno di premio e per

l’utile consiglio ricevette pena, la quale soddisfece colla sua testa

all’appetito del turbato tiranno.

Cronica di Matteo Villani, vol. 1 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 157 / 190 题