_Come l’arcivescovo di Milano ragunò i suoi soldati per rifare guerra
a’ Fiorentini._
In questo tempo del verno, avendo l’arcivescovo di Milano fatte
rivedere e rassegnare le sue masnade tornate da Firenze, trovò ch’aveva
a fare ammenda di bene milledugento cavalli. E turbato forte nel suo
furore, propose di fare al primo tempo maggiore e più aspra guerra
a’ Fiorentini. E trovando che avea consumato senza acquisto grande
tesoro, volendolo rifare senza mancare la sua generale entrata, fece
nuova colta in Milano e in tutte le sue terre per sì grave modo, che
tutti i mercatanti si ritrassono delle loro mercatanzie nelle sue
terre: nondimeno a catuno convenne portare la soma che gli fu imposta;
per la quale gravezza accrebbe cinquecento migliaia di fiorini d’oro
sopra le sue rendite ordinarie in piccolo tempo. In queste oppressioni
molti parlavano biasimando l’impresa contro al comune di Firenze, e
rimproveravano quello che avea fatto loro il vile castelletto della
Scarperia per provvisione del comune di Firenze, essendovi intorno la
forza de’ Lombardi e de’ ghibellini di Toscana. E in tra gli altri
un cavaliere bresciano di grande età, amico e fedele alla casa de’
Visconti, biasimò l’impresa, dicendo semplicemente il vero, come
aveva ricordo di lungo tempo, che qualunque signore avea impreso
di far guerra al comune di Firenze n’era mal capitato, però per
amore che aveva al suo signore non lodava l’impresa. Le parole del
cavaliere furono rapportate all’arcivescovo; il tiranno inacerbito,
non considerando la fede dell’antico cavaliere, seguitando l’impetuoso
furore del suo animo, mandò per lui. E venuto nella sua presenza, il
domandò s’egli aveva usate quelle parole. Il cavaliere disse, che dette
l’avea per grande amore e fede ch’avea alla sua signoria, ricordandosi
dell’imperadore Arrigo, e dell’impresa di messer Cane della Scala e
degli altri che non erano bene capitati. Il tiranno infiammato nel
suo disordinato appetito, di presente fece armare un suo conestibile
con la sua masnada, e accomandogli il cavaliere, e disse il rimenasse
in Brescia, e in su l’uscio della sua casa gli facesse tagliare la
testa, e così fu fatto. Costui per la sua fede degno di premio e per
l’utile consiglio ricevette pena, la quale soddisfece colla sua testa
all’appetito del turbato tiranno.