_Come messer Piero Saccone prese il Borgo a san Sepolcro._
Avendo messer Piero Saccone de’ Tarlati a Bibbiena il conte Pallavicino
con quattrocento cavalieri dell’arcivescovo di Milano, e cento di suo
sforzo per fare guerra, e standosi e non facendola, faceva maravigliare
la gente, ma egli nel soggiorno lavorava copertamente quello che
prosperamente gli venne fatto. Il Borgo a san Sepolcro, terra forte e
piena di popolo e di ricchi cittadini, e fornita copiosamente d’ogni
bene da vivere, era nella guardia de’ Perugini con due casseri forniti
alla guardia de’ castellani perugini e di gente d’arme. Messer Piero
aveva appo se uno suo fedele che aveva nome Arrighetto di san Polo,
questi era grande e maraviglioso ladro, e facea grandi e belli furti
di bestiame, traendo i buoi delle tenute murate e guardate, e rompeva
tanto chetamente le mura, che niuno il sentiva, e di quelle pietre
rimurava le porti a’ villani di fuori sì contamente, che prima aveva
dilungate le turme de’ buoi, e tratte per lo rotto del muro due o tre
miglia, che i villani trovandosi murate le porti, e impacciati dalle
tenebre della notte e dalla novità del fatto, le potessono soccorrere;
così n’avea fatte molte beffe, e accusatone di furto, messer Piero il
difendea, e davagli ricetto in tutta sua giurisdizione. Questi saliva
su per li cauti delle mura e delle torri co’ suoi lievi argomenti
incredibilmente, e quanto che fossono alte non se ne curava, ed era
dell’altezza maraviglioso avvisatore. Per costui fece messer Piero
furare la forte e alta torre del castello di Chiusi alla moglie
che fu di messer Tarlato. A costui scoperse messer Piero come volea
furare il Borgo a Sansepolcro, e mandollo a provvedere l’altezza della
torre della porta: il quale tornato disse, che gli dava il cuore di
montare in su la più alta torre che vi fosse; e avuta messer Piero
questa risposta, s’intese con uno de’ Boccognani del Borgo e grande
ghibellino, il quale odiava la signoria de’ Perugini, e da lui ebbe,
che se la porta e la torre fosse presa, e di fuori fosse forza di
gente a cavallo e a piè grande, ch’egli con gli altri ghibellini
d’entro verrebbono in loro aiuto a metterli dentro. E dato l’ordine
tra loro, messer Piero con cinquecento cavalieri e duemila pedoni un
sabato notte, a dì 20 del mese di novembre del detto anno, improvviso
a’ Borghigiani, innanzi il dì fu presso al Borgo; e mandato Arrighetto
con certi masnadieri eletti in sua compagnia a prendere la torre
e la porta, il detto Arrighetto con suoi incredibili argomenti in
quello servigio, cintosi corde, e aiutato di non esser sentito per
uno grande vento che allora soffiava, e avea ristrette le guardie
sotto il coperto, montò in su la torre della porta, ed essendovi due
sole guardie, si recò il coltello ignudo in mano, e mostrò d’avere
compagnia, minacciandoli d’uccidere. Eglino storditi per la novità,
non sapendo che si fare, stettono cheti per paura, e Arrighetto data
la corda a’ masnadieri ch’erano a piè del muro, con una scala leggieri
di funi tirò su l’uno de’ capi e accomandollo a uno de’ merli, e
incontanente montati suso per quella l’uno appresso l’altro dodici
masnadieri, e quando si vidono signori della porta, feciono a quelli
traditori d’entro certo segno ordinato. Quello de’ Boccognani veduto il
segno come la porta era presa, fece sonare a stormo una campana d’una
chiesa, al cui suono, come ordinato avea, tutti i ghibellini del Borgo
furono all’arme e traevano verso la porta. I guelfi che non sapeano il
tradimento traevano storditi alla piazza senza niuno capo; e schiarito
il dì, vedendo aperta e presa la porta per i ghibellini, e sentendo
come messer Piero era di fuori con molta gente, non vedevano da potere
riparare; ma i ghibellini non volendo guastare la terra sicurarono i
guelfi che ruberia non vi si farebbe, e senza contasto vi lasciarono
entrare messer Piero con tutta la sua gente e del conte Pallavicino,
e non vi si diè colpo e non vi si fece alcuna ruberia: e così messer
Piero ne fu signore; ma le due rocche che erano forti e guardate
per li Perugini si misono alla difesa, per attendere il soccorso de’
Perugini. Messer Piero e il conte senza prendere soggiorno con tutta
la sua gente a cavallo e a piè uscirono del Borgo, e accamparonsi
di fuori dirimpetto alle rocche per torre la via a’ Perugini, e
fecionsi innanzi al loro campo fare un fosso di subito e uno steccato,
e mandarono a tutte le terre dov’avea gente d’arme del signore di
Milano che mandassero loro aiuto, e in pochi dì vi si trovarono
con ottocento cavalieri e popolo assai. E per impedire a’ Perugini,
Giovanni di Cantuccio d’Agobbio con la cavalleria che avea del Biscione
cavalcò sopra loro: nondimeno i Perugini turbati di questa perdita,
procacciarono da ogni parte aiuto per racquistare la terra, tenendosi
i casseri, e di presente ebbono cinquecento cavalieri da’ Fiorentini: e
con millequattrocento cavalieri e con grande popolo se ne vennono alla
Città di Castello: e acconciandosi per soccorrere quelli de’ casseri,
tanta viltà fu in coloro che gli aveano in guardia, che senza attendere
il soccorso così vicino s’arrenderono a messer Piero; e incontanente
quelli del castello d’Anghiari cacciarono la guardia che v’era de’
Perugini, e dieronsi al vicario dell’arcivescovo, ed egli lo rendè a
messer Maso de’ Tarlati. In que’ dì il castello della Pieve a santo
Stefano, e ’l Castello perugino, tenendosi mal contenti de’ Perugini,
anche si rubellarono da loro.