CAP. XLII.

_Come messer Piero Saccone prese il Borgo a san Sepolcro._

Avendo messer Piero Saccone de’ Tarlati a Bibbiena il conte Pallavicino

con quattrocento cavalieri dell’arcivescovo di Milano, e cento di suo

sforzo per fare guerra, e standosi e non facendola, faceva maravigliare

la gente, ma egli nel soggiorno lavorava copertamente quello che

prosperamente gli venne fatto. Il Borgo a san Sepolcro, terra forte e

piena di popolo e di ricchi cittadini, e fornita copiosamente d’ogni

bene da vivere, era nella guardia de’ Perugini con due casseri forniti

alla guardia de’ castellani perugini e di gente d’arme. Messer Piero

aveva appo se uno suo fedele che aveva nome Arrighetto di san Polo,

questi era grande e maraviglioso ladro, e facea grandi e belli furti

di bestiame, traendo i buoi delle tenute murate e guardate, e rompeva

tanto chetamente le mura, che niuno il sentiva, e di quelle pietre

rimurava le porti a’ villani di fuori sì contamente, che prima aveva

dilungate le turme de’ buoi, e tratte per lo rotto del muro due o tre

miglia, che i villani trovandosi murate le porti, e impacciati dalle

tenebre della notte e dalla novità del fatto, le potessono soccorrere;

così n’avea fatte molte beffe, e accusatone di furto, messer Piero il

difendea, e davagli ricetto in tutta sua giurisdizione. Questi saliva

su per li cauti delle mura e delle torri co’ suoi lievi argomenti

incredibilmente, e quanto che fossono alte non se ne curava, ed era

dell’altezza maraviglioso avvisatore. Per costui fece messer Piero

furare la forte e alta torre del castello di Chiusi alla moglie

che fu di messer Tarlato. A costui scoperse messer Piero come volea

furare il Borgo a Sansepolcro, e mandollo a provvedere l’altezza della

torre della porta: il quale tornato disse, che gli dava il cuore di

montare in su la più alta torre che vi fosse; e avuta messer Piero

questa risposta, s’intese con uno de’ Boccognani del Borgo e grande

ghibellino, il quale odiava la signoria de’ Perugini, e da lui ebbe,

che se la porta e la torre fosse presa, e di fuori fosse forza di

gente a cavallo e a piè grande, ch’egli con gli altri ghibellini

d’entro verrebbono in loro aiuto a metterli dentro. E dato l’ordine

tra loro, messer Piero con cinquecento cavalieri e duemila pedoni un

sabato notte, a dì 20 del mese di novembre del detto anno, improvviso

a’ Borghigiani, innanzi il dì fu presso al Borgo; e mandato Arrighetto

con certi masnadieri eletti in sua compagnia a prendere la torre

e la porta, il detto Arrighetto con suoi incredibili argomenti in

quello servigio, cintosi corde, e aiutato di non esser sentito per

uno grande vento che allora soffiava, e avea ristrette le guardie

sotto il coperto, montò in su la torre della porta, ed essendovi due

sole guardie, si recò il coltello ignudo in mano, e mostrò d’avere

compagnia, minacciandoli d’uccidere. Eglino storditi per la novità,

non sapendo che si fare, stettono cheti per paura, e Arrighetto data

la corda a’ masnadieri ch’erano a piè del muro, con una scala leggieri

di funi tirò su l’uno de’ capi e accomandollo a uno de’ merli, e

incontanente montati suso per quella l’uno appresso l’altro dodici

masnadieri, e quando si vidono signori della porta, feciono a quelli

traditori d’entro certo segno ordinato. Quello de’ Boccognani veduto il

segno come la porta era presa, fece sonare a stormo una campana d’una

chiesa, al cui suono, come ordinato avea, tutti i ghibellini del Borgo

furono all’arme e traevano verso la porta. I guelfi che non sapeano il

tradimento traevano storditi alla piazza senza niuno capo; e schiarito

il dì, vedendo aperta e presa la porta per i ghibellini, e sentendo

come messer Piero era di fuori con molta gente, non vedevano da potere

riparare; ma i ghibellini non volendo guastare la terra sicurarono i

guelfi che ruberia non vi si farebbe, e senza contasto vi lasciarono

entrare messer Piero con tutta la sua gente e del conte Pallavicino,

e non vi si diè colpo e non vi si fece alcuna ruberia: e così messer

Piero ne fu signore; ma le due rocche che erano forti e guardate

per li Perugini si misono alla difesa, per attendere il soccorso de’

Perugini. Messer Piero e il conte senza prendere soggiorno con tutta

la sua gente a cavallo e a piè uscirono del Borgo, e accamparonsi

di fuori dirimpetto alle rocche per torre la via a’ Perugini, e

fecionsi innanzi al loro campo fare un fosso di subito e uno steccato,

e mandarono a tutte le terre dov’avea gente d’arme del signore di

Milano che mandassero loro aiuto, e in pochi dì vi si trovarono

con ottocento cavalieri e popolo assai. E per impedire a’ Perugini,

Giovanni di Cantuccio d’Agobbio con la cavalleria che avea del Biscione

cavalcò sopra loro: nondimeno i Perugini turbati di questa perdita,

procacciarono da ogni parte aiuto per racquistare la terra, tenendosi

i casseri, e di presente ebbono cinquecento cavalieri da’ Fiorentini: e

con millequattrocento cavalieri e con grande popolo se ne vennono alla

Città di Castello: e acconciandosi per soccorrere quelli de’ casseri,

tanta viltà fu in coloro che gli aveano in guardia, che senza attendere

il soccorso così vicino s’arrenderono a messer Piero; e incontanente

quelli del castello d’Anghiari cacciarono la guardia che v’era de’

Perugini, e dieronsi al vicario dell’arcivescovo, ed egli lo rendè a

messer Maso de’ Tarlati. In que’ dì il castello della Pieve a santo

Stefano, e ’l Castello perugino, tenendosi mal contenti de’ Perugini,

anche si rubellarono da loro.

Cronica di Matteo Villani, vol. 1 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 148 / 190 题