CAP. XXXVII.

_Di quello medesimo._

I cittadini vedendo i cenni, temendo di non essere sorpresi dall’aiuto

provveduto da’ traditori, tempestando nell’animo, intrigati dalle

tenebre della notte e dalla paura, intendendo a combattere quei

della porta e mettere gente in su le mura, ma per questo non poteano

conoscere riparo che i forestieri non entrassono per forza nella

città, e però s’avvisarono di rompere le mura della città appresso a

quella porta: e fattane la rotta che vollono, avendo per loro guardia

cento cavalieri di Fiorentini e alcuni di loro, li misono fuori in uno

borgo fuori di quella porta, ove dovea essere l’entrata de’ nemici,

e accompagnaronli di cittadini e d’altri fanti alla difesa con buone

balestra; e di subito tagliarono alberi, e abbarrarono e impedirono

le vie al corso de’ cavalli, e le mura guarentirono di gente e di

saettamento: e nondimeno facevano dal lato d’entro combattere di

continovo quelli della porta e della torre, ma e’ si difendevano, e

di quella battaglia poco si curavano, e continovo manteneano cenni a

loro soccorso: e dentro i Brandagli difendeano i loro palazzi e la loro

contrada co’ masnadieri che aveano accolti, e attendendo Brandaglia

con la gente invitata, con la quale non dottavano d’essere signori

della terra s’ella v’entrasse. I segni della torre furono veduti dal

principio della notte, e il signore di Cortona che stava attento fu

in sul mattutino con dugento cavalieri e duemila pedoni giunto ad

Arezzo, e Brandaglia con altri dugento cavalieri. La gente di messer

Piero Saccone tardò più a venire, per riotta che mosse il doge Rinaldo

in sul fatto; gli altri ch’erano venuti baldanzosi, credendosi senza

contasto entrare nella città, come furono presso alla terra, mandarono

innanzi cento cavalieri che prendessono e guardassono l’entrata della

porta, e quella trovarono imbarrata dagli alberi e le vie innanzi al

borgo: ed essendo là venuti, e saettati da quelli ch’erano alla guardia

del borgo, e scorgendo in su l’aurora le mura piene di cittadini

armati alla difesa, e già morti due di loro compagni da quei del

borgo, si tornarono addietro, e feciono assapere a quelli dell’oste

che attendeano come stava il fatto: di che spaventati s’arrestarono

senza strignersi più alla terra, e già per segni e ammattamento che

que’ della torre e della porta facessono, e eziandio chiamandoli ad

alte voci, non si attentarono di venire più innanzi, ma ivi presso si

fermarono attendendo come i fatti dentro procedessono, e così stettono

schierati dalla mattina sino presso a nona. E in verso la nona messer

Piero Sacconi giunse co’ suoi cavalieri e pedoni, il quale sentendo

la cosa scoperta e i cittadini alla difesa, senza attendere punto co’

suoi cavalieri diè volta e co’ suoi pedoni, e tornossene a Bibbiena;

e veduto questo, tutti gli altri si partirono, e i traditori rimasono

senza speranza di soccorso. Questa novità sentita nel contado e

distretto de’ Fiorentini, mosse senza arresto i cavalieri e’ masnadieri

che allora avea in quelle circustanze, e i Valdarnesi per venire al

soccorso degli Aretini: i quali non bene confidenti del comune di

Firenze parte ne ritennono per loro sicurtà, e agli altri diedono

commiato onestamente, senza riceverli nella città, e dolcemente fu

sostenuto. Nondimeno i traditori teneano i palagi, e la torre e la

porta: e tanta miseria occupò l’animo di que’ pochi cittadini in cui

era rimaso il reggimento, per tema di non volere fare parte agli altri

da cui e’ potessono avere aiuto, che si misono a trattare con Martino

cui eglino aveano prigione, dicendo di lasciare andare e lui e’ suoi,

e i figliuoli di messer Agnolo e le loro cose liberamente, ed e’

rendessono la porta. E innanzi che questo venisse alla loro intenzione,

convenne che i figliuoli di messer Agnolo fossono sicuri a loro modo

d’avere contanti fiorini tremila d’oro, e avuta la sicurtà renderono la

porta e la torre al comune; e facendosi loro il pagamento per coloro

che aveano fatta la promessa, i danari furono staggiti per coloro che

aveano per loro sodo al comune, che eglino renderebbono quella fortezza

al detto comune: e così s’uscirono della città co’ Brandagli insieme;

e il seguente dì furono tutti condannati per traditori, e i loro beni

disfatti e pubblicati al comune. Trovossi poi di vero, che i traditori

aveano trattato come avessono presa la signoria, con ciò sia cosa che

non erano d’aiuto per loro lignaggio da poterla tenere, di venderla

all’arcivescovo di Milano, a gravamento della loro detestabile malizia,

la quale prese non il debito fine, ma alcuno segno della loro rovina,

per la viltà di coloro che non degni rimasono al governamento di quella

terra.

Cronica di Matteo Villani, vol. 1 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 143 / 190 题