_Di quello medesimo._
I cittadini vedendo i cenni, temendo di non essere sorpresi dall’aiuto
provveduto da’ traditori, tempestando nell’animo, intrigati dalle
tenebre della notte e dalla paura, intendendo a combattere quei
della porta e mettere gente in su le mura, ma per questo non poteano
conoscere riparo che i forestieri non entrassono per forza nella
città, e però s’avvisarono di rompere le mura della città appresso a
quella porta: e fattane la rotta che vollono, avendo per loro guardia
cento cavalieri di Fiorentini e alcuni di loro, li misono fuori in uno
borgo fuori di quella porta, ove dovea essere l’entrata de’ nemici,
e accompagnaronli di cittadini e d’altri fanti alla difesa con buone
balestra; e di subito tagliarono alberi, e abbarrarono e impedirono
le vie al corso de’ cavalli, e le mura guarentirono di gente e di
saettamento: e nondimeno facevano dal lato d’entro combattere di
continovo quelli della porta e della torre, ma e’ si difendevano, e
di quella battaglia poco si curavano, e continovo manteneano cenni a
loro soccorso: e dentro i Brandagli difendeano i loro palazzi e la loro
contrada co’ masnadieri che aveano accolti, e attendendo Brandaglia
con la gente invitata, con la quale non dottavano d’essere signori
della terra s’ella v’entrasse. I segni della torre furono veduti dal
principio della notte, e il signore di Cortona che stava attento fu
in sul mattutino con dugento cavalieri e duemila pedoni giunto ad
Arezzo, e Brandaglia con altri dugento cavalieri. La gente di messer
Piero Saccone tardò più a venire, per riotta che mosse il doge Rinaldo
in sul fatto; gli altri ch’erano venuti baldanzosi, credendosi senza
contasto entrare nella città, come furono presso alla terra, mandarono
innanzi cento cavalieri che prendessono e guardassono l’entrata della
porta, e quella trovarono imbarrata dagli alberi e le vie innanzi al
borgo: ed essendo là venuti, e saettati da quelli ch’erano alla guardia
del borgo, e scorgendo in su l’aurora le mura piene di cittadini
armati alla difesa, e già morti due di loro compagni da quei del
borgo, si tornarono addietro, e feciono assapere a quelli dell’oste
che attendeano come stava il fatto: di che spaventati s’arrestarono
senza strignersi più alla terra, e già per segni e ammattamento che
que’ della torre e della porta facessono, e eziandio chiamandoli ad
alte voci, non si attentarono di venire più innanzi, ma ivi presso si
fermarono attendendo come i fatti dentro procedessono, e così stettono
schierati dalla mattina sino presso a nona. E in verso la nona messer
Piero Sacconi giunse co’ suoi cavalieri e pedoni, il quale sentendo
la cosa scoperta e i cittadini alla difesa, senza attendere punto co’
suoi cavalieri diè volta e co’ suoi pedoni, e tornossene a Bibbiena;
e veduto questo, tutti gli altri si partirono, e i traditori rimasono
senza speranza di soccorso. Questa novità sentita nel contado e
distretto de’ Fiorentini, mosse senza arresto i cavalieri e’ masnadieri
che allora avea in quelle circustanze, e i Valdarnesi per venire al
soccorso degli Aretini: i quali non bene confidenti del comune di
Firenze parte ne ritennono per loro sicurtà, e agli altri diedono
commiato onestamente, senza riceverli nella città, e dolcemente fu
sostenuto. Nondimeno i traditori teneano i palagi, e la torre e la
porta: e tanta miseria occupò l’animo di que’ pochi cittadini in cui
era rimaso il reggimento, per tema di non volere fare parte agli altri
da cui e’ potessono avere aiuto, che si misono a trattare con Martino
cui eglino aveano prigione, dicendo di lasciare andare e lui e’ suoi,
e i figliuoli di messer Agnolo e le loro cose liberamente, ed e’
rendessono la porta. E innanzi che questo venisse alla loro intenzione,
convenne che i figliuoli di messer Agnolo fossono sicuri a loro modo
d’avere contanti fiorini tremila d’oro, e avuta la sicurtà renderono la
porta e la torre al comune; e facendosi loro il pagamento per coloro
che aveano fatta la promessa, i danari furono staggiti per coloro che
aveano per loro sodo al comune, che eglino renderebbono quella fortezza
al detto comune: e così s’uscirono della città co’ Brandagli insieme;
e il seguente dì furono tutti condannati per traditori, e i loro beni
disfatti e pubblicati al comune. Trovossi poi di vero, che i traditori
aveano trattato come avessono presa la signoria, con ciò sia cosa che
non erano d’aiuto per loro lignaggio da poterla tenere, di venderla
all’arcivescovo di Milano, a gravamento della loro detestabile malizia,
la quale prese non il debito fine, ma alcuno segno della loro rovina,
per la viltà di coloro che non degni rimasono al governamento di quella
terra.