CAP. XXXVI.

_Come i Brandagli si vollono fare signori d’Arezzo._

Dappoich’e’ Bostoli per loro superbia furono cacciati della terra

d’Arezzo, una famiglia che si chiamarono i Brandagli, loro nimici,

cominciarono di nuovo ad avere stato in comune, e montando l’un dì

appresso all’altro vennono in maggiori, ed erano al tutto governatori

del reggimento di quello comune, e per questo montati in grandi

ricchezze: e della loro famiglia Martino e Guido di Messer Brandaglia

erano i caporali. Costoro ingrati del loro buono stato cercarono di

farsene signori con tradimento, non perchè fossono da tanto, ma per

farne loro mercatanzia, come nel fine del fatto si scoperse. Costoro

trattarono col nuovo tiranno d’Agobbio d’avere da lui al tempo ordinato

centocinquanta cavalieri, e da quello di Cortona dugento cavalieri, non

che da se gli avesse, ma per servire costoro n’accattò centocinquanta

dal prefetto da Vico, e cinquanta dal conte Nolfo da Urbino, e

feceli venire e soggiornare all’Orsaia, come gente di passaggio che

attendessono d’essere condotti e oltre a questa gente a cavallo, di

quello che non era richiesto, mise in ordine d’avere apparecchiati

undicimila fanti a piede, con intenzione, che se fortuna il mettesse in

Arezzo di volerlo per se. E ancora richiese messer Piero Tarlati, che

aveva in Bibbiena il doge Rinaldo con trecento cavalieri, benchè fosse

ghibellino e nimico del loro comune richieselo non manifestandogli

il fatto. Ma la volpe vecchia che conobbe la magagna, si offerse loro

molto liberamente, sperando altro fine del fatto che non pensavano i

traditori, accecati nella cupidigia della sperata tirannia. A conducere

questa gente aveano fuori d’Arezzo Brandaglia loro nipote, e Guido

intendeva a raccogliere i masnadieri che gli capitavano segretamente,

e a nasconderli ne’ loro palagi, e Martino stava nel palagio co’

priori della terra a tutti i segreti del comune. In quel tempo si

dava in guardia a confidenti cittadini una porta della città che si

chiamava la porta di messer Alberto, la quale era a modo d’un cassero,

e dava l’entrata tra le due castella. Questa guardia per procaccio

di Brandaglia era ne’ figliuoli di messer Agnolo loro confidenti, con

cui elli si teneano in questo tradimento. E messe le cose d’ogni parte

in assetto, a’ signori d’Arezzo fu scritto per lo comune di Firenze

e per quello di Siena ch’avessono buona guardia, perocchè sentivano

che una terra si cercava di furare, ma non sapeano come nè quale;

Martino Brandagli ch’era nel consiglio, co’ suoi argomenti levava i

sospetti. E venuto il dì che la notte si dava il segno a que’ di fuora,

un conestabile fiorentino ch’era in Arezzo, uomo guelfo e fedele, fu

richiesto da’ Brandagli per la notte. Costui per amore della sua città

e di parte non potè sostenere per promesse che avesse avute che non

manifestasse a’ priori il tradimento di quella notte. Incontanente

i priori mandarono per Martino, il quale confidandosi nel suo grande

stato e ne’ molti amici, andò dinanzi a’ priori, e negava scusandosi

che niente sapeva di quelle cose; e in quello stante Guido suo fratello

corse a’ loro palagi, e colla gente che avea nascosa levò il romore, e

tennesi co’ suoi masnadieri forte. I cittadini in furia armati corsono

alla porta di messer Alberto, che poteva dare l’entrata a’ forestieri,

per fornire di guardia per lo comune, ma trovarono ch’ella si tenea

per i traditori. E così la città intrigata nel nuovo pericolo, e non

provveduta, fu in grande paura. La porta era forte e bene guernita alla

difesa da non poter vincersi per battaglia, e già era venuta la notte,

e quei della torre della porta d’entro feciono i cenni ordinati alla

gente di fuori, che venire doveano a loro aiuto per vincere la terra.

Cronica di Matteo Villani, vol. 1 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 142 / 190 题