_La partita dell’oste dalla Scarperia._
Vedendo il capitano dell’oste e i suoi consiglieri aver fatta la loro
oste ogni prova per vincere la Scarperia, ed esserne con vergogna
ributtati per la virtù de’ buoni masnadieri che dentro v’erano, e
tornando l’oste piena di molti fediti, e che la vittuaglia venia
mancando l’un dì appresso l’altro fortemente, e che già lo strame per i
cavalli al tutto venia loro meno, e il tempo ch’era stato fermo e bello
lungamente s’apparecchiava di corrompere all’acqua, prese per partito
d’andarsene a Bologna; e al segno dato d’una lumiera alzata sopra
ogni lume molto, il sabato notte, a dì 16 d’ottobre, l’oste si dovesse
partire, e ogni uomo si dovesse riducere verso l’alpe di Bologna, i cui
passi erano tutti in loro signoria, e il cammino era corto e il passo
aperto, e la gente volonterosa di levarsi da campo, per la qual cosa
subito ebbono passato il giogo dell’alpe. I Fiorentini avendo sentito
che i nimici erano per partirsi dall’assedio, aveano mandati in Mugello
i cavalieri che aveano per danneggiarli, se potessono, alla levata:
ma gli avvisati capitani dell’oste la domenica mattina innanzi che la
loro gente s’avviasse feciono una schiera di duemila buoni cavalieri,
i quali tennero ferma in sul piano, insino che seppono che tutta la
loro gente e la salmeria erano valicati il giogo e passati in luogo
salvo; la schiera della guardia passò, non vedendo apparire alcuno
nimico, girò e prese il suo cammino verso la montata dell’alpe, ch’era
presso a due miglia di piano: ed ebbono passato prima il giogo, che
la cavalleria de’ Fiorentini si assicurasse di stendere per lo piano,
temendo d’aguato: e così sani e salvi si ricolsono a Bologna senza
impedimento per lo senno de’ loro capitani. Quest’oste mossa con tanto
ordine e aiuto di tutti i ghibellini d’Italia, venuta di subito sopra
la nostra città sprovveduta d’ogni aiuto, stette ottantadue dì sopra
il nostro contado senza potere vincere per forza niuno castello, e de’
quali, sessantuno dì consumarono all’assedio del piccolo castello della
Scarperia. E come fu piacer di Dio, la sfrenata potenza di cotanto
signore, aggiunta con tutta la forza de’ ghibellini d’Italia, guidata
da buoni capitani, credendosi soggiogare la città di Firenze e’ popoli
circustanti, non ebbono podere di vincere la Scarperia, da qui addietro
vilissimo castello, non murato per tutto e di piccola fortezza per
sito, ma difeso da piccolo numero di valorosi masnadieri: essendovi
a oste con più di cinquemila barbute, e duemila cavalieri, e seimila
pedoni di soldo, senza la forza degli Ubaldini e degli altri ghibellini
con loro sforzo; per la qual cosa il tiranno che avea l’animo levato a
inghiottire le italiane provincie, potè conoscere che un piccolo e vile
castello domò e fece ricredente tutta la sua forza. E come era venuto
a guisa di leone con la testa alzata, spaventevole a tutte le città
di Toscana, chinate le corna dell’ambiziosa superbia, tornò pieno di
vergogna e di vituperio, non avendo per sua potenza potuto acquistare
un debole castello, e diede materia a’ popoli di grande confidenza
della loro difesa. Lasceremo ora finita questa materia, e torneremo
all’altre tempeste italiane, che non bastando in terra conturbano
l’altrui mare.