CAP. XXXIII.

_La partita dell’oste dalla Scarperia._

Vedendo il capitano dell’oste e i suoi consiglieri aver fatta la loro

oste ogni prova per vincere la Scarperia, ed esserne con vergogna

ributtati per la virtù de’ buoni masnadieri che dentro v’erano, e

tornando l’oste piena di molti fediti, e che la vittuaglia venia

mancando l’un dì appresso l’altro fortemente, e che già lo strame per i

cavalli al tutto venia loro meno, e il tempo ch’era stato fermo e bello

lungamente s’apparecchiava di corrompere all’acqua, prese per partito

d’andarsene a Bologna; e al segno dato d’una lumiera alzata sopra

ogni lume molto, il sabato notte, a dì 16 d’ottobre, l’oste si dovesse

partire, e ogni uomo si dovesse riducere verso l’alpe di Bologna, i cui

passi erano tutti in loro signoria, e il cammino era corto e il passo

aperto, e la gente volonterosa di levarsi da campo, per la qual cosa

subito ebbono passato il giogo dell’alpe. I Fiorentini avendo sentito

che i nimici erano per partirsi dall’assedio, aveano mandati in Mugello

i cavalieri che aveano per danneggiarli, se potessono, alla levata:

ma gli avvisati capitani dell’oste la domenica mattina innanzi che la

loro gente s’avviasse feciono una schiera di duemila buoni cavalieri,

i quali tennero ferma in sul piano, insino che seppono che tutta la

loro gente e la salmeria erano valicati il giogo e passati in luogo

salvo; la schiera della guardia passò, non vedendo apparire alcuno

nimico, girò e prese il suo cammino verso la montata dell’alpe, ch’era

presso a due miglia di piano: ed ebbono passato prima il giogo, che

la cavalleria de’ Fiorentini si assicurasse di stendere per lo piano,

temendo d’aguato: e così sani e salvi si ricolsono a Bologna senza

impedimento per lo senno de’ loro capitani. Quest’oste mossa con tanto

ordine e aiuto di tutti i ghibellini d’Italia, venuta di subito sopra

la nostra città sprovveduta d’ogni aiuto, stette ottantadue dì sopra

il nostro contado senza potere vincere per forza niuno castello, e de’

quali, sessantuno dì consumarono all’assedio del piccolo castello della

Scarperia. E come fu piacer di Dio, la sfrenata potenza di cotanto

signore, aggiunta con tutta la forza de’ ghibellini d’Italia, guidata

da buoni capitani, credendosi soggiogare la città di Firenze e’ popoli

circustanti, non ebbono podere di vincere la Scarperia, da qui addietro

vilissimo castello, non murato per tutto e di piccola fortezza per

sito, ma difeso da piccolo numero di valorosi masnadieri: essendovi

a oste con più di cinquemila barbute, e duemila cavalieri, e seimila

pedoni di soldo, senza la forza degli Ubaldini e degli altri ghibellini

con loro sforzo; per la qual cosa il tiranno che avea l’animo levato a

inghiottire le italiane provincie, potè conoscere che un piccolo e vile

castello domò e fece ricredente tutta la sua forza. E come era venuto

a guisa di leone con la testa alzata, spaventevole a tutte le città

di Toscana, chinate le corna dell’ambiziosa superbia, tornò pieno di

vergogna e di vituperio, non avendo per sua potenza potuto acquistare

un debole castello, e diede materia a’ popoli di grande confidenza

della loro difesa. Lasceremo ora finita questa materia, e torneremo

all’altre tempeste italiane, che non bastando in terra conturbano

l’altrui mare.

Cronica di Matteo Villani, vol. 1 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 139 / 190 题