CAP. XX.

_Come l’arcivescovo tentò i Pisani di guerra contro a’ Fiorentini._

Stando l’oste intorno alla Scarperia, e dando opera i capitani a

far fare dificii da traboccare nella terra per rompere le torri

e mura, e gatti e altri ingegni di legname per vincere la terra

per battaglia, e i Fiorentini d’accogliere gente d’arme, e d’avere

capitano per poterla soccorrere, l’arcivescovo non restava di tentare

i Pisani dalla sua parte in comune e in diviso che rompessono pace

a’ Fiorentini, con intenzione di mandare messer Bernabò da quella

parte con duemila cavalieri ad assalire co’ Pisani insieme il nostro

comune, e faceva loro grandi promesse. I Gambacorti, a cui segno Pisa

si governava, non vollono rompere la pace: nondimeno l’arcivescovo

avendo favore dentro, e’ consigliò del modo che avesse a tenere

di muovere il popolo naturale nemico de’ Fiorentini, ed elesse una

solenne ambasciata, fornita d’autorità di savi uomini, e mandògli a

Pisa: e giunti là, e sposta la loro ambasciata con molte suadevoli

ragioni, i Pisani astuti, per pigliare consiglio nel tempo, dissono di

rispondere all’arcivescovo per loro ambasciadori, e incontanente gli

mandarono a Milano, imponendo loro, che della volontà dell’arcivescovo

non si rompessono, ma tranquillassono il fatto. E in questo mezzo

provvidono più riposatamente sopra il partito, e conobbono che

rompere pace al comune di Firenze non tornava in loro utile: che se

l’arcivescovo prendea signoria in Toscana, era loro suggezione e danno;

e segretamente feciono quello sentire a tutti i confidenti di quello

stato, buoni cittadini. L’arcivescovo avvedendosi del modo che con

lui tenevano coloro che governavano la terra, li credette ingannare,

e per lo favore ch’avea nel popolo e in molti altri cittadini, e non

ostante che avesse gli ambasciadori pisani in Milano, fece maggiore

e più solenne ambasciata a’ Pisani; e commise loro, che in parlamento

esponessono la sua domanda, come detto gli era, sperando che a grido

di popolo avrebbe la sua intenzione contro a’ Fiorentini. E come

giunti furono in Pisa, senza sporre alcuna cosa a’ rettori del comune,

addomandarono loro di volere il parlamento, e risposto fu loro di

farlo adunare volentieri a certo giorno, onde gli ambasciadori furono

contenti; e incontanente feciono a tutti i cittadini, con cui aveano

conferito loro consiglio, dire che venissono al parlamento; e bandito e

sonato a parlamento, come ordinato fu si ragunò il popolo nella chiesa

maggiore in gran numero, ove furono tutti i cittadini che temeano di

perdere loro libertà e il loro stato. Gli ambasciadori ammaestrati in

udienza di tutto il parlamento, con molto ornato sermone, ricordando

i servigi grandi per la casa de’ Visconti fatti al comune di Pisa,

e come gli aveano onorati e aggranditi sopra gli altri cittadini di

Toscana, e’ raccontarono per ordine la mala volontà che i Fiorentini

aveano verso di loro, e l’ingiurie che altro tempo inimichevolmente

aveano loro fatte, e intendeano di fare quando si vedessono il destro,

mostrando loro come ora era venuto tempo nel quale il loro signore

intendea d’abbattere in tutto lo stato e l’arroganza de’ Fiorentini

loro antichi nemici, e spegnere parte guelfa in Italia, e a ciò fare

avea mossi tutti i ghibellini di Lombardia e di Toscana, e di Romagna e

della Marca, come per opera era loro manifesto. La qual cosa conosciuta

per loro, ch’erano capo di parte ghibellina in Toscana, molto doveano

essere contenti di poter fare in cotanta loro esaltazione la volontà

del loro signore, la quale e’ domandava con tanta istanza a quello

popolo. Essendo uditi attentamente, si pensarono a grida di popolo

avere impetrata la loro dimanda, ma la cosa andò tutt’altrimenti,

per la provvisione de’ savi cittadini, li quali si ritennero in

silenzio in quello parlamento, come per loro fu provveduto. E quando

gli ambasciadori l’uno dopo l’altro ebbono detto e confermato loro

sermone, pregarono gli ambasciadori che si attendessono alquanto, e

tosto risponderebbono di comune consentimento alla loro ambasciata,

e così si trassono del parlamento. E usciti gli ambasciadori, gli

anziani feciono la proposta che si consigliasse se il comune di Pisa

dovesse rompere pace a’ Fiorentini, oggi loro amici e loro vicini,

o no: e levatosi alcuno a dire in servigio dell’arcivescovo, molti

più, i maggiori cittadini, si levarono a dire come grande male e

vergogna del loro comune sarebbe, avendo ferma e buona pace col comune

di Firenze, a romperla contro a ragione, in perpetua infamia del

loro comune. E fatto il partito, fu vinto che pace non si rompesse

a’ Fiorentini. Gli ambasciadori, già preso sdegno per l’uscita del

parlamento, avvedendosi dove la cosa riuscirebbe, senza attendere se

n’erano andati all’ostiere. E quando gli anziani mandarono per loro per

fare la risposta del parlamento, sentendo che non sarebbe quella ch’e’

voleano, non vi vollono andare, e senza prendere comiato montarono

a cavallo e tornaronsene a Milano. I Pisani si scusarono saviamente

all’arcivescovo, perchè non stesse indegnato, e mandarongli dugento

cavalieri, che mandar gli doveano per loro convenenza alla guardia

di Milano. Allora venne meno all’arcivescovo la maggiore speranza che

avesse di potere vincere i Fiorentini. Il comune di Firenze cercava in

questo tempo d’avere capitano di guerra che guidasse la sua gente, che

al continuo la cresceva, e avendo mandato a molti l’elezione con grande

salario, tutti la rifiutavano per paura del potente tiranno: nondimeno

il comune pensava d’atarsi con la capitaneria de’ suoi cittadini.

E avendo l’oste così grande in Mugello, non pareva se ne curasse, e

nella città catuno faceva la sua mercatanzia e sua arte senza portare

alcuna arme; e continovo facea rendere a’ cittadini i danari del

monte: e sapendo questo i nemici forte se ne maravigliavano, e molto

n’abbassarono la loro superbia.

Cronica di Matteo Villani, vol. 1 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 126 / 190 题