_Come i Tarlati, e i Pazzi di Valdarno e gli Ubertini vennono in sul
contado di Firenze, e furonne cacciati per forza da’ Fiorentini._
Dall’altra parte messer Piero de’ Tarlati d’Arezzo in prospera
vecchiezza, valicati i novanta anni della sua età, e il vescovo
d’Arezzo della casa degli Ubertini, e i Pazzi di Valdarno, non ostante
che fossono in pace col comune di Firenze, avendo dugentocinquanta
cavalieri di quelli dell’arcivescovo, e aggiuntosi de’ conti
d’Urbino e altri ghibellini, mentre che l’oste era in Mugello, con
trecentocinquanta cavalieri e con duemila pedoni si misono da capo
predando il contado di Firenze, e vennono all’Ambra, e di là intendeano
entrare nel Valdarno e venire a Fegghine. I Fiorentini sdegnosi di
questi traditori, subitamente trassono dalle loro frontiere cinquecento
cavalieri, e commisono a centocinquanta cavalieri ch’aveano in Arezzo
che dovessono venire a raccozzarsi co’ nostri; e mossono il popolo
del Valdarno, che con grande animo e di buona voglia andavano in
quello servigio. Il comune di Firenze si confidò al tutto in questa
cavalcata di Albertaccio di messer Bindaccio da Ricasoli, uomo savio,
pro’ e ardito e buono capitano, se fosse stato in fede nel servigio
del comune: e benchè altri buoni cittadini fossono mandati in detto
servigio, a costui fu dato il mandato che in tutto fosse ubbidito. La
gente a piè e a cavallo che cavalcavano di volontà, sopraggiunsono
i nimici in sul vespero all’Ambra, in parte, che avendo voluto fare
quello si poteva per la nostra gente, non ne campava testa che non
fossono morti o presi: perocchè la gente del comune di Firenze era due
cotanti, e migliore gente d’arme, e erano nel loro terreno intorniati
dagli amici. Questo Albertaccio avendo parentado e amistà co’ detti
nimici, portò infamia di non avere servito il comune lealmente. In
prima d’avere sostenuta la gente del comune a Montevarchi, che potea
più infra ’l dì avere occupati i nimici: appresso, che quando fu a loro
non gli lasciò per la nostra gente badaluccare, per tenerli corti e
ristretti che non si potessono provvedere: e perocchè non lasciò porre
la sera la cavalleria de’ Fiorentini nel luogo dove si poteva torre
la via a’ nimici che andare non se ne potessono quella notte. Per li
savi che v’erano con lui si provvedeva, nondimeno per lo pieno mandato
ch’aveva dal comune fu ubbidito; ed egli mostrava di fare buona e
franca capitaneria, e di volere vincere i nimici senza pericolo della
sua gente: e però puose quella sera il campo in luogo sicuro a’ suoi,
e utile a’ nimici. O vero o bugia che fosse, infamato fu d’avere dato
il tempo e fatto assapere a’ nimici che si dovessono partire in quella
notte. I nimici traditori del nostro comune, vedendosi sorpresi a
loro gran pericolo, intesono con ogni sollecitudine, senza dormire, a
campare le persone: e non tennono per una via, ma per diverse parti per
lo scuro della notte presono la fuga molto chetamente. La nostra gente
non fu ordinata a quella guardia, e poi innanzi che il capitano facesse
armare il campo, i nimici erano più di sei miglia dilungati; allora
si strinsono ove la sera aveano lasciati i loro avversari, e niuno ve
ne trovarono: onde la infamia crebbe al capitano per lo fatto, e il
ripitio fu grande tra i cavalieri soldati e il conducitore, ch’avea
tolto loro quella preda per mala condotta. La gente che v’era d’Arezzo,
forte sdegnata di questo tradimento che parve loro avere ricevuto,
si partirono senza licenza del capitano con centocinquanta cavalieri
ch’aveano per loro guardia da’ Fiorentini, e tornaronsi in Arezzo.