_Come l’oste ebbe gran difetti a Campi e a Calenzano._
Avvenne, che stando l’oste a Campi, per mala provvisione, tutto il
bestiame ch’avrebbe dato con ordine lungamente carne all’oste, in
pochi dì si straziò e consumò. E in quello tempo era sformato caldo e
secco grande, e tutte mulina di quelle contrade erano state sferrate
e guaste; per la qual cosa, benchè l’oste avesse del grano, non potea
fare farine, ed erano in grande soffratta di sale. E la vittuaglia
di quel piano cominciò a mancare, e quella che venia da Bologna per
scorta era spesso in preda de’ cavalieri ch’erano in Pistoia. E per
questo avvenne, che in pochi dì all’oste mancò il pane e il sale: e
non aveano che manicare, se non carne, e di quella poca, e cocevanla
col grano, che farina non aveano. Da niuna parte del contado di Firenze
aveano mercato, e cavalcate non poteano stendere in parte onde recare
potessono fornimento al campo, perocchè tutte le circustanze aveano
sgombrato e ridotto nella città. Onde cominciarono a sentire fame, e
il caldo li consumava e affliggeva forte i corpi degli uomini; e il
maggiore sussidio ch’avessono era l’agresto e le frutta non mature: e
poco tempo v’aveano a stare, che senza essere contastati da’ Fiorentini
veniano in ultima disperazione. I loro capitani e conducitori vedendosi
a questo pericolo, diedono voce di volersi strignere alla città, e
per forza valicare nel piano di san Salvi. I Fiorentini temettono di
questo: e non trovandosi gente d’arme da potere contradiare il passo
a’ nimici, feciono una tagliata dal ponte della porta a san Gallo
infino alla costa di Montughi: e ivi misono molti balestrieri e popolo
alla guardia, con ordine di soccorso se bisogno fosse. L’altra voce
diedono di tornarsene per lo piano d’ond’erano venuti verso Pistoia;
i Pistolesi per questa tema ruppono i passi, e abbarrarono i cammini
con fossi e con alberi. E per questo i Fiorentini più temeano che non
valicassono nel piano di san Salvi, e per questa cagione afforzarono
di bertesche e di steccati la rocca di Fiesole, e fecionla guardare;
e nondimeno tutto il contado da lunge e d’appresso feciono sgombrare
da quella parte. I capitani dell’oste vedendosi a cotanto disagio, non
ardirono di strignersi più alla città, anzi levarono il campo, a dì 11
d’agosto del detto anno, e traendosi addietro si puosono a Calenzano. I
Fiorentini stimando che se n’andassono, sonarono le campane del comune
a stormo; e il popolo volonteroso a cacciare chi fuggisse s’armò, e
alquanti mattamente senza ordine e senza capitano uscirono della città:
ma sentendo che i nimici non fuggivano, tosto ritornarono dentro dalle
mura. Ma di questo nacque la voce per lo contado e scorse per tutto,
che se n’andavano per la Valdimarina; e di stormo in stormo si mossono
i contadini senza ordine o comandamento del comune, e occuparono
le montagne sopra la Valdimarina d’ogni parte, e furono loro tanto
innanzi all’ora del vespero, che forte feciono temere e maravigliare i
nimici, ch’aveano intenzione di valicare nel Mugello per quella via.
Come i capitani ebbono fermo il loro campo sotto Calenzano in sulla
Marina, feciono combattere la pieve e certa fortezza ov’era raccolta la
vittuaglia de’ paesani, e presonle a patti, salve le persone: e anche
presono il castello di Calenzano, che non era murato nè difeso, e in
questa tenuta trovarono alcuno rinfrescamento. Fino a quell’ora non
aveano fatta alcuna arsione: stando ivi, uno grande conestabile tedesco
si stese a Pizzidimonte, e fuvvi morto da’ villani; e per questa
cagione vi cavalcarono e arsonlo, e appresso alcuna altra villa intorno
a Calenzano. E feciono provvedere i passi per valicare in Mugello,
ch’ogni altro viaggio era loro, in stremità del pane, più pericoloso a
pigliare.