CAP. IV.

_Come l’arcivescovo fermò d’assalire improvviso la città di Firenze._

Nel mese di luglio del detto anno, l’arcivescovo di Milano, avendo

purgato di sospetto la città di Bologna, per la morte d’alquanti

cittadini e per l’incarcerazione di messer Iacopo de’ Peppoli e

de’ figliuoli, e accolti e fatti accogliere quasi tutti i soldati

oltramontani d’Italia, parendoli venuto il tempo di scoprire a’ suoi

collegati ghibellini d’Italia la sua intenzione, ebbe in Milano i

caporali di parte ghibellina d’Italia, e conferì con loro di volere

sottomettersi il comune di Firenze, e con molte ragioni dimostrò

com’era venuto il tempo da poterlo fare col loro aiuto: e ciò fatto,

era spento in Italia il nome di parte guelfa. La proposta fu in piacere

di tutti. Eranvi caporali, oltre a’ Lombardi, gli Ubaldini, i figliuoli

di Castruccio Interminelli e messer Francesco Castracani da Lucca,

messer Carlino di Pistoia e’ suoi, il conte Nolfo d’Urbino, i conti di

Santafiore e il conte Guglielmo Spadalunga, e de’ ribelli del comune di

Firenze alquanti di quelli da Cigliano, e messer Tassino e il fratello

discesi della casa de’ Donati. E non volendosi scoprire d’esservi in

persona i Tarlati d’Arezzo, il vescovo co’ suoi Ubertini, e’ Pazzi di

Valdarno, e il conte Tano da Montecarelli, ch’erano allora in pace e

in amore col comune di Firenze, in segreto vi mandarono catuno segreti

ambasciadori con pieno mandato. I quali tutti udita l’intenzione del

potente tiranno furono molto allegri, e confortarono l’arcivescovo

dell’impresa: aggiugnendo che sentivano i cittadini di Firenze in tanta

discordia per le loro sette, e per lo male contentamento del reggimento

della città, e Arezzo e Pistoia in sì male stato, che se la sua potenza

improvviso a quelli comuni col loro aiuto si stenderà sopra loro, non

vedeano che di tutto in breve tempo e’ non fosse signore: e la signoria

di Firenze il facea signore d’Italia. E così d’un animo rimasono in

accordo col tiranno di fare l’impresa ordinata; e data la fede della

loro credenza e di loro aiuto, con grandi promesse lieti si ritornarono

in loro contrade, e intesono d’apparecchiarsi di cavalli e d’arme al

loro podere. L’ordine fu preso, che quando l’oste dell’arcivescovo

fosse sopra i Fiorentini, che gli Ubaldini co’ Romagnuoli assalissono

nel’alpe, e i Tarlati Ubertini e Pazzi si rubellassono e assalissono

il Valdarno: e il conte Tano da Montecarelli movesse guerra in Mugello.

A’ Pisani intendea l’arcivescovo co’ suoi confidenti ambasciadori fare

rompere pace a’ Fiorentini, e muovere guerra dalla loro parte: cercando

muoverli con sue coperte suasioni, non dimostrando il perchè, in suo

aiuto. Ma i Pisani accorgendosi del fatto, nutricavano il tiranno con

parole di speranza, e mandarono a lui loro ambasciadori per potere

sentire più il vero da che movea quella inchiesta, e per avere più

tempo a deliberare. E questo avvenne, perocchè allora la città di

Pisa signoreggiava per li Gambacorti, uomini mercatanti e amici de’

Fiorentini. Ma i governatori del comune di Firenze, addormentati e

fuori della mente, non procuravano di sentire queste cose, e quello

che sentivano mettevano al non calere, e provvisione alla loro guardia

non faceano, sentendo che molta gente d’arme s’accogliea in Lombardia,

e che Lombardia non era in guerra, ma in lega coll’arcivescovo di

Milano. I quali rettori del nostro comune non erano degni di governare

il fascio di tanta città, ma di grandi pene delle loro persone,

commettendo contro al loro comune pericolo d’irreparabile fallo.

Cronica di Matteo Villani, vol. 1 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 110 / 190 题