_Come l’arcivescovo di Milano appuose tradimento e condannò messer
Iacopo Peppoli._
Era in questo tempo rimaso in Bologna messer Iacopo de’ Peppoli, il
quale fu traditore con messer Giovanni suo fratello della propria
patria, vendendo la città e i suoi cittadini all’arcivescovo, come
detto abbiamo, al quale la sua malizia, e il commesso peccato, tosto
apparecchiò alcuna penitenza alle sue male operazioni. Che trattando
egli con certi tiranni lombardi di fare rivolgere la città di Bologna,
l’arcivescovo, o vero o bugia che fosse, sentì che trattato si tenea
per lui e per alcuni altri cittadini di Bologna: e la boce corse
che trattavano co’ Fiorentini: e questo non ebbe sostanza alcuna di
verità. Il tiranno avea voglia di trarlo di Bologna, sicchè ogni lieve
ragionamento o materia gli fu assai: e però di presente fece prendere
lui e’ figliuoli e alcuni altri cittadini, e condannati gli altri a
morte, messer Iacopo per grande servigio condannato a perpetua carcere,
e pubblicati i suoi beni alla sua camera, come di traditore, e tolsegli
i danari che gli restavano della vendita di Bologna, e le castella che
dato gli avea, e il proprio patrimonio: e fattolo venire co’ figliuoli
a Milano, incarcerò lui nel castello di... e i figliuoli a Cremona.
L’altro fratello che a quello tempo era in Milano non involse in
questa sentenza, il quale dissimulando suo dolore rimase in Milano in
lieve stato, per passare il tempo alla provvigione del signore, con
amaro cuore. Assai tosto ha fatto manifesto qui il divino giudicio la
miseria a che sono condotti i traditori della loro patria, i quali per
disperato consiglio, i cittadini i quali gli aveano con grande onore
esaltati e fatti signori sottopuosono per avarizia al giogo del crudele
tiranno: e ora spogliati de’ propri beni, e privati d’ogni amore de’
loro cittadini, in calamitosa prigione danno esemplo agli altri di più
intera fede a’ loro comuni.