CAP. II.

_Come il comune di Firenze usava la pace coll’arcivescovo di Milano._

I Fiorentini avendo per gelosia presa la guardia del castello di Prato

e della città di Pistoia, usciti della paura di quelle, si stavano

in pace, riputandosi essere in amistà dell’arcivescovo di Milano,

perocchè guerra non v’era, e contro a sua impresa i Fiorentini non

s’erano voluti travagliare. Con Bologna tenea le strade e i cammini

aperti, e le mercatanzie d’ogni parte andavano e venivano sicure. E

spesso il tiranno scrivea al comune de’ suoi onori e de’ singulari

servigi, come accade ad amici, e il comune a lui, come a reverente

signore e caro amico. E con folle ignoranza stava il nostro comune

senza sospetto, e per non dare materia di sospetto al vicino tiranno,

si guardava di fornirsi di capitano di guerra e di gente d’arme, e

appena aveano fornite di guardie le loro castella. Il tiranno, ch’avea

fatta la lega con gli altri tiranni d’Italia e con tutti i ghibellini,

si venia fornendo di gente d’arme al suo soldo a piè e a cavallo,

e vegghiava al continovo contro al nostro comune nella conceputa

malizia, attendendo il tempo che a ciò avea divisato. E in questo mezzo

carezzava con doni e con servigi i suoi vicini tiranni, per averli

più pronti al suo servigio al tempo del bisogno. E si pensava, che

ingannando i Fiorentini, e venendo della città al suo intendimento,

essere appresso al tutto signore d’Italia. E i rettori della città di

Firenze avendo a’ suoi confini il tiranno potente, viveano improvvisi,

sotto confidenza degna di biasimo e di grave punizione. Ma così avviene

spesso alla nostra città: perocchè ogni vile artefice della comunanza

vuole pervenire al grado del priorato e de’ maggiori ufici del comune,

ove s’hanno a provvedere le grandi e gravi cose di quello, e per forza

delle loro capitudini vi pervengono; e così gli altri cittadini di

leggiere intendimento e di novella cittadinanza, i quali per grande

procaccio, e doni e spesa si fanno a’ temporali di tre in tre anni agli

squittini del comune insaccare: è questa tanta moltitudine, che i buoni

e gli antichi, e’ savi e discreti cittadini di rado possono provvedere

a’ fatti del comune, e in niuno tempo patrocinare quelli, che è cosa

molto strana dall’antico governamento de’ nostri antecessori, e dalla

loro sollecita provvisione. E per questo avviene, che in fretta e

in furia spesso conviene che si soccorra il nostro comune, e che più

l’antico ordine, e il gran fascio della nostra comunanza, e la fortuna,

governi e regga la città di Firenze, che il senno o la provvidenza de’

suoi rettori. Catuno intende i due mesi c’ha a stare al sommo uficio al

comodo della sua utilità, a servire gli amici, o a diservire i nimici

col favore del comune, e non lasciano usare libertà di consiglio a’

cittadini: e questo è spesso cagione di vergogna e di grave danno del

nostro comune, ricevuto da’ suoi minori e impotenti vicini.

Cronica di Matteo Villani, vol. 1 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 108 / 190 题