_Come il comune di Firenze usava la pace coll’arcivescovo di Milano._
I Fiorentini avendo per gelosia presa la guardia del castello di Prato
e della città di Pistoia, usciti della paura di quelle, si stavano
in pace, riputandosi essere in amistà dell’arcivescovo di Milano,
perocchè guerra non v’era, e contro a sua impresa i Fiorentini non
s’erano voluti travagliare. Con Bologna tenea le strade e i cammini
aperti, e le mercatanzie d’ogni parte andavano e venivano sicure. E
spesso il tiranno scrivea al comune de’ suoi onori e de’ singulari
servigi, come accade ad amici, e il comune a lui, come a reverente
signore e caro amico. E con folle ignoranza stava il nostro comune
senza sospetto, e per non dare materia di sospetto al vicino tiranno,
si guardava di fornirsi di capitano di guerra e di gente d’arme, e
appena aveano fornite di guardie le loro castella. Il tiranno, ch’avea
fatta la lega con gli altri tiranni d’Italia e con tutti i ghibellini,
si venia fornendo di gente d’arme al suo soldo a piè e a cavallo,
e vegghiava al continovo contro al nostro comune nella conceputa
malizia, attendendo il tempo che a ciò avea divisato. E in questo mezzo
carezzava con doni e con servigi i suoi vicini tiranni, per averli
più pronti al suo servigio al tempo del bisogno. E si pensava, che
ingannando i Fiorentini, e venendo della città al suo intendimento,
essere appresso al tutto signore d’Italia. E i rettori della città di
Firenze avendo a’ suoi confini il tiranno potente, viveano improvvisi,
sotto confidenza degna di biasimo e di grave punizione. Ma così avviene
spesso alla nostra città: perocchè ogni vile artefice della comunanza
vuole pervenire al grado del priorato e de’ maggiori ufici del comune,
ove s’hanno a provvedere le grandi e gravi cose di quello, e per forza
delle loro capitudini vi pervengono; e così gli altri cittadini di
leggiere intendimento e di novella cittadinanza, i quali per grande
procaccio, e doni e spesa si fanno a’ temporali di tre in tre anni agli
squittini del comune insaccare: è questa tanta moltitudine, che i buoni
e gli antichi, e’ savi e discreti cittadini di rado possono provvedere
a’ fatti del comune, e in niuno tempo patrocinare quelli, che è cosa
molto strana dall’antico governamento de’ nostri antecessori, e dalla
loro sollecita provvisione. E per questo avviene, che in fretta e
in furia spesso conviene che si soccorra il nostro comune, e che più
l’antico ordine, e il gran fascio della nostra comunanza, e la fortuna,
governi e regga la città di Firenze, che il senno o la provvidenza de’
suoi rettori. Catuno intende i due mesi c’ha a stare al sommo uficio al
comodo della sua utilità, a servire gli amici, o a diservire i nimici
col favore del comune, e non lasciano usare libertà di consiglio a’
cittadini: e questo è spesso cagione di vergogna e di grave danno del
nostro comune, ricevuto da’ suoi minori e impotenti vicini.