_Della materia medesima._
Vedendo il re d’Ungheria mancare la vittuaglia all’oste, ebbe i
capitani e’ conestabili de’ suoi Ungheri e Tedeschi che v’erano a
parlamento: e disse come grande vergogna era a lui e a loro essere
stati tanto tempo intorno a quella terra, abbandonata di soccorso e
imperfetta di mura, e non averla potuta prendere; e ora conoscea che
per lo mancamento della vittuaglia il soggiorno non gli tornasse a
vergogna; e però gli richiedeva e pregava ch’elli confortassono loro e
i loro cavalieri, ch’elli adoperassono per loro virtù, che combattendo
la terra si vincesse: ch’egli intendea di volere che la battaglia
da ogni parte vi si desse aspra e forte, sicch’ella si vincesse. I
capitani e’ conestabili di grande animo e di buono volere s’offersono
al re, e il re in persona disse loro d’essere alla detta battaglia.
Quelli d’entro che sentirono come doveano essere combattuti con tutta
la forza di quella gente barbara, non si sbigottirono, anzi presono
cuore e ardire e argomento alla loro difesa. Gli Ungheri e i Tedeschi
sprovveduti d’ingegni da coprirsi e da prendere aiuto all’assalto delle
mura, fidandosi negli archi e nelle saette, da ogni parte a uno segno
fatto assalirono le mura. E il re in persona fu all’assalto, per fare
da se, e per dare vigore agli altri. E data la battaglia, e rinfrescata
spesso, per stancare i difenditori, e fatto di loro saettamento ogni
prova, ed essendo da quelli della terra in ogni parte ribattuti,
coll’aiuto de’ balestrieri e delle pietre e della calcina gittata sopra
loro, e delle lanci e pali e d’altri argomenti, non ebbono podere di
prendere alcuna parte delle mura, ma molti di loro morti e più fediti,
e infino fedito il re, con acquisto d’onta e di vergogna si ritrassono
dalla battaglia. Que’ d’entro avendo combattuto francamente, confortati
e medicati di loro fedite, presono delle fatiche riposo.