_Come i Genovesi ebbono Ventimiglia._
In questo tempo dell’assedio d’Aversa, il doge di Genova e il suo
consiglio, conosciuto loro tempo, armarono dodici galee e mandaronle
nel porto di Napoli, e diedono il partito a prendere al re e a alla
reina, dicendo in questo modo: il doge di Genova e il suo consiglio
ci hanno mandati qui a essere in vostro aiuto, in quanto voi rendiate
liberamente al nostro comune la città di Ventimiglia, la quale è di
nostra riviera, avvegnachè di ragione fosse della contea di Provenza.
E se questo non fate, di presente abbiamo comandamento d’essere contro
a voi, e di servire il re d’Ungheria. Il re e la reina vedendosi
assediati per terra dalla grande cavalleria del re d’Ungheria, a cui
ubbidia tutta la Terra di Lavoro, e di mare convenia che venisse tutta
loro vittuaglia, e da loro non aveano solo una galea: pensarono che
se i Genovesi gli nimicassono in mare erano perduti, e però stretti
dalla necessità deliberarono di fare la volontà del doge e del comune
di Genova, avendo speranza dell’aiuto di quelle galee molto migliorasse
la loro condizione. E incontanente mandarono a far dare la tenuta
della città di Ventimiglia al comune di Genova. E le dodici galee non
si vollono muovere del porto di Napoli, nè fare alcuna novità infino a
tanto che la risposta non venne dal loro doge, come avessono la tenuta
della detta città. Avuta la novella, non tennono fede al re Luigi nè
alla reina di volere nimicare le terre che ubbidivano al re d’Ungheria,
nè essere contro a lui; anzi si partirono da Napoli, e presono altro
loro viaggio.