_Come il re d’Ungheria ritornò in Puglia conquistando molte terre._
In questo anno, Lodovico re d’Ungheria sentendo che la sua gente avea
sconfitto a Meleto i baroni del re Luigi e i Napoletani, e aveano molti
a prigioni: essendo sollecitato per lettere e per ambasciadori da’
comuni e da’ baroni che teneano nel Regno la sua parte che ritornasse,
diliberò di farlo. E di presente mandò innanzi de’ suoi cavalieri
ungheri con certi capitani in Ischiavonia, perchè di là passassero
in Puglia. E quando gli sentì passati, subitamente con certi suoi
eletti baroni, con piccola compagnia, si mise a cammino, e prima fu
alla marina di Schiavonia che sapere si potesse della sua partita: e
trovando al porto le galee e i legni apparecchiati, vi montò suso; e
avendo il tempo buono, valicò in Puglia a salvamento, assai più tosto
che per i paesani non si stimava. E sentita la partita sua in Ungheria,
grande moltitudine d’Ungheri il seguitarono, valicando di Schiavonia
in Puglia in barche e in piccoli legni armati sì disordinatamente, che
se il re Luigi avesse avute due galee armate senza fallo gli avrebbono
rotti e impediti per modo, che non sarebbono potuti passare: ma come
furono passati, il re Luigi vi mandò tre galee armate che vi giunsono
invano. Ed essendo il re d’Ungheria in Puglia, ragunò la sua gente
insieme, e trovossi con diecimila cavalieri. In que’ dì il conte di
Minerbino, il quale s’era ribellato dal detto re, si racchiuse nella
città di Trani, alla quale il re andò ad assedio. E vedendosi il conte
senza speranza di soccorso e disperato di salute, col capestro in
collo e in camicia uscì della città, e gittossi ginocchione in terra
a piè del re domandandoli misericordia. Il re d’Ungheria dimenticati
i baratti e’ falli del conte benignamente gli perdonò, e rimiselo
nel suo stato: e lasciato nelle città e castella di Puglia quella
gente che volle, venne in Principato. La città di Salerno essendo
in cittadinesche discordie gli apersono le porte, e ricevettonlo a
onore: e ivi si riposò alquanti dì; e messo suo vicario nella città
e castellano nel castello, se ne venne a Nocera de’ cristiani; e in
quella se n’entrò senza contasto. Il castello era forte e bene fornito
alla difesa, ma invilito il castellano, per codardia l’abbandonò. Il
re il fece prendere e guardare alla sua gente. E partito di là venne a
Matalona, nella quale entrò senza contasto. E tutte le città e castella
di Terra di Lavoro feciono il suo comandamento, salvo la città di
Napoli ed Aversa. E poi il detto re con tutto suo sforzo se ne venne
ad Aversa, del mese di maggio nel detto anno, e credettelasi avere alla
prima giunta, ma trovossi ingannato, perocchè era città di mura cinta,
e bene che fossero basse, era imbertescata e fornita di legname alla
difesa; e dentro v’erano i cavalieri e i masnadieri che la difendevano
virtuosamente; e assaggiata per più volte dall’assalto degli Ungheri,
con loro dannaggio, il re conobbe che non la potea vincere per forza, e
però vi mise assedio, e strinsela con più campi per modo, che da niuna
parte vi si poteva entrare.