_Come cominciò l’izza da’ Genovesi a’ Veneziani._
Essendo cresciuto scandalo nato d’invidia di stato tra il comune
di Genova e quello di Vinegia, tenendosi ciascuno il maggiore,
cominciamento fu di grave e grande guerra di mare. E la prima cagione
che mosse fu, che avendo avuto i Genovesi guerra e briga con Giannisbec
imperadore nelle provincie del Mare maggiore, a cui i Genovesi aveano
arsa la Tana e fatto danno grande alla gente sua, per la qual cosa i
Genovesi non potieno colle loro galee andare al mercato della Tana,
anzi facevano a Caffa porto, e per terra vi faceano venire la spezieria
e altre mercatanzie, con più costo e avarie che quando usavano la Tana.
I Veneziani dopo la detta briga s’acconciarono coll’imperadore, e alla
Tana andavano con loro navili e colle loro galee per la mercatanzia,
e traevanla a migliore mercato, la qual cosa mettea male a’ Genovesi.
Per la qual cosa richiesono i Veneziani, e pregaronli che si dovessono
accordare con loro a fare porto a Caffa, e darebbono loro quella
immunità e fondaco e franchigia ch’avieno per loro: e facendo questo,
l’arebbono in grande servigio; ed essendo in concordia, non dottavano
che Giannisbec si recherebbe a far loro ogni vantaggio che volessono,
per ritornarli al mercato della Tana: e questo tornerebbe in loro
profitto, e in onore di tutta la cristianità. I Veneziani non vi si
poterono per alcun modo recare, anzi dissono, che intendeano d’andare
con loro legni e galee alla Tana e dove più loro piacesse, che della
briga che i Genovesi aveano coll’imperadore non si curavano. Per la
quale risposta i Genovesi sdegnarono, e dispuosonsi dove si vedessono
il bello, di fare danno a’ Veneziani in mare, e i Veneziani a loro; e
d’allora innanzi, dove si trovarono in mare si combatteano insieme, e
in trapasso di non gran tempo feciono danno l’uno all’altro assai. E
sentendo catuno comune come la guerra era cominciata in mare tra’ loro
cittadini, ordinarono di mandare a maggiore riguardo e più armati i
loro navili grossi che non solieno. E per non mostrare paura nè viltà
l’uno dell’altro non si ristrinsono del navicare.