_Come il comune di Perugia e il capitano del Patrimonio andarono a oste
ad Agobbio._
Sparta per lo paese la nuova signoria d’Agobbio, messer Iacopo, ch’era
capo della casa de’ Gabbrielli, e allora era capitano del Patrimonio
per la Chiesa, co’ suoi cavalieri, e con aiuto d’alquanti suoi amici,
di subito cavalcò a Perugia; e il comune di Perugia, che si sentiva
offeso per lo cacciare della sua gente d’Agobbio, a furore di popolo
si mosse a cavalcare popolo e cavalieri con messer Iacopo, e puosonsi
a oste intorno alla città d’Agobbio. Vedendo Giovanni di Cantuccio,
nuovo tiranno, che il comune di Perugia, e messer Iacopo e altri suoi
consorti con forte braccio l’avieno assediato, e che da se era male
fornito a potere resistere, e de’ suoi cittadini d’entro non si potea
fidare, sagacemente mandò nel campo a’ Perugini suoi ambasciadori,
i quali da parte di Giovanni dissono: Signori Perugini, Giovanni di
Cantuccio ci manda a voi a farvi assapere, com’egli è di quella casa
de’ Gabbrielli, che sempre furono amatori e fedeli del vostro comune,
e così intende d’essere egli; e intende che ’l comune di Perugia abbia
in Agobbio ogni onore e ogni giurisdizione che da qui addietro avere
vi solea, e maggiore, e vuole rendere i prigioni; ed e’ si partissono
dall’assedio, e mandassono in Agobbio que’ savi cittadini di Perugia
cui elli volessono, a mettere in ordine e riformare il governamento
del comune, e ricevere i prigioni. La profferta fu larga, e’ Perugini
più baldanzosi che discreti, confidandosi follemente alla promessa del
tiranno, elessono ambasciadori ch’andassono a ricevere i prigioni e
riformare la città, e misongli in Agobbio: e di presente si levarono
da campo della terra e tornaronsi in Perugia, e lasciarono messer
Iacopo a campo colla gente d’arme ch’avea della Chiesa, il quale rimase
all’assedio più dì partiti i Perugini; pensando coll’aiuto de’ suoi
cittadini d’entro potere da se alcuna cosa, o se la fede di Giovanni
fosse intera co’ Perugini, potere tornare in Agobbio. Gli ambasciadori
de’ Perugini entrati in Agobbio, con grandissima festa, e dimostramento
di grande amore e confidanza furono ricevuti da Giovanni. E cominciolli
prima a convitare e tenerli in desinari e in cene, e tranquillarli
d’oggi in domane; e strignendolo gli ambasciadori, disse che volea
prima vedere partito messer Iacopo dall’assedio. Messer Iacopo
s’avvide bene dell’inganno, ma stretto dagli ambasciadori perugini,
acciocchè a lui non si potesse imputare cagione che per lui seguitasse
la discordia, si partì dall’assedio e tornossi nel Patrimonio. Gli
ambasciadori di Perugia, partitosi messer Iacopo, con più baldanza
strigneano Giovanni, di rivolere i prigioni, e ordinare il reggimento
della guardia della terra, com’egli avea promesso. Il tiranno vedendosi
levato l’assedio, tenea con più fidanza gli ambasciadori in parole,
e trovando nuove cagioni a dilungare il tempo, gli tenea sospesi. Ma
vedendo che oltre al debito modo gli menava per parole, per sdegno
si partirono d’Agobbio, e rapportarono al loro comune l’inganno che
Giovanni avea fatto. A’ Perugini ne parve male: ma non trovarono tra
loro concordia di ritornarvi ad oste. Nondimeno il nuovo tiranno,
pensandosi più gravemente avere offeso il comune di Perugia, non
ostante che fosse per nazione e per patria guelfo, si pensò d’aiutare
co’ ghibellini. E mandò ambasciadori a messer Bernabò ch’era a Bologna,
dicendo: che volea tenere la città d’Agobbio dal suo signore messer
l’arcivescovo: e pregollo che gli mandasse gente d’arme alla guardia
sua e della terra; il quale senza indugio vi mandò dugentocinquanta
cavalieri, e appresso ve ne mandò maggiore quantità, parendoli avere
fatto grande acquisto alla sua intenzione. Giovanni da se sforzò i
suoi cittadini per avere danari, e fornissi di gente d’arme a piè e a
cavallo; e vedendosi fornito alla difesa si dimostrò palesemente nimico
de’ Perugini, come appresso seguendo nostro trattato racconteremo.