CAP. LXXXII.

_Come il comune di Perugia e il capitano del Patrimonio andarono a oste

ad Agobbio._

Sparta per lo paese la nuova signoria d’Agobbio, messer Iacopo, ch’era

capo della casa de’ Gabbrielli, e allora era capitano del Patrimonio

per la Chiesa, co’ suoi cavalieri, e con aiuto d’alquanti suoi amici,

di subito cavalcò a Perugia; e il comune di Perugia, che si sentiva

offeso per lo cacciare della sua gente d’Agobbio, a furore di popolo

si mosse a cavalcare popolo e cavalieri con messer Iacopo, e puosonsi

a oste intorno alla città d’Agobbio. Vedendo Giovanni di Cantuccio,

nuovo tiranno, che il comune di Perugia, e messer Iacopo e altri suoi

consorti con forte braccio l’avieno assediato, e che da se era male

fornito a potere resistere, e de’ suoi cittadini d’entro non si potea

fidare, sagacemente mandò nel campo a’ Perugini suoi ambasciadori,

i quali da parte di Giovanni dissono: Signori Perugini, Giovanni di

Cantuccio ci manda a voi a farvi assapere, com’egli è di quella casa

de’ Gabbrielli, che sempre furono amatori e fedeli del vostro comune,

e così intende d’essere egli; e intende che ’l comune di Perugia abbia

in Agobbio ogni onore e ogni giurisdizione che da qui addietro avere

vi solea, e maggiore, e vuole rendere i prigioni; ed e’ si partissono

dall’assedio, e mandassono in Agobbio que’ savi cittadini di Perugia

cui elli volessono, a mettere in ordine e riformare il governamento

del comune, e ricevere i prigioni. La profferta fu larga, e’ Perugini

più baldanzosi che discreti, confidandosi follemente alla promessa del

tiranno, elessono ambasciadori ch’andassono a ricevere i prigioni e

riformare la città, e misongli in Agobbio: e di presente si levarono

da campo della terra e tornaronsi in Perugia, e lasciarono messer

Iacopo a campo colla gente d’arme ch’avea della Chiesa, il quale rimase

all’assedio più dì partiti i Perugini; pensando coll’aiuto de’ suoi

cittadini d’entro potere da se alcuna cosa, o se la fede di Giovanni

fosse intera co’ Perugini, potere tornare in Agobbio. Gli ambasciadori

de’ Perugini entrati in Agobbio, con grandissima festa, e dimostramento

di grande amore e confidanza furono ricevuti da Giovanni. E cominciolli

prima a convitare e tenerli in desinari e in cene, e tranquillarli

d’oggi in domane; e strignendolo gli ambasciadori, disse che volea

prima vedere partito messer Iacopo dall’assedio. Messer Iacopo

s’avvide bene dell’inganno, ma stretto dagli ambasciadori perugini,

acciocchè a lui non si potesse imputare cagione che per lui seguitasse

la discordia, si partì dall’assedio e tornossi nel Patrimonio. Gli

ambasciadori di Perugia, partitosi messer Iacopo, con più baldanza

strigneano Giovanni, di rivolere i prigioni, e ordinare il reggimento

della guardia della terra, com’egli avea promesso. Il tiranno vedendosi

levato l’assedio, tenea con più fidanza gli ambasciadori in parole,

e trovando nuove cagioni a dilungare il tempo, gli tenea sospesi. Ma

vedendo che oltre al debito modo gli menava per parole, per sdegno

si partirono d’Agobbio, e rapportarono al loro comune l’inganno che

Giovanni avea fatto. A’ Perugini ne parve male: ma non trovarono tra

loro concordia di ritornarvi ad oste. Nondimeno il nuovo tiranno,

pensandosi più gravemente avere offeso il comune di Perugia, non

ostante che fosse per nazione e per patria guelfo, si pensò d’aiutare

co’ ghibellini. E mandò ambasciadori a messer Bernabò ch’era a Bologna,

dicendo: che volea tenere la città d’Agobbio dal suo signore messer

l’arcivescovo: e pregollo che gli mandasse gente d’arme alla guardia

sua e della terra; il quale senza indugio vi mandò dugentocinquanta

cavalieri, e appresso ve ne mandò maggiore quantità, parendoli avere

fatto grande acquisto alla sua intenzione. Giovanni da se sforzò i

suoi cittadini per avere danari, e fornissi di gente d’arme a piè e a

cavallo; e vedendosi fornito alla difesa si dimostrò palesemente nimico

de’ Perugini, come appresso seguendo nostro trattato racconteremo.

Cronica di Matteo Villani, vol. 1 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 89 / 190 题