CAP. LXXXI.

_Come la città d’Agobbio venne a tirannia di Giovanni Gabbrielli._

Avendo narrato delle nuove tirannie che si cominciarono in Toscana,

ci occorre a fare memoria d’un’altra che si creò nella Marca in

questo medesimo anno, la città d’Agobbio, la quale in quel tempo avea

sparti per l’Italia quasi tutti i suoi maggiori cittadini in ufici

e rettorie. Giovanni di Cantuccio de’ Gabbrielli d’Agobbio, essendo

co’ suoi consorti in discordia per una badia di Santacroce, si pensò

che agevolemente si potea fare signore e della badia e d’Agobbio,

trovandosi nella città il maggiore, e non guardandosi i suoi consorti

nè gli altri cittadini di lui. E non ostante che fosse guelfo di

nazione, considerò che tutti i comuni e signori di parte guelfa di

Romagna, e di Toscana e della Marca temeano forte del signore di

Milano, ch’avea presa di novello la città di Bologna, e provvidde, che

dove i Perugini o altra forza si movesse contro a lui, che l’aiuto

dell’arcivescovo non gli mancherebbe. E avendo così pensato, senza

indugio accolse cento fanti masnadieri, e con alquanti cittadini

disperati e acconci a mal fare, i quali accolse a questo tradimento

della patria, subitamente corse in prima alle case de’ suoi consorti, e

affocate e rotte le porti, prese messer Belo di messer Cante, e messer

Bino e Rinuccio suoi figliuoli, e Petruccio di messer Bino e quattro

altri piccioli fanciulli, e tutti gli mise in prigione; e rubate le

case, vi mise il fuoco e arsele. E fatto questo, corse al palagio de’

consoli rettori di quello comune: e non volendo il gonfaloniere darli

il palagio, corse alle case sue e arsele in sua vista. E tornato al

palagio, disse agli altri consoli, che se non gli dessono il palagio

altrettale farebbe delle loro; onde per paura gli aprirono; e preso

il palagio, vi lasciò sue guardie, e corse la terra. I cittadini

sentendo presi i consorti di Giovanni, di cui avrebbono potuto fare

capo, si stettono per paura, e niuno si mise a contastarlo. E così

disventuratamente coll’aiuto di meno di centocinquanta fanti fu

occupata in tirannia la città d’Agobbio in una notte, la quale avea

seimila uomini d’arme. Ma i peccati loro, e massimamente le ree cose

commesse per le città d’Italia per le continove rettorie ch’aveano gli

uomini di quella città, li condusse in quelle, e nella disciplina della

nuova e disusata tirannia. E per le discordie della casa de’ Gabbrielli

a quell’ora non avea la città podestà, nè capitano nè altro rettore.

Avevavi alcune masnade de’ Perugini, i quali Giovanni ne cacciò fuori;

e ’l dì seguente, avendo cresciuta la sua forza dentro, se ne fece fare

signore; e di presente, come potè il meglio, si fornì di gente, e di

notte facea sollecita guardia, e fortificava la sua signoria.

Cronica di Matteo Villani, vol. 1 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 88 / 190 题