_Come la Chiesa rinnovò processo contra l’arcivescovo di Milano._
In questo anno, avendo saputo il papa e’ cardinali come l’arcivescovo
di Milano per loro mandato non s’era voluto rimuovere dell’impresa
di Bologna, ma contro a loro volontà, e in vitupero della Chiesa,
avea presa la città e rotta l’oste della Chiesa e del conte, furono
molto turbati. E ricordandosi come l’arcivescovo era stato infedele,
e rinvoltosi nella resia dell’antipapa e fattosi suo cardinale, e poi
tornato all’ubbidienza di santa Chiesa era ricevuto a misericordia
da papa Giovanni ventesimosecondo, e riconciliato, il fece vescovo
di Novara, e poi per Clemente sesto promosso e fatto arcivescovo di
Milano, e ora ingrato era tornato nella prima eresia, di non volere
avere riverenzia nè ubbidire a santa Chiesa: rinnovellarono contro
a lui e contro a’ suoi nipoti i processi altre volte fatti per papa
Giovanni predetto, e feciono richiedere l’arcivescovo, e messer
Galeazzo, e messer Bernabò, e messer Maffiuolo di messer Stefano
Visconti, e assegnarono loro i termini debiti che s’andassono a
scusare, e gli ultimi termini perentori furono a dì 8 d’aprile 1351.
Infra il termine del detto processo vedendo il papa e’ cardinali per
la loro avarizia, in vituperio, delle loro persone e in contento di
santa Chiesa, tolta tutta la Romagna e la città di Bologna, volendo
con ingegno unire in lega e compagnia gli altri tiranni lombardi, col
comune di Firenze e di Perugia e di Siena, e colla Chiesa medesima,
per potere con maggiore forza resistere al potente tiranno, mandò in
Italia il vescovo di Ferrara, cittadino di Firenze della casa degli
Antellesi, con pieno mandato a ciò ordinare e fermare: il quale giunto
in Toscana, mandò a’ signori di Lombardia e a’ comuni predetti, che
a certo termine catuno mandasse suoi ambasciadori alla città d’Arezzo
a parlamento. E innanzi che il termine venisse, il detto legato andò
in persona a messer Mastino e al marchese di Ferrara, e al comune
di Perugia e di Siena a sporre la sua ambasciata, e tornò a Firenze,
avendo sommossi i detti comuni e signori a venire in loro servigio e
di santa Chiesa alla detta lega, perocchè catuno si temeva della gran
potenza del’arcivescovo. E messer Mastino, che gli era più vicino, con
sollecitudine confortava i Lombardi e’ comuni di Toscana che venissono
alla lega e a fare sì fatta taglia, che all’arcivescovo si potesse
resistere francamente. E del mese d’ottobre vegnente gli ambasciadori
d’ogni parte furono ragunati ad Arezzo; quelli di messer Mastino e
de’ Fiorentini v’andarono con pieno mandato; i Perugini mostravano di
volere lega e taglia, ma d’ogni punto voleano prima risposta dal loro
comune, e i Sanesi faceano il somigliante, per li quali intervalli,
gli ambasciadori stettono lungamente ad Arezzo senza poter prendere
partito. E questo avveniva perocchè a’ Perugini e a’ Sanesi parea
che la forza dell’arcivescovo non potesse giugnere a’ loro confini, e
volevano mostrare di non volersi partire dal volere di santa Chiesa
e de’ Fiorentini. E in questo soggiorno, l’arcivescovo di Milano
temendo che la Chiesa non si facesse forte coll’aiuto de’ Toscani
e de’ Lombardi, mandò a messer Mastino messer Bernabò suo genero,
pregandolo che si ritraesse da questa impresa: e grandi impromesse
al comune di Firenze faceva d’ogni patto e vantaggio che volesse
da lui: e con queste suasioni cercava disturbare la detta lega: ma
invano s’affaticava con questi tentamenti, che di presente tutti si
piovicavano nel parlamento, e’ Sanesi s’erano ridotti al segno de’
Fiorentini, ed era preso, che se i Perugini non volessono essere alla
lega, che si facesse senza loro. E avendo questo protestato loro,
attendendo l’ultima risposta, la quale dilungavano con nuove cagioni
di dì in dì, andandovi in persona oggi l’uno ambasciadore e domane
l’altro, essendo gli altri ambasciadori per fermare la lega e la taglia
senza loro, come a Dio piacque, sopravvenne la novella della morte
di messer Mastino, per la quale cosa si ruppe il parlamento senza
fermare lega, e catuno ambasciadore si tornò a suo comune e signore;
della qual cosa tornò grande ripetio a’ comuni di Toscana. E benchè i
Fiorentini e i Sanesi non fossono cagione di questo scordo, nondimeno
peccarono in tanto aspettare i Perugini: che grande utilità era al
comune di Firenze, che confinava col tiranno, avere in suo aiuto il
braccio di santa Chiesa e del signore di Verona, e di Ferrara e di
Siena. Ma quando i falli si prendono ne’ fatti della guerra sempre
hanno uscimento di privato pericolo: e però gli antichi maestri della
disciplina militare punivano con aspre pene i mali consigliatori,
eziandio che del male consiglio conseguisse prospero fine. Ma ne’
nostri tempi, i falli della guerra si puniscono non per giustizia, ma
per esperienza del male che ne seguita, come tosto avvenne a’ detti
comuni di Toscana, come seguendo appresso ne’ suoi tempi dimostreremo.