CAP. LXXVI.

_Come la Chiesa rinnovò processo contra l’arcivescovo di Milano._

In questo anno, avendo saputo il papa e’ cardinali come l’arcivescovo

di Milano per loro mandato non s’era voluto rimuovere dell’impresa

di Bologna, ma contro a loro volontà, e in vitupero della Chiesa,

avea presa la città e rotta l’oste della Chiesa e del conte, furono

molto turbati. E ricordandosi come l’arcivescovo era stato infedele,

e rinvoltosi nella resia dell’antipapa e fattosi suo cardinale, e poi

tornato all’ubbidienza di santa Chiesa era ricevuto a misericordia

da papa Giovanni ventesimosecondo, e riconciliato, il fece vescovo

di Novara, e poi per Clemente sesto promosso e fatto arcivescovo di

Milano, e ora ingrato era tornato nella prima eresia, di non volere

avere riverenzia nè ubbidire a santa Chiesa: rinnovellarono contro

a lui e contro a’ suoi nipoti i processi altre volte fatti per papa

Giovanni predetto, e feciono richiedere l’arcivescovo, e messer

Galeazzo, e messer Bernabò, e messer Maffiuolo di messer Stefano

Visconti, e assegnarono loro i termini debiti che s’andassono a

scusare, e gli ultimi termini perentori furono a dì 8 d’aprile 1351.

Infra il termine del detto processo vedendo il papa e’ cardinali per

la loro avarizia, in vituperio, delle loro persone e in contento di

santa Chiesa, tolta tutta la Romagna e la città di Bologna, volendo

con ingegno unire in lega e compagnia gli altri tiranni lombardi, col

comune di Firenze e di Perugia e di Siena, e colla Chiesa medesima,

per potere con maggiore forza resistere al potente tiranno, mandò in

Italia il vescovo di Ferrara, cittadino di Firenze della casa degli

Antellesi, con pieno mandato a ciò ordinare e fermare: il quale giunto

in Toscana, mandò a’ signori di Lombardia e a’ comuni predetti, che

a certo termine catuno mandasse suoi ambasciadori alla città d’Arezzo

a parlamento. E innanzi che il termine venisse, il detto legato andò

in persona a messer Mastino e al marchese di Ferrara, e al comune

di Perugia e di Siena a sporre la sua ambasciata, e tornò a Firenze,

avendo sommossi i detti comuni e signori a venire in loro servigio e

di santa Chiesa alla detta lega, perocchè catuno si temeva della gran

potenza del’arcivescovo. E messer Mastino, che gli era più vicino, con

sollecitudine confortava i Lombardi e’ comuni di Toscana che venissono

alla lega e a fare sì fatta taglia, che all’arcivescovo si potesse

resistere francamente. E del mese d’ottobre vegnente gli ambasciadori

d’ogni parte furono ragunati ad Arezzo; quelli di messer Mastino e

de’ Fiorentini v’andarono con pieno mandato; i Perugini mostravano di

volere lega e taglia, ma d’ogni punto voleano prima risposta dal loro

comune, e i Sanesi faceano il somigliante, per li quali intervalli,

gli ambasciadori stettono lungamente ad Arezzo senza poter prendere

partito. E questo avveniva perocchè a’ Perugini e a’ Sanesi parea

che la forza dell’arcivescovo non potesse giugnere a’ loro confini, e

volevano mostrare di non volersi partire dal volere di santa Chiesa

e de’ Fiorentini. E in questo soggiorno, l’arcivescovo di Milano

temendo che la Chiesa non si facesse forte coll’aiuto de’ Toscani

e de’ Lombardi, mandò a messer Mastino messer Bernabò suo genero,

pregandolo che si ritraesse da questa impresa: e grandi impromesse

al comune di Firenze faceva d’ogni patto e vantaggio che volesse

da lui: e con queste suasioni cercava disturbare la detta lega: ma

invano s’affaticava con questi tentamenti, che di presente tutti si

piovicavano nel parlamento, e’ Sanesi s’erano ridotti al segno de’

Fiorentini, ed era preso, che se i Perugini non volessono essere alla

lega, che si facesse senza loro. E avendo questo protestato loro,

attendendo l’ultima risposta, la quale dilungavano con nuove cagioni

di dì in dì, andandovi in persona oggi l’uno ambasciadore e domane

l’altro, essendo gli altri ambasciadori per fermare la lega e la taglia

senza loro, come a Dio piacque, sopravvenne la novella della morte

di messer Mastino, per la quale cosa si ruppe il parlamento senza

fermare lega, e catuno ambasciadore si tornò a suo comune e signore;

della qual cosa tornò grande ripetio a’ comuni di Toscana. E benchè i

Fiorentini e i Sanesi non fossono cagione di questo scordo, nondimeno

peccarono in tanto aspettare i Perugini: che grande utilità era al

comune di Firenze, che confinava col tiranno, avere in suo aiuto il

braccio di santa Chiesa e del signore di Verona, e di Ferrara e di

Siena. Ma quando i falli si prendono ne’ fatti della guerra sempre

hanno uscimento di privato pericolo: e però gli antichi maestri della

disciplina militare punivano con aspre pene i mali consigliatori,

eziandio che del male consiglio conseguisse prospero fine. Ma ne’

nostri tempi, i falli della guerra si puniscono non per giustizia, ma

per esperienza del male che ne seguita, come tosto avvenne a’ detti

comuni di Toscana, come seguendo appresso ne’ suoi tempi dimostreremo.

Cronica di Matteo Villani, vol. 1 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 83 / 190 题