CAP. LXXI.

_Come i Guazzalotri di Prato cominciarono a scoprire loro tirannia._

Tornando a’ fatti della nostra città di Firenze, il nobile castello

di Prato ci dà cagione di cominciare da lui, nel quale la famiglia

de’ Guazzalotri erano i migliori e più potenti, e la loro grandezza

procedeva perocchè erano amati sopra gli altri di quella terra dal

comune di Firenze: ed essendo guelfi, portavano fede e ubbidienza

grande al nostro comune. Vero è che quello comune vedendosi in

libertà e in vicinanza de’ Fiorentini, per tema che alcuna volta

non si sommettessono al comune di Firenze aveano provveduto, come si

racconta nella cronica del nostro antecessore, di darsi a messer Carlo

duca di Calavra, figliuolo del re Ruberto, e a’ suoi discendenti in

perpetuo, con misto e mero imperio, ed egli così gli prese. Nondimeno

si manteneano in fede e amore del comune di Firenze. Avvenne che

morti gli antichi e savi cavalieri della casa de’ Guazzalotri, i

quali conoscevano la loro grandezza procedere dal comune di Firenze,

rimasonvi giovani donzelli: i quali trovandosi nella signoria di quella

terra, mancando allora il governamento della casa reale per le fortune

del Regno, cominciarono i giovani a trapassare l’ordine e il modo de’

loro antecessori nel governamento di quel castello, conducendolo a

modo tirannesco. Della quale tirannia spesso veniva richiamo a’ priori

di Firenze, e il comune per lo antico amore che portava a quelli di

quella casa mandava pe’ caporali, tra’ quali il maggiore e il più

ardito e riverito da tutti a quelle stagioni era Iacopo di Zarino, e

riprendevanli e ammonivano parentevolemente per riducerli alla regola

de’ loro maggiori. Ma i giovani caldi nella signoria e poco savi, e

inzigati da mal consiglio, non seguendo il consiglio de’ Fiorentini,

l’un dì appresso all’altro più dimostravano atto tirannesco per tenere

in paura più che in amore i loro terrazzani. E per dimostrare in

fatto quello che aveano nella mente, feciono di subito pigliare due

Pratesi, l’uno era uno buono uomo ricco, vecchio e gottoso, l’altro

era un giovane notaio ricco, onesto e di leggiadra conversazione a

cui i Guazzalotri a altro tempo aveano fatto uccidere il padre, e a

questi due appuosono, che voleano tradire Prato, e darlo a’ Cancellieri

di Pistoia. Sentendo questo il comune di Firenze mandò per Iacopo di

Zarino, e per gli altri caporali de’ Guazzalotri, e pregarongli che non

seguissono questa novità, e che i presi dovessono lasciare: perocchè

manifestamente sapieno ch’elli erano innocenti: tornarono a Prato, e

contro alla preghiera del comune di Firenze strussono gl’innocenti al

giudicio: e sentendosi in Firenze, il comune vi mandò ambasciadori e

lettere; ed essendovi gli ambasciadori del comune, e avute le lettere

che gli richiedeano che non giudicassono a torto g’innocenti, i

tirannelli per male consiglio s’affrettarono, e feciongli morire in

vergogna del comune di Firenze, nella presenza de’ suoi ambasciadori. E

fatto a catuno tagliare la testa, occuparono i loro beni indebitamente.

Cronica di Matteo Villani, vol. 1 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 78 / 190 题