_Come i Guazzalotri di Prato cominciarono a scoprire loro tirannia._
Tornando a’ fatti della nostra città di Firenze, il nobile castello
di Prato ci dà cagione di cominciare da lui, nel quale la famiglia
de’ Guazzalotri erano i migliori e più potenti, e la loro grandezza
procedeva perocchè erano amati sopra gli altri di quella terra dal
comune di Firenze: ed essendo guelfi, portavano fede e ubbidienza
grande al nostro comune. Vero è che quello comune vedendosi in
libertà e in vicinanza de’ Fiorentini, per tema che alcuna volta
non si sommettessono al comune di Firenze aveano provveduto, come si
racconta nella cronica del nostro antecessore, di darsi a messer Carlo
duca di Calavra, figliuolo del re Ruberto, e a’ suoi discendenti in
perpetuo, con misto e mero imperio, ed egli così gli prese. Nondimeno
si manteneano in fede e amore del comune di Firenze. Avvenne che
morti gli antichi e savi cavalieri della casa de’ Guazzalotri, i
quali conoscevano la loro grandezza procedere dal comune di Firenze,
rimasonvi giovani donzelli: i quali trovandosi nella signoria di quella
terra, mancando allora il governamento della casa reale per le fortune
del Regno, cominciarono i giovani a trapassare l’ordine e il modo de’
loro antecessori nel governamento di quel castello, conducendolo a
modo tirannesco. Della quale tirannia spesso veniva richiamo a’ priori
di Firenze, e il comune per lo antico amore che portava a quelli di
quella casa mandava pe’ caporali, tra’ quali il maggiore e il più
ardito e riverito da tutti a quelle stagioni era Iacopo di Zarino, e
riprendevanli e ammonivano parentevolemente per riducerli alla regola
de’ loro maggiori. Ma i giovani caldi nella signoria e poco savi, e
inzigati da mal consiglio, non seguendo il consiglio de’ Fiorentini,
l’un dì appresso all’altro più dimostravano atto tirannesco per tenere
in paura più che in amore i loro terrazzani. E per dimostrare in
fatto quello che aveano nella mente, feciono di subito pigliare due
Pratesi, l’uno era uno buono uomo ricco, vecchio e gottoso, l’altro
era un giovane notaio ricco, onesto e di leggiadra conversazione a
cui i Guazzalotri a altro tempo aveano fatto uccidere il padre, e a
questi due appuosono, che voleano tradire Prato, e darlo a’ Cancellieri
di Pistoia. Sentendo questo il comune di Firenze mandò per Iacopo di
Zarino, e per gli altri caporali de’ Guazzalotri, e pregarongli che non
seguissono questa novità, e che i presi dovessono lasciare: perocchè
manifestamente sapieno ch’elli erano innocenti: tornarono a Prato, e
contro alla preghiera del comune di Firenze strussono gl’innocenti al
giudicio: e sentendosi in Firenze, il comune vi mandò ambasciadori e
lettere; ed essendovi gli ambasciadori del comune, e avute le lettere
che gli richiedeano che non giudicassono a torto g’innocenti, i
tirannelli per male consiglio s’affrettarono, e feciongli morire in
vergogna del comune di Firenze, nella presenza de’ suoi ambasciadori. E
fatto a catuno tagliare la testa, occuparono i loro beni indebitamente.